Nuova vita alle mascherine: no allo spreco, sì al riciclo!
È possibile riutilizzare le mascherine? Se sì, come?
In questo articolo analizzeremo una serie di proposte innovative elaborate da scienziati ed aziende per far fronte all’enorme spreco quotidiano di mascherine monouso, cercando di dare loro una nuova “vita”.
Pandemia e danni ambientali
Se da un lato l’emissione di CO2 è diminuita a seguito dei lockdown emanati dai governi per contrastare la diffusione del Covid-19, dall’altro i danni ambientali hanno subito un incremento soprattutto a causa dell’elevato utilizzo di prodotti usa e getta, la maggior parte di essi di natura plastica. Tra questi, i guanti e le mascherine monouso hanno sicuramente rappresentato i principali dispositivi di protezione di uso comune, gettati quotidianamente in enormi quantità. Si stima che ogni giorno siano 6,8 miliardi le mascherine usa e getta utilizzate in tutto il mondo, per un consumo mensile di circa 129 miliardi: questi dati arrivano da uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, rivista scientifica bisettimanale pubblicata dalla American Chemical Society. Tali oggetti vengono gettati per strada, finiscono in discarica, o, peggio, ad inquinare i mari e gli oceani.
La proposta di una startup francese
L’azienda francese Plaxtil di Châtellerault ha sviluppato un processo innovativo per riutilizzare le mascherine usa e getta. Costituite da microfibre di polipropilene, un materiale plastico che le rende non biodegradabili, le mascherine vengono trasformate da questa azienda in plastica utilizzabile per creare apri porta (piccoli strumenti utilizzati per aprire la porta senza toccare la maniglia) o visiere protettive contro il virus. Innanzitutto le mascherine vengono raccolte e messe in “quarantena” per 4 giorni dall’azienda Audacie con cui la startup lavora; successivamente passano per una sorta di “frantoio” e poi lungo un tunnel con raggi ultravioletti per essere completamente decontaminate; in ultima fase il materiale prodotto viene mescolato con della resina per diventare più duro. Questa nuova plastica ottenuta può essere utilizzata per realizzare vari tipi di oggetti; attualmente però l’azienda è incentrata nel creare prodotti utili alla lotta contro il coronavirus, tra cui principalmente apri porta e visiere protettive.
Visto l’interesse che tale iniziativa ha suscitato, molte aziende hanno partecipato alla raccolta e grazie ad essa un numero non indifferente di mascherine è stato riutilizzato.
Riciclare le mascherine per costruire strade
Un’altra proposta interessante arriva da un gruppo di ricercatori del Royal Melbourne Institute of Technology (RMIT), il quale ha dimostrato che le mascherine chirurgiche possono essere riciclate ed utilizzate per produrre materiali utili alla costruzione di strade. Il loro studio dimostra che per realizzare un chilometro di una strada a due corsie, potrebbero essere utilizzate circa 3 milioni di mascherine riciclate sminuzzate, impedendo così che costituiscano circa 93 tonnellate di rifiuti che finirebbero in discarica. Si tratta della prima ricerca nel suo genere ed indaga il potenziale per l’utilizzo di mascherine chirurgiche monouso nel settore dell’edilizia civile. Questo nuovo materiale, prodotto con una miscela di mascherine riciclate e macerie di edifici civili lavorate, soddisfa gli standard di sicurezza dell’ingegneria civile: questi DPI (dispositivi di protezione individuale) aiutano infatti ad aggiungere rigidità e resistenza al prodotto finale, progettato per essere utilizzato per strati di base per strade e marciapiedi. Questa iniziativa costituisce inoltre una soluzione di economia circolare per i rifiuti generati dalla pandemia di Covid-19 e quindi una possibile soluzione per fronteggiare le sfide ambientali.
Qualunque sia il modo scelto per riciclare e riutilizzare le mascherine, è importante l’impegno da parte di ognuno di noi nel rispettare l’ambiente che ci circonda, differenziando i rifiuti in maniera corretta per mantenere pulito il mondo in cui viviamo.
Autore
Giusy Contino
Studentessa del primo anno del corso di laurea in Comunicazione interculturale presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca. Appassionata di lingue straniere e viaggi, adora scrivere e studiare. Partecipa al nuovo ciclo di iBicocca per acquisire competenze nel mondo digitale.
Gli insetti sulle tavole dei consumatori occidentali: quali sono le ragioni per inserirli nella nostra dieta?
Il 2021 si apre con la valutazione scientifica completa condotta da EFSA, l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare, sulla possibilità di introdurre sul mercato a scopo alimentare larve essiccate di Tenebrio molitor (comunemente chiamate tarme della farina), appartenenti alla famiglia dei Coleotteri. Sarà la prima di una lunga lista di future valutazioni sui novel foods, ovvero prodotti “privi di una storia di consumo significativo in UE” che ancora aspettano di ricevere l’autorizzazione dalla Commissione Europea. Molti di questi sono a base di insetti: potrebbero essere i primi piccoli passi verso un cambiamento delle nostre abitudini alimentari? Ma quanto sono effettivamente desiderabili, per noi e per il pianeta, questi cambiamenti? E soprattutto, ci sono i presupposti affinché questo accada?
Allevare insetti per l’alimentazione umana: una scelta sostenibile
Perché dovremmo vincere il naturale disgusto verso gli insetti e inserirli nella nostra dieta? I motivi principali, sostenuti da dati riportati nel documento redatto da FAO “Edible insects: future prospects for food and feed security”, riguardano la loro maggiore sostenibilità a livello ambientale rispetto ad altri prodotti animali tipici della cultura culinaria occidentale. Per allevare un chilogrammo di grilli servono circa 1.7 chilogrammi di mangime: una quantità notevolmente minore rispetto ai 10 chilogrammi necessari per ogni chilogrammo di peso acquistato da un bovino, o rispetto ai 5 chilogrammi necessari per i maiali e ai 2.5 chilogrammi per i polli. Inoltre, se fossero allevati su larga scala, gli insetti produrrebbero minori emissioni di gas serra e rappresenterebbero una risorsa contro lo spreco di acqua, grazie alla loro elevata resistenza alla siccità.
Potremmo pensare che, poiché in alcuni paesi il consumo di insetti è una tradizione consolidata, lo sia anche il loro sistema di allevamento industriale: invece, a livello mondiale, solo il 2% degli insetti destinati all’alimentazione umana viene prodotto grazie a queste tecniche. Se visitassimo uno di questi stabilimenti (esperienza virtualmente possibile ad esempio attraverso un mini-documentario girato nello stabilimento “Grubs Up”, in Australia) potremmo convincerci del perché possono essere considerati un modello di sostenibilità: gli insetti infatti vengono cresciuti in unità contenitrici separate (solitamente catini in plastica o contenitori simili), disposte e impilate in modo da occupare meno spazio possibile e ridurre lo spreco di suolo. In particolare, per l’allevamento dei grilli è importante che i contenitori siano arricchiti, per esempio, con i cartoni delle uova, che secondo la “Guidance on sustainable cricket farming” aumentano la superficie disponibile per gli insetti e la loro possibilità di movimento.
Inoltre il substrato necessario alla sopravvivenza degli insetti è costituito da materiale organico e biomassa di scarto, una pratica in linea con uno dei principi fondamentali dell’economiacircolare: trasformare i rifiuti in risorse riutilizzabili.
Una fonte alternativa di nutrienti
Sebbene non sia corretto pensare agli insetti come a un “supercibo” dalle incredibili proprietà, i prodotti da loro derivati sono considerati una buona fonte proteica, di grassi, di fibre e di alcuni micronutrienti come ferro e zinco; la quantità di proteine però cambia sia tra specie diverse, sia a seconda del mangime con cui sono stati nutriti, sia rispetto al metodo di lavorazione della materia prima. Anche EFSA, nella sua opinion scientifica sulle larve di Tenebrio molitor, avverte che i metodi di analisi più utilizzati possono portare a sovrastimarne il contenuto proteico. La motivazione? Per quantificarlo solitamente si misurano i livelli di azoto, un elemento contenuto nelle proteine e quindi indice della loro presenza, ma, nel caso degli insetti, anche in una molecola che costituisce il loro esoscheletro, la chitina: non si tratta di una proteina, ma di un polisaccaride che non siamo in grado di digerire.
Insetti per (quasi) tutti i gusti
Per quanto gli insetti siano da sempre l’unica alternativa alla carne in molti paesi del mondo, il profilo nutrizionale non è l’unica cosa che conta: saremmo in grado, soprattutto noi consumatori occidentali, di superare l’avversione verso gli insetti e di considerarli come cibo? Una strategia efficace già esiste: trasformare un alimento all’apparenza inappetibile in un prodotto che ricordi il meno possibile la sua origine. Così gli stessi grilli che possono essere venduti arrostiti come snack pronto possono essere trasformati in polvere da aggiungere al “Dukkha” (uno dei prodotti dell’azienda Grubs Up), un mix di spezie arricchito. Basta visitare il sito di 21bites, uno dei primi e-commerce in Europa a proporre prodotti a base di novel foods, per capire come gli insetti possano essere un ingrediente versatile: si possono acquistare grilli ricoperti di cioccolato, chips, muesli per la colazione, pasta e molto altro. Per di più, ogni specie ha un sapore diverso: si va da quelle che ricordano la frutta secca, come le tarme della farina, a quelle che hanno un retrogusto piccante o persino dolce.
Se considerati da questi punti di vista, gli insetti potrebbero essere un buon alimento da inserire nella nostra dieta, un prodotto sostenibile e, una volta che ne sia stata accertata la sicurezza (come è avvenuto per le larve di Tenebrio molitor), non preoccupante dal punto di vista tossicologico. Quel che resta da scoprire è se arriveranno sulle nostre tavole e se diventeranno, un giorno, un alimento comune anche per i consumatori occidentali.
Autore
Martina Valle
Studentessa al primo anno di Biotecnologie dell’Università Milano-Bicocca, partecipa ad IBicocca per scoprire nuovi temi da approfondire e per migliorare nel campo della scrittura.
Nel tempo libero coltiva la sua passione per il disegno e la lettura.
Il consumo di plastica è ormai al centro del dibattito ambientale da molti anni. La produzione di oggetti di plastica ( in particolare quelli monouso) è infatti tra le maggiori cause dell’inquinamento del nostro Pianeta e rappresenta una delle minacce principali per il nostro ambiente.
Secondo un recente studio pubblicato sul Science Advance, l’Italia conquista (a malincuore) la top-ten tra produttori di plastica procapite, aggiudicandosi un 9° posto nella classifica globale che vede in vetta gli USA con una produzione di plastica per ogni cittadino di circa 105kg l’anno.
Secondo i dati del 2020, un italiano medio produce 56kg di plastica l’anno, il che significa generare circa 1kg di rifiuti di plastica alla settimana.
I dati italiani sono sicuramente allarmanti in quanto ci mostrano chiaramente come, negli ultimi decenni, ci siamo trasformati sempre di più in un popolo di consumatori seriali. Abbiamo gradualmente perso ogni tipo di rispetto sia per la Natura, che ci ospita la nostra specie da secoli, che per noi stessi. Come se non bastassero i danni ambientali da noi causati fino ad ora, continuiamo a guardare all’incombente crisi climatica con scetticismo ed indifferenza, ignorando o screditando ogni possibile impegno in merito ad una sua risoluzione e condannando così, in totale inerzia tra un sospiro e l’altro mentre compriamo l’ennesima bottiglietta di acqua minerale al supermercato, la Terra ad una morte precoce e sofferente.
Secondo un’indagine del national Geographic, ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani, dove spesso perdurano fino a 400 anni prima di degradarsi.
Tutti questi dati erano sicuramente noti a Pontus Törnqvist, studente svedese di 24 anni, e al team con cui ha realizzato il progetto della “Potato Plastic”: il nuovo materiale biodegradabile a base di fecola di patate che potrebbe sostituire gli oggetti monouso in plastica.
Il progetto e l’ingrediente segreto: la fecola di patate
L’obiettivo del progetto è semplice nella sua straordinarietà: sostituire la plastica, poco durevole ma molto inquinante, con un altro materiale innovativo, biodegradabile e 100% Bio-based, cioè totalmente a base biologica: la fecola di patate.
La fecola di patate è attualmente utilizzata in più ambiti del settore industriale e trova in particolar modo applicazione nel mondo della cosmesi e dei prodotti per la cura della persona.
Proprio da questa consapevolezza nasce l’idea innovativa che ha portato il team, composto da Pontus, Hanna Johanssona e Elin Tornblad, a vincere l’edizione svedese del James Dyson Award, concorso internazionale di design che ispira le prossime generazioni di ingegneri a realizzare idee innovative, volte a stimolare il problem-solving dei partecipanti.
La PotatoPlastic è un materiale termoplastico, composto da fecola di patate ed acqua. Questi due componenti, se opportunamente mescolati e riscaldati, possono dare origine ad un composto compatto che si rivela essere un efficiente alternativa alla comune plastica.
Come emerge dal loro sito (di cui vi invito a dare un’occhiata), la finta plastica a base di patate è costituita da ingredienti esclusivamente naturali. La sua produzione parte infatti dall’utilizzo di scarti del tubero ed il prodotto finito è completamente organico e compostabile.
Lo scopo principale dell’invenzione è quello di sostituire la plastica tradizionalmente utilizzata per gli articoli monouso, fornendo un’alternativa non dannosa che possa contribuire a diminuire l’inquinamento causato dalla plastica a livello globale.
La questione dell’utilizzo di oggetti monouso infatti si è spinta ai limiti del paradossale: prodotti come piatti e posate in plastica hanno una vita media di soli 15-20 minuti ma un tempo di smaltimento di circa 450 anni. Occorre quindi chiederci, ne vale veramente la pena?
In un’ottica realistica in cui queste evidenze sono ormai inaccettabili, l’utilizzo della PotatoPlastic si rivela essere sempre di più una scelta vincente, specie se si considera che dal 2021 la nuova direttiva dell’Unione Europea vieta i prodotti di plastica monouso.
Perciò, se ancora non si vuole rinunciare alla comodità del monouso, occorre allora trovare delle alternative valide ecosostenibili alla cara, vecchia e dannosa plastica.
In questa prospettiva, la Potato Plastic si dimostra essere sicuramente un fulmine a ciel sereno.
La lotta alle microplastiche
Anche sulla homepage del sito, il Potato-team puntualizza che questo nuovo biomateriale non si trasformerà mai in microplastiche, cioè minuscoli pezzi di materiale plastico, generalmente inferiori ai 5 millimetri, rilasciate nell’ambiente e dagli effetti potenzialmente tossici.
Da dove viene però quest’impellente necessità di contrastarne la diffusione?
Nel novembre del 2020 è stata portata alla luce una scoperta sconcertante: sono state ritrovate delle microplastiche nelle placenta umana, cioè l’interfaccia tra madre e feto, il luogo più sacro e incontaminato che ha il compito di nutrire e supportare la nuova vita che si sta sviluppando nel grembo materno. Ma come è potuto accadere?
Il meccanismo che si instaura dal momento in cui la plastica finisce in mare è una sorta di catena di contaminazione alimentare. I raggi UV, gli agenti atmosferici ed i batteri presenti nei mari contribuiscono infatti alla frammentazione della plastica in particelle sempre più piccole che possono essere facilmente ingerite dagli animali marini che poi entrano nella catena alimentare. É così che, alla fine, il cibo contaminato finisce sulle nostre tavole.
A rincarare la dose e velocizzare la nostra trasformazione in “cyborg”, contribuisce anche il fatto che spesso i cosmetici che utilizziamo, come creme, prodotti per l’igiene del corpo e make-up, sono a base di plastiche che rilasciano agenti chimici in grado di penetrare la nostra pelle ed entrare in circolo nel nostro organismo. Le microplastiche possono quindi innestarsi nei nostri tessuti e nei nostri organi, entrando letteralmente in simbiosi con noi stessi. Ciò che più spaventa della questione, è che i loro effetti sulla salute dell’essere umano non sono ancora del tutto noti.
Spesso inoltre il materiale plastico contiene additivi, come bisefenoli e ftalati (utilizzati per conferire flessibilità al prodotto), che interferiscono con il nostro sistema endocrino e possono avere delle serie ripercussioni sullo sviluppo dell’individuo.
La plastica è un materiale macromolecolare composto da vari polimeri, una sorta di miscela di molte sostanze diverse. Alcune di queste, come il Pvc (cloruro di polivinile) ed il poliuretano, hanno un livello di tossicità così alto da essere vietati nelle bottigliette e negli imballaggi, come riportato dalla ricerca pubblicata sulla rivista Environmental Science and Technology. Lo stesso vale per i prodotti di cosmesi, troppo spesso saturi di derivati del petrolio potenzialmente tossici che negli anni possono penetrare nel nostro organismo.
É la prima volta nella storia della sperimentazione scientifica che si trovano particelle artificiali nella placenta, il luogo più sacro e incontaminato dell’essere umano, o meglio della donna, tramite cui avviene l’unione vitale tra madre e feto. Da questi risultati si deduce che le microplastiche, una volta penetrate perché ingerite con gli alimenti o attraverso l’utilizzo di altri prodotti contenenti plastica, possono entrare in circolo e diffondersi in tutto il corpo tramite i vasi sanguigni, raggiugnendo la placenta e, da lì, anche il feto.
Un’altra constatazione emersa dallo studio è inoltre che la presenza di particelle artificiali nel nostro corpo può alterare la risposta del nostro sistema immunitario. Le cellule deputate alla difesa del nostro organismo, che si occupano di eliminare eventuali parassiti e di proteggerci da agenti estranei riconoscendo il “self” dal “not-self”, cioè ciò che appartiene al nostro organismo da ciò che è estraneo, hanno iniziato a riconoscere come “self” anche ciò che non è organico: la plastica.
Stiamo quindi iniziando ad assimilare il materiale plastico che, lentamente, sta diventando parte del noi.
Dopo essere entrata nelle nostre vite in modo prorompente, conquistando ogni oggetto della nostra quotidianità, la plastica è lentamente e silenziosamente penetrata dentro il nostro corpo, facendo sembrare sempre più realistica quella prospettiva fantascientifica dell’uomo-macchina. Di questo passo, la verità è che ci stiamo lentamente trasformando in “cyborg” e nessuno se ne sta accorgendo.
Il progetto di PotatoPlastic si propone proprio di invertire la rotta di questo meccanismo per ricondurre ognuno di noi ad un’esistenza quanto più salutare possibile e rispettosa nei confronti dell’ambiente.
La soluzione: più patate meno spreco
Il primo passo verso un minor consumo della plastica è sicuramente informarsi e prendere consapevolezza della gravità della situazione. Se nell’ultimo anno sono state prodotte 310 milioni tonnellate di plasticae la terra sta implodendo su se stessa, la colpa non può che gravare sull’essere umano e sull’utilizzo sconsiderato che fa delle risorse di cui dispone.
In una visione un po’ Leopardiana, l’essere umano si rivela comunque debole ed impotente di fronte a Madre Terra ed alle varie calamità naturali, riflesso di una natura che si ribella ai soprusi sofferti per decenni. Ciò è ampiamente dimostrato dalla crisi climatica attualmente in atto che sta mettendo in ginocchio una larga fetta della popolazione mondiale (basti pensare agli incendi che hanno dilaniato l’Australia o alla recente crisi causata dal freddo polare in Texas).
Occorre quindi ridurre l’inquinamento da plastica, aumentarne il riciclo ed incentivare lo sviluppo di proposte alternative, come la PotatoPlastic.
Secondo un’indagine di GreenPeace, queste nuove misure potrebbero ridurre il carico di plastica nei rifiuti di circa il 57%: si parla di ben 188 milioni di tonnellate di plastica in meno ogni anno. Coadiuvando ciò allo sviluppo del riciclo e del riutilizzo, si implementerebbe anche una nuova economia basata sulla plastica ecosostenibile, che porterebbe oltre 1 milione di posti di lavoro nel settore della rilavorazione dei rifiuti.
La PotatoPlastic rappresenta sicuramente un primo passo valido verso la riduzione dell’inquinamento causato dalla plastica ma la strada da fare verso uno stile di vita ed una società ecosostenibile è ancora molta.
Se è vero che un individuo da solo non potrà risolvere la crisi climatica, Greta Thunberg, l’attivista Svedese sedicenne impegnata nello sviluppo sostenibile e creatrice del movimento degli “scioperi per il Clima”, ci insegna che lottare per una giusta causa con impegno porterà sempre a dei risultati.
Occorre quindi sforzarci nel nostro piccolo per condurre una vita più rispettosa nei confronti dell’ambiente e parallelamente incentivare la ricerca ecosostenibile, richiedendo strette e regolamentazioni sull’inquinamento. Solo così potremo efficacemente contrastare l’inevitabile tracollo climatico che noi stessi abbiamo causato.
La Terra non può più aspettare.
Autore
Alice Melani
Studentessa di Biotecnologie presso l’Università degli studi Milano-Bicocca, attualmente iscritta al X ciclo di iBicocca per aumentare le conoscenze nel campo dell’innovazione e della tecnologia. Molto interessata al vasto mondo del giornalismo e della comunicazione, da anni si impegna attivamente in temi sociali, politici ed etici. La scrittura è sempre stata il mezzo migliore tramite cui ha potuto esprimersi e battersi per le proprie idee: non facciamo altro che dare forma alla verità con le parole di cui disponiamo.
Food delivery: verso una regolamentazione del lavoro dei riders
Source: https://about.glovoapp.com/en/press/
La sempre maggiore digitalizzazione della nostra società ha portato alla nascita e allo sviluppo, specialmente negli ultimi anni, di un nuovo modello economico, la “gig economy”, che non si basa più su prestazioni lavorative continue e a tempo indeterminato, ma sul lavoro on demand, cioè a richiesta, in cui domanda e offerta sono gestite da apposite piattaforme online o app.
Un esempio di gig economy è rappresentato dal settore dell’online food delivery, cioè la consegna a domicilio di cibi e bevande ordinate dai clienti di bar e ristoranti direttamente da internet e che vengono consegnati a casa o in ufficio tramite i riders, ossia i fattorini che si occupano del trasporto dei prodotti ordinati a bordo delle loro biciclette o motocicli.
Il lavoro dei riders
I riders, rientrando nella categoria dei “gig workers”, son stati considerati fin dalla loro comparsa nel mercato del lavoro come lavoratori autonomi, che svolgono questa occupazione a tempo perso come seconda fonte di sostentamento, per incrementare il proprio reddito. Il loro veniva classificato come “lavoretto”.
Per questo la loro attività lavorativa è rimasta a lungo priva di una qualsiasi tutela e regolamentazione normativa, anche per la difficoltà di inquadrare questo nuovo fenomeno economico nelle categorie classiche.
Nel corso degli ultimi anni però, sia in seguito all’incremento dell’online food delivery con il conseguente aumento di richiesta di fattorini da parte delle aziende che si occupano della consegna a domicilio, sia per esigenze economiche legate anche alla crisi portata dalla pandemia, sempre più persone hanno iniziato a svolgere il lavoro di rider a tempo pieno, come principale fonte di sostentamento.
Questo ha portato l’insorgere di forti discussioni e proteste da parte dei ciclofattorini, che chiedono di non essere più considerati come lavoratori autonomi, ma come veri e propri dipendenti delle aziende di food delivery per le quali lavorano (essendo di fatto queste a determinare le modalità di esecuzione della prestazione di lavoro), di avere un salario minimo pagato a ore invece di essere pagati a cottimo e il riconoscimento di una tutela sanitaria in caso di malattia o infortuni.
Verso una regolamentazione del lavoro dei riders
Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti per il riconoscimento di alcune tutele e diritti dei fattorini delle aziende del food delivery.
Il primo è stato il Decreto legge 101 del 2019, convertito poi in legge il 2 novembre 2019, che ha introdotto alcune tutele per “i lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore, anche attraverso piattaforme digitali”, non dando però una definitiva risposta al problema.
Questa normativa stabilisce anzitutto l’impossibilità di prevedere una retribuzione interamente a cottimo, cioè in base alle consegne effettuate, ma deve essere previsto un compenso minimo orario, anche se poi rimanda ai contratti collettivi la definizione dei criteri per stabilire i compensi. Inoltre, prevede per i prestatori di lavoro la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
Il 16 settembre 2020 è stato raggiunto un accordo tra il sindacato UGL e Assodelivery, l’associazione italiana dell’industria del food delivery alla quale aderiscono Glovo, Deliveroo, SocialFood e Uber Eats, che hanno sottoscritto un contratto collettivo nazionale volto a tutelare il lavoro dei riders, primo in tutta Europa, il quale ha previsto un compenso minimo di 10 euro l’ora, con il riconoscimento di un ulteriore indennizzo nel caso in cui le condizioni meteorologiche siano particolarmente sfavorevoli, durante le ore notturne e i giorni festivi, nonché la possibilità dei riders di accedere a delle attività di formazione professionale.
Tuttavia, questo accordo è stato oggetto di forti critiche da parte dei ciclofattorini, che hanno organizzato diverse proteste in varie città italiane. A suscitare le lamentele è stata soprattutto l’affermazione della natura autonoma e non subordinata del lavoro dei rider, che preclude a quest’ultimi il riconoscimento di una serie di diritti di cui gode chi è dipendente, come ad esempio le ferie e la malattia.
Particolarmente importante è poi stata la sentenza del tribunale di Palermo del 20 novembre 2020, che ha affermato per la prima volta il diritto di un fattorino che lavorava per l’azienda di food delivery spagnola Glovo il diritto di essere assunto come lavoratore dipendente a tempo indeterminato.
Ultimo e forse più significativo provvedimento è stato quello dello scordo 24 febbraio con il quale la procura di Milano, al termine di una maxi indagine sulle condizioni di lavoro dei riders estesa a livello nazionale, ha stabilito la notifica ad alcune imprese di food delivery (Deliveroo, Just Eat, Glovo e Uber Eats) di verbali che impongono di assumere i ciclofattorini con contratto di lavoro coordinato e continuativo, con conseguente passaggio da lavoratori autonomi a parasubordinati.
Autore
Margot Bovi
Studentessa di giurisprudenza presso l’Università di Milano Bicocca quasi alla fine del suo percorso, da sempre amante della lettura e affascinata dal giornalismo.
Iscritta ad iBicocca per acquisire maggiori conoscenze riguardo al mondo del marketing e delle nuove tecnologie.
Neutralità climatica: cos’è e perché non la raggiungeremo nel 2050
Nonostante sia ormai da mezzo secolo che gli esperti parlano di “cambiamento climatico”, si sono rese necessarie due cose affinché questo argomento riuscisse ad affermarsi come attuale: il quinto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e un impermeabile giallo. Il primo è servito al processo di affermazione giudiziaria del cambiamento climatico in quanto per la prima volta volta sono state fornite le prove scientifiche circa l’esistenza dello stesso e della sua origine antropica; mentre il secondo lo ha reso finalmente un fatto mediatico, degno di essere sulla bocca di tutti.
Perché è necessario raggiungere la neutralità climatica
L’IPCC, che dal 1988 si occupa di cambiamenti climatici, stima la probabilità di accadimento del riscaldamento globale tra il 95 e il 100%, e gli attribuisce una serie di conseguenze quali: l’innalzamento del livello del mare, l’incremento delle ondate di calore e dei periodi di intensa siccità, ai quali seguirebbero poi violente alluvioni, e un aumento in numero delle tempeste e degli uragani.
Mantenere l’innalzamento della temperatura media globale al di sotto del dato stimato non è solo necessario ma vitale; ed è per questo che è nato il concetto di neutralità climatica, un concetto con il quale si intende l’azzeramento delle emissioni nette, ossia il pareggio nel bilancio tra le emissioni in atmosfera e la quantità di gas che il Pianeta riesce ad assorbire. La neutralità climatica, tra l’altro, è ben lontana dal poter essere considerata una garanzia protettiva rispetto all’imminente catastrofe dato che, almeno per ora, tutto ciò che è stato emesso in passato continua a rimanere in atmosfera e perciò a esercitare inesorabilmente la sua azione “riscaldante”.
Della situazione venutasi a creare, l’opinione pubblica ha finalmente preso coscienza e ciò ha costretto le forze politiche a intervenire sul tema: a partire dal 2015 sul piano internazionale e sul piano sovranazionale è iniziato un processo di fissazione degli obiettivi, forse un po’ troppo ambiziosi, a tutela del pianeta terra che hanno poi portato l’Europa a poter ipotizzare il miraggio della neutralità climatica entro il 2050.
Perché non sarà raggiunta entro il 2050
Proprio con questi obiettivi la Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha promosso il Green Deal Europeo: una vera e propria tabella di marcia ricca di linee guida e suggerimenti per rendere sostenibile l’economia UE e migliorare lo stile di vita dei cittadini.
Nel comunicato ufficiale, il Green Deal viene definito come “una strategia che mira a trasformare l’Unione Europea in una società giusta e prospera, con un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva in cui non ci sono emissioni nette di gas a effetto serra nel 2050 e in cui la crescita economica è disaccoppiata dall’uso delle risorse.”
Il raggiungimento di obiettivi così ambiziosi e significativi è tuttavia ostacolato da diverse problematiche; prima fra tutte la vastità ed eterogeneità di Stati coinvolti.
Come affermato da Andrea Quaranta nel suo articolo, il perseguimento dell’azzeramento delle emissioni avrà costi e tempi diversi per i vari paesi dell’Unione. Gli stati dell’Unione Europea differiscono infatti per cultura, tradizione, sfondo economico e risorse a disposizione, pertanto sarà necessario individuare procedure e strategie attuabili da tutti gli stati, in modo da fornire a tutti un’opportunità di trasformazione.
Secondo GreenPeace, le misure attualmente indicate sono “troppo deboli o hanno ancora bisogno di essere cucite insieme”.
Alle problematiche di individuazione di misure europee si affiancheranno presto complicazioni nella definizione di un iter legislativo e di misure a garantire l’applicazione delle stesse, operazioni che restano a discrezione dei singoli stati.
Un altro ostacolo è sicuramente l’elevato numero di finanziamenti necessari all’attuazione di tali progetti. Come spiegato da Simona Rizza sull’Eco Internazionale, il Green Deal Europeo sfrutterà InvestUE: uno strumento finanziario per la raccolta di finanziamenti pubblici e privati. Si stima un raggiungimento di un bilione di euro, fondi tuttavia considerati insufficienti dall’analisi di le monde, riportata da Insideover.
Nello stesso articolo vengono inoltre evidenziati risvolti negativi che potrebbero essere introdotti dall’applicazione di un cambiamento economico così forte: l’aumento dei prezzi in risposta all’introduzione di regolamenti stringenti ed una mancata crescita produttiva potrebbero portare a gravi conseguenze a sfavore dell’Europa nelle logiche commerciali internazionali.
La sfida: la rinuncia al petrolio
Un ulteriore motivo per il quale non raggiungeremo la neutralità climatica è che a pesare maggiormente sulle nostre emissioni in atmosfera è il comparto fossile seguito a distanza dagli allevamenti intensivi; questo è un bel problema se si pensa che, sebbene non tutta la popolazione può definirsi onnivora, ormai quasi tutti gli ospiti del Pianeta sono energivori.
Come ricorda il Professor Nicolazzi nel suo libro “Elogio del petrolio. Energia e disuguaglianza dal mammut all’auto elettrica”, l’energia, per l’Homo Sapiens, è stata la vera guida al successo evolutivo. Inizialmente l’uomo disponeva solo di se stesso come convertitore di energia, poi ha addomesticato altre specie e all’energia propria ha affiancato quella animale. In seguito, l’uomo ha compreso come catturare l’energia dalla natura e ha costruito i mulini: strutture che pur senza nutrirsi, sono in grado di svolgere il lavoro di 60 persone. Infine, sono arrivate le fonti fossili e il petrolio. A questo punto la qualità della vita è migliorata così tanto che sembra impossibile separarsene.
Ad oggi più del 60% delle emissioni in atmosfera sono dovute al fossile e, per quanto la nascita del Ministero della transizione ecologica ci faccia pensare, e sperare, che quella energetica sia vicina, rimane una serie di problemi che ci separano dall’agognato obiettivo “fossile zero”. Primo tra tutti la sua sostituzione nel campo della produzione industriale particolarmente in tutti quei settori in cui si renda necessario il raggiungimento di elevate temperature.
Il secondo grande quesito della separazione dal fossile sta proprio nella produzione di energia pulita. Infatti, a differenza di quanto comunemente si pensi, il problema non risiede solo nel raggiungimento di una densità elettrica utile a svolgere il lavoro che fino a oggi ha egregiamente svolto il fossile, ma risiede anche nel posizionamento delle strutture che generino la nuova energia pulita tenendo conto che l’offshore non può rappresentare la totale soluzione.
Ammesso che si trovi il sistema per produrre l’energia green, per puntare alla neutralità climatica entro il 2050 si renderebbe necessaria una rivoluzione della rete energetica integrata con un ottimizzato sistema di accumulo, i cui costi sono molto più elevati di quelli derivati dalla lavorazione del vecchio amico petrolio. Infatti, per quanto si trovi lo spazio per posizionare le strutture necessarie, possibilmente senza disboscare, è necessario fare i conti con l’intermittenza nell’erogazione dell’energia. Il petrolio, una volta estratto è sempre pronto ad entrare in azione: delle fonti rinnovabili si può dire lo stesso? Se si alimentasse la propria casa esclusivamente con l’energia solare, tutte le docce fatte dopo il tramonto sarebbero piacevoli come secchiate d’acqua gelida: non è esattamente quello che ci si aspetta al termine una giornata impegnativa.
Indissolubilmente legata alla tematica del petrolio, abbiamo quella dei trasporti dove, anche in questo caso, l’immaginario comune a volte sembra ben lontano dall’aver fatto i conti con l’oste. Visto che il comparto navale e quello aereo sono ancora ben lontani dalla possibilità di un’alimentazione green essendo improponibile, specie per il trasporto navale, la rinuncia al fossile, ci limiteremo ad accennare solo al settore automobilistico. Il 12% delle auto immatricolate in Italia nel 2020 appartiene alla categoria “vetture elettriche pure o ibride plug-in”, ma questo non rappresenta un dato confortante. Infatti per quanto una vettura elettrica o ibrida in funzionamento elettrico non immetta anidride carbonica in atmosfera, l’impianto che ha generato l’energia con la quale l’auto si è mossa quasi sicuramente lo ha fatto. Uno scenario del genere non prevede la riduzione delle emissioni in atmosfera ma solo la loro delocalizzazione nello spazio e nel tempo. Quanto appena descritto non vuole essere una profezia di Cassandra, piuttosto è ciò che può essere dedotto dal rapporto TERNA riferito al mese di Gennaio, secondo cui solo un terzo della domanda energetica del Belpaese è soddisfatta da energia derivante da fonti alternative.
Tra miraggio e realtà
Quasi sicuramente il 2050 non rappresenterà l’anno del raggiungimento della neutralità climatica ma questo non significa affatto che impegnarsi al suo perseguimento sia uno sforzo vano. Il cambiamento climatico e le sue dannose conseguenze sono praticamente dati per certi e imminenti e, piuttosto che non fare nulla, è sempre meglio agire pur correndo il rischio che quanto fatto non sia bastato. Il susseguirsi di azioni concrete non migliorerà da subito la situazione del Pianeta, ma siamo chiamati ad agire adesso nel rispetto delle generazioni future, perché non siano private dei benefici di cui i loro predecessori hanno goduto, e purtroppo abusato.
Autori
Laura Franceschi
Studentessa di Scienze e Tecnologie dell’Ambiente e del Territorio presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Partecipa al ciclo X di iBicocca per ampliare le proprie conoscenze anche curiosando in ambiti lontani dal proprio campo di studi.
Giulia Rizzi
Studentessa del CdLM in Informatica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Da sempre affascinata dalla tecnologia, cerca di espandere le sue conoscenze in diversi ambiti: dagli aspetti più tecnici come l’Artificial Intelligence ed il Machine Learning a quelli più creativi come l’Interazione Uomo Macchina e la Data Visualization.
Nel tempo libero le piace sperimentare e provare sempre nuove attività.
Perché potrebbe essere possibile raggiungere la neutralità climatica nel 2050
Negli ultimi 40 anni l’umanità ha sempre più preso coscienza della realtà dei cambiamenti climatici e dell’impatto devastante che hanno (e avranno). Una consapevolezza che è cresciuta fino ad arrivare nel 2015 agli accordi di Parigi, il più importante impegno internazionale per tutelare l’ambiente: oggi ne fanno parte 197 Paesi.
Seguendo l’ammonimento della scienza, vuole contenere il riscaldamento del pianeta a 2 gradi rispetto all’era preindustriale, soglia considerata critica e di non ritorno per raggiungere la neutralità climatica.
Grandi obiettivi a lungo termine che non ammettono perdite di tempo, ma riusciremo a metterli in pratica concretamente e partendo adesso?
Alcuni si riferiscono al periodo che stiamo vivendo come una nuova rivoluzione industriale, che ponga la questione ambientale al centro e riveda il concetto di produzione da lineare a circolare, quanto più possibile. L’Unione Europea in questa rivoluzione ambisce al ruolo di protagonista, perché con il suo Green Deal si è posta obiettivi importanti volti al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050.
La crisi causata dal Covid-19, contrariamente alle aspettative di qualcuno, non solo non ha fermato i progetti della commissione europea, li ha addirittura rafforzati. Di fronte a una forte crisi le società sono maggiormente disposte a cambiamenti drastici nei loro piani.
Basti pensare al recovery fund e all’ingente parte di questo dedicato agli investimenti green da attuare nei vari stati membri.
Certo è che non possono rimanere promesse vaghe, c’è bisogno di una governance competente e coordinata tra i paesi membri che si ponga obiettivi raggiungibili e misurabili nel breve periodo.
Anche gli USA sono in campo per giocarsi un ruolo di primo piano, dopo l’amministrazione Trump notoriamente negazionista della questione climatica. Biden ha infatti promesso un piano di investimenti da 1,7 trilioni di dollari in energia pulita nei prossimi dieci anni, per creare nuovi posti di lavoro e convertire gli attuali impiegati nel settore energetico dei combustibili fossili. Non è da meno la Cina, che dall’altra parte del mondo intensifica i suoi sforzi specialmente per migliorare la qualità dell’aria, ponendosi obiettivi e controlli quinquennali.
Ci sono 4 settori in particolare che sono responsabili di gran parte delle emissioni di gas serra: energia, trasporti, edilizia e filiera alimentare.
Alimentazione
La filiera alimentare è un enorme contribuente al cambiamento climatico, specialmente quella degli allevamenti intensivi di bovini. Questi sono responsabili di emissioni di metano più che di anidride carbonica, per non parlare del consumo di suolo e acqua. “Se la popolazione delle mucche nel mondo fosse considerata come un paese, sarebbe uno tra i primi tre al mondo per emissioni di gas serra”, è l’ammonimento di Kimberly Henderson, esperta di sostenibilità e partner di McKinsey.
Segnali incoraggianti però arrivano dalle aziende, che stanno mettendo a punto e perfezionando varie tecniche di riduzione delle emissioni di metano (qui l’approfondimento de Il Post) ma anche dai consumatori, sempre più consapevoli dell’impatto delle loro scelte a tavola. Ridurre il consumo di carne e acquistare prodotti a KM0 sono entrambi trend in crescita.
Trasporti
Il settoreautomobilistico è responsabile del 15% delle emissioni di CO2 e ha dunque un ruolo centrale per la lotta al riscaldamento globale su due fronti, quello delle emissioni di scarico e le emissioni dei materiali dei veicoli. Le prospettive sono positive: le vetture elettriche stanno prendendo sempre più piede e c’è una crescente pressione per aumentarne ancora di più la quota di mercato, sia dagli investitori che dalle autorità. Sta anche facendo progressi l’industria delle batterie al litio, che diventa sempre più efficiente e circolare (è da poco nata Reneos, la piattaforma europea di raccolta e riciclo delle batterie esauste in grado di recuperarne la maggior parte dei componenti). Aziende come Tesla, poi, stanno studiando nuovi metodi per la produzione di batterie, come le LFP.
Le innovazioni nei trasporti più in senso lato corrono veloci: prosegue la sperimentazione di Hyperloop e si studiano nuovi combustibili, come l’idrogeno per gli aerei.
Energia
Il settore energetico costituisce la chiave di volta per la decarbonizzazione del nostro pianeta, a fronte di una richiesta energetica destinata ad aumentare. L’utilizzo di fonti esclusivamente rinnovabili non sarà una sfida facile.
Se, infatti, i combustibili fossili sono in grado di produrre energia 24 ore al giorno, le rinnovabili sono per lo più vincolate alle condizioni atmosferiche: di notte o in una giornata nuvolosa il solare non sarà sfruttabile, così come l’eolico in una giornata senza vento.
Sono in corso numerosi studi su come immagazzinare l’energia proveniente da queste fonti, magari in giga batterie, ma al momento si tratta di soluzioni estremamente costose.
Un ruolo molto importante potrebbe essere giocato dal nucleare, ma in assenza di un effettivo reimpiego delle scorie nucleari si tratterebbe solamente di spostare il problema.
C’è poi la questione del consumo di suolo: una “wind farm”, ad esempio, richiede un territorio molto più ampio rispetto a una centrale tradizionale, a parità di energia prodotta. E le dighe necessarie alla produzione di idroelettricità hanno il loro impatto sul territorio circostante.
In questo senso vengono in aiuto tecnologie come l’eolico offshore, di cui la Danimarca è leader, e nuove tecnologie in grado di sfruttare l’energia incessante delle onde marine, con impatto pressoché nullo sugli ecosistemi in cui vengono inserite.
E in realtà come l’Europa, la maxi-rete energetica interconnessa permetterebbe di sfruttare al massimo l’energia pulita dei vari paesi: eolico della Danimarca, solare dei paesi mediterranei, nucleare francese, geotermico italiano e così via.
Edilizia
La produzione di cemento è una delle attività più inquinanti, ma il settore dell’edilizia sostenibile (incentivato, ad esempio, dal Green Deal europeo) è in rapidissima ascesa: si stima che entro 6 anni raggiungerà un valore di mercato (mondiale) di oltre 180 miliardi di dollari, con una crescita dell’8,6% annuo.
Alcuni elementi chiave della nuova edilizia sono il prefabbricato con ampio uso di legname proveniente da foreste gestite in modo sostenibile e con certificazioni green.
Oltre al ripensamento dei materiali, il fatto di avere case prefabbricate aiuta a migliorare l’isolamento, con conseguente ottimizzazione dei consumi energetici.
Altro elemento chiave per il raggiungimento di questa ottimizzazione è l’intelligenza artificiale e l’indipendenza energetica, con il crescente utilizzo di pannelli solari e sistemi di domotica intelligente.
Questi sono solo gli aspetti più importanti che la nuova edilizia deve tenere d’occhio, ma certamente non gli unici. Se le previsioni saranno rispettate, il settore edilizio contribuirà a ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2030.
Mercati
Tutta questa questione di new economy e piani per il clima si basa su previsioni future dall’esito molto incerto, e altrettanto volatili sono i mercati. Proprio su questi possiamo tentare di indagare per scoprire il destino (almeno nel breve termine) dello sviluppo sostenibile.
Tesla, la cui mission è “accelerare la transizione del mondo verso l’energia sostenibile” ha avuto un boom in borsa ed il suo CEO è attualmente l’uomo più ricco del mondo, con super investimenti in vari campi di innovazione tecnologica.
Gli investimenti in energia rinnovabile sono sempre di più, da governi e privati, e nello scorso anno il settore automobilistico a 0 emissioni è cresciuto enormemente rispetto alla controparte a combustione interna, anche in Italia. Sembrerebbe, dunque, che la sostenibilità stia vincendo.
Alla luce di tutto questo, con così tante variabili in gioco e così tanta incertezza, risulta veramente difficile affermare con certezza se le emissioni verranno azzerate nel 2050 o qualche anno dopo. La rapidità con cui il mercato sta cambiando in pochi anni, però, non può che lasciarci fiduciosi.
Un altro fattore che ci rende ottimisti è la ricerca di metodologie per catturare i gas serra già presenti nell’atmosfera, a partire dal più semplice e naturale di tutti: la riforestazione. Oltre a ciò, alcuni personaggi influenti della scena internazionale (come Bill Gates ed Elon Musk) stanno incentivando la ricerca per metodi artificiali di carbon capture technology e sensibilizzando l’opinione pubblica sull’importanza di agire.
Autori
Yousra Belouali
Studentessa di economia e commercio presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca.
Ha seguito il ciclo 9.0 del percorso di ‘iBicocca’ per ampliare le proprie soft skill, e si cimenta nel ruolo di contributor per il blog di iBicocca dedicato alla new economy,al tech e all’innovazione. Amante delle lingue straniere, conosce l’inglese, il francese, lo spagnolo e l’arabo.
Matteo Perico
Studente di economia e marketing. Ha un grande interesse per temi come la sostenibilità e l’innovazione, e da aspirante marketer punta a renderli fruibili a più persone possibile.
Partecipa ad iBicocca per ampliare le proprie conoscenze ed entrare in contatto con giovani realtà imprenditoriali.
Come l’uomo più ricco del mondo vuole spendere i suoi soldi e salvare il pianeta
L’8 gennaio di quest’anno Elon Musk è diventato l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio di quasi 190 miliardi di dollari, superando persino Jeff Bezos proprietario di Amazon; Tesla, la sua azienda più redditizia vale più di Facebook ed è il CEO di altre 3 realtà altrettanto futuristiche: Space X, Neuralink e The Boring Company. Nei suoi tweet dichiara come vuole utilizzare quei soldi: per salvare l’umanità.
Quando ha saputo della notizia, ha riflettuto solo un secondo, per poi replicare: “bene, torniamo al lavoro”, Elon Musk è il tipico genio che lavora sodo e negli ultimi tempi si è fatto conoscere da tutto il mondo per i grandi risultati ottenuti: ben 26 missioni spaziali nell’anno del Covid-19, le azioni di Tesla che salgono del +500% in un anno, il suo Falcon 9 che si conferma come miglior razzo riutilizzabile esistente, il progetto “LaunchAmerica” con il quale gli Stati Uniti sono tornati a decollare dal suolo americano grazie alla Crew Dragon – la prima navicella commerciale – e la recente acquisizione di due piattaforme petrolifere per lanciare i razzi. Ciò che desta ancora più scalpore sono le sue intenzioni future che puntualmente dichiara tramite degli enigmatici e a volte folli tweet: da creare una sorta di treno velocissimo (1220 km/h) denominato Hyperloop a levitazione magnetica che in poco tempo permette di viaggiare tra le grandi città del mondo, ad impiantare un chip nel cervello umano che consenta la cura di malattie neurodegenerative e il movimento di arti robotici con il pensiero per aiutare chi ha subito amputazioni, fino alla Tequila marcata Tesla.
Tuttavia è noto da anni che l’obiettivo principale del CEO visionario è, tra tutti, colonizzare Marte per dare all’umanità una seconda casa. Secondo il co-founder di PayPal l’uomo metterà piede su Marte nel 2025. Ci vorranno una ventina d’anni e circa 1000 Starships per costruire la prima città sostenibile sul pianeta rosso; su questo progetto è pronto a scommettere gran parte dei suoi soldi.
Negli ultimi giorni si è però aggiunta una novità: “donerò 100 milioni di dollari come premio per la miglior tecnologia di cattura del carbonio” recita il tweet a cui ha fatto seguito un secondo in cui promette maggiori informazioni durante la settimana successiva. Un sistema in grado di catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera terreste e trasformarla è una delle possibili soluzioni per contrastare il cambiamento climatico, in linea con questa proposta c’è persino il presidente Joe Biden che oltre ad aver firmato per rientrare negli accordi di Parigi, ha intenzione di prendere dei provvedimenti per accelerare lo sviluppo di questa tecnologia.
Un sistema simile esiste già e viene utilizzato in alcuni impianti industriali: catturare la CO2 alla fonte stessa prima che venga emessa nell’atmosfera e trasportarla in una struttura apposita per essere stoccata (sistemi chiamati Ccs). I problemi principali però sono 2: i costi elevati e il rischio per la sicurezza: eventi geologici o problemi interni, potrebbero danneggiare gli impianti di stoccaggio e una fuoriuscita improvvisa di questo gas può avere importanti effetti di cui già si sono registrati casi di vittime in passato. Per ovviare a ciò sono state fatte delle proposte di sistemi alternativi detti Ccu (Carbon Capture and Utilization) che catturano anidride carbonica e invece di immagazzinarla, la utilizzano trasformandola in sostanza utile. Un’altra problematica che bisogna affrontare è il fatto che il biossido di carbonio non può essere comodamente catturato dal camino di un qualsiasi impianto industriale, bensì direttamente dall’atmosferaterrestre la quale, oltre a rendere difficile un sistema di cattura e separazione delle componenti, contiene molta CO2, ma in maniera estremamente diluita.
La proposta di alcuni è prendere spunto dagli organismi che sono maestri in questo tipo di attività di cattura e trasformazione dell’inquinante: gli alberi, il come però rimane una sfida a cui alcuni laboratori stanno già lavorando; non ci resta che aspettare il genio che farà la miglior proposta guadagnandosi i 100 milioni di Elon Musk…basterà questo per salvare il pianeta?
Autore
Beatrice Mula
Studentessa al primo anno di scienze e tecniche psicologiche, iscritta al percorso platinum del ciclo 10.0 di iBicocca con l’obiettivo di ampliare i suoi orizzonti.
Insaziabile curiosa e avida lettrice si interessa di molti ambiti dallo sport al digital, dalla scienza all’innovazione fino alla cultura nella sua interezza.
“Never stop learning” come motto, nel tempo libero fa divulgazione su TikTok
Disney censura i suoi capolavori: una scelta giusta?
Negli ultimi giorni si è fatto un gran parlare di una scelta che Disney ha deciso di operare sulla sua piattaforma di streaming Disney+, ovverosia quella di “vietare” alcuni classici – Dumbo, Peter Pan e gli Aristogatti – agli spettatori con meno di 7 anni di età.
Una scelta, senza dubbio discutibile ma che pone le sue radici, per quanto possa sembrare un controsenso, nell’identità stessa della compagnia.
È stata una scelta giusta? Perchè Disney ha deciso di agire in questo modo?
La Storia
Prima di affrontare l’approccio del colosso americano alle tematiche sociali è necessario, però, ripercorre brevemente la sua storia.
Come ogni storia americana che si rispetti, tutto ebbe inizio a seguito di diversi fallimenti di Walter Elias Disney (1901- 1966). Così, in serie difficoltà economiche, Walt iniziò a fare degli esperimenti con una cinepresa in un garage.
Esperimenti di successo che, nel 1923, portarono il fratello Roy a invitarlo in California per fondare insieme la “Disney Brothers Cartoon Studio”.
Fra alti e bassi i due contribuirono alla creazione di vari cortometraggi animati fino a quando, grazie al personaggio di Topolino, nel 1928, i problemi economici si attenuarono (nonostante la casa di produzione non riuscì, ancora, a rendersi indipendente dalle altre società di Hollywood).
Nel 1932, l’uso del colore diede un ulteriore slancio in avanti ed è in quegli anni che vediamo la prima apparizione di Paperini ne “La Gallinella saggia”.
L’uscita nelle sale, poi, del lungometraggio d’animazione “Biancaneve e i sette nani” fece fare il vero balzo in avanti all’azienda, generando incassi per 4,2 milioni di dollari, che portarono alla quotazione in borsa nel 1940.
E’ in questi anni che vediamo l’uso della camera multipiano, tecnica con la quale si riuscì a dare profondità alle riprese nonostante l’utilizzo di immagini a due dimensioni. Tale strumento rinnovò profondamente il settore e fu una tecnica chiave utilizzata poi per i i film d’animazione più riusciti come Pinocchio, Bambi e Peter Pan.
Scoppiata la guerra, e non più accessibile il redditizio mercato europeo, l’esercito requisì l’esercizio trasformando i Walt Disney Studios in una base militare e, così, i disegnatori dovettero realizzare volantini di propaganda e di educazione militare.
Nel 1950, su richiesta dell’azienda radiotelevisiva NBC, Disney iniziò a distribuire dei corti d’animazione con protagonisti i personaggi di Topolino, Pippo e Paperino. Nello stesso anno vediamo la produzione dei primi film di cui il primo in assoluto fu “L’isola del tesoro”.
Successivamente Walt iniziò a concepire l’idea del parco a tema Disneyland. Il primo fu inaugurato a Los Angeles ne 1955 rivelandosi poi un successo, tanto che, ad oggi, ne esistono 5 nel mondo: in Florida, in Giappone, in Francia e in Cina.
Nel 1961 fu aperta l’azienda di distribuzione, Walt Disney Studios Motion Pictures, per gestire i diritti delle licenze dei vari personaggi. Nel 1966 Walt Disney morì di cancro ai polmoni e così l’azienda, ormai con un grande capitale finanziario, passò al fratello Roy il quale cercò di perseguire la rotta che il fratello aveva dato.
Varie aziende e film uscirono negli anni successivi fra questi ricordiamo Un maggiolino tutto matto e la creazione della Walt Disney Educational Productions per la produzione di materiali didattici.
Alla morte di Roy Disney, nel 1970, il nuovo CEO, Card Walker, promosse vari progetti di Walt ma la sua spinta presto iniziò ad esaurirsi e così vediamo l’apertura di una filiale in Giappone (conseguente all’inaugurazione del parco di DisneyLand a Tokyo), il rilascio del film Tron, e il lancio del canale Disney Channel.
Nel 1984, la creazione del marchio Touchstone Pictures ampliò il mercato Disney ad un pubblico più adulto.
Gli anni ’90 per Disney furono denominati “l’era del rinascimento” in cui nella stragrande maggioranza di aree ottenne grandi successi con film quali: La Bella e la Bestia, Aladdin e Il Re leone. L’azienda ampliò il proprio raggio d’azione con la compagnia di navigazione Disney Cruise Line, la catena alberghiera dei DisneyLand Hotels o i complessi commerciali dei Disney Springs.
Agli inizi degli anni duemila la Disney subì un rallentamento causato da vari fattori e che costrinse l’azienda a dover cedere la partecipazione dell’azienda di canali sportivi quali Eurosport e delle squadre Los Angeles Angels e Anaheim Ducks rispettivamente di football americano e hockey sul ghiaccio.
Nonostante ciò la ripresa fu molto veloce grazie anche all’espansione in paesi quali Cina e Russia.
L’acquisizione prima di Pixar e poi di Marvel e LucasFilm diedero nuovo slancio e il successo a livello globale di Disney gli permise di espandersi nel campo on demand, con l’acqusizione di Hulue di BAMTech i quali permisero di acqusire il know how necessario per la creazione di un servizio streaming lanciato poi nel 2019 con il nome di Disney+.
E’ relativo al 2017, invece, l’accordo con cui l’azienda acquista molte divisioni della Fox quali gli studi cinematografici 20th Century Fox, Fox Searchlight Pictures e Fox 2000 e gli studi televisivi fra cui ricordiamo: 20th Century Fox Television, Fx Networks, National Geographic Partners, Fox Sports Regional Networks e Sky.
La mission: essere d’ispirazione
Per capire la scelta di Disney, tuttavia, è necessario indagare, innanzitutto, la parte istituzionale del sito ufficiale.
Come ogni grande compagnia, infatti, anche The Walt Disney Company dedica una pagina del suo sito a raccontare sè stessa, e quindi alla sua identità e ai suoi obiettivi.
Il primo contenuto che è possibile visionare visitandola è anche il più interessante: la mission, ovverosia il fine ultimo dell’impresa e ciò che la contraddistingue dalla concorrenza, una sorta di dichiarazione di intenti.
Nella poche righe che la compongono Disney enuncia le tre parole chiave del suo operato: “informare, intrattenere e ispirare”. In questo modo, viene messa in luce fin da subito la responsabilità sociale e morale di cui Disney si fa carico – quella di ispirare le future generazioni – chiarendo, subito dopo, di rivolgersi a “tutte le persone del mondo”.
Non stupisce, quindi, la recente attenzione della compagnia sulle tematiche sociali e la sensibilità sul razzismo.
La domanda che, una volta letta la mission, ci si potrebbe porre è: The Walt Disney Company è stata sempre coerente?
Sarebbe impensabile credere che in un lasso di tempo così ampio i valori e le tradizioni restino invariati, da ciò è derivata una continua necessità di rinnovamento strategico.
Ciò nonostante, la multinazionale è stata capace di adattare la sua strategia d’impresa in maniera coerente, ricercando elementi di innovazione ma mantenendo sempre salda la sua fede nel volontariato e nella dedizione alla responsabilità sociale, vista come un vantaggio competitivo e non solo come metodo promozionale.
I fatti concreti
Ma in quali campi Disney ha effettivamente lavorato per il bene comune? Alcuni di questi sono i seguenti:
Volontariato: nel 2018 l’azienda firma un piano quinquennale del valore di cento milioni di dollari per creare dei programmi che alleviano ai bambini la degenza in ospedale, con l’aiuto dei Disney Imagineers. Il programma è stato avviato presso il Children’s Hospital di Houston. Disney ha, inoltre, fondato l’organizzazione “Disney Voluntears” con la quale si occupa di assistere e aiutare le altre associazioni benefiche con cui collabora in tutto il mondo.
Sostenibilità ambientale: “conservation isn’t just the business of a few people. It’s a matter that concerns all of us” questa è l’opinione di Walt Disney riguardo la tematica. L’azienda ha dato il suo contributo mettendo a disposizione un impianto ad energia solare nel suo parco a tema di Orlando, riuscendo ad alimentare i vari parchi tematici con l’energia generata in questo modo. Altri esempi possono essere l’utilizzo di generatori elettrici sui set televisivi, le politiche aziendali volte a ridurre gli sprechi, cercare di evitare lo spreco d’acqua, la creazione di aree protette per le specie in via d’estinzione.
Welfare aziendale: Disney ha lanciato il suo “programma ILS” per garantire a tutti i dipendenti della multinazionale condizioni lavorative dignitose e migliorarle ove possibile
L’attenzione alla diversità
Più di recente, la multinazionale si è posta come obiettivo principale permettere agli spettatori di potersi rispecchiare nelle sue produzioni, di massimizzare il coinvolgimento personale di ognuno di loro nei contenuti che crea. Per fare ciò è emersa la necessità di disporre di team il più possibile variegati a livello culturale ed etnico.
Gli storytellers hanno, così, piena libertà creativa e la maggior multiculturalità dei team pone le basi per lavori più vicini al mondo “reale”. A tal proposito, l’azienda vanta settanta Business Employee Resource Groups in tutto il mondo che, insieme a lei, hanno il compito di plasmare un ambiente lavorativo che consenta ai dipendenti di accrescere ed esprimere appieno le loro potenzialità.
Un’ambiente che sia, quindi, un contesto aperto, dove vi sia un clima di fiducia e positività e in cui tutti si sentano rispettati senza alcuna discriminazione. Secondo Disney, tutto ciò stimola la creatività e consente di creare un’ampia proposta di potenziali nuovi prodotti innovativi.
Disney, inoltre, pone un’attenzione a 360° sulle tematiche sociali e, di conseguenza, è anche sostenitrice della comunità LGBTQ, impegnandosi per porre eliminare ogni possibile discriminazione riguardante l’identità di genere e sessuale tra i suoi dipendenti. L’impegno sociale su questi temi si è tradotto in azione più volte.
Di recente, Bob Chapec, il CEO di Disney, ha annunciato in una intervista del 3 giugno 2020, a seguito dell’episodio della morte di George Floyd, la donazione di cinque milioni di dollari a supporto delle organizzazioni no profit come la NAACP che promuovono il tema della giustizia sociale cercando di eliminare le disparità e le discriminazioni razziali e attuando programmi di difesa ed istruzione.
Negli anni Disney ha mostrato solidarietà lavorando a stretto contatto con gruppi cherafforzano le comunità di colore negli Stati Uniti, dando vita a sovvenzioni volte ad aiutare gli studenti ad accedere all’istruzione superiore e politiche aziendali attraverso cui i dipendenti possono donare prodotti direttamente alle comunità locali.
La corporate utilizza tutte le risorse di cui dispone, non solo in termini monetari ma anche creativi per produrre contenuti che sensibilizzino gli spettatori affrontando le tematiche a lei care.
Revisione della libreria di contenuti
Ad oggi Disney sta portando avanti un meticoloso processo di revisione della sua intera libreria di contenuti, avvertendo gli spettatori qualora rischiassero di trovarsi davanti a tematiche che si allontanano dal suo orientamento strategico di fondo come la violenza o la discriminazione.
Importante specificare che non si sta parlando di eliminazione di questi contenuti, ma di un’azione fatta per salvaguardare la sensibilità della propria audience, inserendo i contenuti non ritenuti in linea coi valori semplicemente in categorie separate, in modo che i bambini non possano venire a contatto con quelli ritenuti non idonei dall’azienda.
Ciò spiega la scelta dietro il cambio di categoria di film come Dumbo, Peter Pan e gli Aristogatti che, come abbiamo detto, non sono più suggeriti ai bambini sotto i 7 anni.
Per quanto, lo ammettiamo, parlare di razzismo all’interno di contenuti destinati ai bambini di decenni fa possa sembrare ridicolo, bisogna sforzarsi di capire che Disney è un’azienda americana. Gli Stati Uniti sono, infatti, la nazione multietnica per eccellenza, dove il tema dell’identità è centrale e cruciale non solo nel dibattito pubblico ma anche nella vita di tutti i giorni.
Ciò che qui in Europa, e specialmente in Italia dove l’omogeneità etnica è particolarmente calcata, può sembrare assurdo, negli Stati Uniti è all’ordine del giorno ed è perfettamente normale. Se, poi, tutto ciò sia giusto o sbagliato, semplicemente, non sta noi a deciderlo. Sicuramente dietro a queste operazioni ci sono ragioni economiche e comunicative, come abbiamo visto Disney vede la responsabilità sociale come un asset strategico, tuttavia è innegabile che per il gigante americano sia pratica comune farsi porta bandiera del pensiero dei suoi connazionali.
Disney ha, da sempre, esercitato il suo soft-power in tutto il mondo per veicolare e diffondere gli ideali e i valori in cui credeva e, di riflesso, in cui credevano e che più premevano agli americani. Ieri era la libertà, oggi è l’anti-razzismo e la parità.
Autori
Domenico Caronte
Sempre pronto a cogliere il meglio da ogni tipo di esperienza cercando di trasformarla in opportunità e per tale motivo, nonostante l’età, ho qualche esperienza in ambito e-commerce, social media management e nel settore alberghiero ed extra alberghiero.
Sono pronto a tenervi informato e a informami per voi su ciò che merita 5 minuti della nostra preziosissima giornata!
Emanuele Ghianda
Studente di marketing, comunicazione aziendale e mercati globali in Bicocca. Cresciuto a "pane e videogiochi" scrive per il sito di informazione videoludica NintendOn dal 2019. Appassionato di politica, cultura orientale e, soprattutto, di innovazione e tecnologia, si iscrive al ciclo X di iBicocca per ampliare i suoi orizzonti e scoprire nuovi modi di fare le cose.
Aurora Glandi
Studentessa del secondo anno di scienze dell’organizzazione, e iStudent del decimo ciclo.
Appassionata di storia, musica, geopolitica, i viaggi e scrittura. Eterna curiosa.
Adoro mettermi in gioco con attività che vanno fuori dalla mia comfort zone.
Iscritta ad iBicocca per poter espandere il proprio bagaglio di conoscenze riguardo l’innovazione e l’imprenditorialità.
L’inversione di rotta di Joe Biden sul cambiamento climatico
Il 20 gennaio 2021 si è ufficialmente insediato alla Casa Bianca il 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, il quale ha posto tra i principali obiettivi del suo mandato la lotta al cambiamento climatico.
Il suo predecessore, Donald Trump, durante i quattro anni della sua presidenza si era sempre mostrato contrario all’adozione di una politica di tutela dell’ambiente, negando l’esistenza del surriscaldamento globale.
Aveva infatti deciso di uscire dall’Accordo di Parigi del 2015 firmato da Obama, definendolo economicamente svantaggioso per gli Stati Uniti, abrogato le norme poste durante le precedenti amministrazioni a tutela del clima e adottato misure economiche che non tengono conto dei problemi causati dall’inquinamento alla salute dei cittadini e all’ambiente. Secondo un’indagine del New York Times Trump ha annullato più di 100 norme ambientali, tra le quali quelle volte a limitare le emissioni di gas a effetto serra e di sostanze tossiche prodotte dalle industrie.
Cosa cambierà con Biden?
Il neopresidente fin dagli inizi della sua campagna elettorale ha affermato che, se eletto, avrebbe messo il problema ambientale al centro del suo mandato governativo, iniziando con il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi. E così è stato: il giorno dopo il suo insediamento alla Casa Bianca ha iniziato l’iter per rientrare nell’Accordo, di cui fanno parte 190 Paesi e che ha come obiettivo principale quello di mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2° C rispetto ai livelli preindustriali.
Biden ha poi promesso un piano di investimenti da 2 trilioni di dollari da distribuire durante i quattro anni del suo mandato volto a risolvere la crisi climatica, proteggere l’ambiente e creare nuovi posti di lavoro nel settore dell’energia pulita. L’obiettivo di Biden è di dare un impulso alla ripresa economica del Paese, messo in ginocchio dal Covid 19, creando però una economia green, non inquinante e rispettosa dell’ambiente, che porti gli Stati Uniti ad essere un Paese ad emissioni 0 entro il 2050.
Il nuovo presidente ha anche presentato un team di esperti sull’inquinamento climatico che avrà il compito di preparare i lavori necessari per ridurre le emissioni che causano il riscaldamento del pianeta e per proteggere l’ambiente, e ha creato un nuovo Ufficio per la politica climatica presso la Casa Bianca.
Le iniziative del nuovo presidente nell’ambito della politica ambientale rappresentano sicuramente un importante passo avanti nella lotta al cambiamento climatico. Secondo un’analisi del sito Climate Action Tracker se Biden andrà avanti con il suo programma questo potrebbe ridurre il surriscaldamento del pianeta del 0,1°C entro il 2100, contribuendo così al raggiungimento degli obiettivi fissati dagli Stati nell’Accordo di Parigi.
Autore
Margot Bovi
Studentessa di giurisprudenza presso l'Università di Milano Bicocca quasi alla fine del suo percorso, da sempre amante della lettura e affascinata dal giornalismo.
Iscritta ad iBicocca per acquisire maggiori conoscenze riguardo al mondo del marketing e delle nuove tecnologie.
5 febbraio: giornata nazionale contro lo spreco alimentare
Oggi è il 5 febbraio 2021 e se ci fermassimo un secondo a riflettere su quanto è accaduto negli ultimi mesi potremmo dire che è già passato quasi un anno dal primo caso di Coronavirus in Italia, si è rinunciato alle vacanze esotiche, alle festività in famiglia e magari anche a celebrare quei traguardi attesi per tutta la vita. Ma solo una cosa è rimasta costante nella nostra quotidianità: il cibo; in fondo non c’è nulla che non possa essere risolto davanti ad una buona una pizza e una birra.
Il cibo, in particolar modo in Italia, non è solo un modo per far fronte alle necessità vitali, bensì rappresenta anche un vero e proprio piacere. Pensiamo al pane, alla pizza, alla pasta: alcuni cibi hanno un loro valore culturale. Ciò che invece non è insito nella nostra cultura è il valore materiale del cibo.
I dati dello spreco alimentare in Italia e nel mondo
Secondo l’Osservatorio Waste Watcher, il primo osservatorio italiano sugli sprechi alimentari, nel 2019, ciascun italiano ha buttato circa 36 kg di cibo, per una perdita economica di circa 15 miliardi di euro, ovvero quasi lo 0,88% del PIL; è come se ogni domenica mattina, ogni italiano, si svegliasse e buttasse più di 5 euro nel cestino marrone che solitamente si trova posizionato sotto al lavandino. Nessuno lo farebbe realmente, eppure si hanno molti meno problemi a farlo col cibo…infatti ben più del 50% dello spreco alimentare avviene in casa per la scarsa sensibilità dei cittadini.
Cifre del tutto simili sono state registrate sia in Europa e persino negli Stati Uniti, dove nel 2017, la NRDC, una delle più importanti organizzazioni ambientaliste della nazione, ha stilato il primo report sul fenomeno del food waste nelle città e deducendo che, anche in questo caso, ben più del 50% dello spreco del cibo avveniva tra le mura domestiche. Inoltre, dallo studio si evince come ben il 57% del cibo gettato in America sia “typically edible”, ossia generalmente ancora commestibile. Con un buon grado di astrazione, anche se non sono presenti studi in materia, è lecito pensare che percentuali simili siano presenti anche in Italia.
Cos’è veramente lo spreco alimentare?
Generalmente, ci si riferisce alla nozione di spreco alimentare per riferirsi al cibo acquistato e non consumato e che inesorabilmente finisce nella spazzatura, ma questa non è di certo l’unica accezione valida. Infatti, è più corretto riferirsi allo spreco alimentare come fa l’ISPRA che lo definisce come “la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali o le capacità ecologiche”. La descrizione che ci viene fornita permette di annoverare nello spreco alimentare tutte le perdite di quella quantità di prodotti alimentari che viene persa o gettata lungo la catena di produzione e di lavorazione delle materie prime, fino alla distribuzione e al consumo.
Sebbene manchi una definizione riconosciuta a livello internazionale, solitamente ci si riferisce alla nozione di “food waste”. Waste è un termine inglese e secondo il Collins, può assumere ben due significati: spreco ma anche rifiuto…così, è lecito chiedersi: cos’è un rifiuto? La risposta è presente nel Testo Unico dell’Ambiente (art.183 comma1), secondo cui può essere definito rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi”, eppure nella spazzatura finiscono anche: i prodotti acerbi, i prodotti non conformi agli standard qualitativi/estetici e anche prodotti che giacciono troppo a lungo nei magazzini. È forse necessario disfarsi di essi? È forse obbligatorio? No, nemmeno questo!
Le conseguenze dello spreco alimentare
Secondo i dati diffusi dalla FAO, a livello globale, circa il 14% del cibo prodotto viene perso tra la raccolta e la vendita al dettaglio. Lo scorso settembre, António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, in un messaggio diffuso in occasione della Prima Giornata internazionale della consapevolezza della perdita e dello spreco alimentare ha definito questi fenomeni come un’”offesa etica”, considerato l’elevato numero di persone che soffrono la fame. In somma la questione dei rifiuti alimentari finisce per inasprire il problema della sicurezza alimentare, tanto che il food-waste assume le caratteristiche di un fenomeno socio-economico a tutti gli effetti.
Inoltre, non possono essere tralasciate i danni ecologici provocati dallo spreco alimentare. Infatti, allo spreco dei prodotti edibili corrisponde un inesorabile spreco di risorse: il suolo utilizzato per la coltura non consumata è un suolo che è stato impoverito inutilmente per non parlare della preziosissima acqua utilizzata per favorire la crescita dello stesso prodotto; un discorso analogo può essere fatto per prodotti animali e per i loro derivati. Senza contare che sia nel caso di prodotti vegetali che nel caso dei prodotti animali, è stata rovinosamente emessa anidridecarbonica in atmosfera la quale dà un enorme contribuito a quel noto fenomeno che minaccia l’esistenza della vita sul Pianeta ossia il cambiamento climatico.
Chiunque può contribuire a migliorare la situazione
“Le perdite e gli sprechi alimentari rappresentano una grande sfida per la nostra epoca,” ha dichiarato il Direttore Generale della FAO, QU Dongyu, tanto che successivamente ha esortato i Paesi membri alla collaborazione mediante partenariati più stretti. Inoltre, ha auspicato un aumento degli investimenti nella formazione dei piccoli agricoltori, nelle tecnologie e nell’innovazione con apporti del settore sia pubblico che privato.
Nell’ultimo anno, anche “grazie” alla pandemia gli Italiani hanno dimostrato di aver intrapreso il giusto percorso tanto che, secondo Coldiretti: “Più di 1 italiano su 2 (54%) ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari adottando strategie che vanno dal ritorno in cucina degli avanzi ad una maggiore attenzione alla data di scadenza, fino alla spesa a chilometri zero dal campo alla tavola con prodotti più freschi che durano di più.” Questo ci dimostra come è possibile porre gradualmente fine al fenomeno del food-waste, ma ciascuno di noi deve contribuire secondo la propria misura.
Autore
Laura Franceschi
Studentessa di Scienze e Tecnologie dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Partecipa al ciclo X di iBicocca per ampliare le proprie conoscenze anche curiosando in ambiti lontani dal proprio campo di studi.
La lotta ai cambiamenti climatici si fa sempre più intensa, e l’elettrificazione dei trasporti (e in particolare del settore automobilistico) è una delle strategie che potrebbero garantirci la vittoria.
Il mercato, però, è attualmente spaccato tra gli entusiasti e i fedeli ai motori termici che sollevano una serie di perplessità.
Prima tra tutte, la cosiddetta ”range anxiety”. Rispetto a una tradizionale vettura a combustione interna, un’auto full electric spesso si presenta con un’autonomia notevolmente inferiore – a fronte di tempi per “fare il pieno” decisamente più lunghi.
Una sfida invincibile per l’elettrico?
Sembrerebbe proprio di no.
Sia perché negli ultimi anni il mercato a zero emissioni è in rapida ascesa (a conferma del fatto che molte persone non reputino un problema le basse autonomie nella loro quotidianità), sia perché l’industria sta muovendo passi da gigante per conquistare anche quella fetta di mercato che ha esigenza di percorrere più km.
L’ultima innovazione in tal senso arriva dalla Cina, e si chiama Nio ET7.
Se sicuramente l’auto stupisce per la tecnologia avanzatissima (tra cui la guida autonoma e una miriade di sensori di ultima generazione), la vera rivoluzione sta nella batteria.
Nel 2022, promette la casa, sarà introdotta la versione a stato solido, che garantirà un’autonomia da 1.000 km.
Un risultato strabiliante che fa sfigurare la top di gamma del leader di mercato Tesla (che con la sua Model S garantisce circa 840 km con una ricarica).
La super batteria da 150kwh sfrutta al meglio gli spazi a disposizione, aumentando la densità a 360 Wh/Km, il 50% in più dei 100Kwh utilizzati oggi.
Non solo, sarà anche più sicura: il fatto che ora l’elettrolita non sia liquido (è la prima auto a potersene vantare) scongiura il rischio di incendi e del Thermal Runaway causato dalle reazioni di celle vicine.
Questa nuova architettura, se accompagnata da una parallela evoluzione delle colonnine, permetterebbe anche di accorciare i tempi di ricarica.
E a proposito di ricarica, arriviamo alla seconda innovazione.A Nio hanno pensato che piuttosto che investire in una rete di colonnine più potenti valesse la pena dirigersi verso il battery swap.
Come suggerisce il nome, è la possibilità di fare il cambio rapido di batteria in meno di 5 minuti.
Proprio come fare benzina, insomma: si arriva, un tecnico smonta la batteria scarica e la sostituisce con una al 100%, e si è subito pronti per ripartire.
Già testato sui modelli precedenti della casa, il modello swap sembra avere un discreto successo: a giugno 2020, a circa due anni dal lancio, sono state effettuate 500 mila sostituzioni in 131 stazioni in Cina.
Questo permette anche di abbassare il prezzo finale della macchina, che verrebbe acquistata senza le batterie di proprietà.
Soluzione impegnativa specie per un mercato liberale come quello europeo, che richiederebbe uno standard di progettazione per tutti i produttori per diventare di massa.
Le auto alla spina hanno ancora diversi nodi da sciogliere, come i problemi legati all’etica dell’estrazione delle materie prime o alla non totale circolarità della filiera, ma innovazioni come questa ci fanno capire che una valida alternativa ai combustibili fossili c’è e migliora di giorno in giorno.
Autore
Matteo Perico
Studente di economia e marketing. Ha un grande interesse per temi come la sostenibilità e l'innovazione, e da aspirante marketer punta a renderli fruibili a più persone possibile.
Partecipa ad iBicocca per ampliare le proprie conoscenze ed entrare in contatto con giovani realtà imprenditoriali.
Digital Services Act e Digital Markets Act: le nuove normative europee sul mondo digitale
Il 15 dicembre 2020 la Commissione europea ha proposto una riforma dello spazio digitale al fine di renderlo più sicuro, aperto e conforme ai valori europei, introducendo nuove norme che disciplinano i servizi digitali applicabili in tutta l’Ue.
Tale riforma consiste in due nuove iniziative legislative: il Digital services Act e il Digital markets Act.
Secondo quanto dichiarato dalla Vicepresidente esecutiva per un’Europa adatta all’era digitale e alla concorrenza, Margrethe Vestager: “le due proposte perseguono un unico obiettivo: garantire a noi, in quanto utenti, l’accesso a un’ampia gamma di prodotti e servizi sicuri online e alle aziende che operano in Europa di competere liberamente ed equamente online così come offline. Si tratta di un unico mondo. Dovremmo potere fare acquisti in modo sicuro e poterci fidare delle notizie che leggiamo, in quanto ciò che è illegale offline è altrettanto illegale online.”
Perché la Commissione europea ha ritenuto necessario introdurre nuove regole?
La Commissione ha preso atto del fatto che l’enorme sviluppo dei servizi digitali che si è avuto negli ultimi decenni ha inciso significativamente sul nostro modo di vivere, introducendo nuovi modi di comunicare, informarsi e acquistare. Questo ha reso necessario introdurre normative a livello europeo per regolamentare i nuovi servizi digitali, i quali hanno sicuramente apportato notevoli vantaggi, come agevolare i consumatori nell’acquisto di beni e servizi e creare nuove opportunità per imprese e operatori economici, ma hanno anche causato alcuni problemi, in particolare l’illegalità dei contenuti e dei servizi on line.
Il Digital services Act
Questa legge ha lo scopo di disciplinare i servizi di intermediazione on line, che collegano i consumatori a beni, servizi o contenuti. Gli obiettivi principali sono: garantire una maggior protezione dei consumatori e dei loro diritti fondamentali on line; introdurre nuovi obblighi in materia di trasparenza e una maggiore responsabilità delle piattaforme on line; creare un mercato unico europeo che incentivi la competitività, l’innovazione e la crescita.
In concreto la Legge sui servizi digitali:
Consente agli utenti di segnalare con maggiore facilità la presenza on line di contenuti, beni o servizi illeciti e contrastare le decisioni delle piattaforme circa la rimozione dei contenuti;
Prevede obblighi di trasparenza per le piattaforme on line riguardo le norme sulla moderazione dei contenuti e sulla pubblicità
Introduce nuove norme sulla tracciabilità degli utenti commerciali nei mercati on line, al fine di scoraggiare la vendita di prodotti o servizi illegali;
Introduce maggiori obblighi per le piattaforme on line dette sistemiche, cioè quelle che raggiungono oltre il 10% della popolazione dell’Ue, le quali sono tenute a prevenire possibili abusi dei loro sistemi adottando misure basate sul rischio e alla introduzione di una nuova struttura di sorveglianza;
Al fine di garantire l’applicazione delle norme in tutto il mercato unico europeo, prevede l’obbligo per ogni Stati membro di designare un Coordinatore dei servizi digitali, organo indipendente che ha il compito di vigilare sul rispetto delle norme sul proprio territorio e che sarà sostenuto nello svolgimento delle proprie funzioni da un Comitato europei per i servizi digitali.
Il Digital Markets Act
Introduce nuove norme per cercare di risolvere i problemi causati dai comportamenti scorretti delle cosiddette “Gatekeeper”, cioè quelle “piattaforme on line di grandi dimensioni che esercitano una funzione di controllo dell’accesso”, che spesso approfittano del forte impatto che hanno sul mercato digitale mettendo in atto pratiche commerciali sleali.
In base alla legge un’impresa per poter essere definita Gatekeeper deve rispettare tre criteri:
Detenere una posizione economica forte
Avere una forte posizione di intermediazione tra utenti e imprese
Detenere una posizione solida e duratura sul mercato.
Per queste piattaforme on line sono previsti determinati obblighi e divieti che hanno lo scopo di creare un mercato unico più equo, competitivo e innovativo, consentire ai consumatori di disporre di più servizi e a prezzi più convenienti e di impedire ai Gatekeeper di tenere comportamenti iniqui.
Le due leggi sul mondo digitale proposte dalla Commissione nei prossimi mesi saranno discusse dal Parlamento europeo e una volta adottate saranno direttamente applicabili in tutti gli Stati membri.
Autore
Margot Bovi
Studentessa di giurisprudenza presso l'Università di Milano Bicocca quasi alla fine del suo percorso, da sempre amante della lettura e affascinata dal giornalismo.
Iscritta ad iBicocca per acquisire maggiori conoscenze riguardo al mondo del marketing e delle nuove tecnologie.