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Ambiente, società e tecnologia

Stanco di litigare? Noleggia un attaccabrighe!

Quante volte hai avuto voglia di litigare con qualcuno ma poi hai preferito evitare? Quante volte ti sei sottratto ad una o più discussioni, magari perché non vuoi rovinare i rapporti o semplicemente perché non sei una persona scontrosa? Beh, non preoccuparti più, perché esiste una soluzione per te completamente made in China: l’attaccabrighe a noleggio!

Sulla piattaforma del famosissimo marketplace cinese Taobao è possibile noleggiare qualcuno che litighi al posto tuo, togliendoti di torno tutte le difficoltà del caso. Insomma, un attaccabrighe “personalizzabile”.

Il meccanismo è molto semplice: una volta stabiliti i dettagli del litigio, la persona con la quale discutere e gli argomenti da trattare, l’attaccabrighe professionista propone una sorta di preventivo all’acquirente. Il costo è variabile, come i servizi: si parte da pochi centesimi fino ad arrivare ad una decina di euro. È possibile inviare un semplice messaggio, assistere ad una telefonata o persino assillare la persona interessata con una serie di chiamate per una giornata intera. Il litigio si svolgerà dunque via chat, via email o per telefono, ma mai di presenza per garantire la privacy del noleggiatore. Oltre alle opzioni standard, ci sono anche alcuni litigi personalizzabili. Si può scegliere persino il dialetto da utilizzare, come quello Shanghainese, Cantonese o Hokkien.

Il servizio non è chiaro sia a tutti gli effetti legale: potremmo definirlo un po’ borderline. Per questa ragione Taobao, essendo un eCommerce molto rigido in materia di pagamenti, ha deciso di far effettuare tutte le transazioni attinenti agli ordini relativi all’Attaccabrighe su piattaforme esterne: un modo forse anche per tutelarsi in caso in cui la compravendita fosse giudicata irregolare. In ogni caso, proprio perché borderline, si è già definito cosa capiterebbe in caso si ricevesse una sanzione: questa sarebbe totalmente a carico dell’acquirente.

Fonte: https://www.saporedicina.com/wp-content/uploads/sites/174/2017/12/acquistare-su-taobao.jpg

In Cina sono abituati a inventare servizi e trucchetti che possano facilitare la vita di tutti i giorni: sicuramente, l’attaccabrighe a noleggio è uno di questi.
Certo, non è l’unico: su Taobao è possibile infatti acquistare altre piccole e grandi curiosità, dalle più banali alle più insolite, tra cui ad esempio una fidanzata virtuale.

L’unico problema forse è capire la lingua, ma nel caso basta farsi aiutare da qualche amico che sappia parlare il cinese!

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Non voglio mica la Luna, chiedo soltanto un frammento (di regolite)

La prima operazione spaziale della storia è datata 4 Ottobre 1957, a entrare in orbita per la prima volta, fu Sputnik un satellite dell’Unione Sovietica. Questo viene ricordato come un evento epocale, non solo perché la fantascienza che fino ad allora aveva nutrito l’immaginario comune è diventata improvvisamente e straordinariamente realtà; ma soprattutto perché ci si rese conto che lo spazio extra-atmosferico era, a tutti gli effetti, una delle porzioni della nostra galassia non sottoposta a normazione. Ad oggi, il genere umano non solo è in grado di giungere facilmente nello spazio ma sta avanzando anche la pretesa di stabilirvisi e di utilizzare, in maniera sostenibile, le risorse extraterrestri.

“We’re going to the moon to stay, by 2024 and this is now”

Sin dal 2009 gli Stati Uniti hanno espresso la volontà di tornare sulla luna, una volontà che si è fatta sempre più concreta nel tempo tant’è che nel 2017, l’allora vicepresidente Mike Pence ha annunciato che il nuovo sbarco sulla luna sarebbe dovuto avvenire non oltre il 2024, attraverso il programma Artemis.

Durante l’allunaggio del secolo scorso l’uomo è rimasto sul suolo lunare circa due ore e mezza. L’ambizione più grande che ha il programma Artemis è quella di permettergli di rimanerci per sempre, ma per farlo sarà necessario costruire una base lunare permanente. Rimanere stabilmente sulla luna significa far fronte a una serie di esigenze tra le quali quelle di protezione e di sostentamento degli astronauti. Proprio per questo motivo, dal 2015 è presente negli Stati Uniti una legge che permette “il recupero commerciale delle risorse spaziali da parte dei cittadini statunitensi” e al suo interno è anche enunciato che “un cittadino statunitense impegnato nel recupero commerciale di una risorsa asteroidale o di una risorsa spaziale ha diritto a qualsiasi risorsa asteroide o risorsa spaziale ottenuta, tra cui il possesso, il trasporto, l’uso, e la vendita secondo la legge applicabile, compresi gli obblighi internazionali americani.”

Le risorse della Luna

Il 6 aprile 2020 il presidente Trump ha firmato l’ordine esecutivo “Executive Order On Encouraging International Support for the Recovery and Use of Space Resources” in cui si afferma che lo spazio esterno e le sue risorse sono un dominio dell’attività umana, e inoltre viene sottolineato come gli Stati Uniti non considerino le risorse extra atmosferiche come un bene comune internazionale.

A questo punto della vicenda “lunare”, nulla sembrerebbe potersi opporre alla nuova corsa degli Stati Uniti verso la Luna. Ad oggi, l’unico trattato internazionale a cui hanno aderito e in cui si parla di regolamentazione dell’uso delle risorse minerarie è il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967. Nel diritto aerospaziale esiste un ulteriore trattato, in cui si parla di risorse extra atmosferiche e, in particolare, il trattato che richiede che tutte le estrazioni e allocazioni di risorse siano svolte sotto regime internazionale: è il Trattato sulla Luna. Ma, per l’appunto, quest’ultimo non è mai stato ratificato dagli Stati Uniti.

Regolite: la polvere del nostro satellite

Un ulteriore passo avanti verso lo sfruttamento delle risorse è stato fatto lo scorso ottobre con la firma degli accordi Artemis, a seguito dei quali è stato diffuso, dalla NASA, un appello alle agenzie pubbliche e private affinché possano collaborare al recupero delle risorse nello spazio. In particolare, la NASA si è dichiarata interessata alla regolite: “I requisiti che abbiamo delineato sono che l’azienda raccolga una piccola quantità di “sporco” lunare da qualsiasi posizione sulla superficie lunare, poi fornisca alla NASA immagini della raccolta e del materiale raccolto, insieme ai dati che identificano il luogo della raccolta.” – ha proseguito Jim Bridenstine, l’allora amministratore capo della Nasa- ” Poi verrà condotto “sul posto” un trasferimento della proprietà della regolite o delle rocce lunari alla NASA. Dopo il trasferimento della proprietà, il materiale raccolto diventa di esclusiva proprietà della NASA per il nostro utilizzo.”

Sembrerebbe che i compensi proposti si aggirino circa tra i 15 mila e i 25 mila dollari per quantità di regolite che siano comprese tra 50 e 500 grammi, ma non è tanto la remunerazione economica a far scalpore quanto il precedente che ne deriva: per la prima volta si statuisce la possibilità di vendere qualcosa che non appartiene al nostro Pianeta.

I grandi progetti sulla regolite lunare

La regolite non è altro che lo strato superficiale che ricopre la luna ma è presente anche su altri corpi celesti; in particolar modo è formato da un insieme di frammenti e detriti generatisi nel corso del tempo, grazie allo schianto al suolo dei meteoriti. E allora perché per la NASA è così preziosa? Stando agli studi condotti dai centri di ricerca di tutto il mondo la regolite sarà in grado di fornire sia l’ossigeno utile alla permanenza degli astronauti nella base spaziale, sia i mattoni utili alla costruzione della stessa. In particolare, la stampante 3D che potrebbe provvedere alla costruzione dei mattoni è un progetto dell’agenzia spaziale europea, al quale hanno ampiamente contribuito gli ingegneri italiani.

Attualmente molte delle potenze mondiali sono concentrate sulla ricerca tecnologica per lo sfruttamento delle risorse extra atmosferiche e, fortunatamente, qualora avverrà lo sfruttamento delle risorse lunari questo dovrà essere sostenibile per volere del Trattato sullo spazio extra-atmosferico. Allo stato attuale, la regolite sembrerebbe l’unica soluzione a permetterci di sognare una vita al di fuori del pianeta Terra, e tutti gli sforzi sono concentrati su questo obiettivo ma ciò che ancora manca all’appello è uno studio approfondito delle conseguenze generate dalla colonizzazione della luna.

Il 2024 è alle porte eppure nessuno ha affrontato due tematiche fondamentali: l’impatto ambientale che l’azione antropica potrebbe avere sul nostro prezioso satellite e la declinazione del concetto di sostenibilità circa le risorse lunari. Sembra quasi che nessuno voglia chiedersi quale sarà questa volta il prezzo da pagare per vedere nuovamente la fantascienza trasformarsi in realtà. Ma può davvero dirsi sostenibile lo sfruttamento di una risorsa che per formarsi impiega un estesissimo arco temporale? E, ancor prima, essendo una risorsa esterna al Pianeta Terra, è giusto appropriarsene?

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Bias negli algoritmi: come le macchine apprendono i pregiudizi dagli esseri umani

L’impatto della tecnologia sulle nostre vite sta crescendo rapidamente. Algoritmi di Intelligenza Artificiale vengono quotidianamente applicati in diversi ambiti: in campo medico, nei veicoli a guida autonoma, per determinare se siamo meritevoli di un mutuo o stabilire se ci meritiamo una determinata posizione lavorativa, come accaduto nel caso di IMPACT, uno strumento di valutazione degli insegnanti impiegato a Washington durante l’anno scolastico 2009-10. Secondo uno studio condotto da Oberlo, il numero di aziende che adottano tecniche di Intelligenza Artificiale è cresciuto del 270% negli ultimi 4 anni. Le statistiche di Gartner mostrano come, nel 2019, un’azienda su tre sfrutti l’Intelligenza Artificiale o abbia intenzione di farlo. Risulta quindi evidente quanto questi algoritmi impattino sulle nostre vite, lasciandoci il più delle volte ignari ed impotenti nei loro confronti.

Un errore in un algoritmo potrebbe non sembrarci molto piacevole, ma nemmeno poi così grave: se Netflix ci consiglia un film che non ci piace o se Siri imposta la sveglia ad un orario sbagliato ci troviamo di fronte inezie per cui potremmo chiudere un occhio, viste le innumerevoli facilitazioni che ci offrono. Ma cosa accadrebbe se l’errore riguardasse un algoritmo di guida autonoma? Oppure se venissimo scartati ad un colloquio lavorativo per il sesso, la religione o la razza? 

Anche gli algoritmi sbagliano

L’errore che probabilmente ha fatto più scalpore negli ultimi anni è legato all’algoritmo di software di recruitment utilizzato da Amazon a partire dal 2014. Questo software, come spiegato nell’articolo dell’Ansa, era ritenuto in grado di analizzare i curriculum dei candidati ed automatizzare la procedura di selezione. Tuttavia è emerso come esso penalizzasse le donne, specialmente per le posizioni legate a ruoli più tecnologici. L’errore era dovuto ai dati con cui il modello è stato addestrato: dati reali, contenenti i curricula ricevuti dalla società nei 10 anni precedenti; CV prettamente maschili, data la maggioranza di uomini nel settore tecnologico. Come spiega l’articolo de Il Sole 24 Ore, il modello ha riconosciuto in modo automatico un pattern che delineasse i migliori candidati, inglobando tra le caratteristiche ideali il genere maschile, e incorrendo così in un bias. Un bias è un errore sistematico di giudizio o di interpretazione, che può portare a un errore di valutazione o a formulare un giudizio poco oggettivo. È una forma di distorsione cognitiva causata dal pregiudizio e può influenzare ideologie, opinioni e comportamenti. In informatica, il bias algoritmico è un errore dovuto da assunzioni errate nel processo di apprendimento automatico. Questo errore, ha costretto Amazon a dismettere il software.

Da una ricerca condotta invece nel 2018 da Joy Buolamwini e Timnit Gebru, due ricercatori del MIT e della Stanford University, è emerso che tre programmi di riconoscimento facciale rilasciati sul mercato da importanti aziende tecnologiche incorporavano pregiudizi razziali e di genere. Negli esperimenti condotti dai due ricercatori, è stato rilevato che nel determinare il sesso degli uomini di pelle chiara i tassi d’errore dei programmi di riconoscimento facciale non hanno mai superato lo 0,8% mentre, per le donne con pelle scura, le percentuali salivano al 20% in un programma e ad oltre il 34% negli altri due. Queste stesse tecniche incentrate sull’elaborazione di dati biometrici, utilizzate per cercare di determinare il sesso di qualcuno, possono essere impiegate anche per identificare un individuo e applicate in diversi ambiti, ad esempio per individuare persone sospettate di crimine.

Infatti, un altro caso di bias algoritmico è quello riscontrato in un software denominato COMPAS, affidato diversi anni fa ad alcuni giudici americani per supportarli nel quantificare la pena da imputare ai condannati. Come si legge in un articolo pubblicato su Internazionale, l’algoritmo di Compas incorporava pregiudizi nei confronti degli afroamericani: il dataset utilizzato nella fase di addestramento del software non includeva dati bilanciati nei confronti delle diverse etnie, e di conseguenza gli afroamericani avevano quasi il doppio delle possibilità, rispetto ai bianchi, di essere etichettati come ad alto rischio, anche se poi in futuro non commettevano altri reati.

Problemi e possibili soluzioni

Gli errori precedentemente riportati avvengono poiché addestrando i modelli di Intelligenza Artificiale attraverso le enormi quantità di dati a nostra disposizione, l’AI incorpora valori e bias intrinsechi della società.

Nonostante l’immaginario comune ci porti a considerare un algoritmo come un processo decisionale perfetto, superiore al ragionamento umano (considerato invece influenzabile e non obiettivo), perché in grado di processare una molteplicità di dati in modo imparziale, nella realtà non è così. Come spiegato nella guida di Google, gli algoritmi di intelligenza artificiale non sono liberi da bias, in quanto, come accennato prima, il bias è contenuto nei dati con cui i modelli vengono addestrati. In altre parole, i modelli ereditano il bias basato su razza, genere, religione o altre caratteristiche dai dati che vengono forniti loro e, in alcuni casi, possono addirittura enfatizzarlo. In particolare, il bias può essere introdotto in qualsiasi fase della pipeline di apprendimento: a partire dall’adozione di un dataset inadeguato, da un processo di apprendimento errato o addirittura da un’incorretta interpretazione dei risultati. 

L’Algorithmic fairness è un campo di ricerca in crescita che mira a mitigare gli effetti di pregiudizi e discriminazioni ingiustificate sugli individui nell’apprendimento automatico, principalmente incentrato sul formalismo matematico e sulla ricerca di soluzioni per questi formalismi. È un ambito di ricerca interdisciplinare che ha l’obiettivo di creare modelli di apprendimento in grado di effettuare previsioni corrette dal punto di vista di equità e giustizia.

Come riportato nel paper di Ninareh Mehrabi, una prima difficoltà che caratterizza questo ambito di ricerca è la mancanza di una definizione esaustiva e universale di correttezza (fairness): vengono infatti proposte molteplici definizioni a seconda dei diversi contesti politici, religiosi e sociali.

Il bias può manifestarsi infatti nei confronti di diverse minoranze, con specifiche caratteristiche di genere, religione, razza o ideologia; come precedentemente accennato, può essere introdotto da diversi fattori e manifestarsi in diverse fasi della pipeline di apprendimento. A seconda della tipologia di bias e del modo in cui esso si manifesta, lo stato dell’arte propone diverse metriche per la misurazione del bias e tecniche per attenuarlo; ne sono un esempio il toolkit per misurare e mitigare il bias proposto da IBM e gli indicatori di equità proposti da Google.

Lo studio di queste problematiche è all’ordine del giorno e, come evidenziato nel paper di Pessach, i diversi sotto-ambiti di ricerca sono in continua crescita e costituiscono sfide attualmente aperte. L’importanza di ottenere algoritmi equi e corretti è cruciale, e per farlo è necessario rimuovere il bias dalle diverse fasi della pipeline, a partire dalla fase di raccolta dei dati. Ad oggi, sembra più facile rimuovere il bias e rendere eticamente equi gli algoritmi piuttosto che gli esseri umani.

Europa: la proposta di Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale

Il 21 aprile 2021 la Commissione europea ha pubblicato la proposta di regolamento sull’approccio europeo all’intelligenza artificiale, un documento in cui vengono valutati i rischi connessi a questo strumento con l’obiettivo di “salvaguardare i valori e i diritti fondamentali dell’UE e la sicurezza degli utenti”.

Secondo la Commissione europea, di fronte al rapido sviluppo tecnologico dell’Intelligenza Artificiale e a un contesto politico globale in cui sempre più paesi stanno investendo massicciamente in questa tecnologia, l’Unione Europea deve agire all’unisono per sfruttare le numerose opportunità offerte dall’AI e al contempo affrontarne le sfide, per promuovere il suo sviluppo senza tralasciare i potenziali rischi che pone per la sicurezza delle persone.

Nella proposta di regolamento europeo sono presenti sia regole di trasparenza applicabili a tutti i sistemi di intelligenza artificiale, sia disposizioni più specifiche per i sistemi ad alto rischio, come ad esempio quelli impiegati per valutare gli studenti e determinare l’accesso a istituzioni di formazione, i sistemi utilizzati per la selezione del personale, per promuovere o licenziare il personale, per assegnare compiti e mansioni, e per valutarne le performances, e i sistemi per valutare l’affidabilità e veridicità delle informazioni fornite da persone fisiche per prevenire o indagare su reati, i quali saranno obbligati a rispettare alcuni requisiti relativi alla loro affidabilità. La proposta di regolamento europeo descrive inoltre alcune pratiche vietate di intelligenza artificiale, quali ad esempio l’impiego di sistemi che utilizzino tecniche subliminali su persone inconsapevoli al fine di influenzarne il comportamento e causare danni fisici o psicologici, la messa in servizio di sistemi di Intelligenza Artificiale da parte di pubbliche autorità o per loro conto che valutino o classifichino l’affidabilità delle persone fisiche sulla base del loro comportamento sociale o di caratteristiche di personalità, attribuendo loro un punteggio sociale che generi in risposta un comportamento sfavorevole sproporzionato rispetto alla gravità del loro comportamento sociale. Viene inoltre vietato l’uso di sistemi di identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi accessibili al pubblico ai fini dell’applicazione della legge, a meno che non ci si trovi nell’eventualità di dover cercare in maniera mirata potenziali vittime di crimini, come i bambini scomparsi, o si debba intervenire per la prevenzione di minacce imminenti come il rischio di un attacco terroristico; l’impiego di tali algoritmi è autorizzato anche per l’identificazione e la localizzazione di un autore di reato o di un sospettato punibile con una pena di almeno tre anni. Per l’uso di tali sistemi di identificazione biometrica, si legge ancora nella proposta, sono comunque previsti una serie di specifici requisiti.

Risulta evidente come le potenzialità dei sistemi di Intelligenza Artificiale siano molteplici, ma allo stesso tempo potenzialmente rischiose ed è incredibile come le macchine riescano ad apprendere e riprodurre il pregiudizio umano, trasformandosi in sistemi non equi ed ingiusti e ritrovandosi ad emulare quella che è la società odierna. Gli studi e le misure adottate per la mitigazione del bias algoritmico si stanno rivelando un ottimo strumento, chissà se che con altrettanti sforzi si riuscirà un giorno a correggere anche il bias umano, risolvendo così il problema alla radice.

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Summit on Climate: come e perché la crisi climatica va affrontata ora e insieme

Source: White House photo by Adam Schultz/ Public Domain - https://www.state.gov/leaders-summit-on-climate/

Il 22 e 23 aprile 2021 si è svolto il Leaders Summit on Climate, evento virtuale ospitato dalla presidenza degli Stati Uniti che ha visto partecipi, oltre a 40 leader politici mondiali, importanti esponenti del settore privato, dirigenti d’azienda e attiviste per la giustizia climatica. Due i motivi principali che hanno spinto Biden a promuovere questo vertice: ribadire il ritorno degli Stati Uniti all’interno degli accordi di Parigi sul clima  annunciando, durante l’apertura dell’evento, l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del paese di almeno il 50% entro il 2030 e, soprattutto, riunire personalità rilevanti della scena politica, economica e sociale per creare tavoli di confronto e condivisione incentrati su un tema di importanza globale e di estrema urgenza: mantenere l’aumento della temperatura a livello globale al di sotto di +1.5°C rispetto all’era preindustriale e raggiungere Net 0.

Quali idee, proposte ed esperienze sono emerse da questo vertice? Quali sono i concetti fondamentali che dovranno essere alla base della collaborazione tra le autorità nazionali e internazionali e le comunità di cittadini?

Cosa significa Net 0 e perché è così importante

Con l’espressione Net 0 si definisce l’obiettivo della neutralità climatica: non significa che entro il 2050 non dovremo più emettere gas serra, ma dovremo fa sì che il risultato netto tra i flussi in entrata e in uscita dall’atmosfera sia zero. Perché dovremmo raggiungerlo? Durante il primo giorno del Summit è stato presentato il documentario Breaking Boundaries, in cui lo scienziato Johan Rockström illustra il concetto dei confini planetari”. Si tratta di una framework scientifico integrato da un articolo pubblicato su Science nel 2015 che definisce, seppur con un certo grado di incertezza e un margine di precauzione, delle barriere soglia per nove fenomeni critici il cui intensificarsi oltre i limiti porterebbe il nostro pianeta ad allontanarsi dalle sue condizioni di stabilità. Gli scienziati identificano come uno dei più rilevanti il cambiamento climatico, ed è per misurare gli effetti di quest’ultimo che si considera la concentrazione di CO2 atmosferica: tra tutti “driver del cambiamento climatico”, secondo il rapporto del 2013 dell’IPCC è la variabile che dal 1750 ha contribuito maggiormente alla variazione dei flussi di energia nel sistema Terra. Attualmente la concentrazione di CO2 atmosferica si attesta intorno ai 415 ppm, in un range considerato una “zona di rischio”: oltrepassarne il limite superiore (circa 450 ppm) significherebbe esporci a un alto rischio di destabilizzare il nostro pianeta irreversibilmente. Sulla base di questi dati, Biden ha ricordato nel suo discorso di benvenuto ai leader che “il tempo per agire è limitato” e che “non abbiamo scelta”, se non quella di agire all’unisono verso Net 0.

Tre punti chiave: Mitigation, Adaptation, Resilience

Sono tre i pilastri fondamentali, stabiliti con gli accordi di Parigi, che dovranno orientare le azioni di tutti i paesi nella risposta al cambiamento climatico e che sono stati al centro dei brevi interventi di tutti i leader nazionali presenti. Per il primo, “mitigation”, molti tra i leader partecipanti hanno presentato alcuni dettagli dei propri INCD, ovvero piani nazionali che stabiliscano obiettivi di medio e lungo termine, rispettivamente per il 2025/2030 e per il 2050, e strategie da implementare per ridurre le emissioni nazionali di gas serra, che dovranno essere poi aggiornati. Ne sono stati consegnati 163 prima del 25 febbraio per il 2020/2021, molti ancora in corso di revisione: economie già sviluppate come l’UE, il Giappone  e il Canada hanno dichiarato di voler ridurre le proprie emissione rispettivamente almeno del 55% entro il 2030, del 45% entro il 2040 e tra il 40% e il 45% entro il 2040. Il Leaders Summit aveva l’obiettivo di sollecitare i paesi, soprattutto in vista di COP26, la 26esima Conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, che si terrà a Glasgow tra l’1 e il 12 novembre 2021 e durante cui verrà negoziato un piano d’azione coordinato per affrontare la crisi climatica.

Il secondo e il terzo pilastro, “adaptation” e “resilience”, si riferiscono rispettivamente alle azioni che dovranno essere messe in campo per fronteggiare gli effetti attuali del cambiamento climatico e per trasformare le comunità e i paesi in soggetti resilienti ai futuri cambiamenti. Questi ultimi saranno cruciali per le “comunità in prima linea” dell’Africa, dei grandi delta dell’Asia e delle piccole isole e del Centro e Sud America, perché subiranno i danni peggiori di un cambiamento a cui hanno contribuito in minima parte, se non nulla, nel corso del XX secolo, come ha affermato nel suo intervento l’attivista per la giustizia climatica messicana Xiye Bastida. Biden ha ribadito l’importanza dell’impegno condiviso preso dai paesi sviluppati di raggiungere 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare misure necessarie a seguire i tre pilastri nei paesi in via di sviluppo e ha dichiarato che gli Stati Uniti contribuiranno duplicando entro il 2024 il loro piano di finanziamenti per il clima nei paesi in via di sviluppo rispetto a quello dell’amministrazione Obama-Biden e che triplicheranno il loro Public financing for Climate Application per i paesi in via di sviluppo entro lo stesso anno.

Responsabilità condivisa, ma differenziata? Il caso della Cina

Tra tutti gli interventi condotti dai leader politici, quello di Xi Jinping, presidente della Repubbica popolare cinese, appare discordante: ha infatti dichiarato che la Cina si impegnerà a raggiungere il picco delle sue emissioni di gas serra prima del 2030 e che successivamente si impegnerà a diminuirle fino a raggiungere Net 0 prima del 2060. Lo stesso leader ha fatto riferimento a un principio del diritto ambientale internazionale abbreviato con “CBDR, ovvero “responsabilità condivisa ma differenziata”, affermando che i paesi sviluppati devono “perseguire obiettivi ambiziosi e aiutare i paesi in via di sviluppo nell’affrontare la crisi climatica”. Per capire cosa si intende oggi con CBDR bisogna analizzare sia il contributo storico dei diversi stati alle emissioni totali di gas serra, sia l’evoluzione legislativa di questo principio.

Secondo i dati raccolti nel database EDGAR, nel 2019 la Cina è stata responsabile 30.3% delle emissioni, gli U.S.A. del 13,4% e l’UE, assieme a UK, dell’8.7%. Se consideriamo invece le percentuali delle emissioni accumulate dagli stessi paesi dal 1751 al 2019, disponibili sul sito Our World in Data, osserviamo che la Cina ha contribuito per il 13.3%, gli U.S.A. per il 24.8% e l’UE per il 22% circa. A questo divario tra la situazione attuale e la prospettiva storica è dovuta la diatriba, portata avanti per diversi anni, su chi dovrebbe essere considerato maggiormente responsabile per il cambiamento climatico e agire di conseguenza: il principio CBDR è stato presentato a livello internazionale durante la Conferenza di Rio nel 1992, per poi essere meglio definito nel Berlin Mandate del 1995 e riproposto nel Protocollo di Kyoto del 1997. Il problema della sua prima definizione era dovuto al fatto che si attribuisse la responsabilità dell’azione in campo climatico ai paesi sviluppati, in quanto detentori della percentuale maggiore di emissioni a livello storico e del potenziale economico e tecnologico per rispondere ai cambiamenti climatici; in questo modo si trascurava il contribuito dei paesi in via di sviluppo, che sarebbero poi diventati tra i più grandi emettitori, come la Cina e, in percentuale molto minore, l’India. Questo principio si è evoluto: tutti i paesi all’interno degli accordi di Parigi sono chiamati ad essere attivi nel raggiungere Net 0 (soprattutto considerando che sarebbe molto difficile riuscirci senza la collaborazione della Cina). Come è emerso dal Summit, il ruolo di paesi sviluppati come gli Stati Uniti e i paesi dell’UE sarà quello di rendere disponibili il maggior numero di finanziamenti e strumenti affinché i paesi in via di sviluppo possano accelerare nella loro transizione verso un’economia indipendente dai gas fossili.

 “Imperativo morale, imperativo economico”: conciliare crescita economica e giustizia climatica

Se dovessimo estrapolare uno dei concetti più ricorrenti durante i giorni del Summit, questo sarebbe il multilateralismo. È fondamentale guardare alla crescita economica, alla crisi climatica e alla lotta per la giustizia sociale come a battaglie profondamente interconnesse: per riuscirci servono non solo grandi investimenti, ma anche “una sinergia tra il settore pubblico i privati”. Sono stati dedicati due panel alla discussione degli strumenti economici e legislativi da adottare per affrontare la crisi e delle innovazioni tecnologiche che dovranno essere implementate su larga scala nei prossimi anni.

Sia Angela Merkel, sia Ursula Von der Leyen sia Charles Michel hanno affermato l’importanza di adottare un sistema di tassazione sulle emissioni di gas serra e di rendere questo sistema il più omogeneo possibile a livello mondiale. La direttrice operativa dell’IMF Kristalina Georgieva ha espresso la necessità di portare il prezzo per l’emissione di una tonnellata di CO2 equivalente da una media mondiale di 2$ ad almeno 75$ entro il 2030 per garantire una transizione equa anche per i paesi la cui economia è fortemente dipendente dalle risorse fossili; al contempo bisognerà riformare i sussidi per i combustibili fossili sia per i consumatori, sia per i produttori. Se da una parte bisognerà alzare questi prezzi, dall’altra bisognerà rendere accessibili quelli delle nuove tecnologie per produrre energia da fonti rinnovabili affinché diventino disponibili su larga scala: è quello che cerca di realizzare il gruppo di investitori di Breakthrough Energy Coalition, il cui portavoce al Summit è stato Bill Gates: il mercato dell’energia pulita potrebbe raggiungere entro il 2030 un valore di 23 trilioni di dollari secondo Jennifer Granholm, attuale segretaria dell’energia statunitense. Sarà però necessario indirizzare capitali verso progetti in linea con l’obiettivo Net 0: Jane Fraser, presidentessa di Citi, e Marcie Frost, CEO di Calpers, hanno proposto di rendere obbligatorio, per chi richieda qualsiasi tipo di finanziamento, un report standard sui rischi del progetto stesso legati al clima, unico modo per poter contare su dati affidabili.

I finanziamenti dovranno essere resi accessibili ai paesi in via di sviluppo: in questo senso agisce l’African Development Bank, associazione finanziaria nata con la missione di promuovere investimenti che possano aiutare lo sviluppo di progetti e realtà imprenditoriali in Africa, come quelli dei 40 milioni di agricoltori africani che cerca di raggiungere. Il suo presidente Akinwumi Adesina ha evidenziato come l’Africa perda dai 7 ai 15 miliardi di dollari ogni anno a causa del cambiamento climatico.

Nonostante le differenze sociali e culturali, tutti i leader che hanno partecipato al summit sono d’accordo su un punto cruciale: le azioni concrete con cui risponderemo a queste domande nei prossimi dieci anni determineranno il futuro della nostra specie sul pianeta.

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Perché tutti dovremmo scegliere l’usato

Comprare un oggetto di seconda mano non ha solo un vantaggio economico personale ma fa risparmiare al pianeta risorse preziose. Si evita che un nuovo oggetto venga prodotto e che quello usato, ancora in buone condizioni, finisca in discarica. In questo modo si usano meno materiali per la produzione e non vengono rilasciate ulteriori emissioni di gas serra nell’ambiente.

Acquistare second hand è uno degli aspetti dell’economia circolare, contrapposta all’economia lineare. Secondo questo modello la vita di ogni prodotto è scandita in tappe lineari, dalla produzione allo smaltimento. Ogni tappa di questo processo richiede risorse ed energia e genera emissioni inquinanti e rifiuti. Immaginiamo di moltiplicare il costo di questo processo per ogni oggetto che viene prodotto ogni giorno.

Una società consumistica

La società dei consumi in cui viviamo induce in noi bisogni e desideri di cose non necessarie che acquistiamo solo per il gusto di comprare qualcosa o con l’intenzione di rinnovare noi stessi o la nostra casa. Spesso, la sensazione che un oggetto non sia più buono e che vada sostituito non è dettata dall’usura reale ma dal desiderio di possedere un nuovo modello presente sul mercato. Si parla in questo caso di obsolescenza percepita. Esiste anche un’obsolescenza programmata in cui il prodotto viene progettato da principio per avere una vita limitata, per aumentare la velocità con cui il bene verrà sostituito o riparato. Entrambe fanno sì che si producano un grande numero di rifiuti. Solo in Italia la produzione annuale di rifiuti è di circa 30,1 milioni di tonnellate. Questo significa che in un anno produciamo 499 kg di rifiuti a testa. Di questi solo il 32% viene riciclato, il restante viene incenerito o mandato direttamente in discarica (fonte Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2020).

Fast fashion: il fenomeno

Particolare attenzione va posta nei confronti dell’industria della moda. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Reviews Earth & Environment l’industria della moda ogni anno è responsabile di circa 8-10% delle emissioni globali di anidride carbonica (circa 5 milioni di tonnellate) ed è una dei principali responsabili del consumo di acqua. La produzione di vestiti negli ultimi anni ha subito una notevole accelerazione. Secondo una stima, dal 1975 al 2018 la produzione è passata da 6 a 13 kg a persona e la richiesta di abiti cresce ogni anno del 2%.

La fast fashion si basa sul desiderio dei consumatori, che vogliono indossare sempre nuovi vestiti di tendenza e per questo cambia rapidamente e produce un’enorme quantità di abiti. Da qui la parola “fast”, che significa veloce e indica la moda che cambia velocemente. Secondo il report di ThredUp per il 2019, una persona su due dichiara di non voler essere vista da altri indossare lo stesso vestito più di una volta e il 70% degli intervistati ha acquistato almeno un capo indossato un’unica volta. Solo nel 2019 negli Stati Uniti sono stati prodotti circa 95 mila tonnellate di rifiuti di abiti indossati solo una volta. Infatti, l’85% degli abiti prodotti finisce nelle discariche, senza venire in alcun modo riciclato.

Agenda 2030: Obiettivo 12 “Consumo e produzione responsabili”

Come riportato sul sito del Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite, l’Agenda 2030 è un programma di azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto dai governi dei Paesi membri dell’ONU nel settembre 2015. Si articola in 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile in cui sono definiti traguardi comuni per tutti i Paesi e tutti gli individui. L’Obiettivo 12 dell’Agenda “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo” fornisce indicatori per il raggiungimento di modelli di produzione e consumo consapevoli. I traguardi da raggiungere sono strettamente interconnessi, dalla gestione in modo efficiente e sostenibile delle risorse naturali durante i processi produttivi, minimizzando l’utilizzo di materiali tossici e inquinanti per l’ambiente, alla riduzione sostanziale dei rifiuti, attraverso la prevenzione, la riduzione, il riciclaggio e il riuso.

Una scelta più consapevole

Come consumatori possiamo fare la nostra parte scegliendo i nostri acquisti in modo responsabile. Un consumo consapevole trova declinazioni differenti: possiamo decidere di acquistare oggetti prodotti in modo sostenibile ma anche decidere di ridurre ciò che compriamo, usando ciò che abbiamo già o che è stato prodotto in precedenza.

Per una scelta consapevole, prima di fare un acquisto ci si può affidare alla regola delle tre R, cioè Ridurre, Riusare, Riciclare. Queste tre azioni sono poste a piramide e la regola dà una gerarchia di azioni su cui possiamo riflettere e che possiamo compiere.

  • Ridurre significa consumare meno, acquistando meno oggetti ma di buona qualità e durevoli nel tempo.
  • Riusare intende non gettare oggetti che non hanno ancora terminato il ciclo di utilità, che possono essere riparati o utilizzati con un altro scopo. Se proprio non si riesce a trovare un modo di riutilizzare un oggetto, se in buone condizioni, prima di buttarlo possiamo decidere di donarlo a enti benefici, regalarlo ad amici o venderlo a chi ne ha invece bisogno.
  • Riciclare è l’ultimo step. Solo dopo aver considerato le opzioni precedenti possiamo eliminare l’oggetto, rispettando le regole della raccolta differenziata.

Per una macchina o oggetti costosi è facile fare affidamento su questo principio ma possiamo utilizzare questa regola per ogni tipo di acquisto, dall’elettronica all’abbigliamento. Vendere gli abiti usati è il modo più sostenibile di liberarsene. Dando a un vestito una seconda vita riduce le sue emissioni di anidride carbonica del 79%.

Il futuro del consumo è l’usato. Sempre più persone scelgono di fare acquisti second hand, grazie alle iniziative di sensibilità mosse sui social e alle sempre più diffuse piattaforme di reselling, in particolare nella Generazione Z. I giovani, infatti, sono molto attenti alla tematica ambientale e all’impatto degli oggetti che consumiamo.

Una bella iniziativa messa in moto da Oxfam è il Second Hand September, una challenge per il mese di settembre in cui si invitano le persone a provare ad acquistare solo oggetti di seconda mano per 30 giorni. La challenge non è fine a sé stessa: infatti, l’invito per tutti i partecipanti è quello di continuare a fare acquisti di seconda mano anche nei mesi successivi e farla diventare un’abitudine della propria vita.

In questo ultimo anno il coronavirus ci ha costretto a rimanere fermi e a riflettere: accadono cose che vanno oltre il nostro controllo. Possiamo però ancora agire contro il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse naturali. La challenge Second Hand September si ripeterà anche quest’anno. Sfruttiamo questa occasione per aiutare il pianeta e le future generazioni. A settembre compriamo usato e diamo una seconda vita ai nostri oggetti sepolti in cantina.

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Ambiente, società e tecnologia

Perché abbiamo un problema di genere?

Dallo studio dei recenti dati divulgati in occasione dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, è emerso quanto ancora le donne siano vittime di una disparità di genere che si manifesta trasversalmente in diversi ambiti.

Dalla sfera personale a quella pubblica, il mondo sembra fatto su misura per l’uomo mentre la donna resta subalterna agli eventi della Storia con la “S” maiuscola.

Abbiamo analizzato questo complesso e radicato meccanismo da vari punti di vista, cercando di chiarire importanti concetti quali gender-pay-gap, società patriarcale, femminismo, maternità, quote rosa e molti altri ancora.

Attraverso questa inchiesta, suddivisa  in 5 articoli, ricercheremo e spiegheremo le

cause e gli effetti tangibili di una discriminazione sistemica che ha per vittime le donne di tutto il mondo.

È necessario in primo luogo comprendere quali siano le ragioni socio-culturali della disparità che affligge il genere femminile da secoli. Dalla violenza fisica e psicologica alle battute sessiste, ripercorriamo l’ordine degli eventi che ci hanno condotto ad una realtà che vede “l’uomo misura di tutte le cose”.

Ma in questa visione fallocentrica, la donna dove sta(va)?

Ma posso dire patriarcato?

A volte può accadere che, mentre discutiamo animatamente con gli amici di fronte ad una birra un venerdì sera o magari con perfetti sconosciuti su Clubhouse, salti fuori la parola “patriarcato” senza che spesso se ne conosca il reale significato. Il termine infatti è così poco chiaro alla maggior parte delle persone che si può definire un intero “spettro antropologico” di reazioni a seconda di quanto l’interlocutore sia più o meno informato (e più o meno misogino). A sentir parlare di patriarcato, c’è sempre qualcuno a cui trasale la birra. C’è poi chi reagisce indignandosi, chi lo tratta con superficialità o decide di ignorarlo, oppure chi ne polemizza l’utilizzo “a sproposito”, un po’ come se fosse prezzemolo.

Ma cosa si intende veramente per “cultura patriarcale”? E perché ne va accettata l’esistenza?

Diciamolo una volta per tutte: no, “patriarcato” non è una parolaccia, eppure parlarne o semplicemente citarlo genera ancora troppo sconquasso. Ciò dipende principalmente dal fatto che attorno al termine ci sia ancora molta disinformazione, causa primaria di fraintendimenti e negazionismi.

Solo comprendendone il significato sarà possibile capire quanto questo influisca su ogni aspetto della nostra vita, risultando penalizzante sia verso le donne che verso gli uomini.

Si definisce infatti patriarcato un “sistema sociale maschilista in cui gli uomini detengono principalmente il potere e predominano in ruoli di leadership politica, autorità morale e privilegio sociale”. Al giorno d’oggi però, questo termine (che ha origini ancestrali) si carica di concetti ed implicazioni socio-culturali ben più sottili, tanto da essere onnipresente (e per questo apparentemente invisibile) nella nostra quotidianità.

Nei secoli, il patriarcato si è manifestato nell’organizzazione sociale, politica, religiosa ed economica delle popolazioni, generando importanti effetti culturali di cui tutt’oggi siamo tutti vittime e, allo stesso tempo, abili prosecutori.

L’esistenza di un’ideologia patriarcale secolare ha implicato il radicamento di un’impostazione maschilista e misogina della realtà che si mescola costantemente con la nostra prassi quotidiana.

Non sappiamo come effettivamente il patriarcato sia nato, o meglio, sappiamo che è nato nel momento in cui l’essere umano ha iniziato ad organizzarsi in comunità ma possiamo solo speculare su quali siano potute essere le vere cause che hanno condotto l’uomo ad imporsi sistematicamente sulla donna, autoproclamandosi come “sesso dominante”.

Una delle ipotesi più valide è quella che si basa sulla teoria mimetica di René Girard, secondo cui in sostanza l’imitazione (la “mimesi” appunto) costituisce il fondamento dell’intelligenza umana e dell’apprendimento culturale che caratterizza ogni individuo (e come negarlo?).

Secondo Girard però, questo atteggiamento mimetico nei confronti della realtà non è solo una bonaria e candida assimilazione di ciò che ci sta intorno ma contiene in sé una potenza distruttrice. Negli individui appartenenti ad una stessa società si alimenta infatti una generalizzata fame di possedere gli stessi oggetti. Da ciò deriva quella “rivalità mimetica” che, molto spesso, sfocia in violente e caotiche crisi. L’unico modo per risolvere il problema e “mettere una pezza” sullo squarcio che si viene inevitabilmente a creare, è immolare un capro espiatorio a cui addossare la colpa così da poter garantire il ritorno della pace e la costruzione di una nuova cultura fondata su altrettanto nuove certezze.

Ed è proprio questa la storia del patriarcato, nato in risposta alla profonda crisi delle società agricole primordiali. Secondo la teoria mimetica, l’uomo ha quindi deciso di immolare l’essere femminile a vittima sacrificale, condannandola a diventare la peccatrice colpevole di tutto il “male” esistente (ci suona familiare, no?) e costruendo sulla “necessaria” discriminazione della donna un nuovo modello di società che tutt’oggi resiste: quella maschilista e patriarcale.

Ciò che molti non sanno (o si rifiutano di ammettere) è che quest’impostazione sessista, basata su uno squilibrio di potere, ha un effetto deleterio sia sugli uomini che sulle donne. Entrambi infatti sono schiavi di stereotipi di genere fasulli ed inarrivabili che li ingabbiano in modelli preconfezionati e claustrofobici in cui, il più delle volte, non si rispecchiano.

Negare l’esistenza di una cultura patriarcale che permea ogni ambito della nostra sfera personale e collettiva si rivela perciò tanto falso quanto controproducente: sessismo e maschilismo si manifestano continuamente nella nostra quotidianità in modo più o meno esplicito e negare questa evidenza non fa che alimentarne il meccanismo discriminatorio.

L’esistenza del gender gap, il drammatico numero di femminicidi (91 solo nel 2020, come riportato da Il Sole 24 Ore), la violenza di genere ormai prassi quotidiana (secondo l’istat, colpisce 1 donna su 3) e la disparità di salario sono solo la punta dell’iceberg degli effetti dell’ambiente patriarcale in cui viviamo. Oltre a queste evidenze drammatiche, tanto consolidate da costituire lo “status quo”, esistono poi decine di atteggiamenti discriminanti più sottili che vengono spesso percepiti come “tollerabili” o addirittura “innocui” dalla società e, per questo motivo, più difficili da combattere. Fanno parte di questa seconda categoria il catcalling e le battute sessiste e a sfondo sessuale che, mascherate dalla goliardia, rendono infelicemente esplicita la visione retrograda che ancora si ha della donna: ora come “angelo del focolare”, ora come oggetto sessuale e mercificato.

Insomma, sempre di Medioevo si parla. Ma non eravamo nel 2021?

L’atteggiamento discriminatorio che prevede che la donna occupi una posizione subalterna all’uomo si riflette in tutta la sua silenziosa violenza nell’uccisione dei femminili plurali. Il genere grammaticale del maschile plurale infatti ingloba e soggioga il femminile, riflettendo ciò che accade nella realtà. Ciò è testimoniato anche dal documento redatto dalla Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna, in cui si dice chiaramente quanto la lingua quotidiana sia il mezzo di trasmissione più pervasivo di una visione del mondo in cui la donna è trattata con inferiorità o marginalità.

É paradossale, ma basta un uomo in una platea di mille donne per permettere che si parli correttamente di “tutti” e non di “tutte”.

Ciò che spesso non capiamo è che ognuno di noi è il frutto sano (o marcio?) della società in cui vive. L’ambiente che ci circonda ci istruisce, fin da bambini e bambine, ad un sistema maschilista, iniquo e discriminante nei confronti delle donne in ogni aspetto della vita.

Perciò sì, anche le donne sono maschiliste. E come potrebbero non esserlo, se il maschilismo costituisce la norma?

In un mondo costruito su uno squilibrio di potere fatto passare per naturale ed immutabile e su una società che ci ingabbia in etichette tanto claustrofobiche da renderci immobili nella paralisi della nostra inettitudine, continuiamo a deresponsabilizzarci dalle nostre colpe e dalle capacità che abbiamo di cambiare le cose.

Ci ripetiamo: “Il problema è il sistema, non dipende da noi”, rassicurati dalla nostra innocenza mentre iteriamo gli stessi errori e le stesse discriminazioni, assuefatti dalla stasi di una pace fragile ma destinata a frantumarsi.

Un problema di linguaggio: forma e sostanza

Sottovalutiamo spesso il peso delle parole. Ci capita di continuo di utilizzare dei termini “per abitudine”, non riflettendo sul loro reale significato o sulla loro origine ed abbandonandoci così a comodi cliché che però si portano dietro una lunga storia di discriminazione o violenza.

Va avanti ormai da secoli la diatriba su cosa sia il linguaggio, sospeso tra la pura forma e la pura essenza. Basti pensare che già nel IV secolo a.C., Aristotele reputava che il linguaggio esprimesse l’essere, definendolo un “contenuto della coscienza”.

L’errore che spesso commettiamo è quello di fissare il linguaggio nello spazio e nel tempo, con un atteggiamento restio al cambiamento. Perché sì, sarebbe molto più comodo ancorarci all’hic et nunc per avere delle certezze, perlomeno quando parliamo, ma ciò ci rende miopi nei confronti di una società che sta mutando, ed anche molto velocemente.

Il vocabolario e la semantica associata alle parole sono sempre stati lo specchio dei valori e del grado di civiltà di una popolazione. I termini utilizzati in diversi contesti infatti sono la prima spia delle abitudini culturali e degli equilibri di potere che governano un popolo.

Alla luce di questo, potremmo rintracciare decine e decine di incongruenze nella nostra lingua che dovrebbero farci chiedere: voglio veramente dire quello che penso utilizzando queste parole?

Partendo dalla vastità degli appellativi offensivi con cui ci si riferisce alle donne (quasi sempre basati sulla denigrazione sessuale), la discriminazione che mettiamo quotidianamente in atto con il linguaggio si fa sempre più sottile. Questa infatti si manifesta continuamente, ormai completamente inglobata nelle nostre categorie di pensiero. Stiamo compiendo una violenza verbale ogni volta che diciamo che una donna è “isterica” o concordiamo con il lemma “donna” della Treccani, in cui il termine è definito come sinonimo di “cagna” (e poi ancora bagascia, squillo, puttana, vacca, zoccola..). In opposizione alla famosa Enciclopedia si muove la decisione dell’Oxford Dictionary, che sceglie invece di rivedere i sinonimi dispregiativi associati alla parola “donna” in quanto ritenuti inaccettabili. Siamo poi discriminanti e sessisti ogni volta che utilizziamo gli appellativi dispregiativi “maschiaccio” e “femminuccia” ma anche quando usiamo il maschile singolare o plurale invece che il femminile.

Durante l’edizione del 2021 del festival di Sanremo, è stata protagonista non solo la canzone italiana ma, come ormai è tradizione, anche la discriminazione di genere. Al di là dei presentatori e di alcuni siparietti che sul piano del sessismo hanno lasciato alquanto a desiderare, uno degli eventi più dibattuti è stato sicuramente il discorso della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi che, alla domanda di Amadeus, risponde di voler essere chiamata “direttore”. Conduttore e ospite sono entrambi responsabili di aver rimarcato un’amara verità: il titolo è autorevole solo se al maschile, come se l’utilizzo del femminile ne comportasse uno svilimento professionale.

Tralasciando cosa ne pensi il vasto pubblico, occorre ribadire che in italiano è grammaticalmente corretto riferirsi al femminile quando si sta parlando di una donna. “Direttrice” perciò è un termine che non solo esiste ma è anche ben assodato nella lingua parlata. Perché allora porre lo scomodo interrogativo “direttrice o direttore?”, come se stessimo parlando di gusti di gelato?

Ora, poiché ognuno è libero di farsi chiamare come vuole, è giusto riferirsi alla Venezi come “direttore” dato che questa è la sua volontà. Ciò non giustifica però la grande ottusità che si cela dietro all’affermazione. Accade spesso infatti che, volontariamente (come in questo caso) o involontariamente, ci si riferisca a ruoli femminili utilizzando termini al maschile.

Le motivazioni che si celano dietro questa scelta sono molte ma in primis riguardano un retaggio culturale, dovuto al fatto che molti lavori sono stati per secoli accessibili solo a uomini. A ciò si aggiunge l’esistenza di una sorta di “imperativo maschile” sulle parole che fa percepire il femminile come subalterno, opzionale o inferiore.

La giustificazione spesso utilizzata quando si sceglie di non usare i termini femminili corretti è che questi risultano cacofonici, cioè “suonano male”. Il punto è che questo accade perché non li utilizziamo mai, e non li utilizziamo mai perché molti ruoli sono rimasti inaccessibili alle donne per secoli: ora che hanno conquistato i diritti per svolgere questi lavori (sebbene ancora con molti ostacoli), è nostro dovere chiamare le cose col loro nome.

Per cui, il “direttore” Venezi ha tutto il diritto di farsi chiamare come vuole ma ciò dimostra solo quanto lei stessa sia vittima di quel meccanismo patriarcale che soggioga la donna all’uomo, condannandola ad esserne un’ombra, una sbavatura, una parola che suona male.

Il sessismo intriso nella nostra cultura si riflette, senza che ce ne accorgiamo, nel modo in cui pensiamo e nel nostro linguaggio. Pretendere di non adattarci alle nuove dinamiche significa voler chiudere gli occhi ad un cambiamento propositivo e diretto verso una maggiore equità, sia formale che sostanziale.

Vera Gheno, sociolinguista e scrittrice, ritiene che sia fondamentale che la lingua evolva insieme ad un popolo in quanto ne è lo specchio dei meccanismi e delle dinamiche sociali.

Come la stessa Gheno spiegherà in un’intervista condotta da Tlon.it, è necessario valutare il peso sociale delle parole che utilizziamo ed il loro significato in relazione al contesto.

Abbiamo sempre avuto l’esigenza di nominare le cose e cambiamenti nel linguaggio non sono altro che la manifestazione di una cultura che si sta evolvendo.

Dobbiamo smettere di pensare che le parole siano solo parole: le parole sono ciò che ci rende umani.

Per Michela Murgia, scrittrice ed intellettuale sarda, la lingua è un atto creativo genuino che non può essere ingabbiato in stereotipi o modelli fissi e segue un continuo flusso di riadattamento. Il suo ultimo libro STAI ZITTA e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” nasce proprio dall’esigenza di analizzare il linguaggio che utilizziamo, troppo spesso trattato con superficialità, e svelarne i meccanismi di potere (maschile) che vi si manifestano. La motivazione che l’ha spinta a scriverlo è arrivata quando il noto psichiatra Raffaele Morelli, dopo aver rilasciato dichiarazioni deplorevoli sulle donne (e sulla presunta esistenza di una “radice del femminile”), interrompe brutalmente Murgia dicendole “zitta, zitta, zitta e ascolta”. Cosa ha fatto Michela Murgia dopo essere stata pubblicamente umiliata? Scrive un libro per combattere quell’ignoranza e quella presunta superiorità di cui Morelli si è fatto paladino, e lo fa per tutti noi.

Lo studio condotto dalla Murgia pone ancora una volta l’accento sulle cause socioculturali di quelle discriminazioni di genere che si riflettono nelle parole che scegliamo di utilizzare.

In una delle interviste che ha condotto per la presentazione del libro ha come ospite Alessandro Giammei, professore di italianistica al Bryn Mawr College negli USA, con cui concorda nel dire che il linguaggio è sostanza, in quanto è il mezzo attraverso cui modelliamo la realtà. Per questo motivo, fissare la definizione di una parola nello spazio e nel tempo significa paralizzarla nella gabbia delle sue lettere.

Il patrimonio storico delle parole dovrebbe quindi essere costantemente rivisto in una chiave inclusiva e più rispettosa, secondo le esigenze della società.

Espressioni come “donna con le palle” sono dei comodi cliché che spesso utilizziamo senza cognizione di causa mentre invece dovrebbero farci inorridire. Sebbene siamo consapevoli di quanto questo sia un modo di dire svilente verso le donne, continuiamo ad usarlo perché riassume perfettamente la credenza comune secondo cui forza e coraggio sono qualità tipicamente maschili.

Il nostro compito allora è quello di trovare altre espressioni che mettano in risalto la forza o il carattere di una donna senza ricorrere ai genitali maschili. Fare questo adesso ci richiede uno sforzo, ma in futuro non lo richiederà più: solo allora avremo rinnovato il linguaggio.

Cambiare le parole infatti non significa altro che connotare la realtà in modo che ci somigli di più.

Sempre su questa linea si muove la proposta della Gheno per la costruzione di un linguaggio più equo ed inclusivo, anche in vista delle nuove soggettività non-binarie (la cui identità non si riconosce né nel genere femminile né in quello maschile): questo sarà possibile solo adottando nuove soluzioni, come l’asterisco al posto di i/e al termine delle parole (esempio: tutt* al posto di tutti/e) o una vocale neutra chiamata schwa(ə).

Come lei stessa spiega nel suo saggio “Femminili singolari”, la schwa corrisponde ad una vocale media-centrale ed è sostanzialmente il suono che emettiamo quando la nostra bocca è in rilassamento (per sentire il suono, cliccate qui). Si rappresenta con il simbolo ”ə” ed è il primo passo verso un italiano più inclusivo. Secondo la Gheno infatti, nel sistema-lingua possono “convivere sia le regole che un certo grado di libertà” affinché l’insieme sia funzionale e rispecchi l’anima di chi parla.

Al giorno d’oggi, esistono persone che si sentono ingabbiate nel binarismo di genere maschile/femminile ed è quindi necessario venire incontro anche a questa nuova esigenza sociale. La scelta della schwa si muove anche verso il raggiungimento della parità di genere nel parlato in quanto potrebbe sostituire quel “maschile sovraesteso” che nasconde il femminile quando ci si riferisce alle moltitudini.

Dato che continuamente assorbiamo e riadattiamo termini dall’inglese, cosa ci impedisce di aprirci a nuove alternative, svecchiando la nostra lingua?

Il linguaggio è (anche) sostanza e solo attraverso una narrazione più inclusiva, corretta, rispettosa e (quanto più possibile) libera da quel filtro cognitivo compromesso dall’ambiente socio-culturale in cui ogni individuo è cresciuto si può contribuire ad un effettivo cambiamento: la lotta comincia dalle parole e solo la curiosità potrà salvarci dalla paralisi del linguaggio.

Del perché il femminismo è roba da uomini

Data la grande confusione che si genera attorno al termine, ripetiamo che si definisce femminismo quel movimento socioculturale che sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, rivendicando uguali diritti e dignità tra uomini e donne alla luce di quella discriminazione di genere ancora protagonista della nostra quotidianità.

Solitamente però, tendiamo a credere che il femminismo sia “roba da donne” o, peggio ancora, “l’antitesi del maschilismo” quando in realtà non è assolutamente così.

Se il maschilismo, come dice Garzanti, è quell’atteggiamento psicologico e sociale fondato sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna, il femminismo è invece un movimento trasversale nato proprio per opporsi a comportamenti e pensieri discriminanti ed ha come obiettivo principale quello di conquistare la giusta parità, indipendentemente dal sesso di appartenenza.

Ed è esattamente questo il motivo per cui dovremmo essere tutti femministi.

Lorenzo Gasparrini, filosofo e scrittore, si definisce orgogliosamente uomo femminista. Con i suoi libri “Non sono sessista, ma…” e “Perché il femminismo serve anche agli uomini” ci spiega perché la cultura patriarcale e l’ideologia maschilista siano deleterie tanto per le donne quanto per gli uomini. Gasparrini infatti mette nero su bianco una scomoda verità che molti si rifiutano di accettare: i “veri maschi” non esistono.

Quella che ci viene quotidianamente fornita è un’idea distorta di essere uomini, come se esistesse una sola versione di mascolinità che è possibile impacchettare e comprare al bar, insieme alle Haribo. É questa la “mascolinità tossica” che, secondo il New York Times, consiste in un insieme di comportamenti e credenze che comprendono il sopprimere le emozioni, mascherare il disagio o la tristezza ed utilizzare la violenza come indicatore di potere.

La società patriarcale promuove quindi un solo modello: quello dell’uomo-macho, virile, forte e superiore. Questo meccanismo li spinge (involontariamente) a conformarsi a quelle che sono fatte passare come le “tipiche qualità dell’uomo” quando in realtà sono le sbarre della gabbia che lui stesso si sta costruendo intorno.

Sebbene la sua sia una condizione decisamente più favorevole di quella femminile, anche lui è schiavo della stessa cultura misogina e maschilista che, se da un lato discrimina e oggettifica la donna, dall’altro impone una sola versione di uomo, quella “vera”, fatta di testosterone, maschilismo e sete di dominio.

Ed è così che il passo è breve per appellare un uomo gentile a “gay” (come se si trattasse di un’offesa), insultarlo perché “secco” o denigrarlo perché giustamente si occupa delle faccende di casa, per non parlare del “machismo da spogliatoio” che si verifica nel mondo dello sport.

Insomma, anche l’uomo è costretto nella prigione del suo sesso.

Negli ultimi anni, un caso esemplare che ha fatto esplodere la “bolla di vetro” satura di mascolinità tossica e distinzioni di genere è stato  Achille Lauro. Il cantante e showman nella scorsa edizione di Sanremo ha sconvolto il pubblico della TV popolare attraverso comportamenti e dichiarazioni decisamente fuori dagli schemi. Per Lauro, è la confusione dei generi il suo personale modo di dissentire ad una realtà maschilista e rifiutare quelle convenzioni da cui poi si generano discriminazione e violenza. Questo approccio alla vita si riflette nel linguaggio, nelle azioni e nell’apparenza, intesa come modo di vestirsi e di mostrarsi.

Sempre sul palco dell’Ariston quest’anno è stata Madame, artista giovanissima e di immensa consapevolezza, a rompere un bel po’ di schemi. Nelle sue canzoni, tra le altre cose, emerge la necessità genuina di una fluidità in grado di riportarci ad essere carne ed anima, ad essere persone prima di “maschi” e “femmine”, diventati ormai concetti sterili e fini a se stessi.

Il primo passo per demolire e superare questo sistema divisivo e discriminante è perciò ammettere di essere il prodotto ben riuscito di una cultura patriarcale di cui abbiamo interiorizzato gli schemi. Solo dopo aver raggiunto questa consapevolezza sarà possibile liberarci da quei claustrofobici stereotipi che costituiscono la “norma”.

Certo, lottare contro i modelli sociali, le abitudini culturali e gli elementi linguistici discriminanti con cui siamo cresciuti fin dall’infanzia è un processo faticoso (almeno inizialmente) ma solo così potremo costruire una società più giusta ed inclusiva.

Nasciamo tuttə maschilistə ma dovremmo diventare tuttə femministə.

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Ambiente, società e tecnologia

La scimmia di Elon Musk gioca a pong con il pensiero grazie a Neuralink

Una scimmietta davanti a un monitor gioca al famoso videogame Pong, è quello che si vede da un video pubblicato dall’azienda di Elon Musk: Neuralink. Non ci sarebbe nulla di strano nel vedere un primate addestrato per giocare a un videogioco, se solo non fosse che lo stava controllando soltanto con il pensiero.

Cos’è e come funziona:

Il protagonista del video diventato virale è Pager, un macaco di 9 anni, scelto dalla compagnia statunitense di neurotecnologie per lo sviluppo di interfacce uomo-macchina per questo esperimento che Musk stesso sul social vocale Clubhouse aveva dichiarato già a febbraio di quest’anno. Nella prima metà del video si vede come il primate, attaccato ad una cannuccia che eroga del frullato di banana, con la mano destra su un joystick, gioca al videogioco Pong, rinominato per l’occasione MindPong. In un secondo momento, terminata la fase di apprendimento, il joystick viene scollegato ma Pager continua tranquillamente a giocare come se nulla fosse successo. Ciò che la fa proseguire senza dover controllare il gioco con la mano, è un dispositivo che le permette di farlo con la mente:  il chip wireless N1 Link, abbreviato “The Link” impiantato nel suo cranio.

Questo chip è un dispositivo di registrazione neurale e di trasmissione dati dotato di 1.024 elettrodi e alla scimmia ne sono stati impiantati due: uno a livello della corteccia motoria di destra e l’altro a sinistra. Nella prima fase di apprendimento, non solo il macaco stava imparando a giocare, ma anche i ricercatori hanno potuto costruire un modello di attività neurale dell’animale a computer. Partendo dal Link che riesce a captare i potenziali d’azione dei neuroni, ovvero la “scossa elettrica” che rilasciano quando vengono attivati da scambi di informazioni, questi vengono aggregati e conteggiati ogni 25 millisecondi per ognuno dei 1.024 elettrodi. Contemporaneamente, sempre ogni 25 millisecondi il chip trasmette i conteggi aggregati via Bluetooth ad un computer in grado di eseguire un software di decodifica apposito: un algoritmo di machine learning che sia in grado di tradurre i segnali elettrici del cervello in segnali digitali e arrivare anche a prevedere le potenziali mosse future dell’animale.

L’esperimento con Pager ha fatto fare dei grossi passi avanti all’azienda, se teniamo conto del fatto che il massimo a cui si era arrivati l’anno scorso con la maialina Gertrude era rilevare i segnali cerebrali quando questa, usando il suo olfatto, rilevava qualcosa di gustoso; ma questo test secondo Musk è solo l’inizio, perché il progetto in sé è molto più ambizioso.

Il vero progetto del CEO visionario

L’esperimento non è stato fine a sè stesso, ma fa parte del processo di studio e sviluppo di questa  tecnologia per aiutare le persone con disturbi neurologici e che hanno subito amputazioni agli arti, attraverso un impianto neurale wireless poco invasivo che permetterebbe loro di riavere alcune abilità, anche motorie.

L’idea sarebbe quella di collegare The Link , precedentemente impiantato nel cranio del paziente e delle dimensioni di una monetina, ai dispositivi d’uso quotidiano come gli smartphone per permettergli di utilizzarlo, oppure ad un arto bionico riuscendo a muoverlo così come muoviamo i nostri arti funzionanti.

Aiutare i pazienti paralizzati, che hanno subito amputazioni ma anche con malattie neurodegenerative come il Parkinson, è il risultato ideale che se Musk riuscisse a raggiungere potrebbe portare ad una vera rivoluzione; come lui stesso ha affermato: “può effettivamente risolvere problemi come ictus, paralisi, cecità, perdita dell’udito, disturbo dello spettro autistico, Parkinson e patologie come ansia e depressione, ma molte persone non se ne rendono conto. Tutti i sensi – vista, udito, olfatto -, ma anche sensazioni di vario tipo come il dolore sono segnali inviati dai neuroni al cervello. Correggendo questi segnali si può correggere tutto

Le sue mire però non finiscono qui: il suo piano sarebbe non solo di portare questa tecnologia a malati di questo tipo, ma arrivare anche alle persone sane, facendola diventare un prodotto di massa in modo tale che impiantata sulla maggior parte delle persone, ci renda in grado di difenderci dall’avanzata dell’intelligenza artificiale che a suo avviso potrebbe, in un futuro non troppo lontano, superare completamente l’essere umano nella folle corsa verso il progresso.

Nonostante sembri fantascienza, non è una novità totale

L’idea di Elon Musk di registrare segnali cerebrali e trasmetterli ad un computer può sembrare innovativa, ma altri neuroscienziati, hanno provato a portare avanti questi studi ben prima dell’imprenditore sudafricano. Già nel 1963, José Manuel Rodriguez Delgado creò un dispositivo predecessore delle attuali interfacce uomo-macchina impiantando un elettrodo radiocomandato nel nucleo caudato del cervello di un toro e fermando la corsa dell’animale premendo un pulsante di un trasmettitore remoto. Uno dei primi esperimenti con un chip è stato portato avanti dal neuroscienziato Eberhard Fetz che nel 1969 effettuò uno studio in cui delle scimmie furono addestrate ad attivare un segnale elettrico nel loro cervello per controllare l’attività di un singolo neurone, appositamente registrata da un microelettrodo metallico.

Un’altra vicenda degna di nota in questo ambito è quella del giovane Neil Harbisson che nel 2004 è diventato la prima persona al mondo ad indossare un’“antenna” che gli permette di “sentire i colori” a seconda della frequenza espressa, nonostante la sua acromatopsia (impossibilità totale di vedere i colori a livello cerebrale), diventando il primo uomo-cyborg riconosciuto. Nel 2010 ha inoltre fondato la Cyborg Foundation, un’organizzazione internazionale per aiutare gli umani a “diventare” cyborg; lui probabilmente si direbbe d’accordo con i progetti di Neuralink.

Prospettive future e problemi: gli ostacoli e le opportunità per Neuralink

Nonostante l’idea di base di impiantare un chip nel cervello, sia già realtà in ambito biomedico, la volontà di Musk di spingersi oltre potrebbe presentare dei problemi.

In primis il fatto che il chip tenderebbe a deteriorarsi nel cranio provocando delle potenziali infezioni e successivamente il danneggiamento dei neuroni a cui The Link stesso è collegato, nonostante l’obiettivo sia farlo durare “per decenni”. In secondo luogo il prezzo potrebbe non essere accessibile a chiunque, anzi,  a detta sua verrebbe a costare “fino a qualche migliaio di dollari”, rendendolo un lusso di pochissimi e aumentando il divario tra ricchi e poveri andando a creare una classe elitaria con dei “superpoteri” che altri potrebbero solo sognare. Infine anche chi se lo può permettere, potrebbe avere dei seri dubbi nel farsi impiantare un apparecchio nel cranio laddove questa necessità non fosse impellente, con la consapevolezza che, come tutte le tecnologie, anche The Link potrebbe essere hackerato e a quel punto gli effetti catastrofici si potrebbero solo immaginare.

Tuttavia, adesso che The Link ha ricevuto tutte le autorizzazioni dalla FDA (Food and Drug Administration) la sperimentazione sugli esseri umani potrebbe essere più vicina che mai: con uno dei suoi tweet il CEO ha annunciato i primi test entro la fine di questo 2021, non ci resta che attendere, sperando di non diventare degli ostaggi dell’AI ancora prima di iniziare.

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Ambiente, società e tecnologia

Apprendere tramite la realtà virtuale: la nuova frontiera dell’istruzione

Indossare dei visori in aula per vedere comparire sul banco una cellula, una molecola o un pianeta, fare un esperimento di elettronica e maneggiare dei materiali pericolosi in totale sicurezza: queste sono solo alcune delle attività che si possono fare con la realtà virtuale per imparare meglio arrivando a “toccare con mano” e visualizzare oggetti normalmente impossibili. La missione di aziende come Google è portare tutto ciò quotidianamente nelle aule di scuole e università con l’obiettivo di rivoluzionare per sempre il mondo dell’apprendimento grazie a questa tecnologia.

Cosa sono realtà virtuale, realtà aumentata e le differenze

La realtà aumentata, augmented reality in inglese, è una tecnologia che permette di aggiungere le informazioni nel nostro campo visivo, andando ad arricchirlo di elementi nuovi grazie alla fotocamera dei dispositivi mobili sui quali sono stati installati appositi programmi. Il principio è quello dell’overlay ovvero la sovrapposizione di informazioni aggiuntive, definite ologrammi, a quelle già esistenti.

La realtà virtuale, virtual reality, riesce ad andare oltre: è una tecnologia immersiva che grazie ad un apposito visore, permette di immergersi in una realtà simulata alla perfezione, costruita in tre dimensioni e a 360 gradi che coinvolge non solo gli occhi ma anche l’udito e la propriocezione. Questi strumenti riescono a percepire i nostri movimenti, ricreando la scena come se fossimo nel mondo naturale: se si alza un braccio nel mondo esterno, si alzerà il corrispettivo ricreato nella simulazione, facendo credere al nostro cervello di trovarsi proprio lì; perché nonostante la consapevolezza di fondo di aver indosso un visore, la sensazione di embodiment crea un inganno per il cervello che si sente completamente presente.  A differenza della realtà aumentata, che si limita ad apparire in sovrapposizione, rimanendo ben distinguibile dal resto, la VR permette di immergersi totalmente nella scena rendendo difficile discernere ciò che è vero da ciò che è stato ricreato.

Esiste inoltre un terzo tipo, di realtà virtuale/aumentata, la cosiddetta mixed reality in cui AR e VR vengono unite: gli ologrammi già presenti nell’AR superano la staticità permettendo l’interazione come accade nella VR, rimanendo però nettamente distinguibili dalla realtà e perciò non è definibile immersiva.

AR/VR e ambiti di applicazione

Le realtà estese, citando una macro-categoria per racchiuderle tutte, hanno fatto il loro debutto nel mondo dell’entertaiment dando vita a videogiochi ultraimmersivi, ma negli ultimi anni è stato possibile vedere come possono essere applicate ad un’infinità di ambiti.

Alcuni sono più ovvi di altri, come quello industriale, dove diventerebbe possibile, semplicemente inquadrando un macchinario sconosciuto, visualizzare tutte le istruzioni  per il funzionamento sottoforma di animazioni dettagliate. Allo stesso modo può essere utilizzata per le training di addetti alla manutenzione di sistemi pericolosi come i tralicci dell’alta tensione dove sbagliare può costare la vita ed è anche molto facile per una persona alle prime armi; come sostiene Lorenzo Cappannari di AnotheReality: “se prima lo si insegna in modo altrettanto realistico ma totalmente sicuro in una simulazione, si può sbagliare tutte le volte che si vuole senza problemi e sbagliando, imparare”.

Grazie alle realtà estese è realmente possibile continuare a sbagliare senza nessuna conseguenza, caratteristica utile a professionisti come il pilota di velivoli, ma anche il chirurgo. Proprio a supporto di quest’ultimo, è il progetto della startup italiana Artiness che ha l’obiettivo di portare la realtà aumentata in sala operatoria per rendere gli interventi delicati più sicuri.

Realtà virtuale solo per settori “di rischio”?

L’industria e l’healthcare tuttavia non sono gli unici settori coinvolti, perché questo tipo di tecnologia ben si sposa con un ambito fondamentale: la formazione. In questi anni si sta fortemente sperimentando la VR per la formazione del personale delle aziende che invece di dover organizzare dei continui e dispendiosi corsi di formazione in presenza possono creare una simulazione ad hoc per il tipo di mansione che deve essere svolta, e presentarla ad ogni nuovo impiegato che, dotato di un visore, può imparare efficacemente la procedura, alla quale è stata aggiunta la componente di gamification.

Realtà estesa e apprendimento: ecco perché è così efficace

Il forte potenziale non si trova solo in ambiente lavorativo, ma anche in quello scolastico con bambini e ragazzi. La tecnologia evolve di giorno in giorno, ma nelle aule spesso rimane ancora la lavagna con il gesso quando invece sarebbero disponibili gli strumenti per rendere l’apprendimento non solo più interessante ma anche molto più efficace.

Per spiegare il perché dell’efficacia, è necessario fare riferimento alle neuroscienze: le ultime scoperte sul cervello spiegano che per apprendere meglio e quindi ricordare più a lungo comprendendo a livello profondo quello che si sta studiando, il modo migliore è fare. Il cono dell’apprendimento è un grafico che fa notare come dopo due settimane si ricorda solo il 10% di quanto si è letto, ma ben il 90% di quello che si è fatto rendendo l’apprendimento attivo.

In aggiunta, i mondi creati da AR e VR rendono l’esperienza di apprendimento coinvolgente e quindi emozionante, parola chiave in contesto di memoria in quanto, come dimostrano molteplici studi, più il materiale da imparare si lega alle emozioni e maggiore sarà il ricordo, perché concepito come rilevante per il cervello. Proprio per la loro capacità di generare e modificare emozioni anche permanentemente, sono considerate le prime tecnologie “trasformative”.

La nuova frontiera scolastica: i visori per tutti

Con le dovute premesse diventa evidente come la mixed reality possa essere rivoluzionaria per scuole e università. Già a partire dalle elementari, fino alla formazione superiore, le realtà estese possono aiutare gli insegnanti a spiegare concetti complessi e visualizzare oggetti fisici difficilmente comprensibili dalle immagini appiattite e poco realistiche dei libri; permettendo così di studiare in modo coinvolgente tutti gli argomenti: dalla biologia all’arte, dalla fisica alla chimica fino all’informatica e le lingue.  Si avrà dunque l’opportunità di capire a fondo teorie che sarebbero altrimenti estremamente nozionistiche, rendendole invece fortemente esperienziali.

Aziende come Google in partnership con Labster, ma anche Lenovo, hanno compreso a pieno la potenzialità e stanno lavorando a delle soluzioni per estendere quando più possibile l’utilizzo di queste tecnologie nella didattica di tutti i giorni. L’azienda californiana con il progetto “for education” ha trovato una possibile soluzione in continua evoluzione per portare la mixed reality nelle scuole, senza costi eccessivi: le Cardboard, delle custodie di materiale non fragile come cartone o plastica in cui inserire uno smartphone e utilizzarlo come prototipo di visore. La proposta è avvalorata dal fatto che esistono già delle applicazioni installabili sui devices che accompagnano gli studenti nella didattica interattiva. Nonostante Google stessa abbia ammesso che sia un progetto ancora parecchio acerbo, la prima scintilla è stata accesa e le potenzialità di sviluppo futuro sono molte, ciò che va ridimensionato è il sistema d’istruzione.

La strada potrebbe essere lunga

La scuola deve fare ancora molti progressi su questo fronte e gli ostacoli da superare per portare la trasformazione digitale in tutti gli istituti d’Italia non sono sicuramente pochi: a partire dai fondi per le tecnologie stesse e la formazione degli insegnanti, come sostiene Stefania Strignano, dirigente dell’Istituto Ungaretti di Melzo, una delle prime scuola statali italiane che ha rivoluzionato il metodo d’insegnamento tramite laboratori creativi, utilizzo di strumenti digitali e didattica personalizzata: “in primo luogo c’è da investire sul capitale umano ovvero i professori che per primi devono interiorizzare il cambiamento e saperlo portare agli alunni”.

Il lavoro da fare è parecchio ma il potenziale ancora di più e le ricerche scientifiche oltre che i risultati ottenuti da scuole pioniere, lo dimostrano. Vale la pena approfondire lasciandosi immergere nella trasformazione digitale.

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Ambiente, società e tecnologia

Un semaforo per gli alimenti? Non esattamente: cos’é e come funziona il Nutri-score

Immaginate un sistema di etichettatura alimentare semplice, intuitivo e che aiuti a compiere scelte di acquisto consapevoli: si tratta dell’obiettivo di Nutri-Score, ideato dalla Public Health Agency francese e utilizzato per la prima volta proprio in Francia nel 2017. Si torna a discuterne oggi perché il 25 gennaio di quest’anno è avvenuta la prima riunione ufficiale della commissione transnazionale, di cui fanno parte Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Francia e Lussemburgo, creata allo scopo di coordinare, monitorare e incoraggiare l’utilizzo di Nutri-Score. Ma si torna a discuterne, soprattutto in termini scettici, in Italia: se da una parte alcuni paesi europei lo hanno accolto volontariamente, molti ritengono che questo sistema possa penalizzare fortemente i prodotti made in Italy. Da cosa nascono questo timore e queste critiche? Ma soprattutto, che cos’è e come funziona il sistema Nutri-score?

Nutri-score: cinque colori per orientare i consumatori

Quanti di noi conoscono precisamente il significato della dichiarazione nutrizionale specifica per ogni prodotto e sanno interpretare il valore nutrizionale delle percentuali di macronutrienti riportati sul retro delle confezioni? O ancora, quante volte leggiamo questa etichetta prima di scegliere quali prodotti mettere nel carrello? Nutri-score nasce per semplificare queste informazioni e renderle accessibili grazie a una scala di cinque colori, dal verde all’arancione scuro e dalla “A” alla “E”, attribuiti ad ogni prodotto sulla base di un algoritmo che assegna un punteggio considerando numerosi fattori nutrizionali. Più basso sarà il punteggio ottenuto da un prodotto, più si avvicinerà ad ottenere una “A”. I fattori che fanno avvicinare un prodotto a un’etichettatura verde sono la presenza di fibre, la quantità di frutta e verdura presente in esso e il contenuto proteico; i nutrienti invece da limitare in una dieta equilibrata, e che quindi fanno tendere il risultato ad un’etichettatura gialla o arancione, sono i grassi saturi, il sale, gli zuccheri e un contenuto calorico molto elevato; i punteggi ricavati da ogni fattore vengono sommati fino ad ottenere il Nutri-score effettivo.

Sono stati condotti esperimenti per mettere alla prova l’efficacia del Nutri-score nell’accrescere la consapevolezza dei consumatori: in uno dei più recenti, pubblicato nel sul “International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity” nel novembre 2020, è stato chiesto a diversi campioni di popolazione scelti tra paesi diversi di ordinare tre prodotti della stessa categoria alimentare in base al valore nutrizionale che ognuno dei partecipanti gli avrebbe attribuito. I partecipanti avrebbero dovuto farlo prima avendo a disposizione solamente la dichiarazione nutrizionale, poi in base al punteggio assegnato ad ogni prodotto. Il risultato sembra scontato, ma é indicativo: Nutri-score si è dimostrato più efficace della semplice dichiarazione nutrizionale nell’aiutare i consumatori a mettere nel giusto ordine i prodotti che erano stati proposti (si trattava, nel caso di questo esperimento, di  cereali per la colazione e di tipi differenti di pizze surgelate).

Le critiche al Nutri-score: quali sono le perplessità che sorgono?

Nonostante alcuni paesi europei abbiano trovato un accordo per incentivare l’utilizzo di questa etichettatura (che rimane su base volontaria per le aziende produttrici), molte critiche sono arrivate soprattutto da parte dell’Italia. Le principali sono la potenziale non aderenza di questa etichettatura al modello della dieta mediterranea e il timore che alcuni prodotti made in Italy molto apprezzati, come il Parmigiano Reggiano o il prosciutto di Parma, vengano penalizzati da un punteggio molto basso (vicino alla “D”),fino a boicottarne l’export.

Questo sistema semplifica informazioni complesse, perció non deve essere considerato un indice assoluto da cui non discostarsi. Uno dei problemi fondamentali di queste critiche sta infatti nel fraintendimento dell’obiettivo dell’etichetta Nutri-score stessa: non è stata ideata per scoraggiare i consumatori dall’acquistare prodotti etichettati con “D” o “E”, come se fossero cibi da escludere categoricamente, così come non considera il valore gastronomico e tradizionale di un prodotto. I professionisti della nutrizione sono concordi nell’affermare che nessun alimento, escluso dal contesto dell’alimentazione individuale, sia “buono” o “cattivo”: un’etichettatura di questo tipo dovrebbe aiutare il consumatore a scegliere quali prodotti acquistare più frequentemente e quali più raramente. Alla luce di questo non dovrebbe stupire il punteggio ottenuto, per esempio, da un prodotto come il prosciutto, che in quanto prodotto a base di carne lavorata dovrebbe essere limitato nella nostra alimentazione. Il fraintendimento potrebbe derivare dall’impatto grafico che ha questa etichetta: siamo infatti abituati ad associare al rosso divieto o pericolo. Una comunicazione corretta in merito a questo sistema dovrebbe allora divulgare il fatto che non si tratti di un vero e proprio “semaforo alimentare”, ma di una scala indicativa.

Un’altra critica ha avuto origine da una comparazione tra l’etichetta che questo sistema assegnerebbe all’olio di oliva, una “C”, e alla Coca Cola zero, una “B”. Questo non significa però che la prima sia più salutare o che debba essere più presente in un regime alimentare rispetto al primo: il Nutri-score è molto più utile nel momento in cui i consumatori devono comparare prodotti della stessa categoria alimentare (come è stato richiesto nell’esperimento precedentemente citato). In questo caso i consumatori sapranno cogliere immediatamente la differenza tra l’olio di oliva e altri tipi di grassi vegetali o animali, così come quella tra la Coca Cola zero e bevande molto più zuccherate. Esistono inoltre algoritmi leggermente diversi da quello usato per gli alimenti in generale sia per i prodotti composti da grassi alimentari (come olio di oliva o burro) sia per le bevande (come succhi di frutta o bibite gassate).

È inevitabile pensare che, senza una corretta guida su come interpretare le etichette Nutri-score, si possa generare la stessa confusione che il questo sistema avrebbe l’obiettivo di risolvere. Non bisogna fare l’errore però di ignorare a priori questa ed altre proposte di etichettatura volte a semplificare e guidare la scelta dei consumatori in un campo complesso come quello dell’alimentazione.

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Ambiente, società e tecnologia

Verso una detergenza eco-sostenibile

Impiegati quotidianamente, con modi quasi rituali, i prodotti di igiene personale e di pulizia domestica ci accompagnano nelle diverse fasi della giornata, scandendo le nostre routine e fungendo da continua manutenzione per il corpo, la casa, lo spazio di lavoro, la macchina. Oggi più che mai se ne promuove l’azione battericida e germicida, proprio come il medico greco Galeno consigliava per prevenire malattie.

Ciò che viene immesso nel mercato è frutto di test di sicurezza e vasta ricerca, ma naturalmente ci sono conseguenze  – quali intossicazione, avvelenamento, irritazioni, allergie – piuttosto gravi su chi li impiega, nonché sull’ambiente, che subisce un forte inquinamento, sia in fase di produzione, sia durante e dopo l’utilizzo di tali prodotti chimici altamente aggressivi. Spesso i detergenti per la casa sono accompagnati da simboli indicano che i prodotti sono nocivi, corrosivi, tossici, dannosi, (altamente) infiammabili.

L’anno 2020 è stato importante per ritornare a parlare di clima, con diversi disastri climatici da convincere una buona fetta di popolazione mondiale a optare per uno stile di vita più sostenibile. Complice anche il maggiore tempo a casa, i consumatori cercano soluzioni fai-da-te lungimiranti per ammortizzare i costi e l’impatto ambientale.

Questo trend porta le imprese a dover modificare o, addirittura ripensare, le proprie linee lavorando con ingredienti naturali e packaging riciclabili, per poter stare al passo e vendere.

Ma basta comprare prodotti con etichette che riportano la dicitura “Bio”?

Decisamente no! Di seguito approfondiremo, ma basti sapere che “biologico” è soltanto una sottocategoria di “sostenibile”, che comprende anche un’etica di diritto dei lavoratori, di rispetto del territorio e della società.

Leggendo il report di Google (datato febbraio 2021) rivolto alle aziende “adattarsi al futuro – 5 tendenze di consumo che ogni retailer dovrebbe conoscere” appare subito evidente che i consumatori abbiano due comportamenti primari nella scelta dei prodotti e dei servizi da acquistare:

  • C’è sempre maggiore interesse a rispettare valori etici di produzione e distribuzione;
  • Cercano costantemente prezzi convenienti e offerte.

Infatti, la ricerca di “ethical brands” ha registrato un picco del +300% in tutto il mondo nel 2020 rispetto al 2019. Elevato è anche il picco (+200%) di ricerche di punti vendita vicini al domicilio del cliente, certamente per questioni sanitarie legate alla pandemia, ma anche per offrire un sostegno alle piccole e medie attività locali.

 

L’arrivo del BIO nei supermercati

Nella maggior parte dei casi, i prodotti che effettivamente rispettano i criteri stabiliti per essere definiti “bio” sono pochi, più costosi da fabbricare (e quindi anche da vendere), spesso venduti in negozi di nicchia o comunque poco pubblicizzati.

Nella grande distribuzione, dove la maggior parte dei consumatori acquista i prodotti di detersione, gli scaffali sono organizzati in modo da dare rilievo innanzitutto alle offerte dei maggiori marchi e in secondo luogo ai competitors più popolari. Solo nei supermercati più forniti è possibile trovare articoli che siano conformi a standard veramente sostenibili.

Per la diffusione di una mentalità ecologica è imprescindibile essere consapevoli di poter trovare prodotti (detergenti) sostenibili e ad un costo contenuto in tutti i negozi più frequentati anche dalle fasce di reddito minore. Altrimenti, il risultato è ciò che viene descritto nell’articolo “Il tramonto del consumatore etico” di Elizabeth Cline, dove chi è informato e ha la possibilità economica, agisce sostenibile, mentre aziende non etiche continuano impunite a vendere prodotti che sfruttano i lavoratori e l’ambiente.

Vari brand, pur non avendo raggiunto nella completa totalità gli standard, stanno però facendo passi avanti e avvicinando sempre più consumatori con le loro offerte sostenibili, per (quasi) tutte le tasche e per l’ambiente.

Sono quindi necessari ulteriori provvedimenti legali e governativi per annullare i danni di chi non rispetta le normative pur potendolo fare, e al contempo per accrescere le risorse di coloro che le meritano, affinché si raggiungano gli obiettivi prefissati dalla comunità internazionale.

Vale la pena citare Garnier, figlio naturalista del colosso L’Óreal Paris, propone al pubblico nuovi prodotti piuttosto ecologici a prezzi bassi rispetto alla media, senza essere scadente. Non lo nomino perché sia campione nell’innovazione sostenibile – ci sono sicuramente molti altri brand meno noti che lo fanno meglio e da più tempo, ma è apprezzabile il fatto che abbiano reso mainstream ingredienti e formati ignorati da altri grandi aziende. Shampoo solido, packaging 100% riciclabile e lista degli ingredienti distesa e di facile consultazione, suddivisa per percentuali contenute (di cui il 98% di questi è di origine naturale).

Un altro è PuroBio, brand di make-up che dichiara di non utilizzare microplastiche e ingredienti plastici di alcun tipo e risulta sorprendentemente vero dalle analisi.

Alcuni brand ecologici specializzati nella sostenibilità

Spesso, nel percepito comune, si tende ad associare “biologico” e “sostenibile” a “meno performante” ma, come abbiamo visto precedentemente, gli ingredienti per ottenere l’efficacia desiderata sono pochi e non è necessario che siano aggressivi come l’industria ci ha fatto credere. Non tutto ciò che è chimico è nocivo o male. Al contrario, in molti campi soluzioni come la plastica o i composti sintetici sono insostituibili.

Bisogna trovare soluzioni proprio negli ambiti in cui è possibile cambiare le abitudini e fortunatamente la detersione personale e domestica sono uno di questi.

Ad esempio, minimoimpatto.com vende detersivi, detergenti e articoli per la casa che consentono di risparmiare non solo denaro, ma anche prodotto ed energia. Mentre invece Negozio Leggero vende kit per creare detersivi e detergenti personalizzati, flaconi riutilizzabili da riempire alle spine dello store e ritiro (ogni 20 flaconi, per ottimizzare i consumi del trasporto) dei vuoti a domicilio. La sostenibilità è qui resa coinvolgente grazie all’Eroe leggero dell’area personale degli users, dove possono tenere traccia dei risparmi e della riduzione del proprio impatto.

Si conta che si utilizzino annualmente 17 flaconi di sapone pro capite. Si crea quindi, per famiglia di 4 persone, una fila di 24 metri che equivale alla altezza di 8 piani.

Saponette, liquidi sfusi e packaging biodegradabili sono un buon inizio per combattere sprechi e rifiuti.

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Ambiente, società e tecnologia

Extreme E: il rally innovativo e sostenibile tutto da scoprire

Gli sport automobilistici hanno sempre appassionato milioni di tifosi in tutto il mondo. Nell’ultimo periodo però, a causa dei dibattiti sul cambiamento climatico, sono nate diverse polemiche su quanto sia corretto seguire uno sport che inquina.

Proprio negli ultimi anni è stata trovata una soluzione molto interessante e promettente che potrebbe rivoluzionare il mondo delle corse automobilistiche.

Questo weekend, sabato 3 e domenica 4 Aprile, nel deserto dell’Arabia Saudita, avrà inizio la prima stagione di una nuova serie sportiva che ha già suscitato molta curiosità: stiamo parlando di Extreme E.

Si tratta di un campionato che ha come protagonisti dei SUV in grado di gareggiare in ambienti estremi.

Cosa li distingue dagli altri veicoli da corsa rally? Il fatto che siano provvisti di un motore elettrico a zero impatto ambientale.

Lo scopo di Extreme E è di organizzare delle competizioni con protagoniste vetture elettriche in alcuni degli angoli più remoti del pianeta, con l’intenzione di sensibilizzare gli spettatori sui temi legati alla salvaguardia dell’ambiente ed evidenziare le sfide che i differenti ecosistemi sono costretti ad affrontare a causa dell’uomo.

In questo modo si cerca di incoraggiare il pubblico a dare il proprio contributo attraverso il maggiore utilizzo di energie rinnovabili.

Com’è nato Extreme E

L’idea di questo sport automobilistico innovativo è nata un paio di anni fa dalla mente dell’attuale CEO di Extreme E, Alejandro Agag, e dal campione del mondo nella Champ Car Gil de Ferran, i quali si sono posti l’obiettivo di realizzare un’”avventura spettacolare e affascinante per mostrare gli effetti del cambiamento climatico sul nostro pianeta attraverso la scoperta di ambienti remoti per mezzo di una competizione sportiva”.

Il progetto è diventato realtà in soli due mesi e gli E-SUV sono stati mostrati per la prima volta al pubblico nel 2019.

Tra pochi giorni Extreme E affronterà la sua prima stagione di sempre e noi spettatori avremo finalmente modo di scoprire ed esplorare questa nuova competizione, carica di tanta adrenalina sempre nel rispetto della natura.

Modalità di svolgimento delle gare

La sfida che porterà alla vittoria vede coinvolte otto squadre: ogni team è costituito da due piloti, un uomo e una donna, che durante ogni gara dovranno completare due giri del percorso stabilito, per un totale di 16 chilometri.

Ogni pilota dovrà guidare per un giro, mentre l’ordine dei conducenti è scelto dal team stesso, in quanto è considerato una scelta strategica.

Il weekend della corsa sarà caratterizzato da una serie di prove specifiche divise tra le due giornate: il sabato sarà dedicato alle qualifiche per decretare la griglia di partenza per la corsa finale, mentre la domenica si focalizzerà sulla gara in seguito alla quale scopriremo il team vincitore del weekend.

Costituzione dei team

I team protagonisti di Extreme E sono formati da piloti validi e con esperienza.

Alcuni protagonisti della Formula 1, tra cui il campione Lewis Hamilton e l’ex campione Nico Rosberg, hanno contribuito alla realizzazione del progetto tramite la creazione dei propri team da corsa.

Un altro ex campione di Formula 1, Jenson Button, ha invece deciso di parteciparvi in prima persona.

Si tratta sicuramente di un ulteriore modo per attirare l’attenzione su uno sport molto promettente che si fa carico di un’ottima causa.

Come abbiamo già accennato in precedenza, le squadre di Extreme E sono tutte costituite da due piloti, un uomo e una donna.

Ciò dovrebbe sembrare normale, ma non è affatto così dal momento in cui è estremamente raro che il numero di uomini e donne coinvolte in una competizione sportiva sia uguale, soprattutto quando si gareggia su vetture da corsa.

Extreme E si impegna così anche a ridurre il gender gap, creando un contesto sportivo in cui la disuguaglianza di genere non esiste e in cui entrambi i piloti della squadra hanno le stesse responsabilità e meriti.

Per promuovere l’uguaglianza di genere, Extreme E ha inoltre creato un video in cui racconta come uomini e donne gareggeranno insieme in maniera equa, dimostrando quanto ciò dovrebbe diventare consueto.

 

Dove ci porterà il viaggio?

Extreme E ha pianificato un itinerario insolito e molto particolare per far svolgere le competizioni dei SUV.

Infatti, non avranno luogo in circuiti attrezzati, ma lo spettatore verrà coinvolto in un vero e proprio viaggio alla scoperta di paesaggi mozzafiato di natura incontaminata.

Per la prima volta, la location in cui si svolgeranno le gare non sarà semplicemente una cornice per le vetture, ma diventerà anch’essa protagonista dell’evento.

I cinque ambienti scelti dagli organizzatori di Extreme E sono completamente diversi tra loro, ma tutti affascinanti e accomunati dal fatto che il cambiamento climatico e le azioni irresponsabili dell’uomo li stiano mettendo in pericolo.

Nel corso di quest’anno verranno scoperti cinque ecosistemi di quattro continenti differenti: il deserto dell’Arabia Saudita, il lago Retba in Senegal, la regione artica in Groenlandia, la foresta tropicale del Brasile e infine la Terra del Fuoco in Argentina.

L’opportunità di gareggiare e scoprire questi ecosistemi è possibile solamente grazie al fatto che i SUV non inquinino.

In futuro, oltre a stringere ulteriori collaborazioni con partner che hanno a cuore la questione ambientale, Extreme E si impegnerà anche a supportare ricerche scientifiche per trovare soluzioni che possano ripristinare questi luoghi già danneggiati e a rischio di sopravvivenza.

La meta di Extreme E

Alejandro Agag, CEO di Extreme E, ha spiegato il motivo che lo ha spinto a realizzare questo progetto: “…Ho visto con i miei occhi gli impatti del cambiamento climatico e ho incontrato persone che stanno subendo i suoi effetti. Per tutti coloro che negano la sua esistenza o che sono inconsapevoli dei problemi che sta causando, vi invito ad accompagnarci durante questo viaggio”.

Inoltre, ha affermato: “Abbiamo raggiunto molti obiettivi in pochissimo tempo, ma siamo solo all’inizio. Prima Extreme E era solamente un’idea ma ora è diventata realtà, una speciale odissea senza precedenti che guiderà il vero cambiamento”.

Non ci resta che scoprire le emozioni che la nuova competizione sarà in grado di regalarci, impegnandoci anche a dare il nostro contributo per costruire un futuro più sostenibile perché, come suggerito dal motto di Extreme E, “la corsa per il pianeta è adesso”!

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Ambiente, società e tecnologia

PsyNot: analisi di uno stigma

La “notizia”

“Secondo i dati forniti dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, nel suo focus “Fare i conti con la salute mentale”, la depressione grave, il disturbo bipolare, la schizofrenia e le altre malattie mentali gravi riducono la speranza di vita in media di 20 anni rispetto alla popolazione generale, in modo analogo alle malattie croniche come le malattie cardiovascolari. Il 5% della popolazione mondiale in età lavorativa ha una severa malattia mentale e un ulteriore 15% è affetto da una forma più comune. Una persona su due, nel corso della vita, avrà esperienza di un problema di salute mentale e ciò ridurrà le prospettive di occupazione, la produttività e i salari.”

Queste sono le frasi più dure che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sceglie di usare per introdurre il lettore ad una dimensione socialmente e culturalmente ramificata in tutte le “classi di uomini”; una dimensione che si è ritrovata, come improvvisamente, al centro del dibattito mondiale mostrando la sua elevata capacità di impattare “sulla salute, sulla qualità della vita della popolazione e sulla sostenibilità dei costi dell’assistenza alle terapie farmacologiche e di supporto”.

“Come improvvisamente” tra le virgolette perché in realtà c’erano già i presupposti per impedire l’intensificarsi delle malattie mentali: nel 1997, infatti, era stata indetta, a Jakarta, la 4° Conferenza internazionale sulla promozione della salute, durante la quale era stato siglato l’accordo che porta il nome di Dichiarazione di Jakarta su come guidare la promozione della salute nel 21° secolo. In tale accordo vennero definiti gli aspetti necessari per riuscire ad abbattere le disparità in campo sanitario quali “la pace, una casa, l’istruzione, la sicurezza sociale, le relazioni sociali, il cibo, un reddito, l’attribuzione di maggiori poteri alle donne, un ecosistema stabile, un uso sostenibile delle risorse, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti umani e l’equità”.

Ancora oggi, però, essi risultano essere aspetti che il settore della sanità, da solo, non è in grado di garantire; quindi i governi, i vari settori socio-economici, le organizzazioni governative e quelle volontarie, sono tenuti a definire un piano di azione comune con strategie e programmi di promozione alla salute adattabili ai bisogni locali in sé dei paesi e delle regioni, nonché ai diversi sistemi sociali, culturali ed economici.

Il discorso così trattato, mette in luce una costante della dimensione moderna ovvero la nozione di “normale” nella sua duplice veste: la troviamo nella sua asserzione descrittiva (da qui “normalità”) perché rappresenta “il risultato di un calcolo statistico, di un’osservazione empirica su comportamenti comuni e diffusi in un determinato contesto storico-sociale”; e in quella prescrittiva ad indicare normatività ovvero ad indicare le regole comuni da seguire per rientrare in una determinata categoria e così rispettare l’equilibrio socio-culturale di ogni società.

Basti pensare che la diagnosi stessa della malattia mentale dipende dai progressi della farmacologia e dal suo potere decisionale oltre che dalle credenze di uno stato: negli Stati Uniti, per esempio, il sistema assicurativo sanitario si regola in base alle definizioni fornite dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSMManuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) redatto dall’American Psychiatric Association (APA), mentre nella maggior parte degli stati (193 per la precisione) ci si rifà al sistema di classificazione chiamato International Classification of Diseases (ICDClassificazione Internazionale delle Malattie) stilato dall’OMS.

Detto ciò, risulta quindi evidente e doveroso guardare indietro prima di trattare le soluzioni ad ora adottate (in funzione di queste linee guida generali e standard)…

Le cause economico-giuridiche

Riprendendo i concetti di normalità e normatività sopra citati, è possibile arrivare alle cause dietro l’aumento delle malattie mentali.

Li si collega, infatti, a quanto detto da Sigmund Freud nel suo libro “Disagio della civiltà” (1929): l’uomo è disposto a vivere in una civiltà che ne limiti le libertà e, di conseguenza, ne limiti la capacità (spesso assoluta) di essere felice, pur di non perdere la garanzia di sopravvivenza e la sicurezza economica e giuridica che gli spetta.

Se ne deduce che quando tale equilibrio viene meno, l’insicurezza trova terreno fertile. E a quale periodo si riconduce l’inizio della fine? Agli anni ‘70, ovvero agli anni della crisi energetica provocata da un sostanziale aumento del prezzo del petrolio a scapito di Israele e dell’Occidente. Una decisione presa dall’OPEC per dimostrare solidarietà all’Egitto e alla Siria durante la Guerra del Kippur (contro Israele). Una guerra di potere che ha messo in ginocchio l’economia dei più deboli e che ha costretto le loro aziende a riorganizzarsi e a rimboccarsi le maniche: la soluzione a cui giunsero vedeva la “creazione” di organizzazioni basate su una maggiore pressione sui tempi di lavoro (l’economia doveva riprendersi nel minor tempo possibile e andare di pari passo allo sviluppo tecnologico), su uno scarso potere decisionale (i membri di un’azienda, in situazioni problematiche, prendono decisioni sulla base di regole fisse e pensate a priori dall’organizzazione stessa) e su un’incertezza rispetto alla continuità della carriera professionale (a causa, ad esempio, di agevolazioni fiscali a favore dell’azienda per nuove e giovani assunzioni).

Le classi sociali appartenenti alla generazioni delle lotte sindacali arrivano a sentirsi abbandonate perché ignorate e private di quanto erano riuscite ad ottenere, mentre le nuove generazioni si trovano a vivere le ingiustizie come condizione normale per la loro posizione non privilegiata. Si viene così a definire una crescente incertezza verso il futuro, una maggiore disuguaglianza lavorativa e una propensione ad instaurare relazioni dipendenti e distruttive col potere.

Non solo, l’accelerazione della tecnologia che ne seguì, ha comportato una riduzione dei contatti fisici reali oltre che una riduzione e modifica dei rituali tipici “maschili” e “femminili” di integrazione sociale (viene meno il confronto diretto e reale e, quindi, viene limitata la crescita personale). Si riduce considerevolmente la “dieta” emotiva, portando l’individuo ad essere una pedina dei poteri forti, anche al di fuori dell’ambito lavorativo. Il quadro generale si aggrava quando queste condizioni si inseriscono nella vita dei bambini e degli adolescenti: con uno sviluppo già caratterizzato da una propensione all’isolamento, ridurre al virtuale gli spazi di condivisione porta il minore a chiudersi in se stesso e a non esternalizzare i propri problemi o le proprie preoccupazioni.

La velocità e l’insicurezza, poi, non permettono l’assimilazione corretta dei cambiamenti in atto e non ricreano gli ammortizzatori sociali contro lo stress e gli altri disagi psicologici: si riduce il sonno con conseguente riduzione dello sviluppo del cervello (soprattutto nei bambini e negli adolescenti).

Ed è così che si arriva, anche in giovane età, ad avere disturbi mentali intesi sia come “patologie psichiatriche quali ansia, depressione o disturbi bipolari, che come disturbi neurologici, come Alzheimer e demenze”, disturbi che diventano nei Paesi ad alto reddito “la principale causa di perdita di anni di vita per morte prematura e disabilità (17,4%), seguiti dal cancro (15,9%), dalle malattie cardiovascolari (14,8%), dagli infortuni (12.9%) e dalla malattie muscolo-scheletriche (9,2%)”.

Le cause socio-culturali

Gli altri punti su cui riflettere si basano su questi due interrogativi: perché quando si soffre di un dolore fisico contattiamo subito il medico di riferimento, mentre quando la sofferenza è di tipo mentale no?

Cosa ci ferma dal chiedere aiuto?

La salute mentale è un argomento carico di pregiudizi; chi vorrebbe chiedere aiuto teme le critiche delle persone presenti nella sua rete sociale ed il giudizio dello specialista a cui vorrebbe rivolgersi.

Il gruppo dei pari gioca un ruolo importante perché si vive in preda alla paura dell’esclusione, della derisione, dell’incomprensione o, peggio ancora, di essere considerati come pericolosi per se stessi e per gli altri, quando in realtà il silenzio rappresenta il vero pericolo.

Il secondo fattore da considerare è il costo. La persona che già prova vergogna di chiedere aiuto ad uno specialista si troverà ad ideare tutta una serie di stratagemmi per nascondersi e per capire come poter sostenere le costanti spese di una consulenza psicologica.

Non solo, un’aderenza bassa ai trattamenti unita all’insorgere di altre problematiche, peggiorerebbe la condizione del paziente richiedendo tempi di “riabilitazione” più lunghi. Problema già quantificato in un rapporto dell’Harvard School of Public Health e del World Economic Forum (WEF), in cui si stima che “tra il 2011 e il 2030 il costo delle malattie mentali in tutto il mondo sarà di oltre 16 trilioni di dollari in termini di mancata produzione, più di patologie oncologiche, cardiovascolari, respiratorie croniche e del diabete”.

Quali mezzi abbiamo a disposizione in questo mondo digitalizzato per aiutarci?

Il fenomeno del online counseling ha iniziato a prendere piede quando la vita si è fatta più frenetica e le persone hanno acquisito la dote del multitasking, per riuscire a fronteggiare tutti gli impegni della quotidianità. Ha poi ricevuto una spinta naturale dalla pandemia, data la migrazione dei rapporti umani nelle piattaforme di messaggistica e per i problemi psicosociali emersi in seguito.

Il supporto psicologico online presenta numerosi vantaggi: l’anonimato dell’utente permette di superare il disagio derivante dal confronto diretto con lo specialista e agisce come fattore rassicurante; il giudizio esterno non è più un fattore rilevante perché, svolgendosi il percorso mediante un device, l’utente è consapevole del rispetto della sua privacy; permette a qualsiasi tipo di utente di farne uso, qualunque sia la posizione geografica.

In nostro soccorso giunge l’ecosistema delle applicazioni multipiattaforma:

  • AiutoPsicologi è un’applicazione di sostegno momentaneo, si propone come un primo soccorso da utilizzare in situazioni di forte stress, ansia e attacchi di panico fornendo strumenti, tecniche utili per superare i momenti di crisi, e contatti diretti con personale qualificato. Presenta un layout semplice ed intuitivo.
  • Soultrainer è una piattaforma di counseling gratuito che mette in contatto la domanda di supporto con l’offerta professionale, garantendo l’anonimato agli utenti. Questa piattaforma consente di comunicare con gli esperti tramite chat di gruppo tematiche. Il bot presente nella piattaforma spiega brevemente agli utenti le modalità di utilizzo e consigliando di effettuare un test, così da permettere una migliore user experience. E’ presente anche il blog, in cui vengono trattati i più svariati temi dell’ambito psicologico, così da creare anche informazione per gli utenti iscritti e non, e conferire un valore aggiunto non indifferente.
  • Cozily, invece, ricrea un colloquio psicologico a tutto tondo. Composto da psicologi e psicoterapeuti iscritti all’Albo e selezionati tramite attenti criteri di valutazione. Il percorso ha inizio con un periodo di prova dove l’utente ha modo di capire se il servizio può soddisfare le proprie esigenze, in cui conosce le modalità di funzionamento ed ha le prime interazioni conoscitive con lo specialista. Se il giudizio è positivo, al termine della prova, l’utente sottoscrive un abbonamento mensile il cui costo è nettamente inferiore ad un classico percorso di psicoterapia. In particolare “con la sottoscrizione dell’abbonamento si avrà accesso all’anamnesi iniziale, alla programmazione delle attività, all’assegnazione di esercizi graduali, all’utilizzo del diario per registrare i progressi e al supporto continuativo del terapeuta via chat”. La forza dell’applicativo sta proprio nel cercare di rendere l’iter terapeutico il più simile alla reale seduta di terapia psicologica.
  • ItaliaTiAscolto: ecco un’applicazione firmata Bicocca, nata per supportare chiunque si trovi in una situazione di malessere emotivo e forte stress causati dalla grave emergenza sanitaria in cui ci troviamo. L’applicativo è stato inizialmente finanziato dalla Fondazione di Comunità Milano, propone degli incontri virtuali che trattano temi come la gestione delle emozioni, del lutto, della gravidanza, e che danno vita a momenti di condivisione in cui i partecipanti possono condividere le proprie esperienze. Tutti argomenti che sono pensati per crescere e sostenersi.

Se qualcuno volesse intraprendere un percorso di terapia psicologica ma non sapesse a chi rivolgersi?

L’offerta di cui è possibile disporre nell’epoca digitale è aumentata non di poco: basti pensare che è possibile svolgere sessioni da remoto con specialisti provenienti da tutto il territorio nazionale.

Il Servizio Italiano di Psicologia Online mette a disposizione un portale completo con la descrizione di ogni specialista, il tipo di applicazione utilizzata per svolgere le sedute ed il costo. Inoltre è possibile aggiungere dei filtri nella propria ricerca in base al tipo di specializzazione ricercata.

L’introspezione è una risorsa alla portata di tutti: il primo passo da compiere per prendersi cura del proprio stato mentale è informarsi.

Nella rete bisogna prestare attenzione ed attingere da fonti attendibili, costruendosi un bagaglio di conoscenze basilari, diventando così più consapevoli di se stessi.

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