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Pink Power o Pink Washing? Capiamolo insieme – Intervista alla ricercatrice, docente e scrittrice Anna Zinola

Anna Zinola è attualmente docente e ricercatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano presso cui ha anche conseguito un in Metodologia. Si occupa di ricerche di mercato dal 1993 ed ha sviluppato nuovi strumenti di ricerca per identificare e interpretare comportamenti, bisogni ed aspirazioni umane. È editorialista del Corriere della Sera e scrittrice di numerosi libri riguardanti ricerca qualitativa e marketing trend. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo il libro “Diverso da chi – l’inclusione come strumento di marketing”, in cui affronta il controverso rapporto tra (pretesa di) inclusività e brand: in un mondo sempre più impegnato ad investire risorse nella promozione di politiche legate alla diversità, il più delle volte in ottica strumentalizzante e parassitaria, è possibile riuscire a distinguere il fake dal real?

In un intervento da lei tenuto al Web Marketing Festival di Rimini, edizione 2021, Zinola spiega come l’inclusione sia una tematica complessa e trasversale alle varie fasi lavorative di un’azienda: dalla selezione del personale allo sviluppo del prodotto, passando per la pubblicità e le strategie di comunicazione, fino al rapporto con il cliente.

Spesso però, la pretesa dell’inclusione si rivela essere un pugno di mosche: dietro a grandi slogan, infografiche arcobaleno e pubblicità travolgenti si celano aziende prive di un reale progetto di integrazione delle categorie discriminate (o semplicemente ignorate dal mondo della produzione). L’inclusività finisce con l’essere ridotta ad una mera strategia di marketing che sfrutta tematiche di interesse pubblico per attirare i consumatori, spacciando per impegno sociale la necessità di ricevere consenso (e denaro).

La pratica del social washing (ovvero il camuffamento delle aziende dietro a determinati valori etici senza un’adesione concreta alle battaglie sponsorizzate) è un’arma a doppio taglio: se da un lato rende accessibili al vasto pubblico importanti tematiche, dall’altro contribuisce a banalizzare le stesse battaglie e a svuotarle del loro significato.

Durante lo speech, Zinola affronta nello specifico la dinamica del pink washing, quel “femminismo di facciata” tanto deleterio quanto disorientante, fatto di frasi motivazionali, sfumature di rosa e poca sostanza. Sono stati analizzati vari casi mediatici che hanno destato particolarmente scalpore in relazione alle linee ideologiche dei diversi brand: dalla scelta di Ellie Goldstein, ragazza con la sindrome di Down testimonial del mascara Obscur di Gucci, alla collezione “Adaptive” di Tommy Hilfiger pensata appositamente per le persone disabili fino al fondotinta ideato da Rihanna in collaborazione con Fenty Beauty, presente in ben 50 sfumature di diverso colore (o 50 sfumature di inclusione?). In questo modo, è stato possibile aprire un dialogo critico e costruttivo su come poter tracciare un confine tra l’effettivo impegno di un brand per una determinata causa e l’adesione disinteressata ed ipocrita al trend del momento al fine di aggiudicarsi il proprio spicchio di notorietà.

Andando oltre le pubblicità, che possono adescare facilmente il consumatore con spot simpatici, travolgenti e al passo con le esigenze sociali del periodo, esistono altri modi per capire se un’azienda sia attivamente coinvolta nel supporto di determinate cause sociali. Come sottolinea Zinola, per tentare di comprendere l’engagement di un brand relativamente all’empowerment femminile è utile ricercare la percentuale di organico femminile all’interno di un’azienda e i numeri delle donne che occupano ruoli apicali, verificare la presenza di eventuali certificazioni di gender equality e notare se il brand condivide pubblicamente obiettivi volti al raggiungimento della parità sostanziale.

Nonostante i buoni propositi delle singole aziende, la strada verso la parità di genere (come ben sappiamo) è ancora lunga. Le donne CEO in Italia sono appena il 6% ed il Gender Pay Gap, cioè la differenza di retribuzione tra uomini e donne a parità di formazione e ruolo occupazionale, è del 5,5% tra i laureati e raggiunge l’8% tra i non laureati.

Abbiamo avuto l’occasione di poter intervistare Anna Zinola al Web Marketing Festival di Rimini, per approfondire con lei il complesso rapporto tra brand ed politiche sociali ed avere un confronto diretto circa il concetto di “marketing inclusivo”.

 
I brand e gli influencer (che li rappresentano) prendono sempre più parte al dibattito pubblico anche grazie alle piattaforme social che semplificano il contatto con l’ascoltatore. Alla luce dei casi mediatici degli ultimi mesi, secondo lei pubblicità e brand possono e/o devono schierarsi in merito a tematiche sociali?

Esiste un movimento che va avanti da anni che si chiama Brand Activism, che tratta proprio di questo: si chiede ai brand di prendere esplicitamente posizione in merito a specifiche battaglie sociali. Quando Donald Trump vinse le elezioni, Nike fece la campagna “Equality has no boundaries” che venne trasmessa proprio quando Trump entrò alla Casa Bianca. Il fatto che poi Kamala Harris diversi anni dopo si congratuli con il neo presidente Biden mentre indossa una tuta col logo dello swoosh ben evidente trasmette un messaggio chiaro: Nike si è schierata. Mi aspetto che un Brand come Nike lo faccia, così come mi aspetterei che Armani, notoriamente omosessuale, si esponesse sul DDL Zan in un periodo di tale sovraesposizione della tematica. Ci troviamo di fronte un brand di moda con un designer omosessuale che non ha mai sbandierato la sua omosessualità ma non l’ha neanche mai nascosta. Viene da chiedersi: da che parte sta?

 
Brand activism e social washing: è possibile, per un consumatore inesperto, distinguere il fake dal real e capire se è presente un effettivo progetto ideologico a monte di un prodotto?

Secondo me, è un po’ come con le persone: un conto sono gli statements (cioè le dichiarazioni), un altro sono i comportamenti. Nel giugno 2020, Instagram si era letteralmente riempito di post a favore del movimento Black Lives Matter (BLM). Moltissimi brand ed aziende si erano esposte riguardo la discriminazione della popolazione nera ma poi, nei fatti, non si attivavano concretamente per combattere queste ingiustizie.  Per esempio, molti brand con infografiche commoventi a supporto del movimento BLM in realtà non avevano dipendenti neri. È inutile il BLM se poi non c’è la rappresentanza effettiva nell’azienda. Il discrimine si fa secondo i comportamenti e cercando di capire se ciò che viene condiviso o promosso si tratta di un’idea, un progetto che va avanti nel tempo, oppure solo di un espediente pretestuoso.

 
Adesso le pongo una domanda un po’ provocatoria. Tirando le somme, alla fine il woke washing (declinato nelle varie accezioni quali il pink washing, green washing, rainbow washing, social washing) è davvero così negativo? Cioè, parlare ed esporsi su tematiche di interesse pubblico, anche se in ottica utilitaristica, può comunque impattare positivamente sulla società, aiutando a rompere la rete di tabù da cui certi argomenti sono circondati oppure si corre solo il rischio di appiattire la tematica e svuotarla dai contenuti?

In realtà, sono d’accordo con la tua osservazione: meglio che se ne parli così che non se ne parli affatto. Non so però quanta consapevolezza poi ci sia da parte del consumatore. È la stessa questione esplosa qualche mese per la visita sponsorizzata da Ferragni agli Uffizi: è sicuramente meglio essere incentivati ad andare agli Uffizi da Chiara Ferragni che non andarci proprio. Il rischio principale che si corre con questo meccanismo alquanto superficiale è però la possibile banalizzazione e svuotamento dei contenuti. Un altro pericoloso difetto di questo meccanismo si verifica anche quando la realtà ideale comunicata attraverso la pubblicità venga percepita come effettivamente esistente, quando non è così. Spesso si veicola l’immagine di un mondo perfetto o migliore che però non riflette le vere dinamiche sociali. Ciò è disorientante e controproducente perché le persone pensano che sia tutto rosa e fiori quando i fatti sono ben altri.

 
Al netto di tutto ciò che abbiamo detto, il marketing può essere veramente inclusivo? Secondo lei, quanto è larga la forbice dell’inclusività?

Se un’azienda è veramente inclusiva non lo si capisce dalla pubblicità ma dal prodotto. È inutile investire in uno spot pseudo-progressista che sceglie come testimonial la modella non conforme se poi chiedere una taglia 44 in un punto vendita dello stesso brand è ancora estrema fonte di disagio – cosa che succede in molte boutique o negozi di marca. È importante cosa si fa, non cosa viene affermato. Se lo fa Paul Gaultier o Vivienne Westwood allora hanno un senso, perché sono marchi davvero alternativi ed inclusivi – non una volta l’anno ma costantemente. Se invece la stessa cosa la fa Prada ma nel momento in cui chiedi una 44 in negozio ti senti inevitabilmente giudicato, allora abbiamo fallito.

Saremo davvero inclusivi quando non avremmo più bisogno di parlarne. L’inclusività sarà un concetto interiorizzato quando testimonial non conformi o spot pubblicitari con canoni diversi dallo standard verranno percepiti come normali: nessuno se ne accorgerà perché non faranno più scalpore.

Nel mio ultimo libro racconto di un episodio molto interessante che mi è accaduto con mia figlia quando aveva 4 anni. Un giorno, diversi anni fa, torna dalla scuola materna e mi dice “La mia amica Stefania è marrone”, ed era vero perché la mamma è cubana. Al che io rispondo “Ma no, tutti i bambini sono uguali”. Lei allora mi guarda in modo interrogativo, come se avessi detto qualcosa di sbagliato o del tutto fuori contesto, ed in realtà era proprio così. L’approccio di mia figlia era veramente inclusivo. Lei mi ha detto semplicemente che era marrone, ha fatto una constatazione genuina, oggettiva e del tutto disinteressata. Se mi avesse detto “Stefania ha i capelli biondi” io le avrei risposto “Certo, è vero” e non che “Tutti i bambini sono uguali”. Il mio era un approccio basato sull’integrazione, in quanto percepivo e comprendevo una differenza e perciò sentivo la necessità di integrarla, mentre quello di mia figlia era uno sguardo puramente inclusivo. Bisogna dire però che ovviamente è anche un fatto culturale perché mia figlia è cresciuta in un contesto multietnico, più aperto di quello delle mia generazione, quindi per lei l’inclusione è un dato di fatto. Ci vuole sicuramente tempo per modificare una forma mentis. Per questo motivo servono le leggi. Senza la legge sulle quote rosa per esempio non ce la faremmo a cambiare e migliorare la condizione femminile. Quando avremo introiettato a livello culturale e sociale la parità di genere, allora non avremo più bisogno di obblighi legislativi a regolarla. Adesso le leggi ci servono, sono uno step. Quando questi meccanismi contro la discriminazione di genere saranno normalizzati, allora le leggi non saranno più necessarie. Ci sono donne competenti quanto uomini o anche di più che però vengono scartate a favore di colleghi maschi solo per il loro sesso. Attenzione però: la legge sulle quote rosa non dice che le aziende devono assumere donne per il semplice fatto di essere utero-munite, ma perché bisogna garantire loro le stesse opportunità lavorative degli uomini con stesse competenze.

 
Le campagne pubblicitarie di Nuvenia ed Idealista: progetto ideologico e grande impegno sociale da un lato, probabile utilitarismo etico dall’altro. Lei cosa ne pensa?

Si tratta indubbiamente di due casi molto diversi. Nuvenia, brand di assorbenti della multinazionale svedese Essity, con la campagna per la visibilità del ciclo mestruale dello scorso anno “BloodNormal” e quella “Viva la Vulva” di quest’anno a favore di una maggior consapevolezza dell’intimità femminile, ha sicuramente scoperchiato il vaso di pandora, rendendo pubblici e fortemente espliciti eventi genuini e naturali come avere le mestruazioni o occuparsi della propria igiene intima, troppo spesso taciuti e stigmatizzati. Ciò ha scatenato reazioni sia in uomini che donne. È chiaro quindi come Nuvenia sia realmente attiva ed impegnata in cause sociali e culturali, di lotta alla discriminazione di genere ed a favore di una società più inclusiva. Al contrario, la pubblicità di Idealista, nota compagnia di compravendita e locazione di immobili, ricorda un vecchio spot gay-friendly di Findus uscito proprio a giugno 2014, nel mese del Pride Month (e non è un caso). I metodi e le circostanze decise dalla Findus però facevano ben intendere l’approccio utilitaristico dell’azienda, che voleva sfruttare la tematica Lgbtq+ per rendere la pubblicità più interessante ed innovativa. Come Findus, anche Idealista sembra approcciarsi alla causa in ottica strumentale. A che pro Idealista ha fatto questo? Per far parlare i sé, come stiamo facendo noi adesso. Idealista ha probabilmente cavalcato l’onda del Pride Month, entrando nell’occhio del ciclone ed attirando attenzione sulla piattaforma. Nuvenia ed Idealista sono due casi molto diversi.

 
Nel suo libro parla della figura del Diversity Manager. Di cosa si tratta esattamente?

Molte aziende hanno questa figura all’interno del loro organico, soprattutto negli USA dove sono più avanti rispetto al tema della diversity, perlomeno a livello cronologico, perché hanno una società secolarmente multietnica. Nel campo della moda, ma anche in industrie quali Apple o Pinterest, si è inserita questa nuova figura lavorativa che ricopre principalmente due ruoli: da un lato si occupa di favorire le pratiche di inclusione attraverso la creazione di team di supporto variegati, mentre dall’altro ha l’obiettivo di evitare che si verifichino episodi di discriminazione, in cui l’inclusione non viene promossa.

Il rapporto tra brand e attivismo è quindi ben più complesso di quello che si può immaginare. In un mondo in cui produttore e consumatore sono sempre più a stretto contatto, distinguere tra realtà e finzione quando si parla di inclusività non è affatto semplice. Per evitare di cadere nella trappola del social washing, come consumatori dobbiamo impegnarci a verificare che le politiche di un’azienda siano veramente in linea con ciò che comunicano attraverso spot pubblicitari e slogan. I brand invece dovrebbero definitivamente capire che i diritti delle persone (come quelli degli animali o relativi all’ambiente) non sono un gioco di marketing: utilizzarli a fini utilitaristici non lascerà niente di concreto alla società (e nemmeno nelle loro tasche).

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Ambiente, società e tecnologia

I nuovi luoghi della politica: dall’agorà al feed Instagram, tra influencer e prese di posizione

Sarebbe anacronistico continuare a negarlo: le notizie oggi viaggiano velocemente, ancora di più quando sono false, mentre i nostri feed di instagram sono invasi dai più svariati contenuti.

Rimbalziamo tra video shock, post-denuncia e sponsorizzazioni di prodotti, completamente assuefatti da iconografiche colorate e reels divertenti.

Questo mondo fatto ad hoc per noi utenti, personalizzato a puntino da contenuti consigliati e inserzioni pubblicitarie mirate, è però dominato da una (ormai non tanto nuova) figura mediatica ed imprenditoriale di cui assorbiamo, direttamente o indirettamente, contenuti, opinioni e consigli: l’influencer.

Alcuni di loro scelgono di parlare della loro vita personale, altri di cosa accade nel mondo o di argomenti a cui sono particolarmente interessati (oppure che fanno semplicemente trend).

È un continuo minestrone di persone famose, politici e tuttologi improvvisati: ognuno sente il bisogno di dire la sua, con le migliori intenzioni, ma questo spesso genera il caos.

Fuori dalla nostra bolla dei social però, quanta importanza hanno veramente gli influencer nel manovrare l’opinione pubblica? E quali sono i nuovi spazi del dibattito politico?

Influencer, brand e woke washing

Innanzitutto, il termine “influencer” è utilizzato in ambito pubblicitario per indicare “tutte quelle persone che, essendo determinanti nell’influenza dell’opinione pubblica, costituiscono un target importante cui indirizzare messaggi pubblicitari, al fine di accelerarne l’accettazione presso un pubblico più vasto”, come riportato dal Glossario Marketing.

Nell’era social, accade spesso che utenti del web riescano gradualmente ad affermarsi, accumulando migliaia di followers e costruendo così la propria credibilità. Questi iniziali “fruitori” diventano allora a tutti gli effetti dei micro (o macro) influencer, cioè personalità capaci di condizionare il proprio pubblico rispetto a specifiche tematiche di interesse, ma non solo.

Talvolta si preferisce definirli “content creator“ perché il loro lavoro online non si limita ad influenzare passivamente il pubblico ma si propone di produrre dei contenuti che possano raggiungere quanti più utenti possibile in modo convincente, interessante, utile e credibile.

È così che questa categoria dalle mille sfaccettature diventa il bersaglio principale dei brand, che vogliono sfruttarne l’ampia platea di fedeli seguaci per pubblicizzare ed affermare i loro prodotti.

Ciò che però accade spesso è che gli influencer (così come i marchi che rappresentano) decidono di cavalcare l’onda dell’hype di alcune tematiche diventate improvvisamente virali. Quando accade, i feed dei social si riempiono in pochi giorni degli stessi post con le stesse grafiche mentre nelle stories troviamo le stesse facce note che si esprimono in maniera ridondante, utilizzando solitamente slogan clickbait privi di sostanza.

Questo meccanismo, ormai appurato, può avere in generale due effetti: se da un lato incentiva il vasto pubblico a prendere consapevolezza di una determinata questione, dall’altro può arrivare a compromettere la stessa tematica, svuotando di ogni credibilità e consistenza i valori in nome dei quali si sta lottando e riducendoli meramente a likes, numero di condivisioni e visualizzazioni.

Questo diffuso comportamento, secondo cui gli influencer iniziano a perorare una causa particolarmente calda ma che in precedenza non avevano mai trattato sulla piattaforma, ha un nome: il woke washing, cioè il camuffamento dietro a determinati valori etici senza una reale adesione alle battaglie sponsorizzate. Il woke washing è insomma un altro modo di definire quell’ipocrisia che le personalità conosciute utilizzano per parlare al grande pubblico, spacciando per interesse la necessità di ricevere consensi su larga scala. A seconda dell’argomento, si parlerà di “greenwashing” se la maschera è l’ambientalismo, o di “pinkwashing” se ci si presenta come paladinə di lotte femministe in cui però non si crede fino in fondo.

L’autorevolezza e la grande cassa di risonanza di cui godono gli influencer è quindi un’arma a doppio taglio che va saputa usare bene, in particolar modo quando ci si sta schierando per una giusta causa.

The Ferragnez: nasce, cresce, si schiera

Nell’ultimo anno, la coppia più pop del web (ovvero Chiara Ferragni e Fedez, noti come i “Ferragnez”) ha sicuramente intrapreso una crescita sorprendente per quanto riguarda il supporto a battaglie sociali ed etiche sia sui social che nella “vita reale”. In un momento in cui siamo ancora soggiogati da una pandemia verace, la rete è la migliore alternativa all’opposizione fatta “col corpo”, cioè in maniera concreta fuori dalle mura di casa.

Nelle scorse settimane, Fedez si è personalmente fatto carico di spiegare al grande pubblico cosa stesse accadendo in parlamento con il DDL Zan, cioè il disegno di legge proposto dal PD contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo. A più riprese su Instagram, Fedez si è preoccupato di chiarire significato, importanza ed osteggiamenti al DDL Zan da parte di determinate personalità politiche, tra cui il presidente della Commissione di Giustizia Ostellari (Lega).

Dopo aver lanciato petizioni e parlato in diretta con lo stesso Zan (PD), Fedez ha concluso la sua battaglia portando direttamente sul palco del 1° Maggio Roma l’urgenza della calendarizzazione del disegno di legge, leggendo un lungo e diretto discorso in cui si citavano anche alcuni (dei moltissimi) commenti omofobi da parte dei rappresentanti dei partiti di destra.

La vicenda, che in sé rappresenta un grande atto di coraggio e di presa di coscienza, ha però poi perso il suo focus originario, andando a mescolarsi con il caso della censura da parte della Rai e la vuota idolatria verso un rapper privilegiato che ha saputo però ben sfruttare le potenzialità della propria posizione.

Fedez ha sicuramente agito da buon cittadino, riconoscendo dal suo status di privilegio la necessità di lottare e schierarsi a favore di battaglie importanti anche se non ci riguardano direttamente. L’intento era chiaro ed è stato espresso in maniera diretta e concisa, facendo entrare nelle case di milioni di italiani di tutte le età un messaggio semplice: il disegno di legge Zan contro omobitransfobia, misoginia ed abilismo va subito calendarizzato, perché queste categorie subiscono violenze quotidiane e perciò vanno tutelate, lottando affinché certe discriminazioni non avvengano più.

D’altro canto, il discorso è risultato comunque superficiale e riduttivo, anche perché Fedez parla solo di uomini gay trascurando del tutto le altre categorie tutelate dal DDL (donne, disabili e le altre persone dello spettro lgbtq+).

Involontariamente, il centro del dibattito si è spostato dalle tematiche del disegno di legge per focalizzarsi sull’odio folle e cieco di alcuni parlamentari di destra, sfociando rapidamente in polemica e shitstorm.

Ma dopotutto, cosa potevamo pretendere da Fedez? Un rapper (ed un padre) con milioni di followers che si interessa di tematiche sociali è sicuramente cosa positiva, perché ha risvegliato (almeno in superficie) una coscienza collettiva che pretende la tutela dei diritti di tutti gli individui. Adesso però sta agli addetti ai lavori (i politici), e non certo a Fedez, il compito di attuare ciò che è stato richiesto a gran voce.

Anche Chiara Ferragni ha utilizzato la piattaforma per sensibilizzare i suoi seguaci a tematiche delicate ed ancora molto stigmatizzate, come l’allattamento al seno in pubblico o la rivendicazione di essere un’imprenditrice digitale e madre (per la seconda volta). Ferragni, avvolta costantemente da una fitta coltre di giudizi per quanto riguarda l’utilizzo del proprio corpo ed il suo ruolo di genitrice, si era già schierata apertamente a favore di precedenti battaglie per i diritti delle donne e l’emancipazione femminile. Dal revenge porn, alla denuncia della società patriarcale e maschilista in cui viviamo, fino alle manifestazioni del BLM, Chiara Ferragni si è spesso presentata in prima liea, dimostrandosi coerente con il proprio pensiero e soprattutto contribuendo a rendere certe battaglie urgenti e necessarie.

Come lei, anche Aurora Ramazzotti ha deciso di rompere a la bolla di vetro condividendo un fatto che le è accaduto recentemente (ma che subisce costantemente nel quotidiano): l’ennesimo atto di catcalling, cioè molestia verbale. Il suo video di denuncia è rimbalzato ovunque sui social, scatenando un’onda anomala di rivendicazioni ed opinioni a riguardo che hanno fatto diventare la tematica virale in pochissime ore. È bastato sentirlo raccontare da Ramazzotti per permettere che moltissime altre donne e ragazze si sentissero finalmente comprese in questa umiliazione e violenza continua, troppo spesso sminuita o anche reputata sopportabile. In molte, grazie a ciò, hanno deciso di rivendicare il proprio diritto sul loro corpo e hanno acquistato la forza ed il coraggio di condannare violenze del genere: sforzi che speriamo non si riveleranno inutili visto l’infelice intervento di Pio e Amedeo.

Le nuove piazze social, tra politica e social network

Negli anni ci siamo preoccupati di tracciare una linea sempre più netta tra svago e politica. Anche sui social, siamo convinti che l’utente medio non abbia alcuna intenzione di confondere i due mondi. O forse no?

In un’era digitale in cui ogni tipo di dibattito si sviluppa e struttura principalmente sul web, anche gli influencer hanno (ovviamente) il diritto di esprimere il loro pensiero, esattamente come noi. L’unica differenza è che lo fanno davanti ad un pubblico sicuramente più ampio rispetto ai nostri soliti quattro amici. Ciò che è certo, è il fatto che sia che si esprimano o si esimano dallo schierarsi, gli influencer verranno sempre criticati. Polemizzare attorno ai loro comportamenti però si rivela tanto inutile quanto ipocrita perché (cosa banale ma che a volte ci dimentichiamo) sono persone come tutti (già, non sono ologrammi) e hanno il diritto, se vogliono, di divulgare la loro opinione.

Al contrario di alcuni content creator che scelgono di schierarsi esplicitamente per cause specifiche, c’è anche chi rivendica il totale disinteresse alle dinamiche sociali della realtà che ci circonda, rifiutando ogni contatto con il “mondo della politica”. È il caso di Luis Sal, youtuber con oltre 2 milioni di followers, che più volte ha dichiarato di non voler prendere posizione sul web in merito a battaglie etiche o sociali. La domanda però sorge spontanea: è veramente possibile non essere “politici” e quindi scegliere di “non-scegliere”?

Sicuramente ognuno deve essere libero di esprimersi, sia nel pubblico e nel privato, secondo le modalità che ritiene più opportune (sempre nel rispetto dell’altro ovviamente). Resta di fatto però che anche ammettendo di non dichiarare esplicitamente la propria posizione riguardo uno specifico argomento, tutti noi agiamo, pensiamo e parliamo creando una nostra gerarchia di valori, definendo involontariamente cosa sia giusto e cosa sbagliato. Di conseguenza, i nostri gesti e le nostre azioni non possono fare a meno che riflettere la nostra visione del mondo. Sebbene sia possibile scegliere di non esporsi in maniera esplicita, non possiamo evitare di veicolare (anche indirettamente) un qualche tipo di messaggio che sarà sempre specchio del nostro pensiero, seppure in minima parte.

Ciò che a volte non è chiaro è il concetto secondo cui fare politica non significa solo schierarsi per un partito. Nel senso più generale del termine, ogni nostra opinione o azione è necessariamente politica in quanto si inserisce in un orizzonte collettivo senza il quale l’individuo non avrebbe ragione di esistere. Per quanto possiamo rifiutarci di prendere parte ad essa, in realtà facciamo continuamente delle scelte ponderate e ben schierate in relazione alla nostra personale visione del mondo.

In ultima analisi, si può dire che ciò che sta accadendo negli ultimi anni non è che un fatto fisiologico: gli influencer stanno ricoprendo le grandi lacune del dibattito politico, generate dalla mancata presenza sul campo (che sia il web o la piazza) dei politici stessi.

Non dobbiamo stupirci se anche gli influencer hanno un’opinione. Quello che dovrebbe stupirci è come a livello popolare una battaglia tanto importante ed urgente come quella del DDL Zan o del catcalling sia completamente sfuggita dal controllo di chi lavora nel mondo della politica (e dovrebbe interessarsene per primo), finendo nelle mani di personalità pubbliche il cui massimo potere rimane quello di fare pressione e risvegliare superficialmente una coscienza collettiva…per qualche giorno, almeno finché non finisce l’hype.