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Ambiente, società e tecnologia

Il consumo è sempre più green: spunti di riflessione dal Web Marketing Festival

Se si interrogasse il dizionario online dei sinonimi e dei contrari, i primissimi termini suggeriti al posto di “sostenibilità” sono tollerabilità e sopportabilità.  Non è un caso che il concetto di sviluppo sostenibile sia stato anticipato di qualche anno dal “Rapporto sui limiti dello sviluppo”.  All’interno di questo libro veniva descritto, per la prima volta, l’esito di una simulazione al computer che aveva lo scopo di valutare le interazioni fra popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse. In particolare, veniva messo in evidenza che la crescita produttiva illimitata avrebbe portato allo smodato consumo delle risorse energetiche e ambientali con un irreversibile deterioramento del pianeta.

Quindi, il concetto di sostenibilità nasce dall’esigenza di individuare un prima, caratterizzato da un modello di sviluppo che se perpetuato avrebbe reso la nostra presenza nel mondo intollerabile, e delineare un dopo che, auspicabilmente, doveva essere basato su di un nuovo paradigma di sviluppo non solo diverso ma, per certi versi, opposto a quello antecedente.

 

La rivoluzione dal basso

Consumate quasi tutte le risorse a disposizione del genere umano e giunti al punto di pagarne le drammatiche conseguenze, lo sviluppo sostenibile, inteso come processo in grado di assicurare «il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri», è diventato una necessità. Oggi tutte le aziende sono chiamate a muoversi in tale direzione. Proprio in quest’ottica, nel 2015, le Nazioni Unite hanno pubblicato l’Agenda 2030, “un piano d’azione per le persone, il Pianeta e la prosperità”, che possa fungere da faro per le persone, per le aziende e per le nazioni.

La pandemia ha modificato la sensibilità dei primi anelli di questa catena. I consumatori, ora più attenti verso le tematiche ambientali e sociali, vogliono essere sempre più protagonisti del cambiamento. La conferma arriva anche dai dati citati da Americo Bazzoffia durante il suo intervento al WMF: in Italia, 7 consumatori su 10 hanno rivalutato il proprio modo di fare acquisti e addirittura il 39% dei consumatori è disposto a pagare fino a un 10% di più per prodotti sostenibili. Questo nuovo interesse spinge le aziende non solo a intraprendere una strada sempre più “green” ma anche a comunicare sempre meglio la loro sostenibilità.

 

Attenzione al greenwashing

Diversi studi dimostrano che il consumatore odierno è più sensibile, più competente e quindi più attento. Questo significa che la comunicazione della sostenibilità deve essere corretta, veritiera, attendibile, chiara, rilevante e coerente. Nasce per questo l’esigenza dell’affermazione del “claim etico” che si discosta dal playoff emozionale che negli anni scorsi tanto è stato utilizzato e che per lungo tempo ha generato grandi fenomeni di greenwashing.

Ad oggi, anche se non è presente ancora una normativa puntuale sull’argomento, è richiesto che i messaggi contenuti nella comunicazione siano sostenuti da evidenze e il produttore deve sempre consentire al consumatore di effettuare la verifica delle asserzioni con cui presenta il prodotto, per evitare di essere chiamato a rispondere davanti all’autorità nazionale a ciò designata di essere protagonista di una pratica commerciale sleale, con tutte le conseguenze negative sull’immagine aziendale che ciò può comportare. Qualora si ritenga di essere dinanzi a un sospetto caso di greenwashing, in Italia, è possibile rivolgersi all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, successivamente instaurare un giudizio civile e segnalare il caso all’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria. Almeno questo è l’iter perseguito lo scorso novembre nella prima sentenza per greenwashing in Italia.

 

Costruire la sostenibilità

Come visto in precedenza, il principio di sostenibilità si basa non solo sul rispetto intragenerazionale ma anche su quello intergenerazionale. Dunque ciascuno è chiamato ad agire secondo le proprie possibilità. L’aumento del fenomeno consumo-sostenibile sprona le aziende a una maggiore attenzione verso determinati temi e le spinge a competere non solo attraverso il prodotto o servizio fornito ma anche sulla capacità di comunicare e rendere verificabile il loro operato.

Proprio a questo punto entrano in azione gli enti di certificazione e le agenzie comunicative. Ai primi viene chiesto di controllare che i beni e i servizi siano prodotti o distribuiti secondo norma di legge mentre ai secondi viene chiesto di generare claim etici che non solo muovano il consumatore all’azione ma che siano in grado di informare correttamente e di comunicare la correlazione positiva che intercorre tra l’acquisto di un determinato bene o servizio e il suo impatto all’interno dell’ecosistema economico, sociale e ambientale.

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Ambiente, società e tecnologia

Come dovranno essere le città del futuro? Intervista al Professor Maurizio Carta

Il termine Antropocene è un neologismo coniato negli anni ottanta del novecento ma che è diventato celebre nei primi anni 2000 quando Paul J. Crutzen, premio Nobel per la chimica, durante un intervento esclamò: “Benvenuti nell’Antropocene”. Il sostantivo tanto dirompente quanto intuitivo piacque subito sia alla comunità scientifica che al grande pubblico.

 

Negli anni successivi la letteratura attorno al tema dell’antropocene fece registrare un’enorme proliferazione così, se volessimo farne un’estrema sintesi, potremmo dire che l’Antropocene è l’era geologica attuale che si contraddistingue dalle precedenti per via delle alterazioni ambientali causate dalla specie Homo Sapiens.

 

Questi argomenti hanno trovato spazio anche nella cornice del Web Marketing Festival di quest’anno” dove abbiamo incontrato Maurizio Carta, urbanista, architetto e docente dell’Università di Palermo che, in un’intervista, ci ha spiegato come dovrebbero essere le città del futuro per fare in modo che il Pianeta rimanga ancora abitabile per la nostra specie.

 

Salve Professore e benvenuto nella redazione di #iWrite, durante il suo intervento al WMF ha introdotto il termine “Antropocalisse”, le andrebbe di approfondire con noi questo concetto?

 

Intanto, volevo ringraziare e sono molto contento di partecipare a questo dialogo con la vostra redazione. Ora, tornando alla domanda, inizio col dire che per me Antropocalisse è un termine necessario. Vent’anni fa Crutzen ha parlato per la prima volta di “Antropocene”, una parola dirompente che andava a segnalare, non solo alla comunità scientifica ma anche al grande pubblico, che stavamo entrando dentro una nuova era tanto dal punto di vista geologico che da quello culturale, sociale ed economico. In questa nuova fase, l’Homo sapiens si presenta come la specie più trasformativa del pianeta. Tuttavia, come accade spesso nella terminologia tecnica, Antropocene si presenta come un termine ampiamente descrittivo ma al contempo potenzialmente neutro: è come se fosse lì per designare una condizione ineluttabile dell’evoluzione umana in cui siamo entrati e non possono essere presenti alternative. Proprio per questo, io preferisco utilizzare “Antropocalisse” che, invece, è volutamente provocatorio. Antropocalisse dichiara esplicitamente qual è il problema da affrontare; rende evidente, fin da subito, che ci troviamo in una condizione di apocalisse antropica. Siamo sull’orlo di un collasso, sul ciglio di un baratro e non solo per la salute del pianeta ma anche per la nostra esistenza. È l’umanità, che essendo diventata la specie più trasformativa della Terra, mette a rischio se stessa producendo effetti nefasti sul pianeta che lo rendono inabitabile per la specie umana. Per questo ritengo sia utile chiarire che ci si trova in una condizione da cui dobbiamo uscire: non ci possiamo limitare a contemplarla con sgomento, a guardarla con timore, siamo chiamati ad agire per cercare di porvi rimedio.

 

Per l’Italia quali sono i dati relativi?

 

L’Italia, come tutto il mondo del resto, è coinvolta dagli effetti dell’Antropocalisse e si trova in una condizione in cui è assolutamente necessario entrare in azione. Ad esempio, ogni persona che nasce nel nostro paese ha “in dote” 135 m2 di cemento. Potrebbero non sembrare molti, in fondo non è una cifra enorme, ma il vero problema è che questo cemento spesso non è rappresentato da superfici occupate da infrastrutture sicure e servizi utili o teatri, musei e altri luoghi che possano in qualche modo contribuire al miglioramento della qualità della vita. Anzi, spesso si tratta di cemento che pesa sulla sicurezza della popolazione e a dircelo sono i dati: ad esempio, l’8% delle scuole non è conforme alla normativa antisismica. Invece, sono 7.300.000 le persone che vivono dentro case esposte a un altissimo rischio idrogeologico. Questo è il cemento che pesa, cemento che per poter migliorare la qualità della vita dovrebbe essere ridotto o per lo meno trasformato. In Italia, abbiamo 15 m2 di verde urbano per ciascun abitante contro i 45 che ha mediamente un cittadino europeo, questo a sottolineare come nel nostro paese ci sia un’evidente mancata proporzione tra le strutture antropiche e quelle naturali. E ancora, il 33% delle persone abita in zone a forte vulnerabilità materiale e sociale: questi sono quartieri che mineralizzano e impermeabilizzano il territorio senza offrire nulla. Oggi le città sono i luoghi in cui sono (stati) resi tangibili gli effetti dell’Antropocalisse e per questo c’è necessità di ripensarle. Si aggiunga, inoltre, che dinanzi a questi numeri drammatici che indicano una condizione di criticità urbana, infrastrutturale e sociale l’Italia spende ancora pochissimo in termini percentuali di PIL (0.41%) per azioni di contrasto a questi fenomeni. Una cifra ancor più irrisoria se confrontata con quella investita da paesi con economie non dissimili che sono in grado di destinare alla causa quasi il quadruplo delle risorse. Quindi, se da un lato dovremmo aumentare le risorse economiche (e questo non è né semplice né veloce) dall’altro possiamo iniziare a agire fin da ora per ridurre il nostro consumo di suolo efficientando l’utilizzo di quella porzione che non possiamo fare a meno di consumare.

 

Quali sono le soluzioni possibili per uscire da questa situazione?

 

Per uscire dall’Antropocalisse, e sottrarsi dalla soglia del baratro, è necessario affrontare cinque rivoluzioni. La prima riguarda il contrasto al cambiamento climatico. Questo significa agire per mitigarne gli effetti e contemporaneamente per ridurre le cause che lo generano, trasformando profondamente i modi con i quali conduciamo la nostra esistenza. La seconda rivoluzione è la necessaria accelerazione della trasformazione digitale, cosa che ci permetterà di utilizzare in maniera ottimale i dati. Sarebbe utile poter costruire, per ciascuna città, un “gemello digitale” che permetta di simulare le trasformazioni calcolando effetti e impatti delle nostre azioni ancora prima di compierle. Un’altra rivoluzione è quella di far tornare le nostre città ad essere policentriche, una tendenza ancestrale ma completamente inversa a quella che si è affermata negli ultimi anni. Le città oggi sono eccessivamente monocentriche, ossia presentano un affollamento di servizi solo in determinate aree con conseguente periferizzazione di tutto il resto. Le città, e in particolare quelle italiane, non sono nate così. Infatti, le nostre città sono fatte di quartieri ciascuno con la propria autonomia e le proprie peculiarità. Questo forniva al nostro sistema socio-economico diversità, equilibrio e ricchezza e per questo faremmo bene a tornare a questi modelli. La quarta rivoluzione è quella legata alla capacità di riattivare il riciclo permanente della città. Parlo di riattivare perché in parte abbiamo mantenuto questa capacità ma il tempo che intercorre tra la dismissione e il riutilizzo della funzione è un tempo decisamente troppo lungo. In questo intervallo temporale vengono accumulati scarti che sono occasione di degrado dei contesti urbani oltre a rappresentare un costo al momento dello smaltimento. La soluzione, in questo senso, potrebbe essere un riciclo programmato: pensare alle funzioni della città perché siano immediatamente e facilmente riutilizzabili. Per fare ciò è necessario non solo sconvolgere la fase di progetto ma anche ammodernare le normative relative. L’ultima rivoluzione è quella per cui dobbiamo rendere le nostre città più femminili e plurali. Dobbiamo iniziare a guardarle con gli occhi delle esigenze delle ragazze, è necessario essere attenti a tutte le esigenze disegnando città conformi a tutte le forme di affettività familiare. Ecco queste sono le cinque rivoluzioni necessarie ma la loro attuazione presuppone un cambiamento poderoso non solo dal punto di vista urbanistico ma anche politico, sociale e culturale.

 

Secondo lei, ci sono già dei progetti, in Italia e all’estero, che possono essere utilizzati come modello positivo?

 

Sì, in realtà ce ne sono molti. Queste città io le chiamo “città aumentate” perché sono città che amplificano le possibilità e le opportunità oltre che aumentare la qualità della vita di chi vi risiede. In giro per il mondo ci sono davvero molti prototipi. Alcuni nomi possono essere Amsterdam, Copenaghen e Barcellona. Quest’ultima sta facendo un enorme lavoro sul policentrismo, invece, Parigi è molto attiva nel costruire “la città dei quindici minuti”. In Germania abbiamo interi quartieri costruiti affinché siano completamente indipendenti dalle fonti fossili per la generazione di energia. Anche in Italia abbiamo esempi virtuosi come ad esempio Milano che in questo momento sta sperimentando l’urbanistica tattica con attenzione alla qualità degli spazi aperti. Bologna, invece, è molto avanzata nel campo della trasformazione digitale. Inoltre ci sono una serie di esempi interessanti anche dal sud come Napoli, Palermo o alcuni esempi di città pugliesi che stanno lavorando nel mettere insieme la rigenerazione urbana e quella sociale. L’unico problema è che questi esperimenti sono ancora troppo pochi per essere incisivi e soprattutto si presentano come fenomeni episodici nati più dall’azione di amministrazioni particolarmente visionarie o dall’entusiasmo di una vivace comunità che da strategie adottate nella gestione sistematica delle città. Ecco, il mio auspicio è che non si tratti più di qualcosa di sporadico, di una serie di esperimenti di avanguardia, ma che il tutto sia trasformato ne “il modo” con cui vengono progettate tutte le città. Solo questo ci permette di entrare in una nuova epoca che io chiamo “Neoantropocene” in cui l’Homo sapiens rimane ancora la specie trasformante ma si trasforma in “Homo urbanus” che apre la strada evolutiva a una nuova umanità che assume su di sé il peso dell’urbanità ma le dà una nuova veste in cui è presente un equilibrio tra le sue esigenze e la natura

 

Può lasciarci qualche consiglio su come ciascuno di può contribuire alle cinque rivoluzioni nominate in precedenza?

 

Molto volentieri, il primo suggerimento è quello di iniziare a pensare in una dimensione che guardi al futuro. Questo significa che è necessario avere uno sguardo lungo e consapevole: alcuni processi hanno bisogno di tempo ma capire da cosa si deve iniziare perché il processo e la lungimiranza hanno bisogno della quotidianità. È necessario pensare con quello che a me piace chiamare “il pensiero dei costruttori di cattedrali medievali” che avevano la lungimiranza dello sguardo quando progettavano la cattedrale ma avevano anche la consapevolezza che quella cattedrale sarebbe stata costruita giorno per giorno da un’intera comunità che nel tempo magari avrebbe anche cambiato un po’ il progetto iniziale per adattarlo alla città e alla cittadinanza. Ecco abbiamo la necessità di imparare a tenere insieme il tempo lungo del progetto e la capacità di realizzarlo. Un altro suggerimento per l’evoluzione verso l’”Homo urbanus” è acquisire una poderosa capacità di cooperazione: tutti dobbiamo essere capaci di coprogettare, cogestire perché questo non è più il tempo dei recinti di competenza. Dobbiamo tornare a esercitare il governo e l’amministrazione del bene comune e dobbiamo iniziare a riprogettare le città proprio dallo spazio pubblico e con spazio pubblico non intendo solo quello di proprietà pubblica ma proprio quello che indipendentemente dalla proprietà rappresenta uno spazio in cui le persone si incontrano e si riconoscono. È necessario tornare alla dimensione della città pubblica ossia quella in cui la comunità esce dalla sua dimensione domestica e agisce nella dimensione propriamente urbana.

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Sport e tutela dell’ambiente: alla scoperta del Plogging

Se durante una corsetta all’aperto vi è capitato qualche volta di raccogliere dei rifiuti abbandonati lungo la strada, sappiate che, oltre ad aver compiuto una buona azione per l’ambiente, vi siete cimentati nel Plogging, una disciplina sportiva che consiste nel raccogliere i rifiuti mentre si corre.

Presente in Italia già da alcuni anni, nel 2015 si è svolta la prima edizione della Keep Clean and Run, la maratona sportivo-ambientale di sensibilizzazione al littering, l’abbandono di rifiuti di piccole dimensioni in spazi aperti e pubblici. Tuttavia, è nel 2016 che l’atleta svedese Erik Ahlström coniò il neologismo Plogging, formato dalla crasi tra la parola inglese jogging (correre) e il termine svedese plocka upp (raccogliere); il corridore scandinavo, infatti, stanco dei rifiuti presenti sul suo percorso d’allenamento, decise di ripulire il tragitto mentre si allenava, documentando la sua attività sui social network.

Da quel momento la disciplina si è diffusa a livello internazionale, venendo praticata sia in forma individuale che riunendosi in gruppi e associazioni per l’organizzazione di manifestazioni ed eventi sportivi locali, dove integrare i benefici psico-fisici derivanti dal praticare sport con l’obiettivo di fare qualcosa di utile per l’ambiente e per l’intera collettività, ripulendo strade, parchi, sentieri di montagna, fiumi e tutti i luoghi e gli spazi dove si vive e ci si allena.

Ogni anno vengono organizzati eventi locali, ma anche internazionali, come il World Plogging Championship, il primo campionato del Mondo, organizzato dal Comitato Internazionale di Plogging, che si è tenuto lo scorso ottobre in Val Pellice sulle Alpi torinesi; un territorio, quello torinese, scelto per ospitare anche la seconda edizione, in programma sempre in autunno dal 30 settembre al 2 ottobre prossimi, quando nelle Valli Olimpiche un centinaio di atleti si sfideranno per raccogliere il maggior numero di rifiuti trovati lungo il percorso di gara.

L’attività e le iniziative sportive, quindi, sono sempre più utilizzate per comunicare e sensibilizzare al rispetto dell’ambiente e alla lotta all’inquinamento come testimoniato anche dalla stipula nel 2019 della “Carta Internazionale per gli eventi sportivi sostenibili”, un vero e proprio impegno a realizzare e promuovere manifestazioni sportive meno impattanti e più rispettose per la natura. Sono, poi, aumentati anche gli atleti professionisti, tra gli altri la sciatrice olimpionica Federica Brignone o il calciatore norvegese Morten Thorsby, che tramite le loro azioni e iniziative si uniscono a quanti nella società si battono contro l’inquinamento, stimolando sempre più persone ad adottare scelte e comportamenti eco-sostenibili e rispettosi per l’ambiente.

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Desertificazione: cosa significa e una possibile soluzione per combatterla

Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha guadagnato ampio spazio all’interno dei media soprattutto quando si è trattato di illustrare i catastrofici scenari che ci si appresterà a vivere in assenza di un significativo cambio di rotta. Tra le conseguenze meno citate dalla carta stampata vi è la desertificazione. Anche se un po’ controintuitivo, la desertificazione non è esattamente la generazione di nuovi deserti (il termine giusto in quel caso è desertizzazione) ma il “degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attività antropiche”.

Le cause

La definizione ufficiale è stata proposta dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta contro la Siccità e la Desertificazione e pone al centro la degradazione fisica, chimica e biologica della matrice ambientale come conseguenza di una serie di alterazioni siano esse naturali o inflitte dall’azione dell’uomo. Tra le cause naturali vengono ricordate l’aridità, la siccità e l’aumento dell’erosività dei fenomeni precipitosi invece tra le cause antropiche annoveriamo principalmente lo sconsiderato uso del suolo e il sovrasfruttamento della risorsa idrica. Tra i driver antropici principali troviamo sia i danni generati dal settore primario che quelli dovuti all’urbanizzazione.

Quando parliamo delle cause naturali è necessaria una precisazione. Infatti, sebbene nell’uso comune aridità e siccità sono termini spesso utilizzati come sinonimi, nelle scienze hanno significati diversi. La prima, ossia l’aridità, è una caratteristica climatica mentre la seconda è un vero e proprio fenomeno e può interessare anche generalmente zone non aride. Una zona è correttamente definita arida quando, nelle situazioni ordinarie, presenta contemporaneamente scarsità delle piogge e forte evaporazione, invece una zona è definita siccitosa quando, in un determinato periodo, le precipitazioni sono sensibilmente inferiori ai livelli normalmente registrati, il che fa sperare che quella della siccità sia una situazione auspicabilmente transitoria.

La situazione

Nel 2018 il Joint Research Centre (JRC), ossia il servizio della Commissione europea per la scienza e la conoscenza, ha pubblicato l’Atlante mondiale della desertificazione. I dati riportati al suo interno sono molto preoccupanti: infatti si stima che ogni anno nel mondo a causa della desertificazione vengono degradati circa 4,18 milioni di km², una superficie che, come si fa notare nell’atlante, per ordine di grandezza potrebbe essere paragonata a quasi metà dell’Unione Europea. Inoltre, si conta che mantenendo costanti questi tassi, nel 2050, il 90% dei territori terresti potrebbe essere già degradato.

I dati illustrati non destano preoccupazione solo a livello ambientale ma anche a livello sociale e economico. Infatti, l’impoverimento e la degradazione delle terre genereranno importanti ondate migratorie: all’interno del documento sopra citato si stima che nel 2050 fino a 700 milioni di persone saranno sfollate a causa di problemi legati alla scarsità delle risorse del suolo ed entro la fine del secolo questa cifra potrebbe toccare addirittura i 10 miliardi. Le notizie non sono migliori per chi decide di restare in queste zone in quanto l’aumento della povertà incentiva situazioni di instabilità politica che si sommano alle difficoltà ambientali.

Secondo Ibrahim Thiaw, segretario esecutivo dell’United Nations Convention to Combat Desertification, il costo globale della desertificazione potrebbe aggirarsi addirittura sui 15 mila miliardi di dollari all’anno mentre per la sola Unione Europea il costo economico della degradazione del suolo è stimato nell’ordine di decine di miliardi di euro all’anno.

Un progetto per difenderci dalla desertificazione

Nel tempo sono sorti moltissimi progetti per poter rallentare la corsa alla desertificazione, tra i più importanti c’è quello della Great Green Wall. La grande muraglia verde non è altro che un’enorme operazione di forestazione che attraverserà ben 11 stati africani e si estenderà per 7000 Km di lunghezza e 15 Km di larghezza. La piantumazione proposta ha come obiettivo quello di arrestare l’avanzamento della degradazione della savana africana oltre che quello di porre un freno sulla accelerazione del cambiamento climatico.

Pur essendo stato lanciato nel 2007 quello della Grande muraglia verde è ancora un progetto in continuo divenire ed è difficile poter parlare già di risultati ma i primi timidi segnali positivi arrivano dal Burkina Faso dove in questi anni è stata riforestata una superficie pari a 30.000 km².

L’inizio dei lavori per l’installazione della muraglia verde è simbolo del fatto che non è più possibile limitarsi a leggere e commentare i dati climatici, è necessario entrare in azione e cercare di profondere tutte le energie possibili perché la rotta non può più essere invertita e per questo non ci resta che limitare i danni.

 

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Legge “Salvamare”: tutto quello che c’è da sapere

L’11 maggio è stata definitivamente approvata al Senato la “Legge Salvamare” che promette di avere un impatto significativo sulla salute di fiumi, laghi e mari del nostro paese.

 

Iniziamo con qualche numero per comprendere la dimensione del problema. Ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 300 milioni di tonnellate di materie plastiche e di queste 8 milioni vanno a finire nelle acque di tutto il globo, rappresentando l’85% dei rifiuti ritrovati lungo le coste, sulla superficie e sui fondali marini. Il Mar Mediterraneo ne ospita circa 230 mila tonnellate, mentre nelle acque tirreniche è stata riscontrata la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato.

 

Le conseguenze di questo elevato inquinamento si riflettono sulla fauna marina, la quale può arrivare a modificare la propria catena alimentare con ripercussioni su moltissime specie viventi o addirittura venire danneggiata talvolta fino alla morte. Ovviamente il pescato contaminato può giungere nei nostri piatti e già numerose evidenze scientifiche suggeriscono un impatto nocivo delle microplastiche sull’apparato endocrino umano.

 

Veniamo al DDL approvato pochi giorni fa dalle nostre Camere. Cosa prevede? La sostanziale modifica rispetto alla legislazione precedente riguarda l’inquadramento dei “rifiuti accidentalmente pescati” (RAP) ovvero “i rifiuti raccolti in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune dalle reti durante le operazioni di pesca”. Questi vengono infatti adesso equiparati a veri e propri rifiuti delle navi, quindi a comuni rifiuti solidi urbani. In precedenza i RAP, essendo inquadrati come rifiuti speciali, dovevano essere scaricati nuovamente in mare per non incorrere in pesanti sanzioni o peggio ancora nel reato di trasporto illecito di rifiuti. Quindi, da oggi, i comandanti di pescherecci o natanti che raccoglieranno plastica con le loro imbarcazioni potranno tranquillamente conferirla ai centri di raccolta portuali.

Qualche ombra però si aggira su questa preziosa legge, la prima legata al fatto che il comma 9 dell’art 2 “demanda ad un apposito decreto ministeriale [ … ] l’individuazione di misure premiali, […], nei confronti dei comandanti dei pescherecci soggetti al rispetto degli obblighi di conferimento disposti”. Tale decreto ministeriale verrà emanato entro quattro mesi dall’entrata in vigore della legge e attendiamo di conoscere esattamente che tipo di misure individuerà. La seconda ombra è invece attualmente solo speculativa e deriva da alcune considerazioni legate alla pesca a strascico, probabilmente la tecnica di pesca migliore per raccogliere rifiuti dai fondali, sicuramente la meno costosa e quindi molto redditizia ma al contempo la più dannosa per l’ecosistema marino. Questo tipo di attività è regolamentata da norme abbastanza stringenti ma quello che alcuni gruppi di ambientalisti auspicano è che non ne venga derogata la sua non sostenibilità a favore di una più rapida pulizia ambientale.

La legge “Salvamare” agisce sostanzialmente nell’attuare misure per contrastare i danni già apportati ai nostri mari, ma non affronta il problema alla radice cioè non si pone l’obiettivo di diminuire drasticamente la produzione di tutto ciò che si trasforma nei secoli in materiale inquinante e che possiamo facilmente identificare non solo nella plastica da imballaggi ma anche in quanto viene spesso prodotto dall’industria cosmetica, dalla moda,  dall’usura dei pneumatici e dalle stesse attività commerciali e non legate al trasporto marittimo. A proposito del settore moda e tessuti, non è stata approvata dalla Camera dei Deputati la misura proposta dal Senato sull’etichettatura dei prodotti tessili che rilasciano microfibre.

 

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La shrinkflation e quel caro mezzo chilo di pasta

La guerra in Ucraina, l’aumento esorbitante dei costi di gas e luce e gli effetti della pandemia sono eventi che hanno indubbiamente impattato in modo determinante sulla vita di ognuno di noi.

Al giorno d’oggi, siamo costantemente bombardati da centinaia di informazioni diverse che ci investono in ogni ambito della nostra quotidianità. Dai social, alla tv, alle sale d’attesa, fino al bagno di casa, ogni nostra azione è sempre accompagnata da una voce narrante che, in sottofondo, ci ricorda che non siamo altro che un minuscolo granello in un Universo in continua trasformazione. Questa overdose informativa ha però un duplice effetto: se da un lato la conoscenza degli eventi ci rende più consapevoli di ciò che accade intorno a noi, dall’altro l’eccesso di news ha l’effetto collaterale di stordirci, nel mare di cambiamenti che sta investendo la popolazione mondiale.

In tutto questo caos infatti, rimaniamo spesso attoniti ed impotenti di fronte al drammatico evolversi degli eventi, assorbendo passivamente il cambiamento.

Se però l’aumento delle tasse, per esempio, rappresenta una manifestazione chiara (ed indigesta) che le cose stiano mutando, la shrinkflation è un processo sottile, al limite dell’impercettibile, che testimonia il continuo rimodellamento delle dinamiche economico-sociali che regolano la nostra vita su questo pianeta (e di cui spesso non ci rendiamo conto).

Per comprender di cosa si tratti questo complesso fenomeno, le cui implicazioni vanno ben oltre il semplice aumento del costo degli ingredienti di una degna carbonara, è opportuno innanzi tutto chiarire qualche concetto.

Cos’è la shrink-flation?

L’espressione è un neologismo che nasce dall’unione di due termini: “shrinkage”, ovvero contrazione, ed “inflation”, cioè inflazione (un rincaro di larga portata). La shrinkflation si configura come una tecnica di marketing molto fine che ha l’obiettivo di aumentare il margine di profitto sul prodotto attraverso un processo di riduzione delle dimensioni del bene di consumo.

Essa si basa essenzialmente sulla “sgrammatura” seriale dei prodotti, cioè la riduzione del contenuto delle confezioni. Questo espediente permette che il prodotto acquisisca una dimensione minore rispetto a quella canonicamente conosciuta dal compratore, mantenendo però lo stesso prezzo.

Questo processo di riadattamento di prezzi e volumi ha impattato in maniera determinante sui beni di largo consumo, sfruttando la familiarità del compratore al prodotto per indurlo a pagare un prezzo più alto senza che, nella maggior parte dei casi, se ne possa accorgere.

Un esempio eclatante di shrinkflation è quello del nuovo pacco di pasta da 400g che ha sostituito il classico e consolidato mezzo chilo ma che viene comunque venduto allo stesso prezzo. Il cliente (che potrei essere io, una studentessa fuori sede che al supermercato ha ben altro a cui pensare che non controllare la grammatura della pastasciutta), in linea generale, possiede una certa familiarità con il prodotto e, proprio in virtù di questa consolidata fedeltà, è tratto in inganno: convinto di acquistare un pacco da 500g, in realtà, si ritroverà nella mensola una confezione di soli 400g, finendo per pagare un prezzo maggiore senza rendersene effettivamente conto.

La strategia di ridurre la dimensione del prodotto pur mantenendo lo stesso prezzo a cui il consumatore è “affezionato”, permette infatti di abbattere notevolmente il rischio di perdita della clientela (rispetto a quanto potrebbe accadere alzando direttamente il prezzo sulla confezione), garantendo di massimizzare il guadagno a scapito del compratore.

Questo meccanismo, che pecca sicuramente di trasparenza, ha suscitato non poche polemiche e rivendicazioni. Attualmente infatti molte Associazioni dei consumatori ed alcune Procure della Repubblica hanno presentato denuncia all’Antitrust per verificare la legalità della pratica e tentare di regolamentarla.

Storia di un consumatore ingenuo

Pensare che gli eventi che accadono lontano da noi non possano ripercuotersi sulla nostra esistenza è frutto di una visione non solo miope ma anche estremamente fallace.

Al contrario degli effetti palesi ed evidenti dei profondi cambiamenti che hanno investito recentemente l’Occidente (e non solo), la shrinkflation è un processo che agisce tra le righe, esercitando una pressione economica (e psicologica) su ognuno di noi senza che, nella maggior parte dei casi, possiamo accorgercene in maniera totalmente consapevole.

Ogni cambiamento comincia con la presa di consapevolezza: solo comprendo che la realtà attorno a noi sta cambiando, infatti, possiamo opportunamente riadattare il nostro comportamento al continuo evolversi delle dinamiche che regolano la nostra quotidianità.

Tale presa di coscienza viene meno nel caso della shrinkflation: essa infatti si basa su un processo di reticenza più sottile e tagliente di quanto non possa sembrare, rendendoci vittime di un meccanismo subdolo e basato sulla nostra stessa ingenuità.

É possibile inoltre notare come questo fenomeno attinga parte dalle sua consistenza dal principio della rana bollita di Chomsky, secondo cui l’essere umano perde la capacità di reagire a situazioni spiacevoli, adattandosi gradualmente e passivamente ai sottili cambiamenti della realtà che lo circonda.

Esattamente come la rana, che viene bollita in una pentola d’acqua senza che possa rendersene conto aumentando gradualmente la temperatura, anche noi diventiamo inerti e passivi di fronte alle evoluzioni della nostra società, accettando le trasformazioni senza cognizione di causa.

In questo modo, la shrinkflation avviene costantemente e ripetutamente sotto il nostro naso, ma non siamo capaci di accorgercene.

Nella botte piccola c’è il vino buono (o forse no?)

Tra i potenziali vantaggi di questa metodica c’è anche l’ipotesi, secondo alcuni, che permetta di tamponare il dislivello presente tra l’eccesso della domanda rispetto alla contrazione dell’offerta.

L’Ucraina, per esempio, è una delle maggiori esportatrici di grano, mais e molti tipi di cereali. A seguito dell’atroce guerra a cui è stata condannata dall’invasione russa, però, la produzione di grano ha subito una contrazione sensibile rispetto alla domanda. Ciò ha comportato, tra i vari effetti, anche un aumento drastico dei prezzi del grano e dei panificati da esso derivati (come pane e pasta). Secondo alcune analisi, sembrerebbe che l’aumento del prezzo dei prodotti e la corrispondente riduzione del contenuto attraverso la sgrammatura possano cooperare per ristabilire un equilibrio tra domanda ed offerta, contribuendo anche a ridurre lo spreco alimentare.

Nonostante il principio possa essere giusto ed auspicabile però, in questo caso, è la modalità adottata ad essere in difetto.

La vendita e la compera dei prodotti, specialmente quando si tratta di beni primari, dovrebbe essere quanto più onesta e trasparente possibile, al contrario di quanto accade attraverso la pratica della shrinkflation, che si basa su un abile gioco al confine tra truffa e marketing ai danni del rispetto per il cliente.

Potrà essere anche è vero che nella botte piccola c’è il vino buono, ma a che prezzo?

Come sfuggire alla shrinkflation? (Spoiler: non è possibile)

Purtroppo, sembra che attualmente questo fenomeno stia dilagando a macchia d’olio, investendo diversi campi del settore produttivo.

Tra gli esempi più tangibili dell’applicazione di questa tecnica, oltre alla sgrammatura (cioè alla diminuzione) dei grammi delle confezioni di pasta, c’è la riduzione del numero di crackers nei pacchetti, che passano da 5 a 4 per sacchetto, accompagnata dalla diminuzione del peso delle mozzarelle (che passa da 125 a 100g per pezzo), fino alla riduzione del volume di molti prodotti liquidi, come dentifrici (da 100 a 75ml), gel o creme, spesso accompagnata da un remodelling del packaging, che consente di mantenere la stessa grandezza della confezione pur diminuendo lo spazio interno effettivamente dedicato al prodotto, impedendo al compratore di percepire la variazione.

Massimiliano Dona, avvocato ed attivista che si occupa principalmente di tematiche legate al consumo, ha recentemente presentato un’Audizione in senato in merito al DDL sulla concorrenza in cui ha parlato di shrinkflation. Dona, oltre a spiegare in maniera estremamente chiara molte dinamiche inerenti al mondo del consumo e alle tecniche di marketing ad esso associate, fornisce anche consigli pratici ed utili per renderci consumatori più informati e consapevoli.

Secondo Dona, una delle tecniche che possiamo attuare per tentare di sfuggire a questa spirale è quella di controllare il prezzo in euro al kg o al litro. Questa pratica però risulta il più delle volte molto laboriosa e spesso si è costretti a rinunciarvi.

L’educazione del consumatore quindi non è generalmente sufficiente a garantire un consumo equilibrato e consapevole. É perciò opportuno che i produttori si prendano le responsabilità comunicative delle loro vendite.

Alla luce di ciò, sarebbe quindi auspicabile prevedere degli obblighi informativi che garantiscano di rendere palese ed evidente la sgrammatura del prodotto rispetto alla dimensione standard, in modo tale che il compratore possa apprenderne la variazione e valutare così i suoi bisogni effettivi.

Sicuramente, in un mondo ormai saturo di stimoli e pressioni, onestà e trasparenza sono elementi imprescindibili, soprattutto quando si parla di beni di prima necessità.

Pur garantendo ovviamente la piena libertà del produttore nel variare e decidere le dimensioni dei beni venduti, è fondamentale preservare il rispetto verso il consumatore e la sua autonomia di giudizio in merito ad acquisti che devono necessariamente essere compiuti nel massimo della trasparenza.

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Ambiente, società e tecnologia

L’industria della moda oggi: quanto manca alla sostenibilità?

Il dibattito pubblico sulla sostenibilità dovrebbe essere esteso a quanti più sistemi produttivi possibili per avere un impatto decisivo. Anche l’industria della moda ne fa parte: secondo il report per il 2022 redatto da McKinsey “The State of Fashion”, oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti di tipo tessile vengono prodotti da questo settore ogni anno a livello globale. Siamo ancora lontani dall’adozione di un modello di economia circolare, dato che solo una piccola percentuale viene riutilizzata o riciclata: infatti, nel mondo, solo l’1% di tutti i rifiuti tessili continua il suo ciclo vitale trasformandosi in un nuovo capo d’abbigliamento, mentre il 75% è destinato alla discarica o all’incenerimento. Il modello della fast fashion è una delle cause che più ha contribuito all’aggravarsi di questa situazione. Nata come mezzo per rendere accessibili a più clienti possibili gli ultimi trend di moda, si tratta di un sistema produttivo in cui risulta pressoché impossibile realizzare condizioni di sostenibilità sociale ed ambientale, a fronte del desiderio di proporre un prezzo finale molto basso e di rinnovare le collezioni ad un ritmo molto più rapido di quello delle tradizionali “stagioni”. È possibile per il settore della moda oggi invertire la sua rotta e quali difficoltà si trova ad affrontare chi propone un rinnovamento nell’ottica della sostenibilità?

Da dove partire per rinnovare l’industria della moda?

In occasione della COP26 di Glasgow è stata rinnovata la “Fashion Industry Charter for Climate Action”: promossa dalle Nazioni Unite e proposta per la prima volta durante la COP24, individua i percorsi e gli obiettivi di sostenibilità che dovranno portare l’industria della moda a raggiungere Net Zero entro il 2050. Il documento ribadisce l’insufficienza delle soluzioni attuate fino ad oggi e l’importanza dell’adesione degli stakeholders: ad oggi aziende e organizzazioni del settore possono volontariamente aderirvi per ricevere le informazioni, il supporto e la rete di contatti necessaria per avviare il processo di trasformazione. Tra i punti principali vengono inserite la necessità di rendere indipendente il settore dal carbone e, successivamente, dalle fonti fossili, il bisogno di individuare strumenti finanziari adeguati e strategie per rendere la transizione economicamente scalabile e sostenibile e la ricerca di materie prime a basso impatto.

Fibre naturali, fibre sintetiche: ma è questo il dilemma?

Secondo la charter sopracitata, un obiettivo fondamentale per l’industria della moda deve essere la scelta di materie prime che siano sostenibili durante tutto il loro ciclo di vita. Spesso nel dibattito vengono contrapposte le fibre naturali alle fibre sintetiche: anche se potremmo associare istintivamente le prime ad un’idea di purezza, sicurezza e sostenibilità maggiori a scapito delle seconde, analizzando i costi e i benefici di entrambe ci accorgiamo che il problema è più complesso. Consideriamo il cotone e il poliestere come esempi, dato che rispettivamente rappresentano circa il 23% e il 52% della produzione globale di fibre tessili: la produzione di cotone infatti, pur non essendo intrinsecamente legata alle fonti fossili come quella del poliestere, comporta un dispendio maggiore di acqua e di suolo. Il punto fondamentale non risiede quindi nella dicotomia sintetico-naturale, che indica solamente la provenienza delle fibre stesse, ma nella valutazione del loro impatto ambientale dall’estrazione fino all’eventuale riciclo.

Uno dei modi possibili per abbattere l’impatto del processo estrattivo e per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili delle fibre sintetiche è ricavare, anche se per ora solo parzialmente, da biomasse. Si otterrebbe così il biopoliestere, identico a quello tradizionale per struttura, la cui produzione pone però un’altra sfida: riuscire ad ottenerlo grazie a biomasse di scarto, così da non togliere risorse preziose all’industria alimentare. Dagli scarti della lavorazione del cotone o da capi diventati rifiuti (anche composti da fibre diverse) può essere invece ricavato biogas grazie a un processo biotecnologico chiamato “digestione anaerobica”. La sfida in questi casi risiede soprattutto nel rendere scalabili queste tecnologie.

Moda rigenerata vs moda second hand

Possiamo confrontare due tendenze principali nel mondo della moda sostenibile che si propongono come alternative alla fast fashion. Da una parte sono sempre di più le aziende e le organizzazioni che propongono servizi di compravendita di abiti usati e/o vintage: possono concretizzarsi in app così come in catene di negozi fisici o in eventi dedicati organizzati da imprese che abbiano una vocazione sociale. Il valore di mercato del settore della moda second hand negli U.S.A. nel 2019 si attestava attorno ai 28 miliardi di dollari: secondo le proiezioni di ThredUp, riportate anche da Forbes, potrebbe raggiungere i 77 miliardi di dollari entro il 2025. Inoltre il second hand ha sperimentato nel 2019 una rapidità di crescita decisamente maggiore rispetto a quella della moda non second-hand. Dall’altra parte assistiamo alla fondazione di start-up e imprese che propongono i propri brand con collezioni di capi prodotti utilizzando fibre rigenerate o che inseriscono tra i loro valori la garanzia di un lavoro equo e socialmente sostenibile.

Quali sono i costi e i benefici delle due alternative, cioè il riuso intrinsecamente legato alla compravendita dell’usato e il riciclo necessario per confezionare capi rigenerati? Se la moda second hand è più accessibile per un cliente dal punto di vista economico, raramente può soddisfare il desiderio di un design innovativo e originale da parte di chi compra. Non tutte le tipologie di riciclo però garantiscono quello che viene definito “upcycling”, cioè un processo attraverso cui è possibile ottenere, da un capo dismesso, un altro capo che abbia una qualità paragonabile, e quest’ultima tipologia di riciclo è poco diffusa (si tratta dell’1% del totale citato all’inizio dell’articolo). Molto più diffuso è il cosiddetto “downcycling”, che comporta la trasformazione di un capo in materiali utili ad altri settori industriali, ma con un’inevitabile perdita di valore rispetto al prodotto originario.

Anche se è difficile immaginare quale alternativa sarà preferita sul lungo termine dal mercato, ciò che è certo è che l’urgenza di un cambiamento nel settore della moda esiste e che le tecnologie oggi a nostra disposizione dovranno essere ancora più diffuse per essere efficaci.

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Ambiente, società e tecnologia

L’agrivoltaico: una soluzione possibile per la transizione energetica (e non solo)

La crisi climatica che stiamo affrontando, il consumo di suolo e l’attuale crisi energetica comportano azioni non solo di adattamento ma anche di mitigazione per ridurre il nostro impatto sulla Terra. Nei dibattiti pubblici e non, si parla di transizione ecologica, energie rinnovabili e nucleare ma anche di agrivoltaico (o agrovoltaico), che è l’unione della parola agricoltura e fotovoltaico. L’agrivoltaico è un sistema progettato in modo che i pannelli fotovoltaici siano installati sui terreni destinati all’agricoltura mantenendo una certa distanza da terra, consentendo così la coltivazione. L’agrivoltaico quindi, per come è pensato, può essere uno strumento utile per contribuire alla risoluzione delle sfide globali.

Quando è nato l’agrivoltaico e come funziona

Le prime idee di un sistema agrivoltaico sono nate negli anni Ottanta. Allora la produzione di pannelli fotovoltaici era molto costosa e l’efficienza poco elevata e l’agrivoltaico solo teorizzato. Con il progresso della scienza, però, oggi i pannelli solari sono più convenienti ed efficienti, portando alla messa in pratica di questa tecnologia.

In un sistema agrivoltaico lo schema spaziale dei moduli (distanza reciproca, densità rispetto all’unità di suolo, altezza da terra) è progettato per lasciare libero il giusto spazio di terreno per le attività agricole, consentendo così di declinare aspetti ambientali, energetici e paesaggistici in una sola volta (fonte: ENEA Channel).

Questo tipo di installazione, rispetto ai pannelli fotovoltaici tradizionali, consente di risparmiare quantità di terra, non incrementando il consumo di suolo non urbanizzato. Damiano Di Simine, Responsabile Scientifico di Legambiente Lombardia nel report Agrivoltaico: le sfide per un’Italia agricola e solare sottolinea come i terreni privi di utilizzo non siano infatti “terreni abbandonati” ma contribuiscano ecologicamente al carbon storage e come rifugio per impollinatori e animali.

Il legame tra questi aspetti consente anche di approcciarsi a uno sviluppo in linea con molti degli SDGs, tenendo conto del paesaggio, elemento fondamentale per il nostro Paese, che ha il maggior numero di Patrimoni Unesco. Alessandra Scognamiglio, ricercatrice presso ENEA e coordinatrice della task force del progetto Agrivoltaico Sostenibile, ritiene infatti che l’agrivoltaico non sia solamente una questione tecnica ma anche un fatto di cultura perché i sistemi sono progettati in funzione di qualità paesaggistica e il paesaggio è un modo in cui la società si rappresenta.

 

Quali sono i vantaggi per l’agricoltura e l’economia

Nel 2018, nell’ambito del convegno Produrre energia per l’agricoltura 4.0, sono stati presentati i risultati di una ricerca condotta nei sei anni precedenti dal team di Stefano Amaducci del dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Attraverso un software di simulazione, utilizzando dati atmosferici di un’area della Valle del Po negli ultimi 40 anni, hanno osservato che, con l’utilizzo del sistema Agrovoltaico®, la produzione delle coltivazioni sotto i pannelli solari non diminuiva, ma anzi ne comportava un aumento dovuto a una riduzione della radiazione sul terreno. Una radiazione minore, infatti, comporta una temperatura media del suolo più bassa e meno evaporazione dell’acqua, garantendo così un ambiente più favorevole per la crescita delle coltivazioni.

Da un’altra ricerca del team di Amaducci per analizzare sul piano ambientale ed economico il sistema Agrovoltaico®, emerge che i sistemi agrivoltaici, analogamente ai classici pannelli fotovoltaici installati a terra, permettono performance migliori rispetto agli altri sistemi energetici per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, a parte per il consumo di metalli e minerali. L’unica eccezione riguarda l’energia eolica: ha la performance migliore ma nella Valle del Po non c’è abbastanza vento per poterla sfruttare. Per quanto riguarda invece l’aspetto economico, il risultato è analogo a quello dei pannelli fotovoltaici classici con il solo minore uso di suolo.

 

L’agrivoltaico nel PNRR

All’interno del PNRR, il Governo ha stanziato 1,5 miliardi di euro per lo sviluppo del progetto Parco Agrisolare. L’obiettivo dell’investimento è ridurre i consumi energetici del settore agroalimentare, installando “pannelli fotovoltaici senza consumo di suolo pari a 4,3 milioni di metri quadrati, con una potenza di circa 0,43 GW e realizzando contestualmente una riqualificazione delle strutture produttive oggetto di intervento” (fonte: PNRR). L’investimento, quindi, non include direttamente i terreni agricoli, ma coinvolge gli edifici agricoli. Il decreto ministeriale del 25 marzo 2022 del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha fornito le linee guida per l’avvio del progetto Parco Agrisolare.

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Elon Musk ha acquistato Twitter: come è successo?

Lo scorso 26 aprile, dopo una serie di controversie, il miliardario Elon Musk, proprietario di Tesla e Space X, è riuscito ad acquistare Twitter per un valore pari a circa 54,20 dollari per azione, corrispondenti a circa 44 miliardi di dollari.

 

Lo scorso 26 aprile, dopo una serie di controversie, il miliardario Elon Musk, proprietario di Tesla e Space X, è riuscito ad acquistare Twitter per un valore pari a circa 54,20 dollari per azione, corrispondenti a circa 44 miliardi di dollari.

 

Nelle ultime settimane le parti coinvolte sono state protagoniste di diversi dibattiti e vari disaccordi, tanto che pochi si aspettavano che Twitter avrebbe veramente ceduto alla proposta di Musk.

Anche se leggendo diversi titoli di testate giornalistiche sembrerebbe che la questione si sia conclusa con la vittoria di Elon Musk, la verità è che prima di poter considerare l’accordo ufficialmente concluso c’è parecchia strada da fare; entrambi, infatti, potrebbero ancora rifiutarsi di portare avanti il processo di acquisizione da parte di Elon Musk, per qualsiasi ragione. L’unico vincolo è rappresentato una clausola corrispondente a una penale da pagare in caso di mancata conclusione dell’accordo pari a 1 miliardo di dollari (cifra alquanto ridotta rispetto a quella offerta dall’imprenditore per acquistare Twitter).

 

Ma per quale motivo Elon Musk ha voluto fortemente acquistare Twitter e diventarne così suo proprietario? Le ragioni di tale obiettivo non sono affatto un segreto, lo stesso Musk in passato ha più volte mostrato il suo interesse e apprezzamento nei confronti della piattaforma di cui però, secondo lui, i dirigenti non avrebbero saputo sfruttare il prezioso potenziale.

Il problema principale secondo il CEO di Tesla sarebbe stato infatti la mancanza di libertà di espressione degli utenti e l’impossibilità di utilizzare l’algoritmo segreto a proprio piacimento.

Inoltre, Twitter è sempre stata considerata la piattaforma più importante per la comunicazione di informazioni e di conseguenza uno strumento molto potente, tanto che è utilizzata ogni giorno da persone molto influenti, come giornalisti, politici, attivisti e soprattutto da molti leader e presidenti di diversi Stati.

 

Cosa è accaduto nelle scorse settimane

 

Partendo con ordine, il rapporto del miliardario con la piattaforma è sempre stato abbastanza altalenante, tanto che alcuni in passato avevano addirittura sospettato che volesse aprire un’altra piattaforma parallela a Twitter, ma con maggiore libertà di espressione garantita.

Ciò che è certo è che Elon Musk è sempre stato un utente particolarmente attivo su Twitter, sul quale ha sempre condiviso attraverso i suoi tweet messaggi di qualsiasi tipo, da ironici e provocatori su eventi di attualità a informativi sulle proprie attività con l’obiettivo di instaurare un rapporto più personale e diretto con i suoi circa 81 milioni di follower.

Soprattutto i messaggi ironici non sono mai mancati:

Il primo step di questa complessa vicenda è stata l’acquisizione da parte di Elon Musk, qualche settimana fa, di quasi il 10% delle azioni di Twitter, che l’hanno reso così l’azionista più importante della piattaforma, situazione che aveva già destato qualche sospetto.

La notizia ufficiale dell’intenzione di Musk non si è fatta troppo attendere, dato che qualche giorno dopo ha proposto ufficialmente a Twitter una cifra pari a quella che alla fine è stata accettata lo scorso 26 aprile per diventarne suo proprietario.

La risposta di Twitter alla proposta di Musk non era stata in realtà positiva, soprattutto il Consiglio di Amministrazione aveva provveduto prontamente ad agire di conseguenza applicando una serie di nuove regole che avrebbero impedito in qualsiasi modo a chiunque, in quel caso soprattutto ad Elon Musk, non solo di diventare proprietario della piattaforma, ma anche di avere un ruolo decisivo nel processo decisionale della società in quanto maggiore detentore di azioni.

 

Le regole “straordinarie” approvate dal Consiglio di Amministrazione verso la fine di aprile 2022 avevano come concetto di base la così detta pillola avvelenata, uno strumento che a volte viene utilizzato da società quotate in borsa per non permettere ai suoi azionisti di acquistare azioni sul mercato per prenderne il controllo senza l’approvazione del Consiglio stesso.

In questo modo, era sembrato all’esterno che Twitter volesse impedire in qualsiasi modo che Elon Musk comprasse l’azienda, cosa che però alla fine sappiamo non sia accaduta.

 

Infine, in questi giorni, la conferma dell’accordo tra le due parti è arrivata e in maniera abbastanza inaspettata, Elon Musk sarebbe veramente arrivato a un accordo con Twitter.

 

Le (ex) norme di Twitter e la libertà di espressione

 

In passato anche su iWrite in questo articolo ci eravamo posti il problema in merito alla libertà di espressione che i social network, e in particolare Twitter, promettono di garantire ai propri utenti e il contrasto con le regole e le linee guide che inevitabilmente sono necessarie al sicuro e corretto funzionamento delle stesse.

 

Il 9 gennaio 2021, Donald Trump era stato ufficialmente bannato da Twitter, tra l’altro principale strumento di comunicazione con il pubblico dell’ex Presidente, in quanto non aveva rispettato termini e condizioni stabilite dalla piattaforma. Già in quella occasione molte persone, Elon Musk incluso, si erano poste il problema della libertà di espressione in quanto, secondo molti, limitata in quel contesto, ma soprattutto, limitata da Twitter che non è altro che un’azienda privata che in quel caso ha deciso di occultare un personaggio molto importante nel panorama politico internazionale.

 

È necessario però ricordare che Twitter, come qualsiasi altro social network, presenta una serie di norme che hanno sempre garantito sicurezza, privacy e autenticità ai suoi utenti; queste linee guida rappresentano il risultato di un attento studio e di una serie di ricerche su attitudini e tendenze degli utenti online, che sono state scoperte attraverso la raccolta dei feedback dei membri dell’azienda in tutti i paesi in cui opera Twitter, in modo tale da riuscire ad adattare le proprie regole ai diversi contesti culturali.

 

L’allora CEO e fondatore di Twitter, Jack Dorsey, aveva dichiarato in merito alla questione di Trump: “Twitter è soltanto una piccola parte della conversazione più ampia che avviene su internet. Se qualcuno non è d’accordo con le nostre regole, può semplicemente andare su un altro servizio online”.

Questa dichiarazione spiegava che la piattaforma privata garantiva un servizio a utenti e follower che sceglievano di farne parte, motivo per il quale era necessario seguire determinate norme di comportamento per potervi avere accesso, che tra l’altro erano differenti e meno limitanti per personaggi politici e particolarmente influenti come lo era Donald Trump.

Con Elon Musk lo scenario futuro in merito alle regole e alle norme di comportamento sarà notevolmente differente a quello che abbiamo sempre conosciuto…

 

Sviluppi futuri

 

Molti si stanno chiedendo che cosa accadrà d’ora in poi dato che Elon Musk è sempre più vicino a diventare veramente il proprietario di Twitter; la tanto ricercata libertà di espressione sarà veramente tale o subirebbe i filtri di un personaggio non indifferente che non ha mai nascosto le sue idee e linee di pensiero?

 

Qualche giorno fa Elon Musk, sul suo personale account Twitter, ha condiviso un messaggio che descrive alla perfezione le sue future intenzioni nell’attività decisionale che gli spetterebbe nella gestione della piattaforma:

 

 

 

Secondo Musk, Twitter sarebbe la piazza digitale nella quale questioni importanti per il futuro dell’umanità sono dibattute ogni giorno, mentre per lui la libertà di parola è l’ancora di una democrazia funzionante.

Per rendere Twitter migliore di sempre, Elon Musk intende non nascondere più gli algoritmi della piattaforma, che Twitter ha sempre tenuti segreti per ovvie ragioni, ovvero per evitare che venissero copiati o manipolati a proprio favore dagli utenti, in modo tale che nessuno avesse potuto decidere che peso dare al proprio tweet rispetto agli altri e che la decisione spettasse a un algoritmo creato e gestito dai suoi proprietari.

 

La piattaforma, secondo Musk, dovrebbe invece essere “gestita” da tutti, con lo scopo di incrementare la fiducia degli utenti, contrastare i bot spam e dare spazio solamente a pensieri umani.

Rimane comunque il rischio che non vengano garantiti due dei tre pilastri fondamentali che Twitter in passato ha cercato di promuovere attraverso il suo regolamento e le linee guida, quali sicurezza e privacy.

Inoltre, ci sarebbe anche l’idea di permettere a tutti gli account che in passato sono stati “bannati”, ovvero privati del proprio account, da Twitter di ritornare a farne parte, proprio perché Musk è convinto che togliere la libertà di parola a qualsiasi utente sia sbagliato oltre che contrario alla legge.

Nonostante ciò, sempre secondo Elon Musk, solamente adottando queste nuove azioni lui stesso, l’azienda e gli utenti potrebbero sbloccare insieme l’enorme potenziale di Twitter.

 

La situazione è ancora abbastanza incerta e ogni giorno ci troviamo di fronte a nuovi inaspettati sviluppi, l’esempio è proprio il fatto che Elon Musk alla fine sia riuscito a fare qualcosa che a molti sembrava impossibile. Ma ormai, c’è ancora qualcosa di veramente impossibile per Elon Musk?

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The Sign Dance: balla la rivoluzione

Fino allo scorso maggio la lingua italiana dei segni (LIS) non era ancora riconosciuta ufficialmente dallo stato italiano, nonostante l’Assemblea delle Nazioni Unite abbia approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità nel dicembre 2006 e la sua ratifica, in Italia, sia arrivata nel 2009. Le cose sono cambiate lo scorso maggio con l’approvazione, da parte della Camera, dell’articolo 34-ter del decreto Sostegni. Da quel momento in poi ne è stata sancita l’accessibilità e la promozione.

E se parliamo della promozione di questo linguaggio non possiamo che pensare a The Sign Dance, account social che in pochissime settimane ha acquisito un’enorme popolarità. Oggi abbiamo il piacere di poter intervistare Giulia Ricciardi, responsabile del progetto.

 

Come è nata l’idea di aprire i canali di The Sign Dance? E come mai avete scelto proprio due social che fanno del suono un loro punto di forza?

Abbiamo già collaborato in passato con l’Ente Nazionale Sordi ed eravamo già rimasti incantati dall’espressività e dalla magia dei movimenti. Ai tempi però TikTok ancora non esisteva. Con la nascita del social ci sono apparse subito chiare le similitudini. Due modi di comunicare che hanno tanto in comune. Abbiamo quindi deciso di fonderli.

Il fatto che i due social (più TikTok che Instagram) non fossero fruibili audio off in questo caso più che un limite è stato un abilitatore: grazie a the sign dance e ai suoi contenuti ora non c’è differenza di fruizione tra un sordo e un udente.

 

Per chi ancora non conoscesse The Sign Dance ti va di dirci come funziona?

L’idea è molto semplice. Trasformare i balletti di TikTok in tutorial della lingua dei segni italiana.

Abbiamo scelto delle frasi utili nella vita di tutti i giorni dalle canzoni più famose italiane. Ad esempio abbiamo utilizzato espressioni come: “come stai?” di Vasco Rossi, “ti amo” di Noemi, “buonasera signori e signore” dei Maneskin e così via e li abbiamo trasformati i balletti. Le persone replicando i balletti potranno imparare i rudimenti della LIS. Volevamo creare una specie di frasario con le locuzioni più importanti per aprire la comunicazione.

 

Vi aspettavate tutto questo successo e tutto questo coinvolgimento?

Abbiamo amato da subito questa idea ma non potevamo immaginare che così tante persone, artisti, influencer e testate la amassero quanto noi! Il progetto è un continuo work in progress, sempre più artisti sono entusiasti di partecipare è sempre più persone duettano con il nostro canale.

Se ancora non l’avete fatto seguiteci e duettate con noi! Sia su TikTok che su Instagram siamo @thesigndance.

 

Avete già idea di come continuare a implementare questo progetto?

Le frasi da poter imparare sono potenzialmente infinite! E tantissime collaborazioni sono in arrivo.

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Data Pro Quo: dati personali in cambio di snack

Shackleton, azienda di comunicazione e creazione di contenuti, con sede a Barcellona, in collaborazione con un team di innovazione della Accenture Interactive (di cui la società fa parte  dal 2019) e di Evoca group (azienda leader nel settore delle vending machine) ha ideato e prodotto il primo distributore automatico (di snack e bevande) che non accetta nessuna valuta per i pagamenti. Solo dati personali.

 

L’unica differenza rispetto alle classiche macchinette che siamo abituati a vedere in università, in ufficio o in metropolitana sta nel metodo di pagamento. Non è infatti possibile pagare con monete, banconote o con pagamenti elettronici. Il dispositivo è dotato solamente di un touch screen per raccogliere dati personali che l’utente inserisce in cambio dei prodotti.

 

“Puoi comprare un frullato (o una bottiglia) con il tuo indirizzo email, uno snack con due domande riguardanti il proprio lavoro e pure un paio di airpods compilando un questionario.” recita la presentazione del prodotto sul loro sito web.

Il distributore è attrezzato con 55 diversi prodotti suddivisi in 3 fasce di prezzo, per ognuna delle quali raccoglie informazioni diverse. Le domande poste sono studiate per ricavare informazioni utili e possono essere personalizzate anche in base al cliente stesso.

 

Il primo esemplare è stato installato nell’Accenture’s Digital Hub di Madrid, nel maggio 2021.

In meno di 24 ore la notizia aveva già fatto il giro del mondo. Oggi l’azienda continua a ricevere richieste per l’installazione del prodotto in vari contesti lavorativi. Questo servizio/prodotto si rivolge infatti ad ambienti B2B.

 

“Mentre tutti gli esperti stanno teorizzando che i dati saranno la nuova valuta, Shackelton, l’ha effettivamente messo in pratica con Data Pro Quo, il primo distributore automatico dove i prodotti vengono pagati con i dati.”

Afferma Shackelton sostenendo che il nuovo paradigma aziendale non consista più nella produzione di prodotti, bensì nella raccolta di dati.

 

Dovremmo preoccuparci di questa tecnologia, dato che viene utilizzata dalle aziende per monitorare le abitudini dei loro dipendenti? Per rispondere dobbiamo prima considerare che ogni sito internet (social e sistemi operativi dei nostri telefoni compresi) che visitiamo monitora e conserva un’infinità di dati personali che ci riguardano, arrivando addirittura a contare quanti millisecondi ci soffermiamo su ogni singolo componente della pagina e anche quali altri siti visitiamo dopo. In casi estremi vengono addirittura attivate telecamera e microfono, a nostra insaputa, per monitorare le nostre reazioni ai vari contenuti. Ci sono innumerevoli aziende che hanno costruito siti web o servizi di sharing mobility (bici, monopattini, scooter e auto) preventivando di andare in perdita a vita solo per poter raccogliere dati e successivamente venderli ricavandone un profitto immenso. Ecco quanto valgono i nostri dati. Quindi tornando alla domanda, dovremmo preoccuparci? Sì dovremmo, non di Data Pro Quo nello specifico, ma nel cedere i nostri dati inconsapevolmente tutti i giorni. Data Pro Quo è forse l’unico servizio che raccoglie dati e lo comunica esplicitamente.

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Inquinamento digitale: l’impatto della nostra vita online sull’ambiente

Quando si parla di inquinamento e riscaldamento globale tendiamo a considerare, soprattutto, gli effetti che i mezzi di trasporti e le industrie hanno su di essi, dimenticando, invece, quelli che sono gli impatti sul pianeta causati dalle nostre attività online.

Il digitale, ormai parte integrante della quotidianità privata e lavorativa di ognuno, se da un lato ha contribuito al progresso odierno e a superare alcuni disagi, per esempio durante la pandemia, dall’altro ha comunque avuto importanti ripercussioni sui consumi, in particolare quelli di energia elettrica. L’elettricità, infatti, è una risorsa necessaria per la produzione di dispositivi tecnologici e il funzionamento dei server e, al tempo stesso, utile a data center e cloud per acquisire, elaborare e immagazzinare dati, così come per permettere alla rete di arrivare in tutto il pianeta. Tuttavia, se non prodotta da fonti rinnovabili, questa è causa di ingenti emissioni di Co2 nell’atmosfera. Dunque, possiamo parlare, in questo caso, di inquinamento digitale, ossia la diffusione di anidride carbonica derivante dalla produzione, lo smaltimento e l’utilizzo di componenti del settore dell’informazione e della comunicazione tecnologica.

Gli studi e le ricerche condotte finora, pur non essendo ancora così numerose e presentando, talvolta, dati e misurazioni in contrasto tra loro (si pensi al 4% di emissioni prodotte dal digitale dichiarato dallo studio francese The Shift Project, in netta differenza con i valori stimati tra l’1,8 e il 2,8% apparsi all’interno di un articolo della rivista scientifica The Patterns), hanno comunque messo in evidenza come il fenomeno dell’inquinamento digitale sia destinato ad aumentare e che, qualora si considerasse Internet come uno stato nazionale, questi sarebbe tra i paesi più inquinanti del mondo.

I grandi colossi dell’informatica hanno già dichiarato di investire e promuovere iniziative volte a efficientare e rendere sempre più green la loro produzione di energia elettrica. Per creare una maggiore consapevolezza sul tema anche a livello individuale sono stati realizzati alcuni strumenti utili, come la demo gratuita Karma Metrix, ideata dalla società di digital marketing AvantGrade, utile per consentire all’utente di misurare la quantità di Co2 prodotta dai siti web. Inoltre, alcuni enti come la Fondazione per la Sostenibilità Digitale ed Enel hanno anche stilato dei decaloghi di sostenibilità digitale, un insieme di regole (pulizia delle mail, come utilizzare i dispositivi a fine vita, uso consapevole delle pagine web, ecc.) che i singoli utenti potrebbero rispettare per rendere la propria vita digitale il più sostenibile possibile.