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Ambiente, società e tecnologia

A Torino si studia la guida autonoma (e si sperimenta)

Autobus senza conducente per il trasporto di passeggeri e pendolari e droni postino che sorvolano le nostre città: non è la trama di un film ambientato nel futuro, ma alcuni degli esperimenti innovativi effettuati in questi mesi a Torino, dove due navette a guida autonoma circoleranno nella zona dei presidi ospedalieri lungo un percorso di 5 km. Una prima fase sarà senza passeggeri e servirà a esaminare i mezzi nel traffico reale, dalla raccolta dei dati alla formazione degli operatori di bordo, mentre la fase successiva, in partenza a maggio e con durata cinque mesi, vedrà le navette ospitare persone a. bordo, che potranno prenotare la propria corsa gratuita tramite un’apposita applicazione.

Il test, gestito dal Gruppo Torinese Trasporti nell’ambito del progetto europeo SHOW, è autorizzato da “Sperimentazione Italia”, una deroga normativa per start up, imprese e università per testare progetti innovativi e vede la collaborazione e la cooperazione del Dipartimento per la trasformazione digitale, il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibile.

L’obiettivo, così come dichiarato dai ministri interessati, è infatti quello di sperimentare nuove tecnologie innovative nel settore della mobilità, per porre le basi di uno sviluppo sostenibile nei centri urbani, migliorare la qualità della vita delle persone e delle imprese, ridisegnando e rigenerando le città riducendo al contempo l’impatto sull’ambiente.

 

Gli esperimenti di guida autonoma non toccano solo il trasporto passeggeri, ma si concentrano anche sulla logistica e la consegna delle merci. Ci riferiamo al volo, effettuato sempre nel capoluogo piemontese, di un drone cargo con capacità di carico di 100 kg, che dal centro smistamento di Poste Italiane ha sorvolato una zona ad alta densità abitativa lungo un percorso di circa 7 km.

L’esperimento è servito a controllare la sicurezza di questa tipologia di volo in aree densamente abitate ed è incluso nel programma Sumeri Moderni. Il progetto che vede protagonisti Leonardo, Poste Italiane e la startup FlyingBasket è legato allo sviluppo di droni cargo da far volare in modo autonomo, senza l’ausilio dell’attività umana, ma sfruttando l’intelligenza artificiale. Il traguardo ultimo è la loro implementazione nel settore logistico, così da soddisfare la crescente domanda, scaturita dall’esplosione dell’e-commerce, garantendo flessibilità, minori tempi di consegna e riducendo al tempo stesso traffico e inquinamento.

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Ambiente, società e tecnologia

I Podcast nelle strategie di comunicazione e web marketing per i brand

Secondo i dati forniti da IPSOS Digital Audio Survey 2021, lo scorso novembre le persone che hanno ascoltato podcast sono state 9,3 milioni, un milione in più rispetto al 2020.

È con questo importante dato che Gabriella Bellomo, founder di Podcast Starter, autrice di diversi libri, docente e consulente marketing ha introdotto il suo talk a tema “I Podcast all’interno di una strategia di web marketing per i brand” durante l’ultima giornata del Digital Innovation Days.

Questi dati e la presentazione in sé hanno avuto il compito di dimostrare quanto oggi i podcast siano diventati sempre di più uno strumento fondamentale per le strategie di comunicazione e per lo sviluppo di una brand awarness aziendale.

Durante le giornate del Digital Innovation Days diversi esperti si sono espressi sul tema e hanno raccontato caratteristiche e vantaggi della creazione e utilizzo dei podcast nelle strategie di comunicazione dei brand, così com’era anche accaduto al Web Marketing Festival dello scorso luglio.

 

Perché i podcast sono così importanti?

I podcast aggiungono un ulteriore touchpoint e un’opportunità in più a quello che è il customer journey delle persone. Il podcast diventa infatti un momento di ascolto particolare per l’utente: per vedere un messaggio pubblicitario in tv, un video su Youtube o per scrollare il feed di Instagram o Tik Tok, il consumatore deve avere un’attenzione più dedicata, mentre i momenti di ascolto dei podcast si collegano a dei momenti più liberi della giornata, magari mentre si svolgono altre attività.

Come aveva raccontato anche Mario Moroni durante un’intervista di qualche mese fa, i podcast sono più facili da usufruire rispetto al formato video proprio per questo motivo.

Il podcast è inoltre considerato una tipologia di contenuto “evergreen” che non potrà far altro che aumentare la sua visibilità nel corso del tempo, proprio perché le persone, essendo sempre più impegnate con molte attività da svolgere, riusciranno a dedicare un’attenzione sempre minore ai formati video o che richiedono più attenzione.

 

Come integrare i podcast in una strategia di web makerting?

Per integrare il format del podcast in una strategia di web marketing è fondamentale intraprendere due strade, ovvero l’inbound marketing, anche chiamato marketing attrattivo, oppure la pubblicità.

Nel primo caso, i contenuti vengono creati in maniera specifica per i contenuti audio e soprattutto per la propria audience, al contrario dei contenuti pubblicitari che invece vengono creati per attirare potenziali clienti.

Una prima prospettiva è quella dei branded podcast, che consistono in contenuti seducenti e attrattivi per la propria audience. I punti a favore di questa tipologia di contenuti sono un’esperienza di fruizione attenta, coinvolta, immersiva e sicura.

I Corporate Podcast fanno parte di questa categoria, e si tratta di contenuti audio che possono essere divulgati anche solo all’interno della propria azienda, ma sono molto importanti per creare un interscambio di valore umano tra i propri dipendenti.

 

La seconda prospettiva invece consiste nel dynamic advertising, che in realtà può coesistere con quella dei branded podcast e della pubblicità.

Si tratta di uno spot pubblicitario, costituito da un messaggio registrato e distribuito dinamicamente all’interno dei podcast in target.

Un’altra modalità per integrare questa prospettiva di contenuto audio all’interno di un podcast è l’host read, ovvero l’azione che compie lo speaker del podcast nel momento in cui legge il messaggio pubblicitario, tipicamente della durata di 30-60 secondi, durante la registrazione del suo episodio.

 

Un esempio di una strategia di comunicazione di successo è stato raccontato da Francesca Bolzacchini, Digital Media & Content Manager di L’Oreal Italia, che ha raccontato la strategia usata per il lancio di Voce Viva, la nuova fragranza di Valentino Beauty con protagonista la cantante e attrice di fama mondiale Lady Gaga.

Il brand è riuscito ad esaltare la voce delle donne attraverso un’ulteriore tecnica innovativa, l’audio 8D.

La scelta da non sottovalutare di includere Lady Gaga, che ha una voce potente, vibrante ed è anche un personaggio abbastanza influente su diversi fronti, ha permesso di raggiungere il successo con questa campagna, che tra l’altro ha permesso all’artista di interpretare un brano del suo ultimo album.

Con uno spot visivo molto efficace e una colonna sonora avvolgente, i risultati di questa campagna che ha fatto leva su un contenuto soprattutto audio sono stati molto positivi.

 

 

Perché il podcast è la scelta vincente per fare storytelling?

Durante i Digital Innovation Days si è tenuta inoltre un’interessante tavola rotonda a tema “Podcast vs Video content” con protagonisti Davide Schioppa, founder di Podcastory, Damiano Crognali, giornalista e podcaster e Luca Beni, produttore di podcast e audio editor.

In questa occasione è emersa la domanda “per quale motivo converrebbe scegliere un podcast soprattutto per quanto riguarda l’attività di fare storytelling, ad oggi considerata talmente importante?”

 

Secondo gli ospiti di questo talk, l’obiettivo principale del podcast è proprio quello di raccontare alle persone dei valori: il podcast, secondo Davide Schioppa, è addirittura da considerarsi un vero e proprio superpotere, che aziende considerate supereroi devono essere in grado di sfruttare e utilizzare in modo consapevole ed efficace, dato che da esso derivano sia benefici che responsabilità.

 

Il metodo di comunicazione che un’azienda potrebbe avere attraverso un podcast è quello di sfruttare un rapporto one to one, che nel caso delle pubblicità su altri media come la televisione o i social accade molto poco: il podcast permette infatti che il messaggio, la storia e la comunicazione vengano proprio sussurrati alle persone, ed è questo il principale motivo per il quale questo strumento è considerato così efficace.

 

È anche vero che le numeriche dei podcast non sono le stesse di altri media, motivo per il quale si potrebbe essere poco incentivati a investire in questi contenuti, ma infatti l’obiettivo dell’utilizzo di un podcast in una strategia di web marketing non è quello di vendere di più, ma di essere più convincenti rispetto a un rapporto one versus molti, cercando di trasmettere delle vere emozioni agli ascoltatori.

 

Per spiegarci quanto questo strumento possa essere efficace anche in contesti insoliti e inaspettati, Damiano Crognali ha parlato di un case history di successo, un podcast che si chiama Mozzacast ed è dedicato alla mozzarella di bufala campana! In questo caso un prodotto che per essere percepito al massimo dall’utente dovrebbe fare riscorso ad altri sensi come la vista o il gusto, in questo caso è stato raccontato attraverso una voce umana in una serie di episodi, l’azienda ha quindi cercato di arrivare ai consumatori attraverso l’ascolto.

 

Al giorno d’oggi ci sono ormai tantissime persone a cui piace ascoltare delle belle storie, ecco perché secondo i tre esperti è fondamentale, anche senza avere all’inizio i migliori strumenti tecnici a disposizione, produrre podcast per trasmettere più emozioni.

 

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Progetto SABREEN: uno screening ecografico mammario con lo smartphone

Si stima che il cancro al seno colpisca in media 1 donna su 8 e che in Italia il 13% sia costituito da donne di età inferiore ai 40 anni (fonte: I numeri del cancro in Italia 2020), una fascia d’età che non è generalmente inclusa nei programmi di screening. Ma per il cancro al seno una diagnosi precoce assicura percentuali di guarigione elevate ed è qui che entra in gioco SABREEN.

SABREEN è un sistema innovativo che permette alle donne di effettuare in autonomia uno screening ecografico del seno attraverso una sonda connessa allo smartphone. Il suo nome sta per Smart Assistant for BREast screENing e significa letteralmente “assistente intelligente per lo screening al seno”. È stato ideato e brevettato con obbligo di uso umanitario dalla start up siciliana HTLab, fondata da vEyes ONLUS, una realtà nata come progetto di ricerca scientifica no profit e con l’obiettivo di realizzare tecnologie open per persone con disabilità visiva. HTLab, come si legge sul sito di vEyes ONLUS, nasce con l’obiettivo di estendere le competenze dell’ingegneria biomedica, della biomedicina e della bioinformatica a contesti diversi da quelli della vista. Il primo progetto sviluppato da HTLAB è stato proprio SABREEN.

Ma come funziona SABREEN? Attraverso una sonda lineare connessa a uno smartphone Android, la donna può eseguire un’ecografia mammaria che è in grado di rilevare la presenza di eventuali masse sospette grazie a un sistema di intelligenza artificiale, che ricostruisce un modello 3D del seno dalle immagini bidimensionali dell’ecografia. Per semplificare e rendere affidabile l’esame, la sonda è stata dotata di sensori che guidano la donna nel movimento, eliminando le scansioni che non sono svolte correttamente. Una volta terminata l’ecografia SABREEN conferma l’avvenuta esecuzione corretta, ma non fornisce alcuna valutazione clinica delle immagini. In presenza di masse sospette SABREEN invia una segnalazione a un centro senologico accreditato per le valutazioni cliniche necessarie e la convocazione della paziente per una visita. SABREEN ricorda attraverso una notifica anche quando è il momento di eseguire l’esame, calcolando tempi e giorni ottimali.

Da marzo 2021 è iniziata la seconda fase di sperimentazione che coinvolge donne volontarie di età compresa tra i 18 anni e i 40 d’età. Questa sperimentazione è necessaria affinché sia possibile una validazione clinica del progetto che consentirà di avere uno strumento concreto per una diagnosi precoce del cancro al seno nelle giovani donne.

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La tutela ambientale nella Costituzione: vediamo cosa lo ha reso possibile

Lo scorso 8 febbraio la Camera dei deputati ha approvato, in seconda lettura, il disegno di legge costituzionale che introduce delle modifiche negli articoli 9 e 41 permettendo l’inserimento della tutela dell’ambiente all’interno della legge fondamentale dello stato. Questo non significa che prima di allora il bene ambientale non godesse di alcuna tutela ma semplicemente che non gli era mai stata riconosciuta una tale importanza “individuale” e che spesso la sua tutela era subordinata a quella di qualche altro interesse.

La nozione di ambiente

Il senso comune promuove come definizione di ambiente quella di spazio più o meno circoscritto connotato da una certa omogeneità di fattori, siano essi chimico-fisici (temperatura, illuminazione, presenza di sali nell’acqua e nel terreno, ecc.) o biologici (presenza di organismi). Definizione stando alla quale appare difficile trovare il punto di incontro tra il concetto di ambiente e il mondo giuridico.

Massimo Severo Giannini, un importante giurista italiano, nel suo articolo “Ambiente: saggio sui diversi aspetti giuridici” del 1973 affermava che l’ambiente non era una nozione giuridica, piuttosto si configurava come la somma di una pluralità di profili giuridicamente rilevanti. D’altro canto anche l’enciclopedia online Treccani scrive che “Il termine ambiente è utilizzato in senso promiscuo dal legislatore, per denotare tanto la realtà naturale quanto gli ambienti di vita e di lavoro. Nonostante, infatti, l’esistenza nell’ordinamento giuridico italiano di una molteplicità di leggi inerenti alla tutela ambientale, non è possibile individuare alcuna definizione normativa del concetto di ambiente.”

A cinquant’anni di distanza, il concetto di ambiente è passato attraverso un’evoluzione di rilievo che lo ha portato a essere riconosciuto come diritto. È stato fondamentale, a tal fine, riconoscere l’ambiente come un insieme di fattori e condizioni tra loro collegati che creano un equilibrio che permette la vita degli esseri viventi e, poiché esistono una serie di comportamenti dannosi che ne alternano l’equilibrio, si è reso necessario introdurre alcuni strumenti a tutela del sistema stesso. In termini giuridici si dice che l’ambiente è divenuto oggetto di situazioni giuridiche soggettive e, dunque, suscettibile di protezione giuridica.

La nascita del diritto ambientale

L’affermazione del diritto ambientale, come avviene anche per altre tipologie di diritti, è stata preceduta da una serie di manifestazioni di interesse e di bisogni da parte di una componente rilevante delle società. Questo ha permesso la produzione di una normazione che riconoscesse e che dunque tutelasse il bene giuridico in oggetto nei vari casi.

In Italia, lo scoglio più grande da superare è stato il fatto che gli scienziati del diritto, ma anche i legislatori e la giurisprudenza, hanno continuato, per lungo tempo, a non concepire l’ambiente come un bene giuridico unitario e rilevante in sé per sé ma, un po’ come nella lettura data da Giannini, come una somma di profili rilevanti solo nel momento in cui questi si intersecavano con altri interessi giuridicamente protetti.

Ad esempio le bellezze naturali che hanno acquisito rilevanza nell’ambito della tutela del patrimonio storico-culturale del nostro paese o la pulizia delle acque e del suolo che hanno trovato tutela in occasione della protezione della salute individuale e pubblica. In quest’ottica la lotta all’inquinamento è avvenuta attraverso due fonti del diritto: il T.U. n. 1265/1934 sulle emissioni delle industrie insalubri e attraverso T.U. 366/1941 sullo smaltimento dei rifiuti. Invece, la legge n. 1497/1939 ha coadiuvato la tutela dell’ambiente attraverso la protezione delle bellezze naturali che all’epoca erano sotto la giurisdizione del Ministero dell’Educazione. Da sottolineare è che, in entrambi i casi, le fonti del diritto citate erano state pensate e promulgate al fine di tutelare altri interessi e che solo secondariamente ne risultasse tutelato anche l’ambiente.

Un importante traguardo è rappresentato dalla Legge n. 349/1986 con cui viene riconosciuto e istituito il Ministero dell’ambiente. Per la prima volta nella storia italiana, è stata fornita all’interesse una struttura normativa e amministrativa che congiuntamente potesse lavorare a tutela dell’ambiente. Tuttavia questa si presenta come una vittoria mutilata, infatti, nonostante l’introduzione del ministero dedicato, per lungo tempo non è mai venuta meno la visione antropocentrica, come può constatarsi nell’Art. 1, comma 2, “È compito del Ministero assicurare, in un quadro organico, la promozione, la conservazione ed il recupero delle condizioni ambientali conformi agli interessi fondamentali della collettività ed alla qualità della vita, nonché la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale e la difesa delle risorse naturali dall’inquinamento”.

Un ultimo grande passo per la tutela dell’ambiente è stato fatto con il riordino e la raccolta delle norme in materia ambientale avvenuto, per la prima volta, nel 2006, attraverso il D.lgs. n. 152/2006, noto come Codice dell’Ambiente o, più correttamente, Testo Unico dell’Ambiente (TUA). Sebbene la dicitura “Codice dell’ambiente” sia quella di utilizzo più frequente, in termini giuridici non risulta essere appropriata in quanto il TUA: non contiene una parte generale (un’elencazione di principi è stata poi inserita dal decreto correttivo n. 4/2008), non rielabora la materia in modo sistematico, armonizzando le sue varie parti, di modo da risultare principalmente una somma di interventi normativi autonomi e, infine, non ha carattere universale, in quanto alcune tematiche della tutela ambientale restano, ancora oggi, fuori dal “codice”.

Tutela ambientale in Costituzione: cosa cambia adesso?

L’ingresso della tutela ambientale nella legge fondamentale dello Stato fornisce la possibilità di dichiarare anticostituzionali tutte quelle leggi che violino tale principio oltre che favorire la proliferazione di norme a tutela di vari aspetti ricadenti nella sfera ambientale.

Anche se, come noto, nelle Corti non c’è possibilità di estendere l’efficacia dei principi di tutela ambientale anche al tempo precedente a quello del suo ingresso in Costituzione (retroattività), è possibile che le modifiche agli articoli negli articoli 9 e 41 incidano, anche solo indirettamente, sulle loro decisioni circa una serie di processi già avviati. Un altro campo di applicazione della nuova tutela ambientale potrebbe essere la legittimazione delle richieste di asilo avanzate dai migranti climatici che, come già visto precedentemente, per ora in Italia non possono godere di alcuna protezione normativa.

Infine, è necessario sottolineare che il riconoscimento della tutela ambientale e la sua inclusione nella Costituzione non sarebbe mai stato possibile senza la costante e decisa azione delle associazioni ambientaliste e da una serie di sentenze pronunciate dalle Corti di Cassazione e costituzionale.

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Festeggiamenti sostenibili: tra coriandoli e fuochi d’artificio a misura di natura

La settimana di Carnevale, tra le numerose feste che si svolgono durante l’anno in ogni parte del mondo, è forse quella che maggiormente richiama all’allegria e al divertimento; tuttavia, considerando gli effetti negativi che ha sull’ecosistema, la voglia di divertirsi viene meno.

L’eccessiva quantità di coriandoli e altri prodotti soprattutto di materiale plastico lanciati in aria e sparsi in giro anche per diverse settimane rappresentano, infatti, un enorme pericolo per l’ambiente e gli animali.

Se tuttavia risulta difficile immaginare il Carnevale senza i tradizionali coriandoli colorati, dovremmo chiederci se sia possibile continuare a festeggiare senza danneggiare la natura. Con la proposta che arriva dalla Germania sembra che la cosa si possa fare.

 

La Saatgut Konfetti, startup tedesca nata nel 2019 dall’idea di tre giovani studenti dell’Accademia di Kassel ha realizzato dei coriandoli bio, compostabili e contenenti i semi di 23 specie di piante selvatiche con l’aggiunta di amido e coloranti naturali ed ecologici. Essendo germinatori leggeri, i semi non hanno bisogno di essere interrati e sono stati progettati con lo scopo di fornire casa e cibo per api, insetti e piccoli animali.

Sebbene al momento le piante siano autoctone e quindi utilizzabili solamente per lo specifico territorio tedesco, la startup sta lavorando per rendere la produzione maggiormente economica e accessibile per diffondere il prodotto in molte altre parti del pianeta. L’obiettivo è contribuire alla conservazione, crescita e consapevolezza dell’importanza della biodiversità attraverso l’uso educativo di beni di consumo, creando un connubio tra divertimento e tutela ambientale.

 

Sempre in tema di festeggiamenti sostenibili, il prossimo giugno a Bilbao, in occasione del WellBeing Summit, verrà presentata SPARK, performance visiva ecosostenibile ideata dallo Studio Roosegarde. Costituita da migliaia di scintille di luce, utilizzando materiale biodegradabile, che muovendosi nel vento formano una nuvola di 50x30x50 metri, quest’opera d’arte paesaggistica vuole porsi come alternativa sostenibile ai tradizionali fuochi pirotecnici inquinanti e spesso vietati. Scopo dello studio è aggiornare in chiave eco le tante celebrazioni locali e internazionali (Capodanno, Olimpiadi, feste comunali, ecc.), che se da un lato consentono alle comunità di riunirsi e festeggiare insieme aumentando il senso di collettività, al contempo provocano troppo spesso notevoli danni e conseguenze irreversibili per il contesto ambientale dell’intero pianeta.

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Come sta andando per Meta

L’impresa statunitense che conoscevamo come Facebook, Inc ha cambiato nome il 28 ottobre 2021 in Meta Platforms, Inc, nota anche semplicemente come Meta. A distanza di circa 5 mesi da questo importante cambiamento vogliamo approfondire come stia andando per questa famosa azienda.

 

 

Facebook, Instagram e WhatsApp

Meta è proprietaria di tre tra le più note piattaforme di social networking: Facebook, Instagram e WhatsApp.

We Are Social ha pubblicato anche quest’anno il nuovissimo report sullo stato dell’arte del web nel mondo, Digital 2022, in cui ci mostra i dati del mondo digitale. Questo report passa in rassegna tutti i dati legati alla nostra vita online che dimostrano quanto il mondo sia ancora più interconnesso durante la pandemia.

Proprio grazie a quanto analizzato nel Digital 2022 possiamo capire quanta strada abbiano fatto le tre piattaforme di social networking di Meta. Partendo dalla classifica delle query più cercate su Google tra il 1 gennaio 2021 e dicembre 2021, vediamo rispettivamente Facebook, Instagram e WhatsApp al secondo, all’undicesimo e al settimo posto. Dato che nel report viene qui fatta la distinzione tra WhatsApp e WhatsApp web, la versione desktop della famosa app, si segnala che nel caso di WhatsApp web si scende al nono posto.

In un’altra classifica il focus si sposta sulla percentuale di utenti che preferisce una determinata piattaforma su un campione che va dai 16 ai 64 anni.

Al primo posto abbiamo WhatsApp con il 15.7%, al secondo posto Instagram con il 14.8% e infine al terzo posto Facebook con il 14.5%. In questo caso abbiamo tutte e tre le app di Meta sul podio a denotare un chiaro apprezzamento da parte del pubblico online.

 

 

Nuovi problemi di privacy per Mark Zuckerberg

Negli anni Zuckerberg si è spesso difeso dalle accuse europee di profilazione dei dati dei suoi utenti. Recentemente sia Instagram sia Facebook sono sotto il mirino in quanto l’Europa sembrerebbe contrastare l’utilizzo dei sever statunitensi per il trattamento dei dati degli utenti europei. A questo proposito, come riportano varie testate giornalistiche, Mark Zuckerberg sembra aver affermato la volontà di poter chiudere Facebook e Instagram in Europa.

Tuttavia questa notizia non pare avere un effettivo fondamento, infatti il Sole 24 ore in questo articolo afferma che il tutto potrebbe essere nato da un’interpretazione superficiale del documento inviato alla SEC: la Securities and Exchange Commission (Commissione per i Titoli e gli Scambi).

La frase in questione é la seguente: “non saremo più in grado di offrire alcuni dei nostri prodotti e servizi più importanti, compresi Facebook e Instagram, in Europa, fatto che influirebbe materialmente e negativamente sulla nostra attività, sulla nostra condizione finanziaria e sui risultati delle nostre operazioni”. Come riporta sempre il Sole 24, Meta ha smentito quanto è stato interpretato dai giornali, affermando di non avere intenzione di ritirarsi dal mercato europeo.

 

 

Il Metaverso sembra ancora lontano e pericoloso

Il Metaverso, come abbiamo appresso, è una piattaforma social che combina l’AR (realtà aumentata) e VR (realtà virtuale) per immergere l’utente in un modo virtuale in cui può interagire con altri avatar. La parte VR l’abbiamo con il recente casco virtuale “Quest 2” mentre la parte AR l’abbiamo con “Spark AR” che permette di creare vari effetti da utilizzare durante le chiamate oppure creare e pubblicare nuovi filtri su Instagram. Detto ciò purtroppo ancora qualcosa non funziona infatti a livello economico il casco virtuale non è accessibile per tutti, quindi non è possibile ancora parlare di un vasto pubblico per questa nuova piattaforma. Inoltre gli ultimi eventi mostrano che per quanto il Metaverso sia un luogo nuovo presenta ancora problemi vecchi. Quello che è emerso di più tratta delle molestie in piattaforma. Infatti come riporta il Fatto Quotidiano nel suo articolo, un utente una volta entrato nel Metaverso ha subito molestie da parte di un gruppo a distanza da 1 minuto dal suo ingresso. Tutto questo dimostra che c’è ancora molto lavoro da fare sul Metaverso per renderlo più sicuro e accessibile.

 

In conclusione Meta sembra procedere bene in quanto tra le app social più scelte, come abbiamo visto, ci sono sempre le tre note piattaforme social di sua proprietà. Il dubbio rimane invece sul loro futuro, dati altri possibili problemi di privacy, per non parlare di cosa comporterà il continuo sviluppo del Metaverso. Vedremo cosa escogiterà Meta per rimanere in vetta.

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Leoni da tastiera e non solo: parliamo di cyberbullismo

Facciamo chiarezza sui termini

 

Il cyberbullismo è una forma di bullismo si svolge attraverso la rete (sms, email, messaggi in community, social) con lo scopo di arginare, deridere o umiliare una persona, con offese che possono riguardare l’orientamento sessuale, razzismo, bodyshaming e altro ancora.

È importante fare una distinzione fra cyberbullismo e cybermolestia: la prima, identifica una forma di molestia che avviene fra minorenni, mentre la seconda si verifica fra adulti o fra un minorenne e un soggetto adulto.

 

Non sono Leoni da tastiera: i reati del cyberbullismo

 

Il fenomeno è vasto e ricopre più reati di quanti molti di noi si immaginano, ognuno dei quali si compone di varie sfumature.

Un elenco delle categorie con il maggior numero di vittime:

Flamming: si verifica quando un soggetto innesca una discussione violenta e volgare sulla rete. L’intento è quello di generare accanimento verso una particolare persona.

Harassment: è un tipo di molestia che consiste nel tormentare un particolare soggetto preso di mira, fino ad isolarlo o cagionargli danni psicologici, simile al bullismo “tradizionale”.

CyberStalking: sono gli atti e persecuzioni volte a far sentire sotto minaccia e non al sicuro la vittima. Intimidazioni anche di violenza fisica.

Denigration: corrisponde alla divulgazione e di notizie non veritiere inerenti alla sfera personale di un soggetto, sostanzialmente una calunnia tramite rete.

Impersonation: identifica l’appropriazione da parte del cyberbullo dell’identità di un’altra persona e mette in atto delle azioni volte a minare alla sua reputazione.

Trycy: consiste nell’ingannare la vittima per guadagnarsi la sua fiducia, fino a farsi inviare da questa ultima del materiale personale che poi utilizzerà per minacciarla o diffamarla in rete.

Happing shapping: significa diffondere video in cui un soggetto viene percosso fisicamente. Questa espressione nasce dall’inglese e la sua traduzione letterale è “schiaffo divertente”.

Doxing: è la diffusione in rete di informazioni sensibili e private di soggetti terzi.

 

La situazione in Italia

Molti pensano che il cyberbullismo sia un fenomeno passeggero e più leggero rispetto al bullismo, ma non è assolutamente così: ad oggi il 34% del bullismo si svolge in rete, dati che sono inevitabilmente destinato ad aumentare.

Con l’aumento dell’utilizzo della tecnologia chiunque può facilmente pubblicare qualsiasi contenuto, in qualsiasi momento e senza controlli. Il cyberbullismo spinge le vittime all’isolamento, alla depressione e nei casi più gravi, al tentativo di suicidio.

Riuscire ad identificare i carnefici ed intervenire, è molto difficile, proprio per la portata di utenti che si possono raggiungere su Internet.

Dai dati raccolti dall’osservatorio “Indifesa”, (l’unico mezzo a disposizione per riuscire a quantificare le vittime di cyberbullismo) nato nel 2014 per raccogliere le opinioni degli adolescenti italiani attraverso un questionario somministrato online attraverso i canali Instagram, ScuolaZoo e le scuole coinvolte nella Campagna “Indifesa”, quasi il 60% dei giovani ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo o  cyberbullismo; più del 20% è stato oggetto di cyberbullismo, di cui il 13% sono giovani donne, contro un 10% di ragazzi.

Il 30% dei casi di cyberbullismo nel nostro Paese si caratterizza da commenti a sfondo sessuale rivolti a donne.

Sei ragazzi su dieci dichiarano di sentirsi in pericolo quando navigano sul Web, temendo di subire fenomeni di cyberbullismo (in tutte le sue forme viste sopra), perdita della privacy, revenge porn e adescamento online.

Possiamo affermare con certezza che la pandemia di COVID-19 ha ulteriormente alimentato questo fenomeno: durante il Lockdown le segnalazioni di reati di bullismo online sono state sei volte maggiori rispetto alla situazione pre-pandemia (dato raccolto dalla Fondazione Carolina), e sono in continuo aumento, peggiorando le situazioni di isolamento e ansia.

 

Chi tutela le vittime?

La legge n. 71 introdotta in Italia nel 2017 ha messo in campo una serie di misure per contrastare i cyberbulli:

I genitori delle vittime con meno di 14 anni, possono rivolgere istanza al gestore dei siti internet o della pagina social, per far rimuovere e bloccare qualsiasi contenuto non autorizzato o offensivo, entro 48h dalla denuncia. Se non verranno rimossi, subentrerà il Garante della Privacy.

Il testo prevede anche una serie d’interventi a scopo educativo da svolgere all’interno delle scuole, sia per gli studenti, che per il personale scolastico: all’interno di ciascun istituto deve essere scelto un referente, che dovrà collaborare con le Forze di polizia e le altre associazioni coinvolte negli eventi; in aggiunta a una serie di misure di supporto per gli i soggetti coinvolti e l’obbligo, per il dirigente scolastico, di informare i genitori dei minori coinvolti.

Se viene presentata un’istanza in questura, nel caso in cui il cyberbullo sia compreso fra i 14 e i 18 anni, può essere applicato l’ammonimento (un richiamo verbale da parte del questore).

La scuola è il luogo in cui intervenire con provvedimenti educativi: prevenire per evitare di curare.

Rendere i ragazzi, fin dalla giovane età, consapevoli della dannosità di certi comportamenti. Educare ad un uso consapevole di internet e dei social media.

Il bullismo in rete esiste anche se non sempre si riesce ad associare un volto e un nome ai mostri da tastiera, che si nascondono dietro ad uno schermo, sfogando cattiveria e frustrazione sulle loro vittime.

Avere uno smartphone fra le mani, non significa sapere come utilizzarlo. Questo è un appello, nella speranza che i governi pongano più attenzione anche alla questione dell’Alfabetizzazione Digitale.

 

Una giornata per ricordare

Il 7 Febbraio è stata istituita la giornata nazionale del bullismo e del cyberbullismo, per ricordarci quante persone (giovani e non), ogni giorno vivono sommersi dall’odio e dalla violenza derivante dai pregiudizi.

L’invito è sempre quello di non rimanere in silenzio: denunciare è fondamentale!

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Rifugiato climatico – o lo status che non c’è

Lo scorso 9 agosto è stato diffuso dall’IPCC il documento “Climate Change 2021: The Physical Science Basis”. Tra i primi grafici che hanno accompagnato la sua presentazione ne è stato mostrato uno che illustra come la temperatura media globale del pianeta, nel decennio 2011-2020, sia stata di 1.09°C superiore a quella del periodo 1850-1900, con un riscaldamento più accentuato sulle terre emerse rispetto all’oceano. Il trend di ascesa delle temperature sembra ormai inarrestabile e presto sarà necessario fare i conti con le conseguenze ambientali, economiche e sociali che ne derivano. Tra queste ve ne è una ancora poco discussa: la migrazione climatica.

Le migrazioni climatiche del futuro

Ma cosa spinge i migranti climatici a lasciare i propri luoghi di origine? In realtà non vi è una sola motivazione, ma si ha a che fare con una concomitanza di diversi fattori: l’aumento della siccità, la diminuzione della produttività agricola e l’innalzamento del livello del mare. Quella appena fatta è un’elencazione, forse, striminzita ma dalla quale emerge con chiara evidenza e altrettanta drammaticità un fattore non immediatamente percepibile dalle narrazioni sulle ragioni dell’immigrazione, vale a dire come le variazioni climatiche impattino, attraverso l’influenza sui mezzi di sussistenza e sulla vivibilità dei luoghi, sulla migrazione delle popolazioni.

Secondo il quotidiano La Repubblica, degli 80 milioni di profughi del mondo, circa 25 sono migranti climatici mentre, secondo l’ultimo rapporto Groundswell della Banca mondiale, sono oltre 216 milioni le persone che potrebbero spostarsi all’interno dei loro paesi entro il 2050 in sei diverse regioni del mondo.

In particolare, i dati forniti dalle loro proiezioni parlerebbero di:

  • 86 milioni di migranti climatici interni per quel che riguarda l’Africa subsahariana
  • 49 milioni per la regione dell’Asia orientale e del Pacifico
  • 40 milioni per l’Asia meridionale
  • 19 milioni per il Nord Africa
  • 17 milioni per l’America Latina
  • 5 milioni per l’Europa orientale e Asia centrale.

Secondo gli esperti, i flussi migratori aumenteranno in maniera più o meno costante ancora per qualche decennio per poi accelerare rapidamente nella seconda metà del secolo. Sebbene i numeri parlino chiaramente di un problema che prima di tutto si presenta all’interno dei paesi che subiscono il cambiamento climatico, anziché all’interno di quelli che ne sono stati storicamente paesi che spesso, in maniera del tutto discutibile, continuano a tapparsi gli occhi innanzi all’evidenza.

Il diritto su carta

Con queste premesse non sembra azzardato affermare che le enormi cifre di cui parlano gli esperti sono un importante campanello di allarme che non può essere ignorato; è necessario iniziare a lavorare fin da ora a un piano sociale, politico e soprattutto normativo per non arrivare impreparati al 2050. Un primo passo potrebbe essere fatto proprio sul piano politico con la concessione dello status di rifugiati per i migranti climatici.

La concezione di rifugiato (o di titolare di diritto d’asilo), il cui riconoscimento di stato garantisce un’elevata tutela all’individuo in quanto obbliga lo Stato destinatario della migrazione ad accogliere il rifugiato e a tutelarne la salute, è stata pensata all’indomani della II Seconda guerra mondiale e, nel tempo, ha subito delle significative evoluzioni.

Secondo la Convenzione di Ginevra, va riconosciuto lo status di rifugiato a ogni persona che si sta avvalendo della protezione di un Paese diverso da quello di origine perché, in questo, ritiene di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale o per le sue opinioni politiche. La definizione fu poi sostanzialmente confermata nel Protocollo delle Nazioni Unite relativo ai rifugiati del 1967, ampliata, nel 1969, a quelli che sono costretti a lasciare il luogo di residenza abituale a causa di aggressioni esterne, occupazione militare, invasione straniera o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico, e quindi, nel 1984 (delineando un concetto che sarà fatto proprio, a partire dal 2011, dallo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR), a chi, trovandosi fuori dal proprio paese, non può farvi ritorno a causa di minacce gravi e indiscriminate alla vita, all’integrità fisica o alla libertà derivanti da violenze generalizzate o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.

Il fatto che sia difficile ricomprendere sotto questa definizione i migranti climatici, non può destare sorpresa, essendo le cause della migrazione sempre imputate a condotte umane, piuttosto che a eventi naturali.

Sessant’anni dopo la conclusione dalla Seconda guerra mondiale, però, i motivi che spingono le persone a migrare sono cambiati radicalmente e, per far fonte alle nuove esigenze, nel 2004, l’Europa ha introdotto la direttiva n. 2004/83/CE in materia di protezione internazionale. Per la prima volta si parla di protezione sussidiaria, che si va quindi ad aggiungere all’ipotesi di rifugiato, ampliando le possibilità di tutela per i migranti “umanitari”. Infatti, la protezione sussidiaria non riguarda più solamente le situazioni di persecuzione individuale riconosciute meritevoli del diritto d’asilo, ma opera a protezione del cittadino straniero nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno e che dunque non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese. Un’ipotesi, come detto, formulata in maniera più ampia, più elastica, più onnicomprensiva degli specifici casi previsti dal diritto internazionale.

A una prima lettura, dunque, si potrebbe pensare che questo principio possa tutelare anche i migranti climatici, ma non è così. Infatti, con “un rischio effettivo di subire un grave danno” si intende: la condanna a morte; la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine e la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Alla luce di ciò si deve concludere che il migrante climatico sia destinato a rimanere ancora fuori della porta.

Uno spiraglio sarebbe potuto essere quello del concetto di “protezione umanitaria” che in Italia si è aggiunto allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria di derivazione internazionale e europea, fino al 2018. La protezione umanitaria fu introdotta con la legge Turco Napolitano e prevedeva che il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno non potessero essere adottati, pur non sussistendo i presupposti dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, se ricorrevano «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano». Poteva, forse, questo bastare a tutelare i migranti climatici? Non precisamente. Ma c’è da rilevare che la dicitura “seri motivi di carattere umanitario”, non facendo riferimento a accadimenti specifici, ben si prestava a una flessibile interpretazione in grado di adattarsi a diverse circostanze.

Il diritto nelle corti

Sebbene i dati visti prima dimostrino la necessità di agire velocemente, la legge scritta presenta ancora una forte reticenza nello scegliere se e quale debba essere la protezione da accordare ai migranti climatici. Fortunatamente diversa (ma non troppo) è l’atmosfera presente nelle corti, dove i giudici sembrerebbero inclini all’elastica interpretazione della normativa a favore di una apertura verso il riconoscimento dello status di migrante ambientale.

Tali affermazioni sono sostenute da ben tre pronunce della giurisprudenza internazionale e italiana. Il primo è noto come “caso Teitiota” e riconducibile alla sentenza 2728/2016, in cui per la prima volta il Comitato Onu ha riconosciuto, a un migrante climatico, il diritto a non essere respinto. Sebbene non vi sia una vera e propria affermazione dello status di rifugiato climatico, viene comunque riconosciuta al migrante una forma di protezione che, per quanto non totalmente definita, ne impedisce comunque il rimpatrio.

In un contesto simile si inserisce il secondo caso, ossia quello riguardante la richiesta di protezione umanitaria fatta all’Italia da un cittadino nigeriano (oggetto della sentenza della Corte di Cassazione n. 5022/2021). Sebbene le corti inferiori avessero negato tale richiesta, la Corte di Cassazione ha successivamente stabilito che la terra di origine del richiedente protezione versasse in una grave condizione di dissesto ambientale, tanto da poter addirittura riconoscere una compromissione del diritto alla vita e ad un’esistenza dignitosa. Proprio quest’ultima motivazione permette al richiedente di vedersi riconosciuta la concessione della protezione umanitaria, garantendo, per la prima volta in Italia, un primordio di protezione a un migrante climatico. Purtroppo, almeno per ora, questa vicenda sembrerebbe destinata a restare un unicum essendo legata alla definizione di protezione umanitaria che dal 2018 non esiste più, essendo stata abolita – o meglio, frammentata – dalle scelte di politica legislativa del tempo.

Un germoglio di speranza, però, sembra venire dalla più recente sentenza n. 25094/2021, sempre della Corte di Cassazione. In questo caso, a richiedere la protezione umanitaria è un cittadino bengalese che aveva perso precedentemente la propria abitazione a causa di un’inondazione. La sentenza si conclude con il respingimento della richiesta in quanto la corte ha decretato che non vi erano gli estremi per garantire l’accoglienza in Italia al richiedente, ma l’importanza, e la singolarità della vicenda giuridica, risiede nel fatto che per la prima (e per ora ancora unica) volta viene utilizzato il terminerifugiato ambientale” per riferirsi a qualcuno che ha dovuto abbandonare la propria terra a causa delle conseguenze del cambiamento climatico. I più fiduciosi guardano all’impiego di questa terminologia come a un timido riconoscimento giuridico di questa figura.

 

Migranti climatici: gli invisibili del diritto

Sicuramente, nell’immediato, è difficile immaginare un arginamento delle migrazioni ambientali, visto che lo sconvolgimento dei sistemi climatici è a un punto di non ritorno e non si riuscirebbe a cambiarne la rotta neppure se si entrasse in azione a partire già da domani mattina. Se a ciò si aggiunge la lentezza con cui si evolvono le fonti del diritto, il rischio è quello di lasciare, entro il 2050, milioni di persone senza alcun tipo di protezione, né materiale né normativa. Proprio per questo, alcuni studenti dell’università di Milano-Bicocca hanno deciso di alzare la voce e lo hanno fatto lanciando una petizione affinché “la normativa italiana venga modificata, andando a concedere lo stato di rifugiato anche ai migranti climatici al fine di garantire loro fin da subito la speranza per un futuro più sicuro e dignitoso”.

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Ambiente, società e tecnologia

Dietro al caso Amazon Smile: pochi sorrisi e tanta strategia?

Lo scorso Dicembre 2021 il Washington post pubblica la notizia secondo cui Amazon, la più grande Internet Company del Mondo, avrebbe finanziato economicamente gruppi No-Vax.

Per chi non lo sapesse, questa azienda possiede il primo e maggiore Internet market place del mondo. Come?

 

Tramite il programma “Amazon Smile”, lanciato dal fondatore dell’azienda Jeff Bezos, che concede la possibilità agli acquirenti che effettuano gli ordini online sulla piattaforma, di donare lo 0,5% della loro spesa ad alcune organizzazioni No-profit, affiliate a questa iniziativa.

La procedura con cui si fa questa operazione è la medesima di un login tradizionale, l’unica differenza consiste nel portale di accesso, che è smile.amazon e non amazon.com; dopo aver scelto l’ente a cui donare ed effettuato l’acquisto, è Amazon ad effettuare in automatico la donazione.

Gli enti fra cui poter scegliere e a cui devolvere le donazioni sono più di un milione, “Heifer international”, “Austin pets alive” e molte altre, che vanno dall’occuparsi di animali abbandonati ad altre cause umanitarie come l’aiuto ai bambini in difficoltà.

In questo lungo elenco sono emersi anche nomi sospetti, come il “National Vaccine Information Center”, centro fondato nel 1982, diventato famoso per le sue campagne di disinformazione e fake news relative a malattie che alcuni bambini avrebbero contratto in seguito somministrazioni di vaccini (ad esempio quando collegarono il vaccino della pertosse a casi di autismo, anche dove non vi era nessun legame patologico o scientifico).

I soldi donati a queste organizzazioni, che si aggirerebbero fra i 40 e 60 mila dollari (cifre contenute) andrebbero ad arricchire il portafoglio di attività e siti produttori di fake information.

È importante sottolineare il fatto che sulla piattaforma Amazon sono presenti libri che incitano alla cultura No-Vax / No-Green Pass e altro merchandising simile, acquistabile dai più giovani (facilmente influenzabili).

 

La linea sottile fra beneficienza e greenwashing

 

Amazon Smile nasce nel 2013 per volontà di Jeff Bezos, con l’intento di unire lo shopping alla donazione e dare una svolta “verde” e sostenibile all’azienda, pur continuando ad essere la rappresentazione vivente di una società sempre più consumistica.

È davvero etico tutto questo?  Se ripensiamo agli infiniti scandali legati alle condizioni di lavoro massacranti a cui sono sottoposti i dipendenti di qualsiasi logistica Amazon del mondo, costretti a turni e orari di lavoro prolungati soprattutto durante i periodi di Natale o altre festività.

È lecito chiedersi se dietro al progetto Amazon Smile non vi sia solo l’ennesimo tentativo dell’azienda di “ripulire” l’immagine che di morale ha ben poco.

 

 

La risposta che “non risponde”

 

Da quanto riportato da più quotidiani, gli uffici legali e di pubbliche relazioni della multinazionale, hanno risposto confermando l’impegno di Amazon nella diffusione di intense campagne vaccinali interne, rivolte ai dipendenti; per quanto riguarda gli altri interrogativi l’azienda ha preferito astenersi dal prendere posizione contro gruppi No- Vax o altre frange estremiste.

Questa risposta non ha sicuramente reso meno fumosa la questione o i dubbi di molti consumatori, stanchi di sentirsi ingannati.

Inoltre, l’altra domanda che sorge spontanea è: perché in Italia non è ancora presente questa iniziativa?

 

I quesiti rimangono

 

I reali motivi di questo supporto rimangono ancora un’incognita.

Potremmo ipotizzare che siano legati ad una strategia di visibilità e fidelizzazione di alcuni gruppi numerosi, ad esempio le community No- VaX negli USA.

Sono tutte domande alla quale solo i diretti interessati possono rispondere, anche se sappiamo che per diplomazia, le grandi multinazionali evitano di parlare pubblicamente di argomenti scomodi o di mettersi in situazioni scomode che potrebbero compromettere la loro immagine e di conseguenza le vendite.

Dietro a questi comportamenti si cela della strategia di Marketing o la voglia di lasciare libertà di espressione a tutti, essendo Amazon l’immagine di una Nazione democratica e libera come l’America?

Ancora, Governi dovrebbero intervenire punendo e chiedendo maggior sensibilità da parte di questi colossi dell’industria, su certi temi?

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Ambiente, società e tecnologia

Piante pronte al decollo: che cos’è l’astrobotanica

Ricordate la scena in cui Mark Watney, personaggio protagonista del film “Sopravvissuto: The Martian”, scopre che la piccola serra in cui era riuscito a coltivare patate sul suolo del pianeta rosso è stata distrutta a causa di un incidente? Lo scenario evocato è senza dubbio fantascientifico, ma fenomeni e problemi non molto diversi vengono studiati oggi grazie a una particolare branca delle scienze della vita: l’astrobotanica. Grazie a contributi interdisciplinari provenienti dalla fisica, dall’ingegneria, dalla biologia e dalle biotecnologie, l’astrobotanica studia il modo in cui le piante crescono nell’ambiente apparentemente inospitale delle stazioni spaziali o in contesti che simulino le condizioni spaziali. I risultati degli esperimenti che sono stati condotti e sono in corso potrebbero portare in futuro ad un punto di svolta nell’approvvigionamento alimentare per gli astronauti, ma anche a informazioni e modelli utili per migliorare l’agricoltura terrestre.

 

“Houston, abbiamo un problema”: difficoltà e stress ambientali per le coltivazioni spaziali

 

Riuscire a coltivare molte specie vegetali permetterebbe non solo di avere ciclicamente a disposizione alimenti freschi durante viaggi spaziali molto lunghi, ma non solo. Questo sarebbe uno dei molti vantaggi derivanti dal miglioramento tecnologico di quelli che vengono definiti sistemi biorigenerativi, in cui le risorse necessarie alla vita di tutti gli organismi presenti, come ossigeno e acqua, possono essere prodotte all’interno del sistema stesso.

Le difficoltà nell’implementazione delle piante in questi sistemi non mancano: la microgravità, che secondo l’enciclopedia Treccani è la “condizione particolare nella quale un corpo è soggetto a un campo gravitazionale di basso valore”, rende complessa l’irrigazione con l’acqua, distorce l’orientamento che le radici avrebbero normalmente sulla Terra e modifica, spesso danneggiandoli, anche altri tessuti della pianta; inoltre, un’altra criticità sono le radiazioni ionizzanti, a cui le piante sono maggiormente esposte su una stazione spaziale e possono causare mutazioni dannose. Gli esperimenti nel campo dell’astrobotanica hanno come obiettivi sia il tentativo di arginare gli effetti indesiderati che possono derivare da esse, sia il loro sfruttamento per selezionare piante con caratteristiche diverse da quelle che avrebbero potuto sviluppare sulla Terra.

 

Quali esperimenti si stanno conducendo in astrobotanica?

Uno degli ultimi studi tuttora in fase di revisione è stato denominato “TICTOC”: iniziato il 3 giugno 2021 e promosso dalla ISS grazie alla ISS Cotton Sustainability Challenge, ha visto come protagonisti alcune piantine di cotone, un gene (AVP1) e la microgravità. Alcuni semi di cotone, geneticamente modificati e non, sono stati lanciati nello spazio e fatti crescere in piccole camere controllate e dotate di uno speciale substrato per la crescita dei semi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. L’obiettivo degli scienziati è quello di scoprire come le radici delle piantine di cotone geneticamente modificate rispondano in modo differente alla microgravità, e se addirittura questa possa far sì che gli effetti positivi del gene AVP1 sulla resistenza delle piantine (già sperimentati sulla Terra) siano ancora più vantaggiosi. Come emerge dalle stesse parole di Simon Gilroy, botanico a capo del gruppo di scienziati che si è dedicato al progetto, i risultati dello studio potrebbero essere utili per comprendere come migliorare le specie e le tecniche utilizzate per la produzione del cotone sul nostro pianeta.

L’astrobotanica è un campo in evoluzione, che probabilmente non ha ancora potuto esprimere tutte le sue potenzialità: non solo come fonte di ispirazione per narrazioni fantascientifiche coinvolgenti, ma soprattutto come contributo sia all’esplorazione spaziale sia alla vita sulla Terra.

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Ambiente, società e tecnologia

Viaggiare digitale in giro per il mondo: Miravilius, la Netflix dei viaggi

Il settore turistico, tra i più colpiti dalla crisi derivante dalla pandemia da Coronavirus, ha dovuto rimodulare e reinventare le proprie attività per fronteggiare le complessità del nuovo contesto, caratterizzato dalla notevole difficoltà nella pianificazione di viaggi e vacanze in Italia e all’estero.

Tra gli operatori, sfruttando le opportunità offerte dalla tecnologia, c’è chi ha adattato la propria offerta e chi ha, invece, realizzato una nuova idea imprenditoriale.

È il caso di Miravilius, startup italiana nata nel maggio del 2020, che, utilizzando la piattaforma di Live streaming Zoom permette di viaggiare digitalmente da un capo all’altro del pianeta stando seduti comodamente sul proprio divano di casa.

Infatti, acquistando un Live Tour singolo o un abbonamento in stile Netflix da sette, trenta o novanta giorni, ci si collega in diretta con una delle oltre 150 guide turistiche certificate così da farsi accompagnare alla scoperta di una delle oltre 100 destinazioni sparse in giro per il mondo: magari per passeggiare tra i grattacieli di Manhattan o nella splendida Piazza Rossa di Mosca, lungo le Rambla di Barcellona, nella modernissima Tokyo, tra le splendide città d’arte italiane o, ancora, nelle mete meno conosciute e fuori dai tradizionali circuiti turistici.

Tra gli obiettivi di Miravilius, nata con l’intento di supportare e dare linfa al comparto turistico, c’è l’offrire un’ulteriore opportunità lavorativa alle guide turistiche coinvolte e la volontà di rendere il viaggio accessibile a tutti, per esempio agli anziani e alle persone che hanno difficoltà a muoversi liberamente.

C’è un aspetto legato all’utilizzo dei Live Tour a scopi educativi e didattici, come strumenti di conoscenza storica e culturale dei luoghi visitati e mezzi utili per allenare l’ascolto di una lingua straniera.

Sebbene nati come alternativa ai viaggi tradizionale, i Live Tour si candidano quindi a diventare nel prossimo futuro un utile mezzo di pianificazione e d’ispirazione per i propri viaggi e vacanze. In generale, la diffusione e l’utilizzo dello streaming, nelle strategie di sviluppo territoriale, nell’organizzazione di fiere ed eventi e nel settore alberghiero, come strumento di diffusione, valorizzazione e attrazione, oltre a rafforzare il binomio tra il turismo e le esperienze digitali, non più esigenza ma opportunità, conferma il legame sempre più stretto e inscindibile tra comparto turistico e trasformazione digitale.

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Ambiente, società e tecnologia

Velasca: Intervista a Jacopo Sebastio

Velasca è un’azienda italiana con al centro prodotti artigianali che oggi conta 13 botteghe in tutto il mondo.

Nata otto anni fa come una startup, oggi è una vera e propria realtà affermata a livello internazionale che porta nel mondo valori e qualità made in Italy.

Per potersi affermare in questo modo, ha utilizzato strategie innovative in merito alla distribuzione del prodotto e alla comunicazione dei propri valori.

 

Abbiamo intervistato Jacopo Sebastio, co-founder e CEO di Velasca, per farci raccontare dettagli e curiosità su questa storia affascinante e stimolante.

 

Jacopo, per iniziare, la vostra è un’azienda innovativa e di successo a livello internazionale che ha al centro un prodotto made in Italy prodotto da artigiani. Come è nata questa idea?

 

Velasca è una realtà che nasce ufficialmente nel 2013 con l’obiettivo di portare un prodotto di elevata artigianalità direttamente al consumatore finale adottando processi e strumenti innovativi.

L’idea però si è sviluppata nell’estate del 2012 mentre mi trovavo in viaggio con un caro amico, fratello del mio attuale socio, per andare a trovare quest’ultimo in Indonesia, dato che in quel momento lavorava a Singapore. Enrico Casati, il mio socio, aveva bisogno di un paio di scarpe eleganti che non costassero una fortuna e che avessero un bel design; l’abbiamo quindi comprato in una piccola bottega a Milano, messo poi nello zaino e consegnato successivamente su una spiaggia a Bali.

Da lì è nata l’idea: perché non provare a rendere questa azione un modello di business scalabile e raggiungere tutti gli amanti dell’italianità e dell’artigianalità in giro per il mondo, così come avevo appena fatto con il mio socio?

Così abbiamo abbandonato entrambi il nostro lavoro, trovato i primi artigiani, costruito velocemente il primo sito di e-commerce e siamo partiti con le vendite online.

Dopo un anno e mezzo di attività, era novembre del 2014, abbiamo diversificato la nostra offerta e abbiamo aperto il primo temporary store a Milano. Da allora il nostro modello di business non ha più trovato intralci ed è rimasto ben radicato.

L’idea principale era quindi di vendere un prodotto del mondo delle calzature, un prodotto artigianale made in Italy, con una logica omnicanale online e offline in tutto il mondo.

 

Come avete scelto e coinvolto gli artigiani che collaborano con voi?

 

È stato il primo grosso scoglio che abbiamo dovuto affrontare: abbiamo dovuto capire quale distretto potesse servirci. In Italia ce ne sono un bel po’: vicino a Milano, a Parabiago e a Vigevano, vicino a Padova, in Toscana, c’è quello marchigiano, quello pugliese e quello campano. Per la tipologia di prodotto che volevamo portare sul mercato quello marchigiano ci è sembrato il più adatto per noi, sia in termini di qualità che di prezzi.

Abbiamo quindi contattato il consorzio della calzatura, il cui presidente è attualmente uno dei nostri artigiani, e abbiamo provato a convincerli a produrre il primissimo ordine di scarpe Velasca di circa 125 mocassini.

Non è stato facile perché ovviamente era un periodo difficile, un periodo in cui moltissimi artigiani avevano subito la crisi del mercato russo, e quindi erano diffidenti di fronte alla proposta di due giovani alle prime armi, sia da un punto di vista di prodotto che della sua distribuzione, di volere portare un nuovo brand su Internet.

Due di loro ci hanno dato fiducia, così abbiamo iniziato con un mini-ordine e da lì in poi abbiamo scalato il business e siamo arrivati a fare i numeri di oggi.

 

Quali caratteristiche hanno i vostri prodotti e cosa li rende speciali?

 

Un prodotto che è un po’ un pezzo d’arte; la scarpa in cuoio con la doppia cucitura come la facciamo noi rimane sulla forma una settimana, la forma è l’asset sul quale si lavora la pelle e dove si inchioda e si cuce la suola. In una settimana le mani che toccano le nostre scarpe sono tantissime, dal tagliatore, all’orlatrice, a chi sistema le forme, a chi le inscatola.

Quindi è veramente un prodotto bellissimo da raccontare, un prodotto fatto a mano, quindi un prodotto vissuto e che trasuda tradizione e passione.

Inoltre, non c’è mai un prodotto uguale a un altro: le nostre scarpe e accessori non escono identici dalla fabbrica e possono esserci piccole differenze tra un prodotto e un suo gemello, ma è proprio questo il bello.

Per quanto riguarda la componente tecnica utilizziamo il pellame migliore che ci sia in circolazione, una manodopera totalmente made in Italy, persone che hanno sempre lavorato come i propri genitori e i propri nonni con grande passione, che rende il nostro prodotto veramente a chilometro zero e dove l’aspetto etico è per noi fondamentale.

Inoltre, i nostri prodotti durano negli anni sia da un punto di vista di stile, che noi definiamo “timeless”, senza tempo, che di qualità, per quanto riguarda le lavorazioni e i materiali utilizzati.

Cerchiamo di unire anche tutto ciò che non è scarpa per i nostri outfit quando facciamo gli shooting per definire un po’ quello che abbiamo in testa noi, che è un prodotto che trasuda tradizione.

 

Oggi è sempre più importante riuscire a trasmettere i propri valori e la propria passione ai potenziali clienti. Come avete sviluppato la vostra strategia di comunicazione e come siete riusciti a coinvolgere maggiormente le persone?

 

La strategia di comunicazione parte dal concetto basilare del modello di business, un modello diretto al consumatore finale, dove si creano delle situazioni di interazione importanti e molto frequenti con il cliente.

Da subito abbiamo capito che Velasca era un brand che poteva comunicare dei valori; quindi, abbiamo fatto un’analisi introspettiva di noi stessi per capire che cosa volessimo comunicare con il nostro brand e su quali basi valoriali volessimo agire.

Da lì abbiamo costruito un team che ci permettesse di distribuire questi valori e poterli comunicare ai nostri clienti, grazie alle nuove tecnologie che ai tempi erano ancora abbastanza innovative, come, per esempio, la pubblicità su Facebook.

Abbiamo quindi strutturato la parte di marketing e comunicazione in maniera molto selettiva, dove abbiamo individuato le due grosse anime della nostra comunicazione: la creazione di contenuti, dentro la quale oggi lavorano una dozzina di persone, e la parte di delivery, cioè la distribuzione precisa e puntuale, a un target a noi interessante, dei contenuti creati.

Da subito la strategia di comunicazione è stata per noi un grande obiettivo, tanto che il primo collega dopo Enrico è stato Ludovico, direttore creativo della comunicazione di Velasca, che coordina le persone che lavorano sui contenuti.

Quindi da subito abbiamo pensato che fosse fondamentale questo tipo di attività, proprio con lo scopo ultimo di condividere i valori che sono alla base della nostra visione.

 

Che ruolo hanno i contenuti all’interno della vostra strategia? Come avviene il vostro processo creativo?

 

Ovviamente hanno un ruolo fondamentale: nel nostro processo di acquisizione del cliente, nel momento in cui dobbiamo creare una domanda, dobbiamo cercare di dare qualcosa in più al nostro potenziale cliente, dato che ancora non ha provato il nostro prodotto.

Per crearli, il nostro team lavora costantemente, mentre per definire la nostra comunicazione strategica e i nuovi format che vogliamo portare, assieme al nuovo piano editoriale e la nuova calendarizzazione, ci si incontra una volta al mese.

Abbiamo iniziato a produrre contenuti anche per mostrare artigianalità ed eccellenze in settori che non sono esattamente riconducibili al nostro della calzatura, ma che trasudano i valori che il nostro brand vuole trasferire.

Abbiamo intervistato molte belle persone, perché le persone per noi sono sempre al centro, quindi dai caseifici e prosciuttifici dell’Emilia Romagna, ai coltivatori di zafferano in Abruzzo, alle aziende e vetrerie di Murano, a realtà che producono ceramica a Grottaglie in Puglia, a piccole aziende familiari che si occupano della ristrutturazione di gondole a Venezia, ad agricoltori e viticoltori abruzzesi; queste sono strategie che noi mettiamo in campo proprio perché per noi è fondamentale comunicare questi valori in una maniera reale, vera e pulita.

Per noi ovviamente è importante anche avere una comunicazione di stile, adottare anche strategie come l’influencer marketing, ma cerchiamo sempre di dare molto spazio alla comunicazione organica, per esempio, anche attraverso la newsletter informiamo tutti i nostri clienti di tutte le operazioni che facciamo sul territorio.

 

7 anni fa avete aperto la prima bottega Velasca a Milano. Quali sono state le difficoltà di aprire i primi negozi fisici e da allora quali altri importanti traguardi avete raggiunto?

 

Abbiamo aperto il primo temporary store ormai 8 anni fa perché un prodotto come il nostro, di elevata artigianalità e tradizione, ha bisogno di essere toccato con mano, annusato, e calzato.

Questa operazione è stata fondamentale per noi perché ci ha permesso di duplicare il fatturato nella città di Milano in soli quattro giorni. In realtà grazie al digital marketing avevamo raccolto quasi 6000 contatti su sul capoluogo lombardo, numero che però non sembrava rappresentare bene il nostro potenziale su questa città, soprattutto perché tutti erano curiosi del brand ma poi nessuno comprava.

Con l’apertura del negozio abbiamo avuto la possibilità sia di convertire tutte le persone che erano già entrate in contatto con noi online che di dare moltissima credibilità al brand, quindi un posizionamento molto importante, tanto che appena abbiamo aperto quel temporay store abbiamo ricevuto, me lo ricordo ancora oggi, un ordine dal Canada dove il cliente ci aveva raccontato di aver visto le foto dell’evento di inaugurazione e di aver deciso così di comprare e farsi spedire delle scarpe in Canada.

È stato ovviamente un reinventarsi, perché il business digitale si può fare da remoto, la nostra idea era quella di un giorno lavorare dalla Jamaica su una spiaggia con il computer in riva al mare, mentre in realtà poi il retail cambia i programmi: bisogna trovare i negozi, selezionare le persone giuste che facciano da un brand abbassador, bisogna arredarli, studiare dei sistemi di marketing e comunicazione importanti.

È vero anche che noi, essendo molto forti dal lato e-commerce, prima di aprire i nostri negozi abbiamo sempre testato preventivamente il mercato online della città: quando abbiamo aperto a Milano, nel frattempo stavamo già iniziando a collezionare tantissimi clienti online su Roma, clienti che a un certo punto hanno iniziato a chiedere dell’apertura nella loro città. Così quando abbiamo raggiunto i 500 di questi abbiamo deciso di aprire una bottega anche a Roma e questo ci ha permesso di avere successo dal giorno di apertura perché le persone che si sono presentate non vedevano l’ora di venirci a trovare. Questa è sempre stata la nostra strategia.

Quindi ci sono tantissime operazioni diverse rispetto a quelle di e-commerce, ed è anche vero che la conversione dei cittadini nei negozi è molto più grande, l’esperienza d’acquisto è differente rispetto a quella online, che non necessariamente deve essere migliore ma è sempre che meglio che ci sia.

 

Infine, puoi svelarci qualche progetto futuro?

 

Abbiamo da poco riscritto il nostro piano industriale, il nostro business plan, e tra i grossi progetti abbiamo sicuramente quello di scalare il business della collezione donna che abbiamo lanciato un mese fa e che sarà un pilastro importante del futuro di Velasca e del suo successo.

L’idea è quella di far leva sulle nostre competenze di creazione di calzature e dedicarle anche un target diverso rispetto a quello maschile, includendo quindi anche le donne all’interno della nostra offerta di prodotti, che in realtà apprezzavano già il nostro prodotto dato che quando accompagnavano il fidanzato, il fratello o il nonno in bottega chiedevano sempre di scarpe Velasca per loro.

Abbiamo quindi aperto la nostra collezione su un sito dedicato, un account Instagram dedicato, un negozio fisico dedicato perché l’idea è trasferire gli stessi valori di Velasca ma utilizzando un tone of voice e sfumature di comunicazione differenti, proprio per andare incontro a un target diverso senza creare confusione o inutili sovrapposizioni

L’altro progetto che abbiamo in programma è quello di massimizzare uno dei grossi valori del brand Velasca, il database clienti: sappiamo che i nostri clienti sono fedeli al nostro brand, abbiamo creato una community che abbraccia i nostri valori e di conseguenza compra i nostri prodotti e a queste persone non vogliamo semplicemente offrire un prodotto di calzature ma portare molte altre eccellenze del made in Italy, parlando in generale di un Life style italiano e di tutto ciò che è ben fatto nel nostro paese con uno stile ben riconducibile.

Stiamo quindi lavorando su come raccontare altre storie legate ad altre categorie merceologiche e ad altre eccellenze made in Italy.