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Ambiente, società e tecnologia

Come le produzioni Netflix possono realizzare trend inaspettati

Lo scorso 25 dicembre sulla piattaforma Netflix è uscita una nuova serie tv: si chiama “Bridgerton” e in pochissimi giorni è riuscita a conquistare oltre 63 milioni di spettatori in tutto il mondo.

Proprio in queste ore, Netflix ha annunciato attraverso i propri canali social che la serie è stata confermata per la seconda stagione.

L’aspetto più curioso di questo fenomeno però non riguarda solamente la straordinaria popolarità che ha raggiunto la serie, quanto più le conseguenze che si sono verificate in seguito alla sua diffusione.

Il successo di Bridgerton

Ambientata nella Londra del 1823, “Bridgerton” si differenzia molto da altre storie simili sull’alta società inglese.

L’aspetto principale che a primo impatto la contraddistingue è il fatto che i personaggi siano di etnie differenti, e che persone di colore ricoprano i ruoli più vari, compresi quelli di duchi, nobili e della stessa regina, aspetto alquanto insolito per il diciannovesimo secolo.

In questa serie vi è inoltre un’evidente cura dei dettagli, degli allestimenti scenografici, dei costumi e il tutto è accompagnato da un tocco moderno identificabile nella scelta delle musiche o di altri elementi introdotti nel corso della narrazione.

Per chi non ne fosse a conoscenza, questa nuova serie tv di successo ha preso ispirazione da una saga scritta dall’autrice statunitense Julia Quinn, che è rimasta altrettanto sorpresa dal buon risultato che ha raggiunto “Bridgerton”.

La curiosità nata tra gli spettatori e fan della storia è stata così grande che i libri della scrittrice, pubblicati per la prima volta ormai più di venti anni fa, sono letteralmente scomparsi da scaffali fisici e digitali, prima negli Stati Uniti e in questi giorni anche in Italia, cogliendo totalmente impreparate le case editrici che si sono trovate a dover ristampare rapidamente tutti i volumi in modo tale da poter soddisfare la domanda di mercato.

Dato che in queste settimane trovare i libri è diventata un’ardua impresa, i pochi volumi rimasti sono stati venduti online a prezzi esorbitanti, che negli Stati Uniti hanno addirittura superato i 700 dollari.

La stessa Julia Quinn, attraverso i propri canali social, ha chiaramente raccomandato di evitare di spendere cifre assurde per i suoi libri, e di attendere l’uscita delle copie ristampate in modo tale da poterle acquistare a prezzi ragionevoli!

In questi giorni, in Italia, sono già disponibili le nuove edizioni.

L’aspetto più curioso di questa situazione consiste nel fatto che i volumi hanno suscitato questo inaspettato boom esclusivamente in seguito alla creazione dell’omonima serie e naturalmente grazie alla sua diffusione attraverso Netflix.

La regina degli scacchi

Un fenomeno analogo è stato l’aumento delle vendite delle scacchiere in conseguenza al successo della miniserie Netflix più vista di sempre: “La regina degli scacchi”.

Gli spettatori, dopo solo quattro settimane dal suo lancio il 23 ottobre, sono diventati circa 62 milioni.

L’avvenimento interessante che ha aperto moltissimi dibattiti online è stato il rapido incremento delle vendite di oggetti ed accessori inerenti al mondo degli scacchi.

Secondo la società di ricerca NDP Group, in seguito alla diffusione de “La regina degli scacchi”, la vendita delle scacchiere è aumentata dell’87% negli Stati Uniti e la vendita dei libri dedicati alle strategie del gioco (che nel corso degli episodi vengono inquadrati spesso) addirittura del 603%!

(https://www.npd.com/wps/portal/npd/us/news/press-releases/2020/sales-spikes-for-chess-books-and-sets-follow-debut-of-queens-gambit/)

Sono inoltre aumentati anche gli accessi a portali di gioco online e l’utilizzo di applicazioni attraverso cui potersi esercitare e organizzare competizioni con altri giocatori.

Insomma, un successo del tutto inaspettato! Soprattutto considerando il fatto che in questi ultimi anni la vendita di scacchiere, accessori e libri dedicati al gioco era addirittura vittima di un costante declino.

La situazione si è bruscamente ribaltata nel momento in cui “La regina degli scacchi” è diventata una serie-tv popolare, esattamente come è accaduto per i volumi della saga di “Bridgerton”.

Entrambi i fenomeni si sono quindi verificati in seguito alla popolarità raggiunta da parte di due serie tv diffuse da Netflix.

Che questi trend siano il risultato di efficaci strategie messe in atto da Netflix è ovvio, il che dovrebbe farci riflettere sulle abilità di questa azienda in grado anche di condizionare gli interessi delle persone.

La cultura di successo di Netflix

Netflix è molto abile nelle attività di marketing che svolge, tanto da suscitare sempre moltissima curiosità nei confronti delle proprie produzioni.

Non ci si potrebbe aspettare di meno da una delle aziende più efficienti e innovative degli ultimi anni!

Nel libro “L’unica regola è che non ci sono regole” uscito lo scorso ottobre e dedicato a Netflix, sono state evidenziate le caratteristiche principali che distinguono l’azienda e che l’hanno portata a raggiungere numerosi traguardi nel corso degli anni.

Alcuni esempi sono: la mancanza quasi totale di regole che potrebbero ostacolare o diminuire l’efficienza e la motivazione dei dipendenti, una cultura basata su sincerità, trasparenza e moltissimi feedback costruttivi e naturalmente la presenza di un’alta densità di talento.

L’azienda cresce costantemente e riesce ogni volta a trovare strategie sempre più innovative per sorprendere i propri utenti.

Cos’altro avrà in serbo per noi?

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Ambiente, società e tecnologia

Veganuary: un’occasione per riflettere sulla sostenibilità del cibo

L’arrivo del nuovo anno riempie l’Homo Sapiens di buoni propositi che, pur toccando diversi ambiti, hanno lo scopo di renderli la versione migliore di loro stessi e proprio in questa ottica, nel 2014 vede la luce per la prima volta Veganuary. L’iniziativa, proposta dall’omonima organizzazione no-profit, lancia una sfida universale per incoraggiare le persone a provare per un mese un’alimentazione di tipo vegetale.

Il motivo per il quale si chiede di approcciarsi ad un’alimentazione vegana è semplice, attuale e chiaro: ciò che ciascuno mangia ha un enorme impatto ambientale e cambiare abitudini alimentari potrebbe divenire un gesto di consapevolezza per il benessere futuro del nostro Pianeta. Allora è opportuno chiedersi…qual è l’impronta ambientale impressa dall’alimentazione? Ed è possibile ridurla?

L’impatto ambientale del cibo

Nel luglio 2017 sulla rivista scientifica Nature è stato pubblicato uno studio nel quale veniva confrontato l’impatto ambientale della dieta di 153 adulti italiani suddivisi rispettivamente secondo il loro regime alimentare in: onnivori, vegetariani e vegani. Prima di analizzare i dati riportati nell’articolo, è bene dare alcune definizioni: vengono considerati onnivori tutti coloro che includono abitualmente nella loro dieta un’ampia varietà di alimenti sia di origine animale sia di origine vegetale, mentre le restanti categorie includono entrambe la componente vegetale e ciò che distingue i vegetariani dai vegani è l’utilizzo dei derivati animali, i quali sono ammessi solo nel primo dei due gruppi dietetici.

Così, ai fini della ricerca sono stati raccolti più di mille registri alimentari giornalieri dei quali si è calcolata: l’impronta di carbonio, l’impronta idrica e l’impronta ecologica. Questi tre indici tengono conto rispettivamente delle emissioni di gas serra, del consumo di risorse idriche e della quantità di suolo necessaria per produrre un’unità di prodotto alimentare. In particolare, le analisi hanno rivelato come la dieta a base animale sia associata ad un maggior impatto per ogni indicatore ambientale valutato; tuttavia, nel complesso, non sono state riscontrate delle differenze significativamente rilevanti per quanto riguarda i gruppi vegetariani e vegani. Inoltre, sebbene né il pesce né la carne fossero gli alimenti consumati in maggiore quantità, il loro è stato il maggior contributo ai valori di impatto ambientale degli onnivori, con tassi del 37% per quanto concerne l’impronta del carbonio, del 38% per quanto riguarda l’impronta idrica e del 44% per quanto riguarda l’impronta ecologica.

Questi dati possono essere spiegati considerando il fatto che la carne, e i suoi derivati, portati in tavola dagli onnivori spesso derivano dagli allevamenti intensivi il cui inquinamento va ad interessare i diversi comparti del Pianeta. Per esempio, l’acqua e l’atmosfera sono inquinate in maniera particolare dalle deiezioni: mentre il comparto atmosferico risente dei gas emessi dalla fermentazione di queste ultime, la risorsa idrica viene contaminata dai liquami che vengono sparsi, spesso illegalmente, sul suolo che, dilavato dalle piogge, contamina dapprima le acque superficiali e talvolta le acque di falda con sostanze come: fosforo, azoto e antibiotici. Tuttavia il dato che più stupisce, e a cui non si fa mai troppo caso, è l’erosione della risorsa suolo, secondo la FAO “il settore dell’allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d’uso antropico delle terre”. Guardando il caso emblematico dell’Amazzonia, il 70% dei territori deforestati è stato trasformato in pascoli bovini, mentre il restante 30% è occupato dalle terre coltivate per produrre il mangime destinato agli animali stessi.

Sebbene quanto descritto finora sia una linea generale desunta dall’intero esperimento, è bene sottolineare come si siano riscontrate delle importanti variabilità interindividuali e questo significa che non tutti gli individui hanno contribuito allo stesso modo agli indici di impronta ambientale. Alcuni soggetti specifici possono avere impatti ambientali notevolmente diversi dagli altri soggetti appartenenti allo stesso gruppo alimentare.

Cosa c’è di eticamente corretto nell’intraprendere un’alimentazione più vegana

Se si chiedesse a un vegano quali sono le motivazioni che lo hanno spinto a questa scelta si potrebbe ottenere un’ampia gamma di risposte, partendo dai motivi di salute arrivando anche a motivi legati all’etica. Veganuary nasce anche con l’intenzione di sensibilizzare i non-vegani, proponendo sempre nuovi spunti di riflessione. Se lo si chiedesse a Vegolosi.it, pionieri in Italia per tutto quello che riguarda la dieta vegana, risponderebbero che bastano 5 semplici e ironiche motivazioni per convincere tutti ad intraprendere questo stile di vita.

Una delle motivazioni più forti è quella, secondo cui non è più necessario mangiare carne per essere in salute: infatti grazie allo sviluppo socio-economico avvenuto a partire dal dopo guerra, le persone sono in grado di mangiare di più e di variare al meglio la loro dieta assumendo così tutti i nutrienti di cui hanno bisogno. Vi è una sola eccezione che, per correttezza, va riportata: è la vitamina B12. Infatti, questa preziosa vitamina andrebbe integrata in quanto, anche se presente nei vegetali, non si trova in forma biodisponibile e dunque non può essere assorbita e utilizzata dall’organismo umano.

Inoltre, una scelta alimentare di tipo vegano permette di tenere allenata la fantasia. È vero…inizialmente si rischia il momentaneo smarrimento nel dover rinunciare a moltissimi piatti della tradizione italiana, eppure esistono delle varianti perfettamente in linea con questa scelta e si possono creare anche tantissimi nuovi piatti semplicemente sperimentando l’accostamento di sapori conosciuti. In questo caso possono venire in soccorso i social con le regine indiscusse della cucina vegetale: la Dottoressa Silvia Goggi e Carlotta Perego nota ai più con lo pseudonimo cucinabotanica.

Un’altra motivazione sta nel fatto che la cucina vegana non contribuisca alla sofferenza animale, tuttavia questa motivazione è quella che meno convince i più scettici, ma spesso si riduce il tutto ad una questione di empatia.

Quanto è fastidioso sedere a tavola e dover deludere le aspettative sociali di chi ti sta intorno? Infatti, a qualsiasi tipo di raduno, c’è sempre qualcuno che porge domande scomode del tipo “Quando ti laurei?” “L’hai trovata l’anima gemella?”. Ecco, essere vegani vi eviterà tutto ciò! Infatti, soprattutto all’inizio, tutti saranno impegnati a chiedervi come mai avete fatto questa scelta e così le fatiche della tavola saranno accompagnate da lunghe conversazioni che toccheranno temi sociali, etici e ambientali…insomma, essere vegani vi permetterà di provare l’ebbrezza della maieutica socratica senza per forza aver studiato filosofia.

L’ultima motivazione è quella ambientale. Come già visto, sono sempre più evidenti i danni arrecati al Pianeta non solo dalle scelte politiche ed economiche di Stati e multinazionali, ma anche dalle nostre condotte quotidiane. Il 14 dicembre scorso è stata lanciata la “La Glasgow Food and Climate Declaration”: un impegno dei governi locali ad affrontare l’emergenza climatica attraverso politiche integrate e un invito all’azione. All’interno della dichiarazione si afferma che “i sistemi alimentari attualmente rappresentano il 21-37% dei gas serra totali e sono al centro di molte delle principali sfide del mondo odierna, tra cui la perdita di biodiversità, la fame e la malnutrizione persistenti e un’escalation della crisi della salute pubblica”. Dunque, anche qualora si fosse in dubbio sulle quattro motivazioni precedenti, non si può non cedere di fronte a questi dati.

“Non sono d’accordo con quello che mangi, ma farei di tutto perché tu lo possa mangiare”

Non importa che sia onnivora, vegetariana o vegana, ciò che più conta è che il regime alimentare rappresenti una scelta sostenibile; il concetto di dieta sostenibile viene teorizzato per la prima volta nel lontano 2010. Secondo la FAO «le diete sostenibili sono diete a basso impatto ambientale che contribuiscono alla sicurezza alimentare e nutrizionale nonché a una vita sana per le generazioni presenti e future. Le diete sostenibili concorrono alla protezione e al rispetto della biodiversità e degli ecosistemi, sono culturalmente accettabili, economicamente eque e accessibili, adeguate, sicure e sane sotto il profilo nutrizionale e, contemporaneamente, ottimizzano le risorse naturali e umane». Scegliendo un’alimentazione sostenibile si contribuisce attivamente al raggiungimento di quasi tutti gli obiettivi fissati dall’Agenda 2030, con particolare attenzione per quelli a tutela del clima, dell’uso sostenibile delle risorse e della protezione della vita sul Pianeta.

Mantenere uno stile di vita sano e sostenibile passa attraverso tante scelte, alcune delle quali possono essere fatte fin dalla prossima spesa come ad esempio: la predilezione di prodotti locali, di stagione e qualora fosse possibile con certificazione biologica. Altre scelte potrebbero risultare più difficili, come ad esempio quella di cambiare completamente tipo di alimentazione, Veganuary nasce con l’intento di supportare i primi 31 giorni di questo importante passaggio fornendo uno “starter kit” nei quali sono presenti spunti di riflessione, consigli e ricette.

Nel suo primo libro Carlotta Perego spiega che diventare vegani, o sostenibili, non rende le persone migliori, né conferisce loro una superiorità ed è per questo che è necessario mantenere rispetto e ragionevolezza anche nei confronti di chi non condivide questo pensiero. Operare con garbo è fondamentale, suggerendo scelte che possono far bene a “chi ci circonda” nel senso più ampio possibile, dagli amici che sorbiscono i nostri consigli a tutti gli esseri viventi che condividono con noi il destino della Terra. Infatti; ogni volta che qualcuno si avvicina al mondo dell’alimentazione sostenibile anche solo per la curiosità suscitata o perché coinvolti dalla gentilezza, è possibile dire che è stata compiuta un’azione concreta per salvare il Pianeta.

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Formula E vs Formula 1: il futuro sostenibile dello sport automobilistico

Il 26 febbraio riprenderà il settimo campionato mondiale di Formula E, la competizione sportiva con protagoniste monoposto da corsa.

Qual è la particolarità di queste vetture? Principalmente il fatto che siano provviste di motore elettrico.

Che cos’è la Formula E?

La Formula E è la prima competizione automobilistica che coinvolge monoposto totalmente elettriche.

È stata introdotta nel mondo dello sport nel 2014 dalla FIA, la Federazione Internazionale dell’Automobile, con lo scopo di realizzare obiettivi a lungo termine focalizzati sulla salvaguardia dell’ambiente.

I campionati mondiali di Formula E si svolgono ogni anno in numerose città in tutto il mondo, nello specifico non in circuiti chiusi ma tre le strade dei loro centri abitati.

Ciò è possibile grazie al fatto che, essendo vetture elettriche, non inquinano e possono quindi gareggiare liberamente anche nei centri urbani.

Si tratta di uno sport che sta riscontrando sempre più successo, soprattutto in questi ultimi tempi in cui la questione ambientale è fortunatamente al centro di numerosi dibattiti.

I creatori di Formula E si sono da sempre prefissati un obiettivo principale, identificabile con il loro motto: “to race, but leave no trace”.

I tifosi, infatti, possono divertirsi e vivere le emozioni suscitate da questo sport dinamico e ricco di adrenalina che allo stesso tempo rispetta l’ambiente e contribuisce alla lotta contro il cambiamento climatico.

Oggi siamo in grado di affermare che Formula E ha veramente raggiunto il suo obiettivo: la compagnia ha recentemente annunciato con orgoglio sui propri canali social che in questi primi 6 anni di competizioni, la Formula E è stata il primo sport automobilistico al mondo ad aver causato zero emissioni di carbonio sin dal suo principio.  

I report ufficiali possono soltanto confermare questa splendida affermazione: https://www.fiaformulae.com/en/discover/sustainability/reports-recognitions?_ga=2.85000665.1549595519.1609441130-1445400497.1591190955

Inoltre, è sempre più frequente la volontà di molti piloti e organizzazioni sportive di entrare a far parte di questa competizione.

Proprio in questi giorni infatti, la scuderia McLaren, storica squadra della Formula 1, ha annunciato attraverso i propri canali di comunicazione una novità sul suo futuro che ha suscitato molto stupore tra i tifosi: la compagnia ha infatti firmato un’opzione che prevede il suo potenziale ingresso in Formula E a partire dalla nona stagione, dato che, come comunicato dal CEO Zak Brown, è da tempo che stanno attentamente osservando gli sviluppi e i progressi di questo sport rivoluzionario e sono prossimi a prendere una decisione ufficiale in merito al loro coinvolgimento nella competizione.

La notizia ufficiale pubblicata sul loro sito: https://www.mclaren.com/racing/inside-the-mtc/mclaren-racing-signs-option-formula-e-season-nine-entry/

Questa è la breve storia di uno sport automobilistico innovativo che si impegna a raggiungere nei prossimi anni altri importanti traguardi, in modo tale da contribuire in maniera sempre più evidente alla creazione di futuro migliore per tutti!

La Formula 1 rischia di perdere il suo prestigio?

Di fronte ad alternative più innovative e sostenibili, gli sport automobilistici ai quali siamo abituati, come l’intramontabile Formula 1, rischiano di subire sempre più critiche a causa del mancato impegno in questioni che al giorno d’oggi dovrebbero essere di primaria importanza.

Affermare, per esempio, che tali organizzazioni non cerchino soluzioni alternative per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico è sicuramento estremo.

Un anno fa la stessa Formula 1, sport che ha alle spalle più di 70 anni di storia, ha espresso la volontà di raggiungere degli obiettivi a lungo termine previsti per il 2030.

Gli organizzatori si impegnano infatti a raggiungere, entro il termine stabilito, zero emissioni di carbonio per mezzo dell’utilizzo di carburante sostenibile.

Recentemente la compagnia ha pubblicato in aggiunta un comunicato in cui ha esposto i traguardi raggiunti durante l’ultimo anno, tra cui: la riduzione dell’impronta di carbonio della vettura durante le attività svolte sui circuiti, il miglioramento della logistica dei viaggi compiuti per recarsi verso le mete del campionato e l’utilizzo di energia rinnovabile per tutti i lavori svolti in uffici, strutture e fabbriche.

Gli aggiornamenti completi forniti dalla compagnia accompagnati da nuovi obiettivi: https://corp.formula1.com/formula-1-update-on-sustainability-progress/

Attraverso queste azioni, Formula 1 ha dimostrato serietà e impegno nella formulazione di un piano di sostenibilità efficace che le permetterebbe di continuare a svolgere i propri campionati nel rispetto dell’ambiente.

Nell’ultimo periodo ci siamo resi conto di quanto sia diventato davvero importante cambiare le nostre abitudini e stili di vita per ridurre l’inquinamento e costruire un futuro più sostenibile.

Gli sport automobilistici cercano di dare il proprio contributo in questo processo che dovrebbe coinvolgere tutti, tramite la creazione di piani personalizzati che hanno la finalità di superare molti traguardi legati alla salvaguardia dell’ambiente.

Inoltre, si impegnano a coinvolgere e sensibilizzare i propri tifosi dando il buon esempio e dimostrando che con consapevolezza, senso di responsabilità e molto lavoro è possibile migliorare continuamente.

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Biovaproject: dal pane invenduto alla birra, un brindisi contro lo spreco alimentare

Andare a prendere il pane invenduto dal panettiere locale o al supermercato, macinarlo e ricavarne birra che poi verrà venduta negli stessi negozi che hanno fornito il loro pane avanzato. Questo è ciò che da un anno a questa parte fanno i ragazzi di Biova, una startup piemontese che ha dichiarato lotta allo spreco alimentare con il motto: “la birra non avanza mai, il pane purtroppo sì” e i numeri lo possono confermare: 1300 tonnellate di pane avanza in tutta Italia ogni giorno.

Abbiamo deciso di intervistare Franco Dipietro, Founder e CEO di BiovaProject che ci ha raccontato come è iniziato questo progetto di economia circolare, come si immaginano in futuro, ma anche le difficoltà che un’iniziativa impegnativa quale una startup possono portare.

Franco, domanda semplice per iniziare, sempre presente quando si parla di idee innovative, come vi è venuto in mente questo progetto?

“L’idea è arrivata pian piano a partire da un percorso di comunicazione e marketing che abbiamo portato avanti negli ultimi anni verso delle onlus, cominciando a frequentare il loro ambiente, nella fattispecie quelle che si occupano del recupero alimentare. é stato proprio da lì che abbiamo capito l’enormità della questione, nello specifico di quella del pane considerato da sempre l’incubo di queste organizzazioni dato che purtroppo ne avanza tantissimo ed è molto difficile da rimpiazzare in beneficenza, anche regalandolo non si riesce a non buttarne via, data l’inimmaginabile quantità. Fatte queste osservazioni, sapendo che esiste un modo per fare birra dal pane, abbiamo semplicemente unito le due cose creando un modello di business capace di andare a recuperare questi sprechi.”

Quali sono le difficoltà maggiori che state affrontando o che avete affrontato?

“La difficoltà non è assolutamente quella di trovare pane avanzato, come ho detto ce n’è tantissimo e fare la birra da esso di per sé non è un problema, la vera difficoltà è fare in modo che arrivi in tempo utile, andando ad intercettarlo al momento giusto per essere trasformato e quello è ciò che va studiato e messo in regola, proprio questa è la forza di Biova Project: andare a perfezionare il modello logistico di recupero, ancora in sviluppo.”

Avete degli obiettivi a lungo termine? Come vi vedete tra 10 anni?

“Per il momento stiamo operando nel nord-ovest dell’Italia tra Piemonte, Liguria e Lombardia, molto di più di alcuni nostri competitor che lo fanno a livello di quartiere, noi facciamo anche quello, ma cercando di espanderlo ad un livello più ampio. Se vogliamo guardare sul lungo termine, il nostro piano chiaramente è aumentare il valore della società e la sua capacità di recupero, l’obiettivo principale per noi è “salvarne” il più possibile, ci piacerebbe ampliarci, prima sul territorio nazionale e poi, perchè no, in futuro anche internazionale, insomma siamo un po’ all’inizio per dirlo ma l’idea c’è.”

Hai un’avventura da startupper, un momento particolare di questa crescita che porti nel cuore?

“Anche se siamo ancora agli albori, penso che la cosa più bella sia l’interesse che si è creato sia a livello di istituzioni, sia a livello dei singoli; il piacere vero è quando ti scrivono ragazzi come te a cui piacerebbe intervistarci ritenendo che l’idea sia bella, e per fortuna di persone così ce ne sono tante, questa è la soddisfazione principale per adesso; perchè posso assicurare che portare avanti una startup vuol dire avere 10 milioni di problemi attorno.”

Quali sono stati se ne avete ricevuti, i no di questa vostra avventura?

“Non abbiamo ricevuto pareri sconfortanti, sotto questo punto di vista, anzi, sono tutti molto disponibili ad aiutare, l’argomento alla fine è incontestabile. Capita però, a volte, di incontrare qualcuno che la vede solo dal punto di vista puramente economico e non gli interessa davvero l’ideale, magari ti ascolta per il progetto e poi lo fa alle spalle, in un’ottica totalmente diversa dunque. La parte più fastidiosa è forse questa perchè frazionare il progetto significa farlo funzionare meno, non di più e ciò va contro la nostra missione.”

Il lavoro da fare è ancora tanto, ma le soddisfazioni stanno arrivando: Biova è tra le migliori startup italiane di quest’anno, tra le prime 77 della classifica di B-Heroes definite “le magnifiche 77” e ancora con tanti obiettivi davanti. Iniziative come questa fanno capire come ci sia molta voglia di cambiare alcune abitudini dannose per l’economia e l’ambiente, come la questione dello spreco, ce la faremo dunque a ridurlo sempre di più?

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Pedalare sulla Notte Stellata di Van Gogh: arte ed ecosostenibilità

Vicino Eindohoven, in Olanda, precisamente nella cittadina di Nuenen, è stata realizzata una pista ciclabile illuminata da ciottoli fosforescenti incorporati nel manto stradale, i quali di giorno assorbono la luce solare per poi rilasciarla di notte illuminando il percorso. L’effetto voluto è quello di ricreare l’atmosfera della celeberrima opera d’arte “La notte stellata” dell’artista olandese Van Gogh, omaggiando così la sua arte in uno dei luoghi in cui l’artista stesso ha vissuto un periodo della sua vita.

Van Gogh path

Nata dall’idea del designer olandese Daan Roosegaarde, “Van Gogh Path” è il nome di questa innovativa pista ciclabile, progettata in occasione del “Van Gogh 2015 International Theme Year” dedicato ai 125 anni dalla scomparsa dell’artista e successivamente inaugurata il 13 novembre dello stesso anno. Daan Roosegaarde, con la collaborazione di Heijmans Infrastructure, è riuscito a realizzare un asfalto smart con macchine road printer: le luci sono interattive, la vernice utilizzata è dinamica, si ricarica durante il giorno e la sua autonomia può arrivare fino ad 8 ore. La strada, lunga un chilometro, è stata realizzata con migliaia di pietre scintillanti dotate di luci a LED ad energia solare e di tecnologia glow-in-the-dark. Di notte, la pista si illumina offrendo uno spettacolo mozzafiato, gradito da turisti, residenti e soprattutto dai ciclisti. Dotata di ulteriori luci a LED in alcuni punti del percorso che garantiscono luce supplementare nel caso in cui le pietre non si siano caricate a sufficienza durante il giorno, la sua illuminazione non interferisce con l’ambiente circostante, né reca disturbi visivi ai ciclisti stessi, i quali si ritrovano immersi in una pedalata sulle stelle di Van Gogh.  Aggiungendosi alla pista già esistente lunga 335 chilometri, questo nuovo tratto collega due mulini a vento, in un percorso che permette di visitare i luoghi della vita del noto artista olandese.

Smart highway…

Quest’opera è la seconda di cinque segmenti che rientrano nel progetto “Smart Highway” dello Studio Roosegaarde, laboratorio di progettazione sociale che con il suo team di designer ed ingegneri professionisti ha sede in Olanda e a Shangai. L’obiettivo è quello di rendere le strade intelligenti, interattive e rispettose dell’ambiente, sfruttando la luce del sole, l’energia e la segnaletica stradale.

…e tecno-poesia

Il risultato di questo lavoro? Una pista ciclabile innovativa ed ecosostenibile, che combina arte e sostenibilità ambientale, attraverso soluzioni tecnologiche all’avanguardia, promuovendo ancora una volta la mobilità eco-sostenibile con l’utilizzo delle biciclette, tipiche dell’Olanda. Tutto ciò viene definito dall’artista e designer “tecno-poesia”, ovvero la tecnologia combinata con l’esperienza attiva.

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Cosa sono le CBDC, il nuovo strumento delle Banche Centrali

Questo anno le più importanti banche centrali hanno accelerato nella direzione dell’emissione di una propria moneta digitale.

Un fenomeno prevedibile, dato che già da alcuni anni e in particolare dopo la crisi finanziaria del 2008 stiamo assistendo all’introduzione di strumenti di pagamento alternativi alle banconote quali i Bitcoin e altre cripto valute (o valute virtuali) che non sono emesse da banche centrali né sono da loro regolamentate, dipendono infatti da un sistema crittografato, le transazioni sono registrate in un libro mastro condiviso in rete (meccanismo alla base della blockchain) e il loro valore varia in base alla domanda e all’offerta. Vengono utilizzate sia come mezzo di pagamento che riserva di valore. Gli scambi di queste valute avvengono però in anonimato e ciò comporta il rischio che possano essere utilizzate per riciclaggio, pagamenti in nero e traffici illeciti.

Come riportato da Alberto Monteverdi in una nota per l’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, da alcuni anni le banche centrali valutano l’emissione di una moneta di banca centrale digitale, avente quindi corso legale al contrario delle valute virtuali, da rendere disponibile a cittadini e imprese e attualmente sono in corso vari progetti di studio e sperimentazione.

Europa – BCE

La Banca Centrale Europea ha avviato una consultazione pubblica che termina il 13 gennaio per raccogliere pareri e suggerimenti da istituzioni, cittadini ed esperti del settore finanziario in vista di una possibile sperimentazione pratica da avviare nel 2021 per verificarne la fattibilità tecnica. Sul sito ufficiale si evince che l’obiettivo della BCE è quello di introdurre una moneta digitale che affianchi il contante e i depositi, che permetta di creare sinergie con il settore dei pagamenti, che sostenga il processo di digitalizzazione nell’economia europea, che sia inclusiva permettendo anche a chi non possiede un conto corrente di potervi accedere ed evitare l’utilizzo di strumenti di pagamento non regolamentati o il ricorso a valute estere.

Stati Uniti – FED

Lael Brainard, economista e membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve, ha tenuto un discorso nel quale afferma come i Bitcoin e le altre valute virtuali abbiano sollevato questioni sulla salvaguardia delle norme e della legalità, sulla stabilità finanziaria, la privacy e in oriente la Cina si sta muovendo rapidamente verso l’introduzione di una sua moneta digitale. Considerati tutti questi cambiamenti, la FED sta conducendo ricerche ed esperimenti per una sua CBDC (central bank digital currency) che possa offrire maggior velocità ed efficienza nei pagamenti, una maggiore inclusività finanziaria e minori costi per gli utenti finali, ricordando l’importanza che ha il dollaro a livello globale. È attualmente in corso una collaborazione tra la Federal Reserve di Boston e i ricercatori del Massachussetts Institute of Technology per esplorare l’uso di tecnologie nuove ed esistenti, oltre a collaborazioni con altre banche centrali e il BIS Innovation Hub per condividere ricerca ed esperienze dal momento che i sistemi finanziari globali sono estremamente legati gli uni con gli altri.

Gli Stati Uniti non puntano sulla velocità, e lo sottolinea il presidente della FED Jerome Powell in una videoconferenza tenuta dal FMI: “È più importante per gli Stati Uniti fare bene che fare per primi”.

Svezia – RIKSBANK

Anche la Banca Centrale della Svezia ha avviato un progetto pilota di sperimentazione per la sua e-krona (corona digitale) che si basa sulla tecnologia della blockchain, in collaborazione con la nota compagnia di consulenza Accenture e che terminerà a fine febbraio 2021.

Cina – PBC

Dopo anni di ricerca la Cina questo anno ha avviato una sperimentazione per uno Yuan digitale in alcune città del paese, offrendo un bonus per gli acquisti in alcuni negozi per incentivare l’uso di strumenti di pagamento elettronici tra i cittadini. I cinesi utilizzano ampiamente e da tempo strumenti di pagamento elettronici come le popolari piattaforme Alipay e WeChat Pay ma essendo in mano a privati sfuggono al pieno controllo del governo. La CNN afferma in un articolo che gli obiettivi della Cina sono essenzialmente controllare ulteriormente come i cinesi spendono i loro soldi, sorvegliare l’economia e la società, svincolarsi dalla stretta che gli Stati Uniti hanno sul sistema finanziario globale. E spera che una moneta digitale possa adempiere a tutto ciò.

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Concerti 2.0 é possibile gustarsi la musica in epoca di distanziamento?

In tempi di pandemia, ciò di cui si sente maggiormente la mancanza sono i momenti di svago, è possibile ritrovare quegli attimi dedicati al solo piacere di ascoltare la musica?

Dal punto di vista dell’ascoltatore, la via più immediata per rimanere in contatto coi propri artisti preferiti sono i social network come Facebook o Instagram.

Grazie agli strumenti messi a disposizione dalle varie piattaforme, come ad esempio la sezione domande delle instagram stories, possono nascere interazioni dirette tra il fan e l’artista.

Cosa che durante i concerti invece non è possibile, perché l’artista si interfaccia col proprio seguito in maniera collettiva, mentre nei social network l’interazione avviene con tanto di nomi e cognomi, quindi diventa automaticamente più personale.

Concerti in streaming : Fino a che punto la tecnologia può sostituire l’interazione umana?

A-Live é l’applicazione che cerca di riprodurre il più fedelmente possibile l’esperienza del concerto, sia per gli spettatori che per gli artisti.

L’aspetto più interessante di questa applicazione dal punto di vista dell’artista è la possibilità di interagire col pubblico, ricreando a tutti gli effetti una platea virtuale,che partecipa attivamente all’evento.

Si possono organizzare tour virtuali per rimanere a contatto con le vare community, il servizio di geolocalizzazione permette di filtrare l’evento per aree geografiche, e questo permette di simulare l’emozione che provano i fans quando sanno che il gruppo suonerà in quella particolare città.

All’inizio o alla fine dell’evento è inoltre possibile creare stanze virtuali per incontrare i fan, emulando l’esperienza dei meet and greet oppure la casualità di incontrare qualche membro che sta firmando autografi.

Il vero divertimento di questa app però è tutto dedicato allo spettatore:i social buttons  permettono di ricreare quelle interazioni che nate spontaneamente dal pubblico per manifestare tutto l’entusiasmo e l’energia del momento.

In primo luogo é possibile scattare selfie direttamente dall’applicazione, ed essi saranno poi trasmessi sul videowall del palco, proprio a fianco dell’artista.

L’opzione clapping permette di simulare il suono del battito delle mani e della folla che applaude.

Per simulare l’iconico gesto dell’accendino acceso durante il concerto, vi è l’azione dedicata che aumenta e diminuire la luminosità della foto dell’utente e trasmette il tutto sullo videowall del concerto.

Due eventi si sono potuti svolgere grazie a questa applicazione:

Lo scorso 6 settembre, all’Arena di Verona, si è tenuto Heroes, un evento che ha coinvolto ben 34 artisti di musica italiana ed è durato cinque ore.

Il nome dell’evento è ispirato all’iconico brano di David Bowie, ha coinvolto artisti come Achille Lauro, Fedez, Coez, Marracash, Nitro, i Pinguini Tattici Nucleari e tanti altri.

Il ricavato dell’evento è stato devoluto a sostegno di tutti i lavoratori dell’industria musicale come gesto di solidarietà.

Anche i Lacuna Coil hanno voluto aggregarsi a questa iniziativa e riportare qualche evento nella scena Metal italiana.

Black Anima: Live from the Apocalypse questo è l’evento creato in occasione dell’anniversario dell’omonimo album.

La band ha suonato live all’Alcatraz di Milano, ed è stato un vero e proprio concerto, con tanto di luci e scenografia sul palco, e tramite dei tecnici specializzati in suono e streaming, si è cercato di rendere verosimile l’esperienza come se il pubblico fosse davvero presente.

Il pubblico invece riguardo i concerti in streaming ha opinioni discordanti, c’è chi ritiene che l’esperienza un mero placebo e aspetta di godersi la musica dal vivo, e chi invece si accontenta dello streaming in quanto non ci sono alternative migliori.

Concerti Drive In

Keith Urban negli Stati Uniti prova a proporre questa modalità alternativa di vivere l’esperienza della musica dal vivo e si propone in maniera inaspettata.

Il cantante country a sorpresa di tutti, lo scorso maggio, ha deciso di organizzare un concerto drive in a Nashville per ringraziare i medici e tutti coloro che lavorano nel settore della salute.

L’evento ha coinvolto 120 vetture e 200 spettatori, l’intento era provare a riportare in auge una modalità di intendere gli eventi che in epoca di distanziamento sociale potrebbe risollevare gli animi degli spettatori.

Attualmente in Italia non si è ancora assistito ad iniziative di questo genere, ma niente esclude che non si possa verificare in futuro.

Come potrebbero reagire i fan a questa proposta?

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Ambiente, società e tecnologia

Golee, la soluzione per la trasformazione digitale del calcio: intervista a Felice Biancardi

Sul nostro magazine oggi vogliamo riportarvi l’intervista a Federico Biancardi, Presidente e Co-fouder di Golee, startup innovativa vincitrice già di diversi premi, tra i quali il Qatar Sportstech 2019 e la Startup Competition 2020 di Confindustria Giovani Nazionale, e il cui obiettivo consiste nell’accelerare la digital trasformation del mondo del calcio.

Felice, iniziamo con il delineare il contesto all’interno del quale agite: com’è composto, quali sono gli elementi che lo caratterizzano/contraddistinguono e quali sono le sue criticità?

“Noi oggi siamo verticali nel mondo del calcio. Bisogna considerare che il 95% delle società sportive non ha accesso a tecnologia per il loro lavoro quotidiano. Questo vuol dire che la maggior parte delle innovazioni sono per le società grosse della Serie A: hanno dai droni alle webcam che costano centinaia di euro a magari partner o fornitori come Microsoft o Oracle, quindi grandissimi brand. Per il resto del mercato c’è davvero poco e pochissime startup o aziende che occupano dei servizi che aiutano appunto queste società a digitalizzarsi e a strutturare meglio la loro operatività quotidiana. Abbiamo pertanto creato una piattaforma che digitalizza tutte le operazioni amministrative, quindi tutto quello che viene fatto in segreteria dalla mattina alla sera, le attività finanziarie (la gestione delle entrate e delle uscite, il bilancio prima nota, ricevute, fatture), operazioni marketing e la parte sportiva. Sportiva intende tutte quelle attività legate al campo che ad oggi vengono gestite, un po’ come tutto il resto, con carta e penna o al massimo su Excel.”

Quali sono stati gli effetti del Covid-19 su questo settore?

Come si è visto quest’anno la maggior parte del mondo dello sport si è fermata, a parte la Serie A che comunque ha subito grossi danni. Le società sportive, senza più introiti, in tantissime sono fallite e altre semplicemente non possono lavorare. Ci sono ragazzi che non giocano a calcio da febbraio dell’anno scorso. Il settore è stato completamente stravolto e ammazzato dal virus, in attesa di riprendersi, come un po’ tutte le società sportive di qualunque tipologia di sport. A parte alcuni sport individuali, per brevi periodi, è stata veramente una mazzata.

Cosa vi differenzia rispetto ad altri soggetti operanti nel settore?

La maggior parte delle realtà offre servizi diversi, non tanto alle associazioni sportive quanto ai grandi club di Serie A, della Premier o della Liga. Nel nostro mondo, il famoso 95% di tutte le società, ci sono pochissime realtà che offrono servizi digitali e spesso sono molto verticali in specifiche attività. Noi invece integriamo in un’unica piattaforma un gestionale amministrativo, sportivo e finanziario, siti web automatizzati, e-commerce pronti all’uso, applicazioni per allenatori e per atleti. Il vantaggio, ovviamente, è che riusciamo ad avere economie di scala abbastanza elevate, più rapidi nell’acquisizione del cliente ed un pubblico più ampio di clienti. Inoltre, la società sportiva si trova più a suo agio con un unico fornitore, che garantisce un servizio qualitativamente più alto e servizi integrati tra loro. È un approccio alla Microsoft, diciamo.”

Quante società sportive avete raggiunto fino ad ora?

Da settembre 2018, momento in cui abbiamo lanciato la piattaforma a livello commerciale, abbiamo raggiunto 1400 società sportive, che vuol dire il 10% del mercato calcistico italiano, di cui l’85% l’abbiamo ottenuto durante il Covid. L’impennata in questa fase è data fondamentalmente dal fatto che abilitiamo le società sportive a poter lavorare da remoto. Di solito sono abituati a fare tutto quanto con carta e penna o utilizzando Excel, poi da un giorno all’altro si ritrovano a dover stare a casa. Come fanno a lavorare? Noi eliminiamo completamente i passaggi cartacei per le loro attività e gli diamo la possibilità di comunicare con tesserati, genitori e tifosi.”

Qual è la vostra strategia di comunicazione?

“Abbiamo diversi canali. Il primo canale di comunicazione è sicuramente la Federazione. Abbiamo delle partnership esclusive con federazioni della FIGC locali. Li sponsorizziamo, gli diamo gli strumenti per comunicare con le società sportive e tutte le società sportive in una determinata zona geografica che hanno Golee possono interagire e scambiare documenti con la propria federazione. Questo è il modo per noi per avere tanta pubblicità e per far sì che addirittura le federazioni usino il nostro programma. Inoltre, facciamo molta pubblicità online. Il marketing online è un qualcosa che pensavamo che in questo mondo all’inizio non avesse tanto spazio. In verità dall’ultimo anno, grazie al Covid, tutti quanti hanno imparato ad utilizzare un computer. Sembra assurdo ma è così: molti non usavano o non sapevano neanche cosa fosse Zoom invece adesso tutti quanti, presidenti e società, sanno usarlo. Il marketing online va molto bene e a costi bassissimi riusciamo a fare una bella penetrazione di mercato, con un boarding medio di almeno 25 società al mese soltanto dal marketing online che comunque abbiamo sperimentato da poco e abbiamo iniziato e stiamo perfezionando.

Il terzo canale di comunicazione è rappresentato dalle collaborazioni con terze parti, come Tuttocampo, Calciatori Brutti o altri partner o giornali locali con i quali facciamo del marketing più social o geo-localizzato, in maniera diversa in base anche ai prodotti che abbiamo.”

Quali difficoltà e/o resistenze avete riscontrato e state riscontrando durante il vostro percorso?

“In termini di difficoltà, bisogna considerare il fatto che il mondo dello sport è molto arretrato e costituito da volontari. Persone che non sono abituate a lavorare in maniera professionale e quindi i nostri strumenti inizialmente possono non essere capiti. Bisogna spiegarlo con un attimo di pazienza, poi quando lo capiscono sono entusiasti.  È come mio padre che fino a qualche anno fa mi diceva: “Felice, ma tanto è inutile, io l’iphone non lo utilizzerò mai, il telefono lo uso solo per le chiamate” invece oggi mio padre usa l’iphone più di me. Diciamo pertanto che la prima barriera è data dal non sapere che ci sono strumenti digitali, come dovrebbero essere utilizzati o quali sono i benefici.

Il 30 Novembre 2020 avete lanciato una campagna di crowdfunding su Backtowork: come investirete le risorse raccolte?

“La campagna l’abbiamo chiusa prima di Natale, in 20 giorni. In verità questa è soltanto una parte dei soldi che vogliamo raccogliere, però ci ha fatto tantissima pubblicità che ci serviva anche per una questione di marketing. Le risorse raccolte saranno spese soprattutto nel 2021 per due obiettivi. Uno è sicuramente il consolidamento del team, in quanto abbiamo bisogno di una batteria di programmatori più ampia e abbiamo bisogno di maggior budget per venditori. Conseguente anche al prendere nuovi programmatori sarà sicuramente il prodotto. Dobbiamo sviluppare delle parti del prodotto che sono molto avanzate, come i sistemi di pagamento: consentire a tutte le nostre associazioni sportive di far pagare i loro tesserati non più con bonifici o in cash, ma dando a tutti la possibilità di pagare con la carta di credito, tramite addebito diretto, pagamento a rate, farli pagare in maniera semestrale.

L’integrazione di marketplace, quindi il poter agire da distributori per le nostre società e vendere digitalmente centinaia di prodotti che acquistano loro tutti gli anni: palloni, conetti, porte, gli strumenti per i portieri, guantoni, sacche sportive. Agendo da distributore, riusciamo ad avere un rapporto qualità prezzo migliore.

In merito invece al futuro, quali sono le vostre prospettive a livello nazionale ed internazionale? State anche pensando di esplorare altri sport?

“A livello nazionale, entro fine 2021, vogliamo arrivare ad almeno 5 mila società sportive. Questo ci permetterà di essere, a livello di numeri, il più grande in Europa nel nostro settore. Come prospettive europee, quest’anno sarà la conquista dell’Italia e verso fine 2021 inizieremo a redigere delle strategie di internazionalizzazione che andranno intorno al mercato spagnolo, portoghese e francese. Ad oggi abbiamo iniziato dal calcio perché, in termini di numeri, è più grosso di tutti gli altri sport messi insieme. L’effort che abbiamo per entrare nel mondo del calcio è sì paragonabile agli altri sport però, come detto, ci porta molti più numeri e pertanto, anche per una questione di dispersione delle energie, siamo focalizzati su questa verticale.

Questo non vuol dire che non apriremo ad altri sport. La nostra piattaforma in verità già è pensata e ha già funzionalità multisport. Non lo stiamo spingendo perché non ci conviene, in termini di costi-benefici, però lo faremo sicuramente a breve, non so se quest’anno o l’anno prossimo.”

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Ambiente, società e tecnologia

Revenge porn: ecco perché la vendetta non c’entra

La Bibbia, Phica.net, chat Telegram dai titoli inquietanti: sto parlando del mondo proibito dell’ossessiva ed illecita sessualizzazione del corpo femminile. Mi addentro nello straziante labirinto di cartelle, link ed album, tutti accuratamente suddivisi ed organizzati al fine di una semplice e comoda fruizione. A, B, C, D, leggo tutte le cartelle finché non trovo quella con la mia iniziale. Scorro una, due, tre, cento pagine finché non trovo il mio nome. Eccolo: imponente, inquisitorio, scritto in un font tutto in maiuscolo che mi richiama all’attenzione. Doppio click e apro il file. Sul mio schermo compaiono centinaia di foto, video, immagini di volti femminili, foto innocue, momenti intimi, persone violate, anime tradite e disumanizzate. La mia faccia, comunque, non c’era: non io, non oggi. E se non io, chi allora? Ma soprattutto: perché?

Nelle ultime settimane si è scatenato un fenomeno mediatico rivoluzionario che ha travolto gran parte del web ed ha finalmente dato voce e visibilità a tutte quelle dinamiche discriminatorie a cui le donne sono sistematicamente soggette da secoli e che, per troppo tempo, sono rimaste nell’ombra.

Da Chiara Ferragni a Claudio Marchisio, centinaia di influencer, attivisti e persone comuni si sono esposte su giornali e piattaforme social invocando una presa di coscienza collettiva in campo di discriminazione di genere e dignità della donna affinché, prima tra tutte, la feroce e vile pratica del revenge porn possa giungere ad un epilogo.

Le parole dell’imprenditrice digitale Chiara Ferragni, che su Instagram conta attualmente 22 milioni di followers, colgono perfettamente l’urgenza e la necessità di un cambiamento radicale in merito all’impostazione patriarcale alla base della nostra società. “Usando il potente megafono di Instagram”, come lo definisce anche l’HuffingtonPost, l’imprenditrice ha agito da importante cassa di risonanza rendendo fruibili concetti e terminologie finora obsoleti, richiamando gli uomini e le donne alle loro responsabilità ed esprimendo in modo conciso l’estremo bisogno di una differente narrazione dei fatti di cronaca che coinvolgono violenza di genere e revenge porn.

Il “revenge porn” è un’espressione mediatica utilizzata per descrivere la pratica della diffusione di immagini e video intimi senza il consenso delle persone coinvolte. Letteralmente significa “vendetta pornografica” ma di fatto le cause e gli effetti di questo complesso meccanismo si spingono ben oltre la semplice voglia di vendicarsi, per esempio del proprio partner, attraverso la divulgazione di sue foto intime o private.

I motivi socioculturali che portano una persona a violare l’intimità di un’altra senza il suo consenso, esponendola così alla gogna mediatica e condannandola a danni irreversibili, sono molto più profondi di quanto si possa pensare. Il revenge porn, come apprenderemo, non si limita alla vendetta personale ma affonda le basi della sua stessa esistenza su concetti quali la cultura dello stupro ed il victim-blaming, di cui facciamo troppo spesso esperienza attraverso le narrazioni giornalistiche.

Lo scorso aprile questo feroce fenomeno, attraverso la denuncia delle chat Telegram, ha sicuramente mostrato uno dei suoi volti più tragici e oscuri.

Il caso Telegram: la punta dell’iceberg

Durante il periodo di lockdown dovuto alla pandemia causata dal Coronavirus, i casi di revenge porn sono drasticamente aumentati, o meglio, ne è esponenzialmente aumentata la denuncia pubblica. Come riferisce anche l’editoriale Domani, secondo un recente rapporto è emerso che in Italia il revenge porn riguarda 6 milioni di persone. Il motivo di questa sovraesposizione inaspettata è dovuto al fatto che nei primi giorni dello scorso aprile è letteralmente esploso il caso mediatico dei “gruppi Telegram“: chat in cui si praticava la divulgazione di materiale pedopornografico, intimo o privato, ma non solo. Telegram infatti è un’applicazione di messaggistica istantanea che, tra le varie funzioni, possiede anche quella di poter creare dei gruppi che possono contare fino a decine di migliaia di partecipanti. In alcuni di questi gruppi, utenti con falsi nickname non tracciabili barattavano immagini e video intimi girati o reperiti senza il consenso dei coinvolti in cambio di particolari “tributi”. Gli utenti si scambiavano fotografie di bambine, ragazze, donne come fossero figurine dei Calciatori Panini. In altri casi, si divertivano ad estorcere ingenue foto di figli e figlie, mettendo le immagini alla mercé del branco di uomini affamati che popolava la chat. Si possono intuire ovviamente i profondi danni psicologici, fisici, occupazionali e relazionali causati alle vittime di questo accanimento insensato, per non parlare dei casi di suicidio. Le migliaia di utenti, per la quasi totalità uomini, che partecipavano a questi gruppi distruggevano violentemente una ad una le loro vittime, attraverso pratiche mortificanti, umilianti e disumane. Le prede preferite del branco erano (e rimangono) prevalentemente persone di sesso femminile, ostaggio di sconosciuti indipendentemente dalla loro età o dalla tipologia del materiale fotografico in cui si trovavano coinvolte. Le modalità di diffusione di questi contenuti all’interno delle chat, inoltre, si sono rivelate così violente e maniacali che, in pochi giorni, le pagine social sono state letteralmente invase da notizie ed informazioni che hanno contribuito a denunciare a gran voce ciò che effettivamente stava accadendo su altre piattaforme: uno stupro di gruppo virtuale.

Una volta compresa la gravità della situazione, però, gli interrogativi sono ancora molti: perché le vittime sono principalmente donne? Che ruolo hanno umiliazione, colpa e vergogna? Perché sul corpo della donna grava ancora la dicotomia sacralità/usurpazione?  Cosa c’è di sbagliato nel farsi una foto intima? Ma soprattutto, perché c’è ancora così tanta differenza tra la trattazione dell’erotismo maschile e quello femminile?

Lo scandalo dei gruppi Telegram non è altro che la punta dell’iceberg di un sistema malato e di una cultura più complessa di quanto pensiamo. La società contemporanea, frutto di un’impostazione patriarcale, è dilaniata da etichette e pregiudizi che generano squilibri di potere, violenza di genere e discriminazioni.

Il tabù della sessualità femminile: tra desiderio e vergogna

Le motivazioni che portano all’affermarsi della pratica del revenge porn sono sicuramente molte e variegate ma tutte traggono le proprie origini da un bacino culturale in cui tabù e stereotipi sono all’ordine del giorno, in particolare modo nei confronti di una sessualità femminile giudicata “non conforme” ai canoni socialmente imposti.

Occorre comunque sottolineare che da questo truce e mortificante meccanismo non sono esenti gli uomini. Secondo i dati più recenti infatti, quasi per il 90% dei casi le vittime di revenge porn sono donne, mentre il restante 10% si tratta di uomini. Le modalità e le motivazioni tramite cui questo avviene però sono estremamente differenti nei due sessi.

Il revenge porn contro le donne si basa infatti su un’intrinseca mortificazione e repressione del desiderio erotico femminile, il quale è percepito come qualcosa di sbagliato e scandaloso. Le donne sono quindi soggette all’umiliazione e alla vergogna pubblica a causa di un rapporto con l’intimità che non ha niente di colpevolizzante o vergognoso se non il fatto stesso di esistere. I motivi per cui invece gli uomini diventano vittime di revenge porn sono ben diversi: questi infatti sono soggetti a ricatto, disprezzo ed umiliazione a causa della fragilità della propria sessualità rispetto allo stereotipo dell’uomo-macho (frutto del patriarcato) e non per il desiderio erotico in sé, che invece è considerato giusto e naturale per l’uomo.

Questa analisi si traduce nel diverso modo in cui tutt’oggi giudichiamo la foto di una ragazza nuda rispetto a quella di un ragazzo nudo: la prima fa scandalo, la seconda generalmente un po’ meno.

Il revenge porn è quindi in primo luogo un fenomeno legato ad un problema di tipo culturale – più che vendicativo – che nel 90% dei casi avviene ai danni di una donna. Alla base di questa incidenza così elevata c’è senza dubbio un rapporto malsano con la concezione della sessualità femminile.

Fin dall’antichità classica infatti, il desiderio femminile era conosciuto e temuto ben prima che si affermasse l’idea cristiana del peccato. La religione ha poi contribuito a diffondere l’immagine della donna peccaminosa e immorale che attenta alla virtù maschile e deve essere governata per reprimere il proprio desiderio. Agli albori del ‘900, è proprio Freud, il padre della psicoanalisi, a condannare il piacere femminile con teorie secondo cui la sessualità femminile si sviluppa attorno alla frustrazione generata dall’assenza del pene.

Tutt’oggi la ricerca in questo campo è rallentata dagli innumerevoli tabù che ancora avvolgono il piacere “dell’altro sesso”, come afferma la giornalista scientifica Paola Emilia Cicerone sulla rivista scientifica Mind.

La sessualizzazione e la vergogna associate al proprio corpo hanno costretto le donne a dover limitare le proprie pulsioni e i propri desideri. Questi presupposti rendono delle foto intime passibili di ricatto ed umiliazione solo perché la persona che vi è ritratta è una donna. Il corpo femminile viene costantemente sessualizzato: una spalla più scoperta diventa volgare, una posizione inusuale diventa provocante, la pelle nuda diventa inadeguata, lo sguardo ammiccante, il seno inopportuno.

Il corpo della donna è un luogo sacro da proteggere e preservare e allo stesso tempo merce di scambio, oggetto a completa disposizione dell’uomo.

In questo modo, da secoli, le donne sono costrette a portarsi dietro ogni giorno un fardello culturale pesantissimo: lo stigma della loro stessa carne.

La cultura dello stupro

Per comprendere a fondo le radici socioculturali del meccanismo perverso ed umiliante alla base del revenge porn, occorre chiarire il significato di “stupro” e della cultura ad esso associata su cui anche la nostra società ha costruito i propri equilibri di potere.

Quella di “cultura dello stupro” è un’espressione utilizzata nell’ambito degli studi di genere per descrivere una cultura nella quale stupro e violenze sessuali sono ritenute socialmente accettabili. Questo processo di progressiva normalizzazione avviene contemporaneamente su più binari. Una posizione rilevante in questo processo è sicuramente assunta dalla comunicazione mediatica che, fin troppo spesso, banalizza e giustifica tali comportamenti contribuendo a rendere la discriminazione di genere prassi quotidiana.

La normalizzazione della violenza di genere avviene concretamente attraverso 3 pratiche di cui facciamo esperienza quotidiana: lo slut-shaming, il victim-blaming e l’oggettificazione del corpo femminile.

Lo slut-shaming (dll’inglese “slut”, puttana, e “shame”, vergogna) è la tendenza a screditare una donna per determinati comportamenti o desideri sessuali considerati non consoni alla norma prevista. Con l’espressione victim-blaming (colpevolizzazione della vittima) si intende il processo psicologico attraverso cui la vittima di una violenza viene considerata responsabile della stessa. Attraverso questo meccanismo, la causa determinante del reato viene spostata dall’uomo aggressore alla vittima. Secondo un’analisi dell’Istat, una persona su 4 in Italia ritiene che un abbigliamento “succinto” possa essere la causa di una violenza sessuale.

L’oggettificazione del corpo femminile è invece l’elemento che fa da trait d’union tra le pratiche sopra citate in quanto consiste nella predisposizione a considerare la donna come mero oggetto atto alla gratificazione sessuale di un uomo. Il corpo femminile può essere umiliato o sfoggiato come un trofeo, a seconda delle circostanze, ma pur sempre al fine di supportare e incrementare la virilità maschile.

Ed è con questa nonchalance, causata dalla secolare interiorizzazione della cultura dello stupro, che la compagnia petrolifera X-Site Energy è giunta, lo scorso marzo, a diffondere degli adesivi in cui si incita lo stupro di Greta Thunberg, attivista ambientalista. La ragazza, appena diciassettenne, è raffigurata mentre viene chiaramente violentata da un uomo che stringe fra le mani le sue trecce. Questa è una delle tante dimostrazioni del fatto che il corpo delle donne continua ad essere considerato una proprietà di dominio maschile e lo stupro la rappresentazione più primitiva dell’oppressione dell’uomo sulla donna, condannata ad un perenne clima del terrore.

Il revenge porn nasce proprio da questi presupposti: l’oggettificazione e la sessualizzazione del proprio corpo costringono le donne non solo a subire continue limitazioni ma le obbligano anche a convivere con la costante paura di poter essere sottomesse o umiliate, in qualsiasi momento e con ogni possibile mezzo a disposizione, che si tratti di violenza fisica o foto intime divulgate senza consenso.

Narrazione e linguaggio come specchio del grado di civiltà di un popolo

La narrazione dei fatti legati alla violenza di genere assorbe completamente gli effetti della cultura dello stupro, tanto che meccanismi quali la colpevolizzazione della vittima o lo slut-shaming finiscono con l’essere elemento fondante della trattazione delle informazioni trasmesse dai mass media.

Dal revenge porn ai femminicidi, i mezzi di comunicazione sfruttano un doppio binario: se da un lato puntano alla colpevolizzazione della vittima (victim-blaming), dall’altro contribuiscono alla vittimizzazione del carnefice, veicolando così una narrazione giustificazionista e distorta che però viene percepita come normale.

Il comportamento maschile viene sempre descritto come conseguenza di quello femminile, con l’effetto di spostare la responsabilità dal carnefice alla vittima.

In questo modo si scrive che “lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo” oppure “lui ha inoltrato le sue foto intime senza il suo consenso ma è lei che ha deciso di scattarsele”.

Il meccanismo utilizzato è il medesimo: far ricadere sulla vittima un senso di colpa e vergogna causato dalle conseguenze delle proprie libere e legittime scelte.

A rendere il quadro più surreale e distorto è la romanticizzazione che generalmente accompagna la descrizione dell’episodio. I giornali spesso assumono un atteggiamento giustificatorio nei confronti di chi ha commesso il reato, fornendo dettagli inutili e spostando il focus dalla vittima al retroscena di concause che hanno portato il colpevole a commettere il crimine, deresponsabilizzandolo. In questo modo, il lettore è logicamente portato ad empatizzare per il carnefice. Questo, come spiega la scrittrice e intellettuale sarda Michela Murgia nel suo libro “<<l’ho uccisa perché l’amavo>> Falso!”, si tratta di un terribile paradosso: sattamente come quando si descrive un furto si dà per scontato che il ladro stia nell’errore, così nei casi di violenza di genere si dovrebbe condannare il carnefice, non tentare di giustificarlo.

Un caso emblematico di narrazione basata sulla rape culture è l’articolo del giornale Libero scritto da Vittorio Feltri (poi rimosso dal web) dal titolo “I cocainomani vanno evitati. Ingenua la ragazza stuprata da Genovese“ con cui Feltri commenta il caso dell’imprenditore fondatore di Facile.it che ha stuprato e torturato per ore una 18enne. Feltri, come se stesse sistematicamente seguendo un copione, procede nel racconto della vicenda colpevolizzando la vittima dell’accaduto e deresponsabilizzando Genovese dal turpe atto compiuto.

Queste tecniche disorientanti sono utilizzate quotidianamente da molte testate giornalistiche, sebbene ciò avvenga secondo modalità e misure diverse, e le narrazioni fornite minimizzano o banalizzano le violenze fisiche e “virtuali” subite dalle donne contribuendo così ad alimentare la normalizzazione di questi eventi.

Il linguaggio, soprattutto in questi casi, diventa sostanziale. Il vocabolario e la semantica associata alle parole sono sempre stati lo specchio del grado di civiltà di una popolazione. I termini utilizzati in diversi contesti infatti sono la prima spia delle abitudini culturali e degli equilibri di potere che governano un popolo.

Per questi, il linguaggio risulta essere una variabile da tenere in considerazione quando si parla di violenza di genere e di corretta narrazione degli eventi ad essa associati in quanto costituisce proprio il primo strumento tramite cui fornire una chiave di lettura della realtà.

Il giornalismo è un mezzo essenziale che ha il potere di educare e proporre nuove coscienze collettive. A volte, però, sembra non voler sfruttare queste potenzialità.

È necessario quindi che i mezzi di comunicazione prendano consapevolezza delle parole che utilizzano e della visione distorta che molto spesso forniscono al lettore. L’azione stessa di dar voce al carnefice, assumendo il suo punto di vista, è sbagliata proprio perché trasmette l’idea che vittima e colpevole siano su uno stesso piano quando, per evidenza dei fatti, non lo sono.

È solo attraverso una narrazione chiara e corretta, priva di quel filtro cognitivo generato dall’ambiente socio-culturale in cui ogni individuo è cresciuto, che si può contribuire ad un effettivo cambiamento: la lotta comincia dalle parole.

Stato, coscienza comune ed educazione: da dove ripartire

Sesso, corpi e desideri non dovrebbero essere fonte di giudizi, tabù o moralismi: solo così forse potremmo gradualmente spogliarci delle pesanti catene della vergogna e sentirci, poco a poco, un po’ più liberi ed un po’ più accettati.
Negli ultimi anni in vari paesi si è cercato di far fronte alla pratica del revenge porn, sebbene secondo gli esperti il diritto non riesca ancora a far fronte alle nuove tecnologie. In Italia, il reato per la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone coinvolte è previsto dall’articolo 612-ter del codice penale, introdotto con la legge n 69/2019. Esso prevede una pena fino a 6 anni di carcere ed una multa da 5mila a 15mila euro. Le stesse misure inoltre possono essere applicate anche a chi contribuisce a diffondere questo materiale inviandolo ad altre persone.
Anche l’Italia quindi si sta muovendo verso una maggiore tutela delle possibili vittime di questo atroce meccanismo. Ma possono delle leggi essere sufficienti ad eliminare questa piaga sociale e culturale una volta per tutte? Probabilmente no.

Come abbiamo analizzato, quello del revenge porn è un problema di matrice culturale profondamente radicato nella nostra società e nel nostro animo. Un’educazione sessuale e digitale ben programmata potrebbero sicuramente essere un valido strumento per cambiare le cose alla loro origine, fornendo una visione diversa ma più consapevole e non tossica della sessualità e del rispetto dell’intimità altrui. Ora più che mai, risulta necessario non essere indifferenti di fronte alla realtà e alle ingiustizie che ci circondano. Occorre reagire, in modo critico e competente, alla violenza e alla disumanità armati in primo luogo di conoscenza e rispetto.

Per far sì che avvenga un effettivo cambiamento c’è bisogno di tempo: i motivi alla base del revenge porn sono infatti secolarmente radicati nella cultura Occidentale. A questo scopo è fondamentale il contributo di ogni individuo. Ognuno di noi infatti deve impegnarsi a  sensibilizzare le persone che gli stanno intorno, intervenendo nel modo più opportuno qualora si verificasse una qualsiasi forma di violenza fisica o virtuale.

È necessario cambiare la narrazione dei giornali, insegnare il significato di “consenso” ed affiancare la crescita dei giovani ad una corretta e sana educazione sessuale, meno reticente e più inclusiva e consapevole dei rischi della rete online ed offline.

Per quanto riguarda nello specifico i casi di revenge porn, è estremamente importante “rompere la catena”: quando ci si imbatte in un contenuto intimo appartenente ad un’altra persona è dovere di ogni cittadino impedirne l’ulteriore la diffusione, nel rispetto della privacy (diritto umano previsto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) e della dignità di chi vi è ritratto. È necessario non inoltrare immagini o video privati ed è buona norma esporsi affinché questo non venga fatto da altri utenti, ricordando opportunamente che divulgare materiale intimo senza consenso è illegale e passibile di denuncia.

Al giorno d’oggi, è sempre più urgente e necessario istruire gli individui ad un piacere genuino e disinteressato, libero da pregiudizi e giochi di potere, e soprattutto consapevole dei mezzi e dei rischi della rete, pronto a ricongiungersi con un’intimità priva di vergogna.

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Ambiente, società e tecnologia

Robotaxi Zoox: oltre ai pacchi ora Amazon vuole portare a destinazione pure noi

“The future is for riders, not drivers” è lo slogan di Zoox, startup che si occupa della progettazione e produzione di veicoli elettrici a guida autonoma acquistata quest’anno da Amazon, che ha appena lanciato su strada una prima versione di robotaxi. L’innovazione promette di rivoluzionare il futuro del trasporto pubblico che sarà guidato dalle intelligenze artificiali in forma rigorosamente sostenibile.

Il veicolo

A prima vista si presenta così: ridotto, compatto, bidirezionale, dal design squadrato per massimizzare lo spazio, simile ad un minibus ma comodo come un taxi. Con due porte d’ingresso e quattro posti a sedere dotati di cinture di sicurezza, airbag e diversi comfort, nell’abitacolo è presente anche un porta bevande, una presa di corrente e un mini schermo per tracciare il percorso che si sta compiendo. L’innovativo veicolo, con un’autonomia di 16 ore, può raggiungere la velocità di 120 km/h e si prenota con un’app dalla quale si può anche “personalizzare” la propria corsa scegliendo l’ora e il luogo di partenza e arrivo oltre che la musica e il riscaldamento a proprio piacimento.

Aicha Evans, CEO di Zoox, in un’esclusiva intervista promette: il nuovo robotaxi sarà pulito e sicuro, ad un prezzo accessibile per tutti, con diverse modalità di abbonamento a seconda delle esigenze del singolo cliente e prima ancora di scendere, il taxi saprà già chi dovrà salire, così da essere sempre efficiente e viaggiare al massimo delle sue potenzialità, in modo da non girare a vuoto.

Ma è sicuro?

Progettato appositamente per il traffico cittadino e la mobilità urbana, il robotaxi è agile nel muoversi tra gli oggetti e i costruttori promettono di garantire la massima sicurezza: il veicolo possiede infatti telecamere, radar e lidar scanner ad ognuno dei 4 angoli così da permettergli una perfetta visuale a 360 gradi rivela Mark Rosekind, Chief Safety Innovation Officer.

Ashu Rege, Senior President Software, in uno dei video di presentazione pubblicato sul canale youtube dell’azienda, spiega come funziona il “cervello” del veicolo: “il software è un intelligenza artificiale programmata per elaborare le informazioni visuo-spaziali proprio come farebbe la mente umana, come gli esseri umani riesce a prevedere le mosse altrui ed è in costante apprendimento, a differenza di questi però, che possono fare affidamento solo sulla vista e nemmeno sempre bene, il robot possiede ai suoi 4 angoli una combinazione di tecnologie che gli permettono di vedere e ricostruire tutto ciò che ha attorno nel raggio di 150 metri“.

E in futuro? il servizio non sarà forse così immediato…

I piani per il futuro non sono ancora perfettamente definiti: per il momento Zoox vuole testare questo nuovo sistema per essere certi che sia sicuro e adeguato in ogni situazione, al massimo dell’efficienza per le strade di San Francisco, Las Vegas e Foster City. Quando lo si vedrà in servizio anche nelle altre città? Evans non si vuole sbilanciare molto, ma ammette: “non prima di un anno”. Ci vuole ancora tempo dunque, ma la rivoluzione dell’AI è qui e Bezos è pronto a finanziarla.
D’altronde il futuro è dei passeggeri, non dei guidatori.

Zoox L5 Fully Autonomous, All-electric Robotaxi Interior
Zoox Fully Autonomous, All-electric Robotaxi
Zoox L5 Fully Autonomous, All-electric Robotaxi at Coit Tower San Francsico
Zoox Fully Autonomous, All-electric Robotaxi
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Ambiente, società e tecnologia

Avere (avuto) una vita sessuale potrebbe costarti il posto

In data 17 Novembre è stato reso noto su tutti i quotidiani nazionali l’epilogo del caso avvenuto nel 2018 della maestra di asilo nel Torinese, vittima di revenge porn, estorsione, diffamazione e licenziamento. L’ennesima vittima colpita: è stato applicato l’art. 612ter, ma è abbastanza?

Il caso

L’ex partner ha ottenuto, dopo aver pagato un risarcimento, la condanna ad un solo anno di lavori socialmente utili, al termine dei quali potrebbe essere prosciolto. È colpevole di aver inoltrato senza il consenso dell’allora 20enne foto e frame ricevuti in situazioni di sexting sul gruppo WhatsApp del calcetto, resi virali nell’immediato.

In un colloquio richiesto dalla ragazza per ottenere la rimozione dei contenuti che dovevano ovviamente restare privati, non solo si è rifiutato, ma ha anche giustificato le sue azioni con la natura non romantica della relazione. La difesa afferma che non ci sia dolo.

Dichiarazioni per il papà di un’alunna e amico del ragazzo: “Se si inviano certi video, si deve mettere in conto che qualcuno li divulghi” dice e continua “Non potevo credere che una maestra facesse certe cose”.

Sua moglie è invece responsabile delle minacce ricevute dalla docente affinché non denunciasse ma, siccome la denuncia è stata fatta, la donna ha messo la dirigente dell’asilo al corrente, non mancando di esporre ancora una volta tutto il materiale.

Dal canto suo, la dirigente è intervenuta optando per la pubblica umiliazione della ragazza davanti a colleghi, genitori e personale, annunciando con crudezza i motivi del licenziamento, almeno “non troverà lavoro manco per pulire i cessi in stazione”.

Le due sono ora processate per diffamazione ed entrambe devono un risarcimento alla maestra.

Pornografia non consensuale

Innanzitutto, ciò che la ragazza ha subito è comunemente denotato come revenge porn ed è così chiamato perché nella quasi totalità dei casi è compiuto da un partner di sesso maschile che, per ripicca, diffonde immagini e video intimi del/la partner. Gli esperti preferiscono parlare però di pornografia non consensuale: il termine revenge porn ha di per sé un’accezione colpevolizzante verso la vittima poiché implica che questa abbia innescato la vendetta con un suo comportamento errato (al link, l’associazione Bossy definisce il victim blaming, utile per comprendere la portata del fenomeno). È però di deliberata violenza e negazione delle volontà di chi subisce.

Di fatto, ci sono varie tipologie di abuso sessuale digitale, che possono intrecciarsi più o meno con le dinamiche “analogiche”:

  • Hacking dei cloud e dei dispositivi, come successo a numerose celebrities, personaggi politici (deputata Sarti) o pubblici (l’ultima di una lunga lista, Guendalina Tavassi);
  • Furto e pirateria di contenuti creati per siti di “patronato” digitale a pagamento (OnlyFans, Patreon);
  • Insulti e aggressioni sui canali social in risposta a post e commenti;
  • Scatti e riprese eseguite con telecamere nascoste in momenti di intimità o che inquadrano all’insaputa parti del corpo con fini pornografici (a volte vengono addirittura filmati gli stupri);
  • Richiesta di fotografie personali sui social e costanti pressioni e minacce, specialmente subite da minorenni;
  • Pubblicazione e vendita dei contenuti citati nei punti precedenti su gruppi e forum dedicati, spesso corredati di profili social e informazioni sensibili delle vittime.

A questo elenco infernale si aggiungono le creazioni di applicazioni che utilizzano l’intelligenza artificiale delle reti neurali come DeepNude (oggi chiusa per questioni etiche) e FakeApp. Non è nemmeno necessario che vengano documentati i comportamenti (sessuali o non) delle vittime: con poche ore di esercizio sul programma si possono ottenere realistiche immagini di nudo a partire da comuni fotografie rubate da Instagram o addirittura l’inserimento del volto desiderato in un sex tape.

I dati e le conseguenze

L’espressione digitalizzata di ogni aspetto della vita – inclusa la sessualità, è naturale ed è comunque inevitabile, specialmente ora che è stata accelerata dalla situazione di pandemia globale. Si stima che fino al 20% dei nativi digitali utilizzi metodi multimediali per approcciarsi all’affettività, ma anche per contatti di tipo erotico. Molti adolescenti ritengono normale filmarsi durante atti sessuali. Tra gli adulti e i Millenials è invece una pratica ancora più diffusa: circa il 37,5%, secondo Statista.

Il problema è che, potenzialmente, dopo una qualunque giornata di scuola o di lavoro chiunque(1 persona su 10, secondo uno studio USA del 2019) – può essere oggetto di simili circostanze perché purtroppo i mezzi e la facile reperibilità del materiale in aggiunta alla (quasi) totale assenza di conseguenze per chi esegue upload di dati non consensuali genera una combinazione spesso letale. La Polizia Postale stima che il ritmo dei casi di revenge porn ammonti a due al giorno, per un totale di 1083 indagini in corso a Novembre 2020. Nel 90% dei casi si tratta di vittime donne, gran parte del 10% rimanente è parte della comunità LGBTQ+.

Non sono però disponibili dati completi e certi. Risulta quasi banale specificarlo, ma è una dinamica persistente: non tutti gli abusi vengono denunciati a causa della mancanza di supporto, della paura delle terribili conseguenze, dello stigma sociale del dover essere giudicata per aver realizzato materiale esplicito o aver perso il controllo dei propri contenuti online.

Le ricerche in ambito psico-sociale dimostrano che chi perpetra tali azioni ha una concezione totalmente oggettivante dei bersagli: non le considera persone bensì strumenti interscambiabili con altri simili, attraenti solo nel momento in cui possono essere controllati e puniti in base alla loro capacità di soddisfare i propri bisogni. Appropriandosi di tutto ciò che appartiene alla vittima, ovvero la sua identità e la sua soggettività, non si fa altro che negarle l’umanità. Una volta che si è compiuto questo passo, tutto è legittimato. Già dagli anni ‘80 l’avvocata e attivista MacKinnon afferma che le donne vivono nell’oggettivazione sessuale come i pesci nell’acqua”.

Amnesty International, in un’indagine del 2017, riferisce che il rapporto delle donne con Internet e con le relazioni in generale venga affrontato con ansia e perdita di autostima nel 67% dei casi e questo quando è causato “solo” da molestie e abusi sul web di gravità “minore”.  Le conseguenze sono devastanti sia sul piano psichico-individuale, sia sul piano socio-lavorativo, esattamente come una violenza sessuale fisica: alienazione e depersonalizzazione, assieme a sindrome da stress post-traumatico, disturbi alimentari e tossicodipendenza, depressione sono estremamente comuni. La pornografia non consensuale causa però anche la perdita del lavoro e l’emarginazione sociale, proprio come dimostrato nel caso della maestra torinese. Inoltre, è tristemente noto che il 52% delle vittime considera il suicidio e la percentuale cresce nei casi che coinvolgono minori.

L’Associazione no profit di sostegno legale alle vittime PermessoNegato stila report (l’ultimo è proprio di Novembre) nei quali illustra come il fenomeno della pornografia diffamatoria su triplichi di quadrimestre in quadrimestre. La mancata collaborazione dei portali e delle piattaforme che ospitano i contenuti privati violati è un altro grave problema molto ben evidenziato. In molti casi, non c’è alcun interesse a risolvere le falle di privacy, quasi si incentivasse il caricamento di certi video e foto. Attualmente sono sotto indagine i colossi Telegram e Pornhub. Altri social stanno gradualmente modificando le condizioni di utilizzo e le policy.

L’approvazione dell’articolo 612ter del Codice Penale e la situazione attuale

In Italia è stato eclatante il caso di Tiziana Cantone nel 2016, suicidatasi perché, avendo richiesto il diritto all’oblio in seguito alle denunce effettuate un anno prima per revenge porn, veniva ancora perseguitata. Il governo ha finalmente deciso di prendere provvedimenti, nonostante fosse in ritardo rispetto ad altri Stati. Dopo il successo della petizione di #IntimitàViolata che in una settimana raccoglie 110.000 firme è un lungo lavoro di molte campagne di sensibilizzazione, il 4 agosto 2019 è stato approvato l’articolo 612ter del Codice Penale, che andrebbe a colmare proprio le lacune legislative del pacchetto Codice Rosso, una raccolta di leggi che tratta la violenza di genere. La nuova normativa tutelerebbe maggiormente le vittime, considerando reato la “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”; darebbe anche maggiore rilievo al legame di relazione (corrente o terminata) e favorirebbe ancor più le vittime in condizioni di disparità fisica  e/o condizione di fragilità, come la gravidanza. A più di un anno dalla sua entrata in vigore, risulta evidente dall’approfondita analisi effettuata da Leonardo Tamborini, procuratore presso il tribunale per i minorenni di Trieste, e Margherita Simicich, dottore in giurisprudenza (disponibile al seguente link), che la nuova norma è anacronistica rispetto ai metodi di diffusione in costante ed esponenziale espansione e che risente di lacune dovute sia al problema di rintracciare il “divulgatore 0”, sia ad altre clausole che entrano in conflitto tra loro.

L’Italia è un Paese nel quale durante la giornata per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne 2020 viene trasmesso su un canale pubblico (che ricordo essere pagato dai contribuenti, quindi dalle donne lavoratrici anche) un tutorial su come apparire sensuali mentre si svolgono mansioni tipicamente relegate appunto alle donne. Dopo due settimane le scuse della conduttrice.

Abbiamo a portata di mano una quantità di mezzi e contenuti che cresce esponenzialmente di giorno in giorno: possiamo continuare a utilizzarli in modo irresponsabile e non etico o agire con coscienza. Attuare politiche sociali e progetti educativi, oltre a rendere il Codice Penale una tutela a trecentosessanta gradi per le vittime, sono urgenze da affrontare immediatamente per prevenire e contrastare l’avanzata di tali violenze. Il web è già parte integrante e inscindibile della “vita vera”.

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Ambiente, società e tecnologia

Il futuro della carne è basato sul vegetale?

È di qualche giorno fa l’annuncio di McDonald’s di voler inserire nel proprio menu, a partire dal 2021, il McPlant. Si tratta di un burger di “finta carne” composto da proteine vegetali prodotte in laboratorio e con l’ausilio di stampanti 3D.

L’hamburger è già stato “testato” lo scorso anno nei McDonald’s canadesi e sarà uno dei tanti prodotti di una linea tutta al vegetale e con un packaging al 100% biodegradabile.

La decisione è stata presa sulla scia di competitors quali Burger King o KFC che già da qualche anno hanno inserito nel menu soluzioni per vegani o per chi, semplicemente, ha deciso di ridurre il consumo di carne.

La notizia potrebbe passare come una semplice aggiunta di menu ma è qualcosa di più di questo. Le catene di fast food precedentemente nominate, infatti, sono nate con l’idea di proporre solo piatti a base di carne e una scelta del genere fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile.

Ma cosa c’è dietro a questa inversione di marcia?

È da escludere che tale scelta si possa collegare al tentativo dei fast food di scrollarsi di dosso il sinonimo di cibo spazzatura (junk food). La risposta è, invece, da ricercare nell’’attenzione che le multinazionali del food, e non solo, hanno nei confronti dell’ambiente e dei consumatori.

Consumo di carne: a che punto siamo?

L’aumento del consumo di carne è direttamente proporzionale all’aumento dei redditi e, stando a quanto pubblicato dalla BBC, negli ultimi 50 anni la quantità di carne prodotta è aumentata di quasi cinque volte: passando da 70 milioni di tonnellate nei primi anni ‘60 a quasi 330 milioni di tonnellate nel 2017.

Ma se la carne nei paesi più ricchi è un piatto abituale, e non più delle grandi occasioni come avveniva in passato, nei paesi più poveri continua a rimanere un privilegio.
Facendo sempre riferimento al report della stessa BBC, il consumo di carne medio a persona di un paese come l’Etiopia o la Nigeria è 10 volte minore rispetto a quello di un cittadino Europeo.

Consumo medio di kg di carne per persone/anno (Sorgente: UN Food and Agricolture Organization)

Carne e ambiente, qual è la relazione?

Il trend descritto pare abbia già avuto il suo picco e in questi anni stiamo notando una leggera decrescita del consumo di carne.

Ma a spingere all’abbandono della carne ci sono anche motivi ambientali.

Infatti, il beneficio che l’ambienta trae con la riduzione del consumo di carne è significativo.

La rivista online Duegradi, in un recente articolo, ha riportato che:

“L’industria della carne è oggi una delle principali responsabili dell’emissione di gas serra nell’atmosfera, producendo il 14% delle emissioni globali, più dell’intero settore dei trasporti”

Risorse usate per la produzione di Carne e Latticini  e Risorse derivate da Carne e Latticini (CHG= Gas Serra)                                                                                                   

Fonte: Duegradi.eu

La transizione verso il meatless è, quindi, dettata da motivi salutistici ma anche ambientali e il mercato ha la necessità di adattarsi a consumatori sempre più attenti, informati e consapevoli delle proprie scelte.

Le istituzioni, dall’altra parte, incentivano o, quanto meno, non ostacolano la tendenza ed è proprio in tale ottica che si inserisce la decisione del Parlamento Europeo di lasciare la possibilità alle aziende di continuare a utilizzare  termini associati in genere solo a prodotti a base di carne, come “hamburger”, “burger”, “bistecca”, “salsiccia”, anche per i prodotti a base vegetale.

La carne vegetale può venire incontro a tutta una serie di problematiche, sopra trattate, ma anche alle esigenze di persone che già seguono diete vegetali o, ancora, per avvicinare gli “scettici” ad un consumo più consapevole della carne senza discostarsi dalla forma e dal sapore di quest’ultima.
Non ci resta che attendere e vedere se una soluzione del genere possa, effettivamente, cambiare le carte in tavola.

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