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Ambiente, società e tecnologia

Un’introduzione al mondo delle biotecnologie industriali: intervista a Stefano Bertacchi

“La divulgazione nel campo delle biotecnologie sta acquisendo una risonanza sempre maggiore, soprattutto per quanto riguarda le sue applicazioni nell’ambito medico. Oltre a queste c’è però un mondo vasto e diversificato, forse meno conosciuto, ma altrettanto ricco di risvolti interessanti e coinvolgenti. Una parte di esso è rappresentata dalle biotecnologie industriali: abbiamo chiesto a Stefano Bertacchi, biotecnologo industriale, Dottore di ricerca presso il dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze dell’Università di Milano-Bicocca e divulgatore scientifico, di rispondere ad alcune domande e curiosità su questa branca scientifica.”

 

 

Per iniziare, che cosa sono e di cosa si occupano le biotecnologie e, nello specifico, le biotecnologie industriali?

 

“Le biotecnologie si occupano dello sviluppo di processi basati sull’impiego di esseri viventi o parti di essi, come gli enzimi. Nello specifico, le biotecnologie industriali (o bianche) hanno lo scopo di produrre molecole di interesse merceologico, dai biocarburanti alle bioplastiche, passando per farmaci e additivi alimentari.”

 

 

Le biotecnologie tradizionali vengono sfruttate dall’essere umano da moltissimo tempo: le biotecnologie industriali, invece, sono un campo scientifico di recente sviluppo?

 

“Spesso le persone restano sorprese dal sapere che le biotecnologie nascono molto tempo fa, con lo sviluppo dei processi per fare la birra, il pane e lo yogurt, per fare alcuni esempi accumunati dall’uso di microrganismi. Potremmo considerare questi esempi parte delle biotecnologie industriali, ma se ci limitiamo al coinvolgimento della microbiologia, quest’ultima è una scienza molto nuova rispetto alla zoologia e alla botanica. A questo dobbiamo sommare l’accumulo di conoscenze in altri settori scientifici, biologia e chimica su tutti, che ci hanno permesso di diventare dei biotecnologi più consapevoli di quello che accade.”

 

 

Le biotecnologie riguardano la nostra vita quotidiana? Quanto ne siamo effettivamente consapevoli?

 

“Assolutamente sì: il cibo è uno degli esempi principali, ma anche molti farmaci, come l’insulina, o i vaccini ricombinanti, a base virale o meno, sono frutto delle biotecnologie. La percezione da parte del grande pubblico è ancora parziale, per questo motivo affianco la mia attività di ricerca scientifica a quella di divulgazione, in modo da far capire che anche i detersivi che utilizziamo hanno a che fare con le biotecnologie.”

 

 

Quanto è conosciuto questo ambito e quanto attira interesse, soprattutto da parte di chi non si occupa di scienza?

 

“Sicuramente c’è interesse in questo ambito, soprattutto quando sentiamo parlare di OGM, staminali, terapia genetica eccetera. La pandemia ha anche reso più “famosi” alcuni aspetti prima poco noti, come l’uso di tecniche molecolari come la PCR e lo sviluppo di vaccini ricombinanti a base di virus OGM.”

 

 

Quali sono, al giorno d’oggi, gli ambiti più innovativi e interessanti della ricerca e quale potrebbe essere il loro futuro? A quali sfide cercano di rispondere?

 

“Aspetti molto innovativi riguardano, dal punto di vista tecnico, l’implementazione della biologia sintetica e dell’editing genetico, coinvolgendo non solo microrganismi. Lo sviluppo di bioprocessi basati su biomasse rinnovabili come alternativa al petrolio potrebbe rispondere alle crescenti pressioni per una maggiore sostenibilità.

 

L’emergenza climatica e l’inquinamento sono temi centrali. Come dicevo in precedenza c’è la spinta per lo sviluppo di processi innovativi basati su materie prime di scarto, o che possano sfruttare la CO2 in atmosfera. Allo stesso tempo possiamo anche sviluppare cellule capaci di degradare sostanze inquinanti, come la plastica e la gomma.”

 

 

L’Italia valorizza abbastanza la ricerca in questo ambito, oppure c’è un clima di diffidenza?

 

“Alla luce delle nuove politiche, si spera, sempre più green da parte dell’Italia e dell’Unione Europea, non possiamo che valorizzare la ricerca in questo settore. La diffidenza c’è sempre in relazione alla ricerca, che spesso non viene compresa come qualcosa che necessita tempo per mostrare i propri frutti. In aggiunta, le biotecnologie non godono di una grande fama in Italia a causa del forte pregiudizio nei confronti degli OGM, che tuttavia si sta pian piano assottigliando di fronte a nuove metodiche come l’editing genetico, che dimostrano come di fatto è nella natura umana manipolare il DNA delle piante e animali intorno a noi.”

 

Dalle parole di Stefano Bertacchi emergono le potenzialità che ha la ricerca scientifica in questo campo, così come la necessità che la divulgazione e il dibattito informato su di esso siano sempre più diffusi.

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Ambiente, società e tecnologia

Multa a Google: 100 milioni di euro per concorrenza sleale

L’antitrust italiana, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ha recentemente inflitto una sanzione di oltre 100 milioni di euro a Google (Alphabet Inc., Google LLC e Google Italy S.R.L.) per abuso di posizione dominante.

 

Google vs Enel X Italia

Google LLC è una società multinazionale interamente posseduta e controllata da Alphabet Inc, la quale è presente anche in Italia tramite Google Italy S.R.L., impresa controllata.

Google LLC è altersì la holding, ovvero la società che detiene la maggioranza delle azioni e il controllo in un gruppo di imprese, a cui Android, Android Auto, Google Play e Google Maps fanno capo.

Il sistema operativo Android comprende l’app store Google Play e Android Auto, un’applicazione che consente l’uso dello smartphone all’interno dell’automobile tramite comandi vocali, comandi manuali o l’uso dello schermo digitale se presente, in modo tale da guidare senza il rischio di distrarsi. Google lo ha annunciato il 25 Giugno 2014 rendendolo disponibile poi a Marzo 2015.

All’interno di questa vicenda troviamo come parte coinvolta il Gruppo Enel che opera nella mobilità elettrica tramite Enel X Italia S.R.L., il quale fornisce ai clienti finali tali servizi.

Enel X Italia è lo sviluppatore dell’applicazione JuicePass (denominata Enel X Recharge), disponibile da Maggio 2018 sull’app store Google Play, che consente di gestire i servizi di ricarica dei veicoli elettrici, in particolare quelli di ricerca di colonnine di ricarica, navigazione, prenotazione e pagamento. Quest’ultima però non è disponibile su Android Auto.

 

Google ha favorito per due anni il suo prodotto: Google Maps

Tutto ha avuto inizio nel 2019, quando è stato avviato il procedimento da Enel X Italia nei confronti di Google. A seguito di una richiesta diretta e formale, in quanto Google non ha mai consentito di rendere disponibile sulla piattaforma Android Auto l’applicazione JuicePass sviluppata da quest’ultima.

La questione di fondo sta proprio nel fatto che Google, grazie al controllo che ha su Android Auto e Android, ha il potere di decidere quali applicazioni devono essere pubblicate o meno sull’app store. In questo modo Google ha ingiustamente limitato le possibilità per gli utenti di utilizzare tale applicazione e in particolare il Garante ha ritenuto che abbia invece favorito, in questi 2 anni, l’utilizzo di un suo prodotto ovvero Google Maps, il quale fornisce servizi per la ricarica dei veicoli elettrici quali la ricerca e la navigazione, ma non ancora la prenotazione e il pagamento.

Secondo l’Autorità “attraverso il sistema operativo Android e l’app store Google Play, il motore di ricerca Google detiene una posizione dominante che le consente di controllare l’accesso degli sviluppatori di app agli utenti finali”, in particolare in Italia: “circa i tre quarti degli smartphone utilizzano Android. Google è un operatore di assoluto rilievo, a livello globale, nel contesto della cosiddetta economia digitale e possiede una forza finanziaria rilevantissima”.

 

L’abuso di posizione dominante

La condotta messa in atto da Google, di ostacolo alla pubblicazione dell’app sviluppata da Enel X Italia sulla piattaforma Android Auto, rientra nell’ambito dell’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che così disciplina: “È incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo.”

Si ritiene che Google abbia abusato della sua posizione dominante nel mercato, indiscussa, essendo potenzialmente idonea a pregiudicare il commercio all’interno dell’Unione Europea.

Tale abuso si concretizza quindi quando un’impresa sfrutta il proprio potere dominante per impedire l’accesso al mercato anche agli altri concorrenti rendendo nulla la concorrenza.

Si è anche messo in luce il fatto che egli detiene una quota di mercato della concessione di licenze pari al 96,4%, in tal senso è deducibile che il confronto con altre società è quindi impossibile.

Si è quindi imposto a Google di porre fine ai comportamenti distorsivi della concorrenza messi in atto e di astenersi dal compierne altri nel futuro.

 

La diffida dell’Autorità

In tal senso oltre che l’irrogazione della sanzione pecuniaria, l’Autorità ha poi indicato nella diffida il comportamento che Google dovrà tenere per porre fine a tale abuso e per evitare ulteriori effetti negativi nei confronti di Enel X Italia. Gli è stato quindi imposto di mettere a disposizione di quest’ultima gli strumenti necessari per la programmazione di applicazioni che permettono l’interazione con Android Auto. È stata anche prevista un’attività di vigilanza, da parte di un esperto nel settore, per poter verificare l’effettiva e corretta attuazione di tali obblighi imposti.

 

Google in disaccordo

“Siamo rispettosamente in disaccordo con la decisione dell’AGCM, esamineremo la documentazione e valuteremo i prossimi passi”. Questo è quello che è stato affermato da un portavoce di Google. “La priorità numero uno di Android Auto è garantire che le app possano essere usate in modo sicuro durante la guida. Per questo abbiamo linee guida stringenti sulle tipologie di app supportate sulla base degli standard regolamentari del settore e di test sulla distrazione al volante.”

Secondo Google ciò costituirebbe una giustificazione oggettiva al proprio comportamento. Inoltre, rivendica anche di aver provato in buona fede a proporre ad Enel X delle soluzioni ulteriori che potessero soddisfarla ma esse non furono accettate.

 

Una vittoria per Enel

Per Enel invece questo rappresenta uno stimolo per l’innovazione e per fronteggiare la concorrenza con i fornitori di servizi di mobilità. Ha così affermato: “Vogliamo arrivare a mappare 200mila punti di ricarica fra Europa e Stati Uniti e a Ottobre avremo la funzione Trip Planning, che permette di calcolare il percorso da un punto a un altro tenendo conto dell’autonomia dell’auto e delle colonnine di ricarica presenti sull’itinerario”. Gli obiettivi sono forti e chiari dovuti anche alla netta vittoria su Google.

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L’agricoltura diventerà verticale? Limiti e vantaggi del vertical farming

Secondo le statistiche riportate da Our World in Data, ad oggi circa il 57% della popolazione mondiale vive in aree urbane.  Questo dato è destinato a crescere: nel 2050 infatti il 68% degli abitanti del pianeta Terra vivrà nelle città, seppur con notevoli distinzioni tra paesi diversi. Senza contare che, entro lo stesso anno, saremo oltre 9 miliardi: l’attuale sistema di coltivazione industriale dovrà diventare al contempo più efficiente nel rispondere a esigenze crescenti e più sostenibile. E se una delle strade possibili per l’agricoltura fosse conquistare la terza dimensione? Non si parla di fantascienza ma di vertical farming, ovvero coltivazioni basate su “serre verticali”. A Cavenago, in provincia di Milano, è in corso la realizzazione di un progetto di PlanetFarms per la costruzione di uno stabilimento che dovrebbe ospitare serra di oltre 9000 metri quadrati. Questo progetto, come molti altri, si basa su un modello tecnologico e produttivo in cui gli ortaggi vengono coltivati non sul piano di un singolo campo, ma su molteplici livelli: un concetto molto ampio che presenta però alcuni punti critici.

Che cosa sono le serre verticali?

Sebbene il modello possa essere declinato e adattato in molti modi, notiamo alcuni comuni denominatori che permettono di distinguerlo: ritroviamo infatti quasi sempre, secondo la stessa definizione data da Vertical Farm Italia, “un ambiente chiuso, completamente controllato, indipendente da quello esterno per tutti i parametri ambientali (come umidità, luce, ossigenazione e temperatura)”, a cui si aggiunge la necessità che l’ambiente scelto sia abbastanza grande da poter ospitare una produzione su larga scala.

Tra le tecniche più diffuse ci sono l’idroponica e l’aeroponica: entrambe hanno come obiettivi principali l’utilizzo e la distribuzione intelligente delle sostanze nutritive destinate alle piante. Se nell’idroponica le piante affondano le proprie radici non più nel terreno, ma direttamente in acqua, nell’aeroponica vengono lasciate a contatto con l’aria, sospese e periodicamente spruzzate con una soluzione di acqua e nutrienti. Questi obiettivi sono importanti alla luce delle previsioni sulla diminuzione della terra coltivabile pro capite a livello globale: secondo FAO, nel 2050 sarà ridotta a un terzo rispetto al 1970.

I vantaggi dell’agricoltura in verticale

Secondo Vertical Farm Italia, le serre verticali raggiungono un risparmio d’acqua del 90% e, secondo i dati riportati da eitFood, permetterebbero di coltivare, grazie ai piani posizionati uno sopra l’altro lungo scaffali, torri o pareti, molte più piante rispetto all’agricoltura in campo aperto; nel caso della lattuga ci sarebbe una resa per metro cubo di circa 20 volte superiore. In un mondo che si muove verso una più pervasiva urbanizzazione, coltivare su più livelli in edifici, grattacieli o capannoni all’interno delle stesse città potrebbe essere una risorsa per accorciare la distanza che separa il luogo in cui viene effettivamente coltivato un prodotto e i consumatori finali che vivranno nelle aree urbane: il risultato sperato è una filiera che si avvicini all’obiettivo “chilometro 0”.

Un modello perfetto? Assolutamente no: i difetti del vertical farming

Non dobbiamo però farci trarre in inganno dal desiderio di pensare che un possibile strategia per fronteggiare la crisi ambientale sia la soluzione definitiva. In campo agricolo, questo è un modello imperfetto sotto punti di vista molto rilevanti. È infatti costoso per i produttori (e di conseguenza per i consumatori); può funzionare a livello economico per una varietà limitata di specie vegetali, come piccoli ortaggi a foglia verde, erbe aromatiche e bacche da frutto, ma attualmente non per cereali e legumi, alimenti fondamentali nella nostra dieta. Soprattutto, richiede molta energia.

Serre costruite su più livelli sovrapposti infatti raramente possono dipendere dalla luce solare. La tecnologia più diffusa per garantire l’illuminazione costante si basa sui LED, che per quanto siano stati migliorati negli ultimi anni, non possono far sì che la maggior parte dell’energia luminosa da essi erogata venga utilizzata efficacemente dalle piante per la fotosintesi. Questo svantaggio, sommato alla necessità di rendere automatizzati molti dei processi e di mantenere costanti i parametri vitali per le piante in modo artificiale, fa sì che mediamente il costo energetico per un chilogrammo di prodotto superi di 30-176 chilowattora quello per la stessa quantità coltivata in una serra tradizionale. Il problema energetico diventa ancora più grande se le fonti da cui la serra dipende sono fossili e quindi non rinnovabili.

Le serre verticali nel mondo

Sebbene il termine “vertical farming” sia stato coniato nel 1915 dal geologo Gilbert Ellis Bailey, bisogna tornare nel 2012 a Singapore per trovare la prima vera e propria serra verticale già competitiva sul mercato: SkyGreens, che ha cercato di risolvere il problema dell’illuminazione attraverso un sistema di rotazione dei suoi 38 piani che funziona grazie all’energia idraulica: ogni pianta può ricevere la luce solare, anche se non in modo costante. Un’altra azienda, AeroFarms, tra le più grandi attualmente, è stata lanciata nel 2004. Incentrata sulla ricerca nel campo dell’aeroponica, ad oggi possiede serre nel New Jersey, ad Abu Dhabi e a Danville, in Virginia.

Se da una parte le serre verticali sembrano un mercato in crescita e possono rispondere ad alcuni problemi ambientali, come lo spreco di acqua e di suolo, dall’altra ne creano di nuovi e non sono ad oggi potenzialmente capaci di rimpiazzare i metodi più tradizionali: saranno quindi i risultati futuri della ricerca e l’effettiva applicazione di questo sistema a decidere se il vertical farming sia una buona strada possibile per innovare l’agricoltura e se i suoi benefici riescano a compensare i suoi costi.

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Cancel culture: di nome e di fatto?

Se si volesse pensare a una disciplina i cui organi istituzionali fossero esplicitamente volti a disconoscere lo status legittimo degli studiosi del colore, non si potrebbe fare di meglio di ciò che hanno fatto i classici” (Dan-el Padilla Peralta professore associato di classici, a Princeton) e ancora “Film che, quando non ignora gli orrori della schiavitù, si ferma solo per perpetuare alcuni dei più dolorosi stereotipi sulle persone di colore” (lo sceneggiatore e regista John Ridley parlando di Via Col Vento).

Queste sono solo due delle numerose frasi che puntano il dito contro qualcosa o qualcuno che ha perpetuato discriminazione (a volte anche in modo non così evidente) contro i più deboli; affermazioni poi seguite dall’esplicita richiesta di cancellare materialmente le opere in oggetto, opere che hanno “plasmato” la cultura mondiale.

Si parla, appunto, di Cancel Culture ovvero di quell’“atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento” (come spiega la Treccani).

Eppure questo nuovo modo di porsi è il risultato di azioni passate, che lo hanno visto in vesti “diverse” e sotto altri appellativi (che renderò noti più avanti).

Quindi, sono lecite perplessità del tipo: come si è arrivati a ciò e perché proprio in questi ultimi anni? E come mai si fanno promotori del cambiamento, persone, anche del settore, che fino a poco tempo fa non si erano mai espresse a gran voce (o, almeno, così pare)?

E’ possibile dare delle risposte ma solo attraverso la “controversa” cultura

Tale contributo arriva da tre studiosi in particolare, ovvero da Max Weber noto sociologo, filosofo, economista e storico tedesco (18641920), dal sociologo statunitense Charles Wright Mills (19161962) e, infine, da Jane H. Hill, un’antropologa e linguista americana (19392018).

Il primo autore citato fa chiarezza sulle cause grazie alla creazione di un modello storico-culturale di riferimento, mentre gli ultimi due autori interpretano i contenuti del modello stesso per adattarli alla realtà che andava dagli anni ‘60 agli anni ’80 circa.

Partiamo quindi dal lavoro di Weber. La teoria oggetto di analisi porta il nome di “idealtipo” o “tipo ideale” e spiegato con le parole dello studioso (come si poteva dedurre dalla spiegazione poc’anzi) esso “rappresenta un quadro concettuale il quale non è la realtà storica, e neppure la realtà vera e propria, ma tuttavia serve né più né meno come schema in cui la realtà deve essere sussunta come esempio; esso ha il significato di un puro concetto-limite ideale, a cui la realtà deve essere misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico”; per meglio intenderci, si tratta di un modello di interpretazione dei fenomeni costruito attraverso i dati storici e basilari degli stessi raccolti attraverso l’analisi di differenti realtà (tutto finalizzato ad una migliore comprensione della realtà storico-culturale).

In relazione al tema oggetto dell’articolo e quindi alla conseguente violenza di genere, torna utile analizzare l’idealtipo “potere”.

Il modello creato da Weber mostra come il concetto di “potere” sia strettamente collegato alla legittimazione (ma in ambito strettamente politico) e alla religione (relativamente alla sua influenza nello sviluppo economico).

Nel primo caso, Weber elenca tre forme di legittimazione del potere, ovvero “l’autorità della legalità” (basata sull’etica della responsabilità, ovvero sull’osservanza delle leggi e della moralità), “l’autorità tradizionale” (basata sull’etica dell’intenzione e il più delle volte su dogmi religiosi, ove il potere è nelle mani dei discendenti di una dinastia) e “l’autorità del carisma” (basata sulla capacità di agire in modo non razionale).

Risulta evidente come le prime due rappresentino i poteri forti, quelli decisionali, mentre l’ultima sia quella capace di cogliere i problemi delle minoranze e darne voce facendosi strada nella cultura dominante per cercare di influenzare la politica e lasciare il segno (arrivando o meno ad ottenere il vero potere).

Per quanto riguarda l’aspetto religioso ed economico, invece, Weber rintraccia il tema dello “spirito del capitalismo” ovvero di quell’agire umano volto a raggiungere risultati economici sulla base dei principi sanciti dalla propria religione.

Sulla base della teoria di Weber appena illustrata, è possibile comprendere le cause che hanno avuto come effetto la Cancel Culture attraverso due differenti interpretazioni.

Prima interpretazione: boicottaggio culturale a vantaggio dei più forti

Tale interpretazione si fonda sui dati storici legati alla sfera socio-linguistica: la cultura dominante, ovvero quella che detiene il potere, legittima la sua posizione attuando un boicottaggio linguistico per primeggiare sugli altri.

Dati che è stato possibile trovare e comprendere grazie all’antropologia linguistica e, in particolare, al terzo paradigma nato proprio alla fine degli anni ‘80 e che si basa “sulle indagini delle identità personali e sociali, sulle ideologie condivise e sulla costruzione di interazioni narrative tra individui”.

Ed è così che entra in gioco la linguista Jane H. Hill che parla di una forma di Cancel Culture chiamata “appropriazione linguistica”: essa viene condotta dal gruppo dominante per dimostrare di poter avere il controllo su qualsiasi idioma e di poter creare pregiudizi, indicizzare un’etnia e fomentare l’odio verso e per marginalizzare i gruppi etnici minoritari (e, così, affermare l’identità bianca). “I gruppi dominanti decidono, infatti, quando e se certe parole valgono l’appropriazione, quando e come le parole dovrebbero essere usate, e poi quando la parola diventa cliché, abusata e quindi passé”. Un agire che ha evidenziato come molte lingue siano a rischio di “estinzione”, ma senza toccare particolarmente gli animi dei “bianchi”. Solo un cambio di rotta avvenuto negli anni 2000 (grazie ai continui effetti della globalizzazione sulle culture) ha fatto sì che venisse posto un freno e venisse creata una legislazione specifica come forma di tutela.

Seconda interpretazione: call-out a vantaggio dei più’ deboli

La seconda interpretazione è più di carattere sociale, questo perché Mills rivede, nella società statunitense in particolare, quanto affermato da Weber: la politica è sempre luogo di scontro e non di moralità, ogni azione è volta a contrastare l’avversario; si punta, così, ad aumentare il potere economico, politico e militare delle élite istituzionali e a fomentare la politica reazionaria (ma non a beneficio delle minoranze).

Quindi, la Cancel Culture pensata da Mills prevedeva che gli intellettuali costruissero un “apparato di comprensione pubblica” e di “coscienza collettiva” per contrastare l’influenza della politica sul popolo (se i dominati scelgono i dominanti, è giusto che lo si faccia con rigore logico).

Mills dà così inizio ad una nuova ideologia di sinistra, la “New Left”, focalizzata su problematiche maggiormente personali come “l’alienazione, il disagio, l’autoritarismo e altri mali della società moderna”.

Tra le controculture che la caratterizzarono ci fu lo Students for a Democratic Society (SDS, Studenti per una Società Democratica) che chiedeva una democrazia molto più partecipata all’interno delle università stesse; ancora, il baby boomer, nato alla fine della seconda guerra mondiale, che generò un numero sempre più crescente di giovani insoddisfatti della propria situazione di “quieto benessere” e quindi desiderosi di modificare la direzione delle società. Infine, il Free Speech Movement (FSM, Movimento per la Libertà di Parola) nato nel 1964 nei campus dell’Università della California, a Berkeley. Movimento sorto in risposta alle restrizioni sulle attività politiche imposte nei campus universitari.

Ciascuno di questi movimenti (e altri non citati) ebbe vita breve proprio perché frutto di un potere carismatico: quando la persona carismatica perde credibilità o autorevolezza, viene abbandonata e sostituita; di conseguenza l’attivismo (l’unica arma in possesso di chi detiene il potere carismatico) perpetrato da quella persona, non diventato legge, finisce nel dimenticatoio assieme al perché della sua creazione.

Dimenticare non è mai stato così semplice

Guardando ai fallimenti e ai conflitti generati da chi adottava la vecchia versione della Cancel Culture, si capisce perché ad ora si sia arrivati a compiere atti ancora più estremi: nessun confronto con l’altro, nessuna possibilità, da parte dell’incriminato, di comprendere l’errore commesso e magari di scusarsi e di cambiare idea.

Si guarda all’errore anche per buttare fuori il rancore verso noi stessi, un rancore generato dall’aver commesso lo stesso errore oggetto di denuncia (ma che ci siamo perdonati per n motivi validi): riconoscere pubblicamente l’imperfezione e l’ipocrisia umana permetterebbe al potere forte di avere una chance di rivalsa, di sfruttare l’imperfezione umana a proprio vantaggio.

Quindi, la persona influente (solo se tale perché detiene l’autorità carismatica) e non in grado a priori di imparare dai suoi errori, è giusto che venga “distrutta” psicologicamente per essere certi che non ve ne sia più traccia (anche del suo passato) e affinché nessuno possa, un giorno, trarne ispirazione: i nuovi pensieri devono essere la base univoca di ogni cittadino.

Inoltre, per coloro che vorrebbero ma non sono ancora in grado di esercitare il potere carismatico, devono perseguire una correttezza politica (sia nella sfera privata che pubblica) anche a costo di non crederci veramente.

Vivere nell’utopia della perfezione ti fa sentire al sicuro, al sicuro dalla cattiveria umana.

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Le città del futuro tra smart city e borghi

L’ultimo anno ci ha costretto a ripensare alle nostre abitudini, al modo di vivere la vita quotidiana e il nostro lavoro. La pandemia ci ha tolto spazi in cui incontrarci e svagarci, ma ci ha dato un nuovo luogo dove vivere: la nostra casa e il nostro quartiere. Il lavoro da remoto ha svuotato le grandi città portando a un calo dei consumi, ma anche al calo del traffico e dell’inquinamento. A Milano nel mese di settembre (periodo in cui rispetto alla pandemia abbiamo vissuto una quasi-normalità) le prenotazioni nei ristoranti sono calate del 25% rispetto all’anno precedente, il trasporto privato si è ridotto del 15% e il trasporto pubblico del 50% (fonte: Il Sole 24 Ore). Ora, con la campagna vaccinale che procede ci si chiede come sarà la nostra vita quando la pandemia sarà finita. In particolare, come sarà la vita nelle grandi città? Sono destinate a sparire in favore di una vita nei borghi?

Un futuro tra il fisico e il digitale

Carlo Ratti, architetto e docente di Urban Technologies al MIT di Boston, durante l’intervista per l’anteprima dell’evento FORUM PA 2021 che si svolgerà a giugno, afferma che secondo lui “la forza magnetica che ci porta nelle città tornerà come prima, se non più di prima, alla fine della pandemia”. Ratti ritiene che il futuro delle città sarà ibrido, tra il fisico e il digitale, sia per la socializzazione che per il lavoro. Ci sarà grande flessibilità e soprattutto le città di medie dimensioni, ma ben collegate ad altre, avranno una nuova opportunità: le persone potranno vivere e lavorare da casa per la maggior parte del tempo in queste città e andare nella sede centrale nella città più grande solo alcuni giorni a settimana. L’attenzione deve essere posta proprio in questa direzione, verso quelle tecnologie che permettono di lavorare in modalità digitale e fisica.

Stefano Boeri, architetto e urbanista, come riportato nell’intervista pubblicata da Repubblica, ritiene che la fuga dalle grandi metropoli non sarà irreversibile ma ci saranno aspetti che saranno reversibili e altri, quelli che hanno migliorato la vita delle persone, che non torneranno come prima. Come Ratti, Boeri parla di un modo di vivere lavorare ibrido, per la maggior parte del tempo in un borgo e solo qualche giorno in città. Tornare a vivere nei borghi, per lui, non vuol dire porre fine alle città ma anzi significa continuare a farle vivere: “città che diventano arcipelaghi di borghi e borghi storici che tornano a essere piccole città”. Per riportare in vita i borghi sono necessarie tre condizioni. La prima riguarda la connessione digitale, cioè la banda larga. La seconda è l’accessibilità: infatti affinché il modello ibrido funzioni è importante che i borghi non siano troppo distanti da una città che abbia tutti i servizi che invece un piccolo paese non può avere, come l’ospedale specializzato, l’università e luoghi di cultura. La terza condizione, invece, è urbanistica. Occorre, infatti, riadattare gli spazi alle esigenze della società moderna, senza danneggiare il patrimonio naturale in cui i borghi si trovano.

Qualunque sia la direzione che prenderemo, è chiaro che la tecnologia avrà un ruolo fondamentale. Stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione: la tecnologia è entrata in ogni ambito della nostra vita e in molti luoghi delle nostre città, dalle nostre case alle nostre strade. Le ultime innovazioni tecnologiche sono partite dalle grandi città e stanno raggiungendo anche quelle più piccole. Per definire la nuova città più tecnologica si sceglie di utilizzare il termine smart city (o città intelligente). Il termine viene utilizzato per la prima volta negli Stati Uniti per indicare il punto di vista di una città ideale legata alla automazione. Ma cosa sono le smart city oggi? Quali tecnologie utilizzano e in quali dimensioni della vita cittadina?

Smart city: cosa sono e quali tecnologie

L’Unione Europea definisce una città intelligente come un luogo in cui la rete e i servizi tradizionali sono resi più efficienti grazie all’uso delle tecnologie digitali e delle telecomunicazioni a beneficio dei suoi abitanti e delle imprese. Non si limita all’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT, dall’inglese Information and Communications Technology) per un migliore impiego delle risorse e una riduzione delle emissioni ma riguarda la città nella sua totalità. In una smart city le reti del trasporto urbano sono sostenibili e tecnologiche e l’approvvigionamento idrico ed energetico è potenziato ed efficiente.

Smart city significa anche avere un’amministrazione cittadina più interattiva e reattiva per migliorare la qualità dei servizi, spazi pubblici più sicuri ed essere in grado di soddisfare le esigenze di tutta la popolazione venendo incontro alle sue necessità. Tutti questi aspetti sono inclusi in sei grandi dimensioni di azione interconnesse che coinvolgono persone, governo, economia, stile di vita, mobilità e ambiente. La città è al servizio del cittadino e il suo obiettivo finale è migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti.

Le principali tecnologie che consentiranno di rendere smart le città sono la tecnologia 5G e la tecnologia Internet of Things (o in italiano Internet delle Cose). Il 5G permette di garantire elevate prestazioni e servizi grazie alla sua maggiore velocità di trasmissione dei dati, alla bassa latenza e alla capacità di gestire un numero elevato di dispositivi. È il mezzo che permetterà alla città la connettività degli “oggetti connessi”, cioè dell’Internet of Things (IoT). Infatti, gli ambiti applicativi dell’IoT sono molti: dal trasporto urbano all’agricoltura ma anche all’interno delle nostre case per migliorarne la sicurezza, la comodità e ridurne i consumi. In questa ottica è fondamentale lo sviluppo di sensori e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per ricavare e rielaborare il grande numero di dati necessari per la gestione dei servizi della città intelligente.

Digitalizzazione e pandemia

La pandemia e il lockdown hanno dato una forte accelerazione al processo di digitalizzazione del Paese, modificando i comportamenti delle persone e permettendo di vivere le proprie abitudini anche se in modo differente. Secondo uno studio condotto da Deloitte, infatti, 26 milioni di italiani hanno dichiarato di essere riusciti a svolgere le proprie attività regolarmente durante il lockdown grazie all’innovazione tecnologica. Ma non sono mancate le difficoltà. 1 italiano su 2 riporta complicazioni nell’accedere ai servizi scolastici erogati da remoto e un limitato accesso a una connessione veloce. Inoltre, il 36% degli italiani ritiene che il processo di digitalizzazione non consideri sufficientemente l’aspetto umano. Secondo Deloitte, i risultati della ricerca evidenziano la necessità di cambiare il modo di vedere l’innovazione per rispondere meglio alle esigenze delle persone: occorre applicare un nuovo modello di innovazione antropocentrica che metta al centro l’uomo e i suoi bisogni. Anche in questo caso si parla di un’innovazione bilanciata, tra la dimensione digitale e quella fisica.

Smarter Italy: il progetto

Per rendere l’innovazione tecnologica accessibile e in grado di soddisfare tutti i bisogni dei cittadini è necessaria una digitalizzazione diffusa e occorre rendere il Paese sempre più smart in tutte le dimensioni della vita cittadina. In questa ottica nell’aprile 2020 ha preso l’avvio il progetto Smarter Italy.  Smarter Italy nasce con il Decreto del MISE del 31 gennaio 2019 e diventa operativo con l’appoggio dell’Agenzia per l’Italia digitale, del MUR e del Ministero per l’Innovazione tecnologia e la digitalizzazione. Vede protagonisti 11 centri urbani, le cosiddette “Smart Cities” e 12 piccoli comuni (al di sotto 60.000 abitanti), che costituiscono i “Borghi del futuro”, per realizzare servizi innovativi nei settori di mobilità, salvaguardia dell’ambiente, beni culturali e benessere delle persone. I comuni scelti diventeranno laboratori di appalti innovativi per imprese, centri di ricerca e startup che saranno invitati a cercare nuove soluzioni per rinnovare i settori.

È chiaro quindi che non è più sufficiente che solo le grandi città siano il luogo di tutte le innovazioni ma è importante che queste vengano pensate e adattate anche alle necessità dei piccoli comuni. Quello che succederà realmente quando la pandemia sarà finita non lo possiamo sapere ma sappiamo che occorre lavorare affinché i progressi fatti non vadano persi.

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Ambiente, società e tecnologia

Perché abbiamo un problema di genere?

Dallo studio dei recenti dati divulgati in occasione dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, è emerso quanto ancora le donne siano vittime di una disparità di genere che si manifesta trasversalmente in diversi ambiti.

Dalla sfera personale a quella pubblica, il mondo sembra fatto su misura per l’uomo mentre la donna resta subalterna agli eventi della Storia con la “S” maiuscola.

Abbiamo analizzato questo complesso e radicato meccanismo da vari punti di vista, cercando di chiarire importanti concetti quali gender-pay-gap, società patriarcale, femminismo, maternità, quote rosa e molti altri ancora.

Attraverso questa inchiesta, suddivisa  in 5 articoli, ricercheremo e spiegheremo le

cause e gli effetti tangibili di una discriminazione sistemica che ha per vittime le donne di tutto il mondo.

È necessario in primo luogo comprendere quali siano le ragioni socio-culturali della disparità che affligge il genere femminile da secoli. Dalla violenza fisica e psicologica alle battute sessiste, ripercorriamo l’ordine degli eventi che ci hanno condotto ad una realtà che vede “l’uomo misura di tutte le cose”.

Ma in questa visione fallocentrica, la donna dove sta(va)?

Ma posso dire patriarcato?

A volte può accadere che, mentre discutiamo animatamente con gli amici di fronte ad una birra un venerdì sera o magari con perfetti sconosciuti su Clubhouse, salti fuori la parola “patriarcato” senza che spesso se ne conosca il reale significato. Il termine infatti è così poco chiaro alla maggior parte delle persone che si può definire un intero “spettro antropologico” di reazioni a seconda di quanto l’interlocutore sia più o meno informato (e più o meno misogino). A sentir parlare di patriarcato, c’è sempre qualcuno a cui trasale la birra. C’è poi chi reagisce indignandosi, chi lo tratta con superficialità o decide di ignorarlo, oppure chi ne polemizza l’utilizzo “a sproposito”, un po’ come se fosse prezzemolo.

Ma cosa si intende veramente per “cultura patriarcale”? E perché ne va accettata l’esistenza?

Diciamolo una volta per tutte: no, “patriarcato” non è una parolaccia, eppure parlarne o semplicemente citarlo genera ancora troppo sconquasso. Ciò dipende principalmente dal fatto che attorno al termine ci sia ancora molta disinformazione, causa primaria di fraintendimenti e negazionismi.

Solo comprendendone il significato sarà possibile capire quanto questo influisca su ogni aspetto della nostra vita, risultando penalizzante sia verso le donne che verso gli uomini.

Si definisce infatti patriarcato un “sistema sociale maschilista in cui gli uomini detengono principalmente il potere e predominano in ruoli di leadership politica, autorità morale e privilegio sociale”. Al giorno d’oggi però, questo termine (che ha origini ancestrali) si carica di concetti ed implicazioni socio-culturali ben più sottili, tanto da essere onnipresente (e per questo apparentemente invisibile) nella nostra quotidianità.

Nei secoli, il patriarcato si è manifestato nell’organizzazione sociale, politica, religiosa ed economica delle popolazioni, generando importanti effetti culturali di cui tutt’oggi siamo tutti vittime e, allo stesso tempo, abili prosecutori.

L’esistenza di un’ideologia patriarcale secolare ha implicato il radicamento di un’impostazione maschilista e misogina della realtà che si mescola costantemente con la nostra prassi quotidiana.

Non sappiamo come effettivamente il patriarcato sia nato, o meglio, sappiamo che è nato nel momento in cui l’essere umano ha iniziato ad organizzarsi in comunità ma possiamo solo speculare su quali siano potute essere le vere cause che hanno condotto l’uomo ad imporsi sistematicamente sulla donna, autoproclamandosi come “sesso dominante”.

Una delle ipotesi più valide è quella che si basa sulla teoria mimetica di René Girard, secondo cui in sostanza l’imitazione (la “mimesi” appunto) costituisce il fondamento dell’intelligenza umana e dell’apprendimento culturale che caratterizza ogni individuo (e come negarlo?).

Secondo Girard però, questo atteggiamento mimetico nei confronti della realtà non è solo una bonaria e candida assimilazione di ciò che ci sta intorno ma contiene in sé una potenza distruttrice. Negli individui appartenenti ad una stessa società si alimenta infatti una generalizzata fame di possedere gli stessi oggetti. Da ciò deriva quella “rivalità mimetica” che, molto spesso, sfocia in violente e caotiche crisi. L’unico modo per risolvere il problema e “mettere una pezza” sullo squarcio che si viene inevitabilmente a creare, è immolare un capro espiatorio a cui addossare la colpa così da poter garantire il ritorno della pace e la costruzione di una nuova cultura fondata su altrettanto nuove certezze.

Ed è proprio questa la storia del patriarcato, nato in risposta alla profonda crisi delle società agricole primordiali. Secondo la teoria mimetica, l’uomo ha quindi deciso di immolare l’essere femminile a vittima sacrificale, condannandola a diventare la peccatrice colpevole di tutto il “male” esistente (ci suona familiare, no?) e costruendo sulla “necessaria” discriminazione della donna un nuovo modello di società che tutt’oggi resiste: quella maschilista e patriarcale.

Ciò che molti non sanno (o si rifiutano di ammettere) è che quest’impostazione sessista, basata su uno squilibrio di potere, ha un effetto deleterio sia sugli uomini che sulle donne. Entrambi infatti sono schiavi di stereotipi di genere fasulli ed inarrivabili che li ingabbiano in modelli preconfezionati e claustrofobici in cui, il più delle volte, non si rispecchiano.

Negare l’esistenza di una cultura patriarcale che permea ogni ambito della nostra sfera personale e collettiva si rivela perciò tanto falso quanto controproducente: sessismo e maschilismo si manifestano continuamente nella nostra quotidianità in modo più o meno esplicito e negare questa evidenza non fa che alimentarne il meccanismo discriminatorio.

L’esistenza del gender gap, il drammatico numero di femminicidi (91 solo nel 2020, come riportato da Il Sole 24 Ore), la violenza di genere ormai prassi quotidiana (secondo l’istat, colpisce 1 donna su 3) e la disparità di salario sono solo la punta dell’iceberg degli effetti dell’ambiente patriarcale in cui viviamo. Oltre a queste evidenze drammatiche, tanto consolidate da costituire lo “status quo”, esistono poi decine di atteggiamenti discriminanti più sottili che vengono spesso percepiti come “tollerabili” o addirittura “innocui” dalla società e, per questo motivo, più difficili da combattere. Fanno parte di questa seconda categoria il catcalling e le battute sessiste e a sfondo sessuale che, mascherate dalla goliardia, rendono infelicemente esplicita la visione retrograda che ancora si ha della donna: ora come “angelo del focolare”, ora come oggetto sessuale e mercificato.

Insomma, sempre di Medioevo si parla. Ma non eravamo nel 2021?

L’atteggiamento discriminatorio che prevede che la donna occupi una posizione subalterna all’uomo si riflette in tutta la sua silenziosa violenza nell’uccisione dei femminili plurali. Il genere grammaticale del maschile plurale infatti ingloba e soggioga il femminile, riflettendo ciò che accade nella realtà. Ciò è testimoniato anche dal documento redatto dalla Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna, in cui si dice chiaramente quanto la lingua quotidiana sia il mezzo di trasmissione più pervasivo di una visione del mondo in cui la donna è trattata con inferiorità o marginalità.

É paradossale, ma basta un uomo in una platea di mille donne per permettere che si parli correttamente di “tutti” e non di “tutte”.

Ciò che spesso non capiamo è che ognuno di noi è il frutto sano (o marcio?) della società in cui vive. L’ambiente che ci circonda ci istruisce, fin da bambini e bambine, ad un sistema maschilista, iniquo e discriminante nei confronti delle donne in ogni aspetto della vita.

Perciò sì, anche le donne sono maschiliste. E come potrebbero non esserlo, se il maschilismo costituisce la norma?

In un mondo costruito su uno squilibrio di potere fatto passare per naturale ed immutabile e su una società che ci ingabbia in etichette tanto claustrofobiche da renderci immobili nella paralisi della nostra inettitudine, continuiamo a deresponsabilizzarci dalle nostre colpe e dalle capacità che abbiamo di cambiare le cose.

Ci ripetiamo: “Il problema è il sistema, non dipende da noi”, rassicurati dalla nostra innocenza mentre iteriamo gli stessi errori e le stesse discriminazioni, assuefatti dalla stasi di una pace fragile ma destinata a frantumarsi.

Un problema di linguaggio: forma e sostanza

Sottovalutiamo spesso il peso delle parole. Ci capita di continuo di utilizzare dei termini “per abitudine”, non riflettendo sul loro reale significato o sulla loro origine ed abbandonandoci così a comodi cliché che però si portano dietro una lunga storia di discriminazione o violenza.

Va avanti ormai da secoli la diatriba su cosa sia il linguaggio, sospeso tra la pura forma e la pura essenza. Basti pensare che già nel IV secolo a.C., Aristotele reputava che il linguaggio esprimesse l’essere, definendolo un “contenuto della coscienza”.

L’errore che spesso commettiamo è quello di fissare il linguaggio nello spazio e nel tempo, con un atteggiamento restio al cambiamento. Perché sì, sarebbe molto più comodo ancorarci all’hic et nunc per avere delle certezze, perlomeno quando parliamo, ma ciò ci rende miopi nei confronti di una società che sta mutando, ed anche molto velocemente.

Il vocabolario e la semantica associata alle parole sono sempre stati lo specchio dei valori e del grado di civiltà di una popolazione. I termini utilizzati in diversi contesti infatti sono la prima spia delle abitudini culturali e degli equilibri di potere che governano un popolo.

Alla luce di questo, potremmo rintracciare decine e decine di incongruenze nella nostra lingua che dovrebbero farci chiedere: voglio veramente dire quello che penso utilizzando queste parole?

Partendo dalla vastità degli appellativi offensivi con cui ci si riferisce alle donne (quasi sempre basati sulla denigrazione sessuale), la discriminazione che mettiamo quotidianamente in atto con il linguaggio si fa sempre più sottile. Questa infatti si manifesta continuamente, ormai completamente inglobata nelle nostre categorie di pensiero. Stiamo compiendo una violenza verbale ogni volta che diciamo che una donna è “isterica” o concordiamo con il lemma “donna” della Treccani, in cui il termine è definito come sinonimo di “cagna” (e poi ancora bagascia, squillo, puttana, vacca, zoccola..). In opposizione alla famosa Enciclopedia si muove la decisione dell’Oxford Dictionary, che sceglie invece di rivedere i sinonimi dispregiativi associati alla parola “donna” in quanto ritenuti inaccettabili. Siamo poi discriminanti e sessisti ogni volta che utilizziamo gli appellativi dispregiativi “maschiaccio” e “femminuccia” ma anche quando usiamo il maschile singolare o plurale invece che il femminile.

Durante l’edizione del 2021 del festival di Sanremo, è stata protagonista non solo la canzone italiana ma, come ormai è tradizione, anche la discriminazione di genere. Al di là dei presentatori e di alcuni siparietti che sul piano del sessismo hanno lasciato alquanto a desiderare, uno degli eventi più dibattuti è stato sicuramente il discorso della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi che, alla domanda di Amadeus, risponde di voler essere chiamata “direttore”. Conduttore e ospite sono entrambi responsabili di aver rimarcato un’amara verità: il titolo è autorevole solo se al maschile, come se l’utilizzo del femminile ne comportasse uno svilimento professionale.

Tralasciando cosa ne pensi il vasto pubblico, occorre ribadire che in italiano è grammaticalmente corretto riferirsi al femminile quando si sta parlando di una donna. “Direttrice” perciò è un termine che non solo esiste ma è anche ben assodato nella lingua parlata. Perché allora porre lo scomodo interrogativo “direttrice o direttore?”, come se stessimo parlando di gusti di gelato?

Ora, poiché ognuno è libero di farsi chiamare come vuole, è giusto riferirsi alla Venezi come “direttore” dato che questa è la sua volontà. Ciò non giustifica però la grande ottusità che si cela dietro all’affermazione. Accade spesso infatti che, volontariamente (come in questo caso) o involontariamente, ci si riferisca a ruoli femminili utilizzando termini al maschile.

Le motivazioni che si celano dietro questa scelta sono molte ma in primis riguardano un retaggio culturale, dovuto al fatto che molti lavori sono stati per secoli accessibili solo a uomini. A ciò si aggiunge l’esistenza di una sorta di “imperativo maschile” sulle parole che fa percepire il femminile come subalterno, opzionale o inferiore.

La giustificazione spesso utilizzata quando si sceglie di non usare i termini femminili corretti è che questi risultano cacofonici, cioè “suonano male”. Il punto è che questo accade perché non li utilizziamo mai, e non li utilizziamo mai perché molti ruoli sono rimasti inaccessibili alle donne per secoli: ora che hanno conquistato i diritti per svolgere questi lavori (sebbene ancora con molti ostacoli), è nostro dovere chiamare le cose col loro nome.

Per cui, il “direttore” Venezi ha tutto il diritto di farsi chiamare come vuole ma ciò dimostra solo quanto lei stessa sia vittima di quel meccanismo patriarcale che soggioga la donna all’uomo, condannandola ad esserne un’ombra, una sbavatura, una parola che suona male.

Il sessismo intriso nella nostra cultura si riflette, senza che ce ne accorgiamo, nel modo in cui pensiamo e nel nostro linguaggio. Pretendere di non adattarci alle nuove dinamiche significa voler chiudere gli occhi ad un cambiamento propositivo e diretto verso una maggiore equità, sia formale che sostanziale.

Vera Gheno, sociolinguista e scrittrice, ritiene che sia fondamentale che la lingua evolva insieme ad un popolo in quanto ne è lo specchio dei meccanismi e delle dinamiche sociali.

Come la stessa Gheno spiegherà in un’intervista condotta da Tlon.it, è necessario valutare il peso sociale delle parole che utilizziamo ed il loro significato in relazione al contesto.

Abbiamo sempre avuto l’esigenza di nominare le cose e cambiamenti nel linguaggio non sono altro che la manifestazione di una cultura che si sta evolvendo.

Dobbiamo smettere di pensare che le parole siano solo parole: le parole sono ciò che ci rende umani.

Per Michela Murgia, scrittrice ed intellettuale sarda, la lingua è un atto creativo genuino che non può essere ingabbiato in stereotipi o modelli fissi e segue un continuo flusso di riadattamento. Il suo ultimo libro STAI ZITTA e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” nasce proprio dall’esigenza di analizzare il linguaggio che utilizziamo, troppo spesso trattato con superficialità, e svelarne i meccanismi di potere (maschile) che vi si manifestano. La motivazione che l’ha spinta a scriverlo è arrivata quando il noto psichiatra Raffaele Morelli, dopo aver rilasciato dichiarazioni deplorevoli sulle donne (e sulla presunta esistenza di una “radice del femminile”), interrompe brutalmente Murgia dicendole “zitta, zitta, zitta e ascolta”. Cosa ha fatto Michela Murgia dopo essere stata pubblicamente umiliata? Scrive un libro per combattere quell’ignoranza e quella presunta superiorità di cui Morelli si è fatto paladino, e lo fa per tutti noi.

Lo studio condotto dalla Murgia pone ancora una volta l’accento sulle cause socioculturali di quelle discriminazioni di genere che si riflettono nelle parole che scegliamo di utilizzare.

In una delle interviste che ha condotto per la presentazione del libro ha come ospite Alessandro Giammei, professore di italianistica al Bryn Mawr College negli USA, con cui concorda nel dire che il linguaggio è sostanza, in quanto è il mezzo attraverso cui modelliamo la realtà. Per questo motivo, fissare la definizione di una parola nello spazio e nel tempo significa paralizzarla nella gabbia delle sue lettere.

Il patrimonio storico delle parole dovrebbe quindi essere costantemente rivisto in una chiave inclusiva e più rispettosa, secondo le esigenze della società.

Espressioni come “donna con le palle” sono dei comodi cliché che spesso utilizziamo senza cognizione di causa mentre invece dovrebbero farci inorridire. Sebbene siamo consapevoli di quanto questo sia un modo di dire svilente verso le donne, continuiamo ad usarlo perché riassume perfettamente la credenza comune secondo cui forza e coraggio sono qualità tipicamente maschili.

Il nostro compito allora è quello di trovare altre espressioni che mettano in risalto la forza o il carattere di una donna senza ricorrere ai genitali maschili. Fare questo adesso ci richiede uno sforzo, ma in futuro non lo richiederà più: solo allora avremo rinnovato il linguaggio.

Cambiare le parole infatti non significa altro che connotare la realtà in modo che ci somigli di più.

Sempre su questa linea si muove la proposta della Gheno per la costruzione di un linguaggio più equo ed inclusivo, anche in vista delle nuove soggettività non-binarie (la cui identità non si riconosce né nel genere femminile né in quello maschile): questo sarà possibile solo adottando nuove soluzioni, come l’asterisco al posto di i/e al termine delle parole (esempio: tutt* al posto di tutti/e) o una vocale neutra chiamata schwa(ə).

Come lei stessa spiega nel suo saggio “Femminili singolari”, la schwa corrisponde ad una vocale media-centrale ed è sostanzialmente il suono che emettiamo quando la nostra bocca è in rilassamento (per sentire il suono, cliccate qui). Si rappresenta con il simbolo ”ə” ed è il primo passo verso un italiano più inclusivo. Secondo la Gheno infatti, nel sistema-lingua possono “convivere sia le regole che un certo grado di libertà” affinché l’insieme sia funzionale e rispecchi l’anima di chi parla.

Al giorno d’oggi, esistono persone che si sentono ingabbiate nel binarismo di genere maschile/femminile ed è quindi necessario venire incontro anche a questa nuova esigenza sociale. La scelta della schwa si muove anche verso il raggiungimento della parità di genere nel parlato in quanto potrebbe sostituire quel “maschile sovraesteso” che nasconde il femminile quando ci si riferisce alle moltitudini.

Dato che continuamente assorbiamo e riadattiamo termini dall’inglese, cosa ci impedisce di aprirci a nuove alternative, svecchiando la nostra lingua?

Il linguaggio è (anche) sostanza e solo attraverso una narrazione più inclusiva, corretta, rispettosa e (quanto più possibile) libera da quel filtro cognitivo compromesso dall’ambiente socio-culturale in cui ogni individuo è cresciuto si può contribuire ad un effettivo cambiamento: la lotta comincia dalle parole e solo la curiosità potrà salvarci dalla paralisi del linguaggio.

Del perché il femminismo è roba da uomini

Data la grande confusione che si genera attorno al termine, ripetiamo che si definisce femminismo quel movimento socioculturale che sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, rivendicando uguali diritti e dignità tra uomini e donne alla luce di quella discriminazione di genere ancora protagonista della nostra quotidianità.

Solitamente però, tendiamo a credere che il femminismo sia “roba da donne” o, peggio ancora, “l’antitesi del maschilismo” quando in realtà non è assolutamente così.

Se il maschilismo, come dice Garzanti, è quell’atteggiamento psicologico e sociale fondato sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna, il femminismo è invece un movimento trasversale nato proprio per opporsi a comportamenti e pensieri discriminanti ed ha come obiettivo principale quello di conquistare la giusta parità, indipendentemente dal sesso di appartenenza.

Ed è esattamente questo il motivo per cui dovremmo essere tutti femministi.

Lorenzo Gasparrini, filosofo e scrittore, si definisce orgogliosamente uomo femminista. Con i suoi libri “Non sono sessista, ma…” e “Perché il femminismo serve anche agli uomini” ci spiega perché la cultura patriarcale e l’ideologia maschilista siano deleterie tanto per le donne quanto per gli uomini. Gasparrini infatti mette nero su bianco una scomoda verità che molti si rifiutano di accettare: i “veri maschi” non esistono.

Quella che ci viene quotidianamente fornita è un’idea distorta di essere uomini, come se esistesse una sola versione di mascolinità che è possibile impacchettare e comprare al bar, insieme alle Haribo. É questa la “mascolinità tossica” che, secondo il New York Times, consiste in un insieme di comportamenti e credenze che comprendono il sopprimere le emozioni, mascherare il disagio o la tristezza ed utilizzare la violenza come indicatore di potere.

La società patriarcale promuove quindi un solo modello: quello dell’uomo-macho, virile, forte e superiore. Questo meccanismo li spinge (involontariamente) a conformarsi a quelle che sono fatte passare come le “tipiche qualità dell’uomo” quando in realtà sono le sbarre della gabbia che lui stesso si sta costruendo intorno.

Sebbene la sua sia una condizione decisamente più favorevole di quella femminile, anche lui è schiavo della stessa cultura misogina e maschilista che, se da un lato discrimina e oggettifica la donna, dall’altro impone una sola versione di uomo, quella “vera”, fatta di testosterone, maschilismo e sete di dominio.

Ed è così che il passo è breve per appellare un uomo gentile a “gay” (come se si trattasse di un’offesa), insultarlo perché “secco” o denigrarlo perché giustamente si occupa delle faccende di casa, per non parlare del “machismo da spogliatoio” che si verifica nel mondo dello sport.

Insomma, anche l’uomo è costretto nella prigione del suo sesso.

Negli ultimi anni, un caso esemplare che ha fatto esplodere la “bolla di vetro” satura di mascolinità tossica e distinzioni di genere è stato  Achille Lauro. Il cantante e showman nella scorsa edizione di Sanremo ha sconvolto il pubblico della TV popolare attraverso comportamenti e dichiarazioni decisamente fuori dagli schemi. Per Lauro, è la confusione dei generi il suo personale modo di dissentire ad una realtà maschilista e rifiutare quelle convenzioni da cui poi si generano discriminazione e violenza. Questo approccio alla vita si riflette nel linguaggio, nelle azioni e nell’apparenza, intesa come modo di vestirsi e di mostrarsi.

Sempre sul palco dell’Ariston quest’anno è stata Madame, artista giovanissima e di immensa consapevolezza, a rompere un bel po’ di schemi. Nelle sue canzoni, tra le altre cose, emerge la necessità genuina di una fluidità in grado di riportarci ad essere carne ed anima, ad essere persone prima di “maschi” e “femmine”, diventati ormai concetti sterili e fini a se stessi.

Il primo passo per demolire e superare questo sistema divisivo e discriminante è perciò ammettere di essere il prodotto ben riuscito di una cultura patriarcale di cui abbiamo interiorizzato gli schemi. Solo dopo aver raggiunto questa consapevolezza sarà possibile liberarci da quei claustrofobici stereotipi che costituiscono la “norma”.

Certo, lottare contro i modelli sociali, le abitudini culturali e gli elementi linguistici discriminanti con cui siamo cresciuti fin dall’infanzia è un processo faticoso (almeno inizialmente) ma solo così potremo costruire una società più giusta ed inclusiva.

Nasciamo tuttə maschilistə ma dovremmo diventare tuttə femministə.

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Ambiente, società e tecnologia

Un semaforo per gli alimenti? Non esattamente: cos’é e come funziona il Nutri-score

Immaginate un sistema di etichettatura alimentare semplice, intuitivo e che aiuti a compiere scelte di acquisto consapevoli: si tratta dell’obiettivo di Nutri-Score, ideato dalla Public Health Agency francese e utilizzato per la prima volta proprio in Francia nel 2017. Si torna a discuterne oggi perché il 25 gennaio di quest’anno è avvenuta la prima riunione ufficiale della commissione transnazionale, di cui fanno parte Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Francia e Lussemburgo, creata allo scopo di coordinare, monitorare e incoraggiare l’utilizzo di Nutri-Score. Ma si torna a discuterne, soprattutto in termini scettici, in Italia: se da una parte alcuni paesi europei lo hanno accolto volontariamente, molti ritengono che questo sistema possa penalizzare fortemente i prodotti made in Italy. Da cosa nascono questo timore e queste critiche? Ma soprattutto, che cos’è e come funziona il sistema Nutri-score?

Nutri-score: cinque colori per orientare i consumatori

Quanti di noi conoscono precisamente il significato della dichiarazione nutrizionale specifica per ogni prodotto e sanno interpretare il valore nutrizionale delle percentuali di macronutrienti riportati sul retro delle confezioni? O ancora, quante volte leggiamo questa etichetta prima di scegliere quali prodotti mettere nel carrello? Nutri-score nasce per semplificare queste informazioni e renderle accessibili grazie a una scala di cinque colori, dal verde all’arancione scuro e dalla “A” alla “E”, attribuiti ad ogni prodotto sulla base di un algoritmo che assegna un punteggio considerando numerosi fattori nutrizionali. Più basso sarà il punteggio ottenuto da un prodotto, più si avvicinerà ad ottenere una “A”. I fattori che fanno avvicinare un prodotto a un’etichettatura verde sono la presenza di fibre, la quantità di frutta e verdura presente in esso e il contenuto proteico; i nutrienti invece da limitare in una dieta equilibrata, e che quindi fanno tendere il risultato ad un’etichettatura gialla o arancione, sono i grassi saturi, il sale, gli zuccheri e un contenuto calorico molto elevato; i punteggi ricavati da ogni fattore vengono sommati fino ad ottenere il Nutri-score effettivo.

Sono stati condotti esperimenti per mettere alla prova l’efficacia del Nutri-score nell’accrescere la consapevolezza dei consumatori: in uno dei più recenti, pubblicato nel sul “International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity” nel novembre 2020, è stato chiesto a diversi campioni di popolazione scelti tra paesi diversi di ordinare tre prodotti della stessa categoria alimentare in base al valore nutrizionale che ognuno dei partecipanti gli avrebbe attribuito. I partecipanti avrebbero dovuto farlo prima avendo a disposizione solamente la dichiarazione nutrizionale, poi in base al punteggio assegnato ad ogni prodotto. Il risultato sembra scontato, ma é indicativo: Nutri-score si è dimostrato più efficace della semplice dichiarazione nutrizionale nell’aiutare i consumatori a mettere nel giusto ordine i prodotti che erano stati proposti (si trattava, nel caso di questo esperimento, di  cereali per la colazione e di tipi differenti di pizze surgelate).

Le critiche al Nutri-score: quali sono le perplessità che sorgono?

Nonostante alcuni paesi europei abbiano trovato un accordo per incentivare l’utilizzo di questa etichettatura (che rimane su base volontaria per le aziende produttrici), molte critiche sono arrivate soprattutto da parte dell’Italia. Le principali sono la potenziale non aderenza di questa etichettatura al modello della dieta mediterranea e il timore che alcuni prodotti made in Italy molto apprezzati, come il Parmigiano Reggiano o il prosciutto di Parma, vengano penalizzati da un punteggio molto basso (vicino alla “D”),fino a boicottarne l’export.

Questo sistema semplifica informazioni complesse, perció non deve essere considerato un indice assoluto da cui non discostarsi. Uno dei problemi fondamentali di queste critiche sta infatti nel fraintendimento dell’obiettivo dell’etichetta Nutri-score stessa: non è stata ideata per scoraggiare i consumatori dall’acquistare prodotti etichettati con “D” o “E”, come se fossero cibi da escludere categoricamente, così come non considera il valore gastronomico e tradizionale di un prodotto. I professionisti della nutrizione sono concordi nell’affermare che nessun alimento, escluso dal contesto dell’alimentazione individuale, sia “buono” o “cattivo”: un’etichettatura di questo tipo dovrebbe aiutare il consumatore a scegliere quali prodotti acquistare più frequentemente e quali più raramente. Alla luce di questo non dovrebbe stupire il punteggio ottenuto, per esempio, da un prodotto come il prosciutto, che in quanto prodotto a base di carne lavorata dovrebbe essere limitato nella nostra alimentazione. Il fraintendimento potrebbe derivare dall’impatto grafico che ha questa etichetta: siamo infatti abituati ad associare al rosso divieto o pericolo. Una comunicazione corretta in merito a questo sistema dovrebbe allora divulgare il fatto che non si tratti di un vero e proprio “semaforo alimentare”, ma di una scala indicativa.

Un’altra critica ha avuto origine da una comparazione tra l’etichetta che questo sistema assegnerebbe all’olio di oliva, una “C”, e alla Coca Cola zero, una “B”. Questo non significa però che la prima sia più salutare o che debba essere più presente in un regime alimentare rispetto al primo: il Nutri-score è molto più utile nel momento in cui i consumatori devono comparare prodotti della stessa categoria alimentare (come è stato richiesto nell’esperimento precedentemente citato). In questo caso i consumatori sapranno cogliere immediatamente la differenza tra l’olio di oliva e altri tipi di grassi vegetali o animali, così come quella tra la Coca Cola zero e bevande molto più zuccherate. Esistono inoltre algoritmi leggermente diversi da quello usato per gli alimenti in generale sia per i prodotti composti da grassi alimentari (come olio di oliva o burro) sia per le bevande (come succhi di frutta o bibite gassate).

È inevitabile pensare che, senza una corretta guida su come interpretare le etichette Nutri-score, si possa generare la stessa confusione che il questo sistema avrebbe l’obiettivo di risolvere. Non bisogna fare l’errore però di ignorare a priori questa ed altre proposte di etichettatura volte a semplificare e guidare la scelta dei consumatori in un campo complesso come quello dell’alimentazione.

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Revenge porn: ecco perché la vendetta non c’entra

La Bibbia, Phica.net, chat Telegram dai titoli inquietanti: sto parlando del mondo proibito dell’ossessiva ed illecita sessualizzazione del corpo femminile. Mi addentro nello straziante labirinto di cartelle, link ed album, tutti accuratamente suddivisi ed organizzati al fine di una semplice e comoda fruizione. A, B, C, D, leggo tutte le cartelle finché non trovo quella con la mia iniziale. Scorro una, due, tre, cento pagine finché non trovo il mio nome. Eccolo: imponente, inquisitorio, scritto in un font tutto in maiuscolo che mi richiama all’attenzione. Doppio click e apro il file. Sul mio schermo compaiono centinaia di foto, video, immagini di volti femminili, foto innocue, momenti intimi, persone violate, anime tradite e disumanizzate. La mia faccia, comunque, non c’era: non io, non oggi. E se non io, chi allora? Ma soprattutto: perché?

Nelle ultime settimane si è scatenato un fenomeno mediatico rivoluzionario che ha travolto gran parte del web ed ha finalmente dato voce e visibilità a tutte quelle dinamiche discriminatorie a cui le donne sono sistematicamente soggette da secoli e che, per troppo tempo, sono rimaste nell’ombra.

Da Chiara Ferragni a Claudio Marchisio, centinaia di influencer, attivisti e persone comuni si sono esposte su giornali e piattaforme social invocando una presa di coscienza collettiva in campo di discriminazione di genere e dignità della donna affinché, prima tra tutte, la feroce e vile pratica del revenge porn possa giungere ad un epilogo.

Le parole dell’imprenditrice digitale Chiara Ferragni, che su Instagram conta attualmente 22 milioni di followers, colgono perfettamente l’urgenza e la necessità di un cambiamento radicale in merito all’impostazione patriarcale alla base della nostra società. “Usando il potente megafono di Instagram”, come lo definisce anche l’HuffingtonPost, l’imprenditrice ha agito da importante cassa di risonanza rendendo fruibili concetti e terminologie finora obsoleti, richiamando gli uomini e le donne alle loro responsabilità ed esprimendo in modo conciso l’estremo bisogno di una differente narrazione dei fatti di cronaca che coinvolgono violenza di genere e revenge porn.

Il “revenge porn” è un’espressione mediatica utilizzata per descrivere la pratica della diffusione di immagini e video intimi senza il consenso delle persone coinvolte. Letteralmente significa “vendetta pornografica” ma di fatto le cause e gli effetti di questo complesso meccanismo si spingono ben oltre la semplice voglia di vendicarsi, per esempio del proprio partner, attraverso la divulgazione di sue foto intime o private.

I motivi socioculturali che portano una persona a violare l’intimità di un’altra senza il suo consenso, esponendola così alla gogna mediatica e condannandola a danni irreversibili, sono molto più profondi di quanto si possa pensare. Il revenge porn, come apprenderemo, non si limita alla vendetta personale ma affonda le basi della sua stessa esistenza su concetti quali la cultura dello stupro ed il victim-blaming, di cui facciamo troppo spesso esperienza attraverso le narrazioni giornalistiche.

Lo scorso aprile questo feroce fenomeno, attraverso la denuncia delle chat Telegram, ha sicuramente mostrato uno dei suoi volti più tragici e oscuri.

Il caso Telegram: la punta dell’iceberg

Durante il periodo di lockdown dovuto alla pandemia causata dal Coronavirus, i casi di revenge porn sono drasticamente aumentati, o meglio, ne è esponenzialmente aumentata la denuncia pubblica. Come riferisce anche l’editoriale Domani, secondo un recente rapporto è emerso che in Italia il revenge porn riguarda 6 milioni di persone. Il motivo di questa sovraesposizione inaspettata è dovuto al fatto che nei primi giorni dello scorso aprile è letteralmente esploso il caso mediatico dei “gruppi Telegram“: chat in cui si praticava la divulgazione di materiale pedopornografico, intimo o privato, ma non solo. Telegram infatti è un’applicazione di messaggistica istantanea che, tra le varie funzioni, possiede anche quella di poter creare dei gruppi che possono contare fino a decine di migliaia di partecipanti. In alcuni di questi gruppi, utenti con falsi nickname non tracciabili barattavano immagini e video intimi girati o reperiti senza il consenso dei coinvolti in cambio di particolari “tributi”. Gli utenti si scambiavano fotografie di bambine, ragazze, donne come fossero figurine dei Calciatori Panini. In altri casi, si divertivano ad estorcere ingenue foto di figli e figlie, mettendo le immagini alla mercé del branco di uomini affamati che popolava la chat. Si possono intuire ovviamente i profondi danni psicologici, fisici, occupazionali e relazionali causati alle vittime di questo accanimento insensato, per non parlare dei casi di suicidio. Le migliaia di utenti, per la quasi totalità uomini, che partecipavano a questi gruppi distruggevano violentemente una ad una le loro vittime, attraverso pratiche mortificanti, umilianti e disumane. Le prede preferite del branco erano (e rimangono) prevalentemente persone di sesso femminile, ostaggio di sconosciuti indipendentemente dalla loro età o dalla tipologia del materiale fotografico in cui si trovavano coinvolte. Le modalità di diffusione di questi contenuti all’interno delle chat, inoltre, si sono rivelate così violente e maniacali che, in pochi giorni, le pagine social sono state letteralmente invase da notizie ed informazioni che hanno contribuito a denunciare a gran voce ciò che effettivamente stava accadendo su altre piattaforme: uno stupro di gruppo virtuale.

Una volta compresa la gravità della situazione, però, gli interrogativi sono ancora molti: perché le vittime sono principalmente donne? Che ruolo hanno umiliazione, colpa e vergogna? Perché sul corpo della donna grava ancora la dicotomia sacralità/usurpazione?  Cosa c’è di sbagliato nel farsi una foto intima? Ma soprattutto, perché c’è ancora così tanta differenza tra la trattazione dell’erotismo maschile e quello femminile?

Lo scandalo dei gruppi Telegram non è altro che la punta dell’iceberg di un sistema malato e di una cultura più complessa di quanto pensiamo. La società contemporanea, frutto di un’impostazione patriarcale, è dilaniata da etichette e pregiudizi che generano squilibri di potere, violenza di genere e discriminazioni.

Il tabù della sessualità femminile: tra desiderio e vergogna

Le motivazioni che portano all’affermarsi della pratica del revenge porn sono sicuramente molte e variegate ma tutte traggono le proprie origini da un bacino culturale in cui tabù e stereotipi sono all’ordine del giorno, in particolare modo nei confronti di una sessualità femminile giudicata “non conforme” ai canoni socialmente imposti.

Occorre comunque sottolineare che da questo truce e mortificante meccanismo non sono esenti gli uomini. Secondo i dati più recenti infatti, quasi per il 90% dei casi le vittime di revenge porn sono donne, mentre il restante 10% si tratta di uomini. Le modalità e le motivazioni tramite cui questo avviene però sono estremamente differenti nei due sessi.

Il revenge porn contro le donne si basa infatti su un’intrinseca mortificazione e repressione del desiderio erotico femminile, il quale è percepito come qualcosa di sbagliato e scandaloso. Le donne sono quindi soggette all’umiliazione e alla vergogna pubblica a causa di un rapporto con l’intimità che non ha niente di colpevolizzante o vergognoso se non il fatto stesso di esistere. I motivi per cui invece gli uomini diventano vittime di revenge porn sono ben diversi: questi infatti sono soggetti a ricatto, disprezzo ed umiliazione a causa della fragilità della propria sessualità rispetto allo stereotipo dell’uomo-macho (frutto del patriarcato) e non per il desiderio erotico in sé, che invece è considerato giusto e naturale per l’uomo.

Questa analisi si traduce nel diverso modo in cui tutt’oggi giudichiamo la foto di una ragazza nuda rispetto a quella di un ragazzo nudo: la prima fa scandalo, la seconda generalmente un po’ meno.

Il revenge porn è quindi in primo luogo un fenomeno legato ad un problema di tipo culturale – più che vendicativo – che nel 90% dei casi avviene ai danni di una donna. Alla base di questa incidenza così elevata c’è senza dubbio un rapporto malsano con la concezione della sessualità femminile.

Fin dall’antichità classica infatti, il desiderio femminile era conosciuto e temuto ben prima che si affermasse l’idea cristiana del peccato. La religione ha poi contribuito a diffondere l’immagine della donna peccaminosa e immorale che attenta alla virtù maschile e deve essere governata per reprimere il proprio desiderio. Agli albori del ‘900, è proprio Freud, il padre della psicoanalisi, a condannare il piacere femminile con teorie secondo cui la sessualità femminile si sviluppa attorno alla frustrazione generata dall’assenza del pene.

Tutt’oggi la ricerca in questo campo è rallentata dagli innumerevoli tabù che ancora avvolgono il piacere “dell’altro sesso”, come afferma la giornalista scientifica Paola Emilia Cicerone sulla rivista scientifica Mind.

La sessualizzazione e la vergogna associate al proprio corpo hanno costretto le donne a dover limitare le proprie pulsioni e i propri desideri. Questi presupposti rendono delle foto intime passibili di ricatto ed umiliazione solo perché la persona che vi è ritratta è una donna. Il corpo femminile viene costantemente sessualizzato: una spalla più scoperta diventa volgare, una posizione inusuale diventa provocante, la pelle nuda diventa inadeguata, lo sguardo ammiccante, il seno inopportuno.

Il corpo della donna è un luogo sacro da proteggere e preservare e allo stesso tempo merce di scambio, oggetto a completa disposizione dell’uomo.

In questo modo, da secoli, le donne sono costrette a portarsi dietro ogni giorno un fardello culturale pesantissimo: lo stigma della loro stessa carne.

La cultura dello stupro

Per comprendere a fondo le radici socioculturali del meccanismo perverso ed umiliante alla base del revenge porn, occorre chiarire il significato di “stupro” e della cultura ad esso associata su cui anche la nostra società ha costruito i propri equilibri di potere.

Quella di “cultura dello stupro” è un’espressione utilizzata nell’ambito degli studi di genere per descrivere una cultura nella quale stupro e violenze sessuali sono ritenute socialmente accettabili. Questo processo di progressiva normalizzazione avviene contemporaneamente su più binari. Una posizione rilevante in questo processo è sicuramente assunta dalla comunicazione mediatica che, fin troppo spesso, banalizza e giustifica tali comportamenti contribuendo a rendere la discriminazione di genere prassi quotidiana.

La normalizzazione della violenza di genere avviene concretamente attraverso 3 pratiche di cui facciamo esperienza quotidiana: lo slut-shaming, il victim-blaming e l’oggettificazione del corpo femminile.

Lo slut-shaming (dll’inglese “slut”, puttana, e “shame”, vergogna) è la tendenza a screditare una donna per determinati comportamenti o desideri sessuali considerati non consoni alla norma prevista. Con l’espressione victim-blaming (colpevolizzazione della vittima) si intende il processo psicologico attraverso cui la vittima di una violenza viene considerata responsabile della stessa. Attraverso questo meccanismo, la causa determinante del reato viene spostata dall’uomo aggressore alla vittima. Secondo un’analisi dell’Istat, una persona su 4 in Italia ritiene che un abbigliamento “succinto” possa essere la causa di una violenza sessuale.

L’oggettificazione del corpo femminile è invece l’elemento che fa da trait d’union tra le pratiche sopra citate in quanto consiste nella predisposizione a considerare la donna come mero oggetto atto alla gratificazione sessuale di un uomo. Il corpo femminile può essere umiliato o sfoggiato come un trofeo, a seconda delle circostanze, ma pur sempre al fine di supportare e incrementare la virilità maschile.

Ed è con questa nonchalance, causata dalla secolare interiorizzazione della cultura dello stupro, che la compagnia petrolifera X-Site Energy è giunta, lo scorso marzo, a diffondere degli adesivi in cui si incita lo stupro di Greta Thunberg, attivista ambientalista. La ragazza, appena diciassettenne, è raffigurata mentre viene chiaramente violentata da un uomo che stringe fra le mani le sue trecce. Questa è una delle tante dimostrazioni del fatto che il corpo delle donne continua ad essere considerato una proprietà di dominio maschile e lo stupro la rappresentazione più primitiva dell’oppressione dell’uomo sulla donna, condannata ad un perenne clima del terrore.

Il revenge porn nasce proprio da questi presupposti: l’oggettificazione e la sessualizzazione del proprio corpo costringono le donne non solo a subire continue limitazioni ma le obbligano anche a convivere con la costante paura di poter essere sottomesse o umiliate, in qualsiasi momento e con ogni possibile mezzo a disposizione, che si tratti di violenza fisica o foto intime divulgate senza consenso.

Narrazione e linguaggio come specchio del grado di civiltà di un popolo

La narrazione dei fatti legati alla violenza di genere assorbe completamente gli effetti della cultura dello stupro, tanto che meccanismi quali la colpevolizzazione della vittima o lo slut-shaming finiscono con l’essere elemento fondante della trattazione delle informazioni trasmesse dai mass media.

Dal revenge porn ai femminicidi, i mezzi di comunicazione sfruttano un doppio binario: se da un lato puntano alla colpevolizzazione della vittima (victim-blaming), dall’altro contribuiscono alla vittimizzazione del carnefice, veicolando così una narrazione giustificazionista e distorta che però viene percepita come normale.

Il comportamento maschile viene sempre descritto come conseguenza di quello femminile, con l’effetto di spostare la responsabilità dal carnefice alla vittima.

In questo modo si scrive che “lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo” oppure “lui ha inoltrato le sue foto intime senza il suo consenso ma è lei che ha deciso di scattarsele”.

Il meccanismo utilizzato è il medesimo: far ricadere sulla vittima un senso di colpa e vergogna causato dalle conseguenze delle proprie libere e legittime scelte.

A rendere il quadro più surreale e distorto è la romanticizzazione che generalmente accompagna la descrizione dell’episodio. I giornali spesso assumono un atteggiamento giustificatorio nei confronti di chi ha commesso il reato, fornendo dettagli inutili e spostando il focus dalla vittima al retroscena di concause che hanno portato il colpevole a commettere il crimine, deresponsabilizzandolo. In questo modo, il lettore è logicamente portato ad empatizzare per il carnefice. Questo, come spiega la scrittrice e intellettuale sarda Michela Murgia nel suo libro “<<l’ho uccisa perché l’amavo>> Falso!”, si tratta di un terribile paradosso: sattamente come quando si descrive un furto si dà per scontato che il ladro stia nell’errore, così nei casi di violenza di genere si dovrebbe condannare il carnefice, non tentare di giustificarlo.

Un caso emblematico di narrazione basata sulla rape culture è l’articolo del giornale Libero scritto da Vittorio Feltri (poi rimosso dal web) dal titolo “I cocainomani vanno evitati. Ingenua la ragazza stuprata da Genovese“ con cui Feltri commenta il caso dell’imprenditore fondatore di Facile.it che ha stuprato e torturato per ore una 18enne. Feltri, come se stesse sistematicamente seguendo un copione, procede nel racconto della vicenda colpevolizzando la vittima dell’accaduto e deresponsabilizzando Genovese dal turpe atto compiuto.

Queste tecniche disorientanti sono utilizzate quotidianamente da molte testate giornalistiche, sebbene ciò avvenga secondo modalità e misure diverse, e le narrazioni fornite minimizzano o banalizzano le violenze fisiche e “virtuali” subite dalle donne contribuendo così ad alimentare la normalizzazione di questi eventi.

Il linguaggio, soprattutto in questi casi, diventa sostanziale. Il vocabolario e la semantica associata alle parole sono sempre stati lo specchio del grado di civiltà di una popolazione. I termini utilizzati in diversi contesti infatti sono la prima spia delle abitudini culturali e degli equilibri di potere che governano un popolo.

Per questi, il linguaggio risulta essere una variabile da tenere in considerazione quando si parla di violenza di genere e di corretta narrazione degli eventi ad essa associati in quanto costituisce proprio il primo strumento tramite cui fornire una chiave di lettura della realtà.

Il giornalismo è un mezzo essenziale che ha il potere di educare e proporre nuove coscienze collettive. A volte, però, sembra non voler sfruttare queste potenzialità.

È necessario quindi che i mezzi di comunicazione prendano consapevolezza delle parole che utilizzano e della visione distorta che molto spesso forniscono al lettore. L’azione stessa di dar voce al carnefice, assumendo il suo punto di vista, è sbagliata proprio perché trasmette l’idea che vittima e colpevole siano su uno stesso piano quando, per evidenza dei fatti, non lo sono.

È solo attraverso una narrazione chiara e corretta, priva di quel filtro cognitivo generato dall’ambiente socio-culturale in cui ogni individuo è cresciuto, che si può contribuire ad un effettivo cambiamento: la lotta comincia dalle parole.

Stato, coscienza comune ed educazione: da dove ripartire

Sesso, corpi e desideri non dovrebbero essere fonte di giudizi, tabù o moralismi: solo così forse potremmo gradualmente spogliarci delle pesanti catene della vergogna e sentirci, poco a poco, un po’ più liberi ed un po’ più accettati.
Negli ultimi anni in vari paesi si è cercato di far fronte alla pratica del revenge porn, sebbene secondo gli esperti il diritto non riesca ancora a far fronte alle nuove tecnologie. In Italia, il reato per la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone coinvolte è previsto dall’articolo 612-ter del codice penale, introdotto con la legge n 69/2019. Esso prevede una pena fino a 6 anni di carcere ed una multa da 5mila a 15mila euro. Le stesse misure inoltre possono essere applicate anche a chi contribuisce a diffondere questo materiale inviandolo ad altre persone.
Anche l’Italia quindi si sta muovendo verso una maggiore tutela delle possibili vittime di questo atroce meccanismo. Ma possono delle leggi essere sufficienti ad eliminare questa piaga sociale e culturale una volta per tutte? Probabilmente no.

Come abbiamo analizzato, quello del revenge porn è un problema di matrice culturale profondamente radicato nella nostra società e nel nostro animo. Un’educazione sessuale e digitale ben programmata potrebbero sicuramente essere un valido strumento per cambiare le cose alla loro origine, fornendo una visione diversa ma più consapevole e non tossica della sessualità e del rispetto dell’intimità altrui. Ora più che mai, risulta necessario non essere indifferenti di fronte alla realtà e alle ingiustizie che ci circondano. Occorre reagire, in modo critico e competente, alla violenza e alla disumanità armati in primo luogo di conoscenza e rispetto.

Per far sì che avvenga un effettivo cambiamento c’è bisogno di tempo: i motivi alla base del revenge porn sono infatti secolarmente radicati nella cultura Occidentale. A questo scopo è fondamentale il contributo di ogni individuo. Ognuno di noi infatti deve impegnarsi a  sensibilizzare le persone che gli stanno intorno, intervenendo nel modo più opportuno qualora si verificasse una qualsiasi forma di violenza fisica o virtuale.

È necessario cambiare la narrazione dei giornali, insegnare il significato di “consenso” ed affiancare la crescita dei giovani ad una corretta e sana educazione sessuale, meno reticente e più inclusiva e consapevole dei rischi della rete online ed offline.

Per quanto riguarda nello specifico i casi di revenge porn, è estremamente importante “rompere la catena”: quando ci si imbatte in un contenuto intimo appartenente ad un’altra persona è dovere di ogni cittadino impedirne l’ulteriore la diffusione, nel rispetto della privacy (diritto umano previsto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) e della dignità di chi vi è ritratto. È necessario non inoltrare immagini o video privati ed è buona norma esporsi affinché questo non venga fatto da altri utenti, ricordando opportunamente che divulgare materiale intimo senza consenso è illegale e passibile di denuncia.

Al giorno d’oggi, è sempre più urgente e necessario istruire gli individui ad un piacere genuino e disinteressato, libero da pregiudizi e giochi di potere, e soprattutto consapevole dei mezzi e dei rischi della rete, pronto a ricongiungersi con un’intimità priva di vergogna.

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Marketing & Social Media

Il Natale dal punto di vista di Coca-Cola

Lo scorso 6 Dicembre, in piazza Duomo a Milano, è stato allestito l’attesissimo albero di Natale, quest’anno sponsorizzato e illuminato da uno dei marchi più apprezzati e influenti al mondo: Coca-Cola.

L’azienda ha sfruttato l’occasione per farsi carico di un’importante causa che ha come obiettivo primario il supporto dei più bisognosi, e nello specifico il sostegno alla Rete Banco Alimentare.

Un’ulteriore iniziativa natalizia di Coca-Cola ha avuto come protagonista il suo iconico camion rosso, che nelle ultime settimane è stato avvistato in giro per l’Italia in occasione del “Truck Tour”.

L’evento ha suscitato molta curiosità da parte degli italiani che uscendo di casa hanno sperato di incrociarlo per le strade della propria città.

Queste sono state soltanto alcune delle attività di marketing che l’azienda ha intrapreso in occasione di questo Natale molto particolare.

Infatti, come accade ogni anno da ormai qualche decennio, Coca Cola ha diffuso online il suo personale video marketing a tema natalizio: la nuova campagna intitolata “A Natale, regala qualcosa che solo tu puoi donare”.

Si tratta di un breve video focalizzato sul valore della famiglia, realizzato con scene semplici ma ricche di significato che ha commosso ed emozionato molti spettatori.

Fonte: https://medium.com/@Stewart_Fabrik/holidays-are-coming-the-coca-cola-christmas-branding-story-8f08e2be8def

Come Coca-Cola ha interpretato il Natale

L’azienda ha da sempre avuto idee spettacolari per la realizzazione dei suoi spot, specialmente per quelli natalizi, che secondo molti avrebbero contribuito a definire una visione del Natale così come lo conosciamo oggi.

Infatti, è convinzione comune il fatto che Babbo Natale, rappresentato con la tipica immagine alla quale siamo abituati e soprattutto con indosso l’abito rosso, sia frutto della creazione della stessa Coca-Cola. Questa opinione è stata però smentita dall’azienda, la quale ha affermato che l’idea del vestito rosso di Santa Claus non sia nata da loro ma sia stata presa dal fumettista Thomas Nast: https://www.coca-colaitalia.it/il-nostro-mondo/pubblicita/babbo-natale-vestito-rosso .

È comunque innegabile il fatto che il trascorrere del tempo e gli spot natalizi di Coca-Cola che si sono susseguiti negli anni abbiano notevolmente influenzato l’immagine del personaggio di Babbo Natale, e la coincidenza tra i suoi colori e quelli del brand rappresenta un ulteriore aspetto positivo per l’azienda.

Fonte: https://medium.com/@Stewart_Fabrik/holidays-are-coming-the-coca-cola-christmas-branding-story-8f08e2be8def
Fonte:
https://www.coca-cola.co.uk/our-business/history/holidays-are-coming-the-history-of-coca-cola-and-christmas

Gli spot natalizi più iconici e commoventi

L’unione delle voci di tutto il mondo degli anni ‘80

Uno tra i primi spot realizzati da Coca-Cola, che ancora oggi viene piacevolmente ricordato, ha per protagonisti ragazzi di diverse etnie, che unendo le proprie voci in un canto natalizio rappresentano l’affetto che unisce le persone che condividono lo spirito del Natale.

https://www.youtube.com/watch?v=_zCsFvVg0UY

I Christmas Trucks dal 1995 ad oggi

I camion rossi natalizi di Coca-Cola sono stati ideati, creati e utilizzati negli spot del brand ormai più di venti anni fa, ma sono stati protagonisti di altre campagne fino a diventare elementi importanti per l’azienda anche al giorno d’oggi, come si è visto per l’evento “Truck Tour” di queste settimane.

Consistono in un fondamentale simbolo di Coca-Cola e vengono facilmente riconosciuti in tutto il globo.

https://www.youtube.com/watch?v=E3Wvb0dapZA&list=RDE3Wvb0dapZA&start_radio=1

Gli orsi polari degli anni ’90

Nella campagna “Northern Lights” del 1993 appaiono per la prima volta i protagonisti di moltissimi spot che verranno realizzati in futuro da Coca-Cola: gli orsi polari.

A partire da questa pubblicità vennero in seguito riutilizzati per diverse campagne, soprattutto quelle natalizie, nelle quali gli animali, rappresentati come una classica famiglia, bevono naturalmente la bibita e trascorrono insieme il Natale.

https://www.youtube.com/watch?v=NgZ6X0zo8is

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=K9rb7ZfNmr8

Coca-Cola, la bibita che ha accompagnato per generazioni 2006

Spot che come tema centrale presenta la fiducia del marchio che ha accompagnato intere generazioni per molto tempo.

Il tutto avente per protagonista l’immancabile personaggio di Babbo Natale.

https://www.youtube.com/watch?v=OG5SOUCyuCM

“A Natale, regala qualcosa che solo tu puoi donare” 2020

Per concludere un anno così complicato Coca-Cola è riuscita a trasmettere un bellissimo messaggio focalizzato sull’importanza dell’affetto per la famiglia, valore alla base del Natale.

Coca-Cola punta molto sul lato emotivo con storie semplici che arrivano sempre al cuore del pubblico; inutile dire che riesce sempre a commuovere tutti!

https://www.youtube.com/watch?v=yg4Mq5EAEzw

Gli spot realizzati da Coca-Cola in occasione del Natale sono diversi tra loro, ma si accomunano per il fatto che trattano sempre temi importanti, differenti a seconda del contesto in cui viene realizzata la campagna.

Ogni spot riesce a scaldare il cuore di chi li guarda.

Punto a favore per un’azienda che è già molto forte e che con le storie natalizie che ha creato negli anni è riuscita a conquistarsi sempre di più la fiducia dei suoi consumatori.

Coca-Cola ha sempre ideato soluzioni originali per sorprenderci, cosa potrà mai creare per stupirci ancora?

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Ambiente, società e tecnologia

Avere (avuto) una vita sessuale potrebbe costarti il posto

In data 17 Novembre è stato reso noto su tutti i quotidiani nazionali l’epilogo del caso avvenuto nel 2018 della maestra di asilo nel Torinese, vittima di revenge porn, estorsione, diffamazione e licenziamento. L’ennesima vittima colpita: è stato applicato l’art. 612ter, ma è abbastanza?

Il caso

L’ex partner ha ottenuto, dopo aver pagato un risarcimento, la condanna ad un solo anno di lavori socialmente utili, al termine dei quali potrebbe essere prosciolto. È colpevole di aver inoltrato senza il consenso dell’allora 20enne foto e frame ricevuti in situazioni di sexting sul gruppo WhatsApp del calcetto, resi virali nell’immediato.

In un colloquio richiesto dalla ragazza per ottenere la rimozione dei contenuti che dovevano ovviamente restare privati, non solo si è rifiutato, ma ha anche giustificato le sue azioni con la natura non romantica della relazione. La difesa afferma che non ci sia dolo.

Dichiarazioni per il papà di un’alunna e amico del ragazzo: “Se si inviano certi video, si deve mettere in conto che qualcuno li divulghi” dice e continua “Non potevo credere che una maestra facesse certe cose”.

Sua moglie è invece responsabile delle minacce ricevute dalla docente affinché non denunciasse ma, siccome la denuncia è stata fatta, la donna ha messo la dirigente dell’asilo al corrente, non mancando di esporre ancora una volta tutto il materiale.

Dal canto suo, la dirigente è intervenuta optando per la pubblica umiliazione della ragazza davanti a colleghi, genitori e personale, annunciando con crudezza i motivi del licenziamento, almeno “non troverà lavoro manco per pulire i cessi in stazione”.

Le due sono ora processate per diffamazione ed entrambe devono un risarcimento alla maestra.

Pornografia non consensuale

Innanzitutto, ciò che la ragazza ha subito è comunemente denotato come revenge porn ed è così chiamato perché nella quasi totalità dei casi è compiuto da un partner di sesso maschile che, per ripicca, diffonde immagini e video intimi del/la partner. Gli esperti preferiscono parlare però di pornografia non consensuale: il termine revenge porn ha di per sé un’accezione colpevolizzante verso la vittima poiché implica che questa abbia innescato la vendetta con un suo comportamento errato (al link, l’associazione Bossy definisce il victim blaming, utile per comprendere la portata del fenomeno). È però di deliberata violenza e negazione delle volontà di chi subisce.

Di fatto, ci sono varie tipologie di abuso sessuale digitale, che possono intrecciarsi più o meno con le dinamiche “analogiche”:

  • Hacking dei cloud e dei dispositivi, come successo a numerose celebrities, personaggi politici (deputata Sarti) o pubblici (l’ultima di una lunga lista, Guendalina Tavassi);
  • Furto e pirateria di contenuti creati per siti di “patronato” digitale a pagamento (OnlyFans, Patreon);
  • Insulti e aggressioni sui canali social in risposta a post e commenti;
  • Scatti e riprese eseguite con telecamere nascoste in momenti di intimità o che inquadrano all’insaputa parti del corpo con fini pornografici (a volte vengono addirittura filmati gli stupri);
  • Richiesta di fotografie personali sui social e costanti pressioni e minacce, specialmente subite da minorenni;
  • Pubblicazione e vendita dei contenuti citati nei punti precedenti su gruppi e forum dedicati, spesso corredati di profili social e informazioni sensibili delle vittime.

A questo elenco infernale si aggiungono le creazioni di applicazioni che utilizzano l’intelligenza artificiale delle reti neurali come DeepNude (oggi chiusa per questioni etiche) e FakeApp. Non è nemmeno necessario che vengano documentati i comportamenti (sessuali o non) delle vittime: con poche ore di esercizio sul programma si possono ottenere realistiche immagini di nudo a partire da comuni fotografie rubate da Instagram o addirittura l’inserimento del volto desiderato in un sex tape.

I dati e le conseguenze

L’espressione digitalizzata di ogni aspetto della vita – inclusa la sessualità, è naturale ed è comunque inevitabile, specialmente ora che è stata accelerata dalla situazione di pandemia globale. Si stima che fino al 20% dei nativi digitali utilizzi metodi multimediali per approcciarsi all’affettività, ma anche per contatti di tipo erotico. Molti adolescenti ritengono normale filmarsi durante atti sessuali. Tra gli adulti e i Millenials è invece una pratica ancora più diffusa: circa il 37,5%, secondo Statista.

Il problema è che, potenzialmente, dopo una qualunque giornata di scuola o di lavoro chiunque(1 persona su 10, secondo uno studio USA del 2019) – può essere oggetto di simili circostanze perché purtroppo i mezzi e la facile reperibilità del materiale in aggiunta alla (quasi) totale assenza di conseguenze per chi esegue upload di dati non consensuali genera una combinazione spesso letale. La Polizia Postale stima che il ritmo dei casi di revenge porn ammonti a due al giorno, per un totale di 1083 indagini in corso a Novembre 2020. Nel 90% dei casi si tratta di vittime donne, gran parte del 10% rimanente è parte della comunità LGBTQ+.

Non sono però disponibili dati completi e certi. Risulta quasi banale specificarlo, ma è una dinamica persistente: non tutti gli abusi vengono denunciati a causa della mancanza di supporto, della paura delle terribili conseguenze, dello stigma sociale del dover essere giudicata per aver realizzato materiale esplicito o aver perso il controllo dei propri contenuti online.

Le ricerche in ambito psico-sociale dimostrano che chi perpetra tali azioni ha una concezione totalmente oggettivante dei bersagli: non le considera persone bensì strumenti interscambiabili con altri simili, attraenti solo nel momento in cui possono essere controllati e puniti in base alla loro capacità di soddisfare i propri bisogni. Appropriandosi di tutto ciò che appartiene alla vittima, ovvero la sua identità e la sua soggettività, non si fa altro che negarle l’umanità. Una volta che si è compiuto questo passo, tutto è legittimato. Già dagli anni ‘80 l’avvocata e attivista MacKinnon afferma che le donne vivono nell’oggettivazione sessuale come i pesci nell’acqua”.

Amnesty International, in un’indagine del 2017, riferisce che il rapporto delle donne con Internet e con le relazioni in generale venga affrontato con ansia e perdita di autostima nel 67% dei casi e questo quando è causato “solo” da molestie e abusi sul web di gravità “minore”.  Le conseguenze sono devastanti sia sul piano psichico-individuale, sia sul piano socio-lavorativo, esattamente come una violenza sessuale fisica: alienazione e depersonalizzazione, assieme a sindrome da stress post-traumatico, disturbi alimentari e tossicodipendenza, depressione sono estremamente comuni. La pornografia non consensuale causa però anche la perdita del lavoro e l’emarginazione sociale, proprio come dimostrato nel caso della maestra torinese. Inoltre, è tristemente noto che il 52% delle vittime considera il suicidio e la percentuale cresce nei casi che coinvolgono minori.

L’Associazione no profit di sostegno legale alle vittime PermessoNegato stila report (l’ultimo è proprio di Novembre) nei quali illustra come il fenomeno della pornografia diffamatoria su triplichi di quadrimestre in quadrimestre. La mancata collaborazione dei portali e delle piattaforme che ospitano i contenuti privati violati è un altro grave problema molto ben evidenziato. In molti casi, non c’è alcun interesse a risolvere le falle di privacy, quasi si incentivasse il caricamento di certi video e foto. Attualmente sono sotto indagine i colossi Telegram e Pornhub. Altri social stanno gradualmente modificando le condizioni di utilizzo e le policy.

L’approvazione dell’articolo 612ter del Codice Penale e la situazione attuale

In Italia è stato eclatante il caso di Tiziana Cantone nel 2016, suicidatasi perché, avendo richiesto il diritto all’oblio in seguito alle denunce effettuate un anno prima per revenge porn, veniva ancora perseguitata. Il governo ha finalmente deciso di prendere provvedimenti, nonostante fosse in ritardo rispetto ad altri Stati. Dopo il successo della petizione di #IntimitàViolata che in una settimana raccoglie 110.000 firme è un lungo lavoro di molte campagne di sensibilizzazione, il 4 agosto 2019 è stato approvato l’articolo 612ter del Codice Penale, che andrebbe a colmare proprio le lacune legislative del pacchetto Codice Rosso, una raccolta di leggi che tratta la violenza di genere. La nuova normativa tutelerebbe maggiormente le vittime, considerando reato la “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”; darebbe anche maggiore rilievo al legame di relazione (corrente o terminata) e favorirebbe ancor più le vittime in condizioni di disparità fisica  e/o condizione di fragilità, come la gravidanza. A più di un anno dalla sua entrata in vigore, risulta evidente dall’approfondita analisi effettuata da Leonardo Tamborini, procuratore presso il tribunale per i minorenni di Trieste, e Margherita Simicich, dottore in giurisprudenza (disponibile al seguente link), che la nuova norma è anacronistica rispetto ai metodi di diffusione in costante ed esponenziale espansione e che risente di lacune dovute sia al problema di rintracciare il “divulgatore 0”, sia ad altre clausole che entrano in conflitto tra loro.

L’Italia è un Paese nel quale durante la giornata per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne 2020 viene trasmesso su un canale pubblico (che ricordo essere pagato dai contribuenti, quindi dalle donne lavoratrici anche) un tutorial su come apparire sensuali mentre si svolgono mansioni tipicamente relegate appunto alle donne. Dopo due settimane le scuse della conduttrice.

Abbiamo a portata di mano una quantità di mezzi e contenuti che cresce esponenzialmente di giorno in giorno: possiamo continuare a utilizzarli in modo irresponsabile e non etico o agire con coscienza. Attuare politiche sociali e progetti educativi, oltre a rendere il Codice Penale una tutela a trecentosessanta gradi per le vittime, sono urgenze da affrontare immediatamente per prevenire e contrastare l’avanzata di tali violenze. Il web è già parte integrante e inscindibile della “vita vera”.

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Ambiente, società e tecnologia

La lotta contro lo spreco diventa di buon gusto

Nel mese di febbraio 2020 l’osservatorio Waste Watcher, per la settima Giornata Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, ha presentato un rapporto riguardante gli sprechi alimentari domestici degli italiani. Rispetto all’anno precedente lo sperpero di cibo cala per un ammontare annuale di un miliardo e mezzo. Un risparmio di alimenti consistente, ma non sufficiente: se aggiungiamo, infatti, la quantità che getta via la filiera produttiva, arriviamo ad un valore molto alto, che in un anno si aggira attorno ai 10 miliardi di euro.

Prendono forma come soluzione a questo problema alcune applicazioni che stanno emergendo in questi ultimi anni con l’obiettivo di incentivare il risparmio e il riciclo di vivande non vendute e non consumate. Queste app producono effetti virtuosi sia sotto un punto di vista ambientale che economico: permettono infatti ai venditori di non buttare prodotti che non sono stati comprati a fine giornata e al contempo consentono a potenziali consumatori di acquistarli a un prezzo molto agevolato. Non è finita qui: la loro mission accoglie anche il proposito di educare e sensibilizzare gli utenti riguardo alle gravi conseguenze ambientali e socio-economiche che può comportare lo spreco di cibo. Se le tonnellate di alimenti prodotti non venissero gettate, si potrebbe sfamare una parte considerevole di persone che ancora oggi soffrono di denutrizione ed evitare la perdita anche del cibo cestinato insieme a tutte le risorse necessarie per la produzione dello stesso.

Una applicazione che offre soluzioni sostenibili e innovative nel mondo della ristorazione e dei supermercati è TooGoodToGo, nata nel 2015 in Danimarca, che consente a chi lavora in queste due grandi realtà di mettere in vendita online il cibo non venduto e che a fine giornata andrebbe perso attraverso delle “Magic Box”.

I consumatori, attraverso pochi click, acquistano tramite l’app delle scatole di cui non conoscono il contenuto e che a sorpresa racchiudono dei pasti freschi e di buona qualità. Si va così creando una rete di venditori e compratori, che traggono vantaggio  dalla compravendita delle “Magic Box” e vengono sensibilizzati ai valori della condivisione, collaborazione e attenzione nei riguardi dell’ambiente che ci circonda: ogni “Magic Box” acquistata, infatti, evita l’emissione di 2 kg di Co2, che corrisponde alla quantità di gas serra che viene prodotta dal pasto quando anziché essere consumato, viene buttato.

L’Italia ha accolto TooGoodToGo in molte città ed il nostro paese a sua volta ospita incubatori di tante altre startup che si propongono di arrivare allo stesso scopo, cominciando dai ristoranti fino ad arrivare ai supermercati.

Con la stesso proposito di ToGoodToGo nasce Bring The Food, un’ app ideata nel 2012 dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento che vuole agevolare il recupero di eccedenze alimentari e destinarle a organizzazioni di volontariato, in modo da donarle a chi ne ha più bisogno.

Sulla scia dell’operato di TooGoodToGo nei supermercati, non si può non parlare di MyFoody, una applicazione italiana che permette a chi ne usufruisce di ricevere offerte su prodotti “difettosi” presenti giornalmente nei vari supermercati: beni che vengono cestinati per difetti riguardanti la morfologia del prodotto o che presentano una scadenza a breve termine.

Evitare lo spreco è anche sinonimo di prestare attenzione alle scadenze degli alimenti ed utilizzare tutto ciò che si compra. Questo è quello a cui puntano le piattaforme italiane Puccifrigo ed Eco dal Frigo. La prima ha come mission quella di aiutare i suoi utenti a ricordarsi delle scadenze dei prodotti che hanno acquistato. La seconda invece si propone di mettere a disposizione tantissime ricette per combinare gli alimenti che si hanno a casa, senza buttarli.

Sono degne di menzione Last Minute Sotto Casa e Ubo , un’altra app innovativa che in modi alternativi vuole accompagnare gli utenti in quello che è il percorso che comincia con l’atto di fare la spesa e termina con il consumo dei prodotti.

Queste sono alcune delle tante app che stanno mettendo in campo soluzioni innovative e sostenibili per combattere lo spreco alimentare. Tutti possiamo contribuire cambiando le nostre abitudini e prestando attenzione al mondo che ci circonda: consumare tutto quello che acquistiamo, donare e condividere con chi ne ha più necessità.

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Ambiente, società e tecnologia

Bookdealer: librerie indipendenti a portata di un click

Nell’immaginario contemporaneo per acquistare un libro andare in libreria non è più l’unica opzione ma una fra le tante disponibili. L’arrivo dell’e-commerce ha cambiato infatti il mercato di molti prodotti e tra questi abbiamo proprio i libri, definiti beni essenziali. Oggi sono innumerevoli gli store online che vendono libri ma da tutto questo ne sono rimaste escluse per un po’di tempo le librerie indipendenti.

La prima piattaforma di e-commerce in Italia a sostenere le librerie indipendenti è Bookdealer.

Nasce in un contesto culturale in cui non è sempre agevole recarsi nei punti vendita e si preferisce spesso acquistare libri sul web. Bookdealer si propone come un’ottima alternativa a colossi dell’e-commerce come Amazon.

Come funziona Bookdealer?

Questa piattaforma di e-commerce è semplice e veloce da usare e lo si può spiegare in due semplice mosse:

  1. Selezionare il punto vendita da cui si vuole effettuare l’acquisto tra una vasta gamma di negozi che si possono visitare virtualmente;
  2. Effettuare l’acquisto e la somma spesa andrà direttamente alla libreria scelta.

All’interno del sito è inoltre possibile scoprire i titoli più venduti, venire consigliati dalle recensioni degli utenti che acquistano all’interno della piattaforma e conoscere le iniziative sponsorizzate da ciascuna libreria.

In aggiunta, Bookdealer dà la possibilità ai propri clienti di regalare un libro a un’altra persona utilizzando la stessa cura che avrebbe l’acquirente.

Per usufruire del servizio bastano tre passaggi:

  1. Indicare l’indirizzo del destinatario in un apposito modulo;
  2. Spuntare il box “è un regalo?” al momento del check out;
  3. Scrivere il testo del biglietto per il regalo nel riquadro sottostante.

Che tipo di rapporto si crea tra libreria indipendente e cliente?

In una formula che la stessa piattaforma definisce Fast and Slow è possibile avere libri in meno di 24 ore proprio perché consegnati da librerie del territorio nel rispetto dei ruoli e della filiera.

L’elemento di forza che emerge non è solo la velocità “fast” ma soprattutto la qualità “slow” di un servizio che viene svolto da librai e libraie in carne ed ossa che hanno cura dei libri e dell’esperienza che portano al cliente.

Quindi se in vari altri e-commerce il libro viene slegato dal suo punto vendita di provenienza in quanto l’importante è solo che venga consegnato all’acquirente in tempo, Bookdealer regala consigli di persone vere vicine al cliente creando un rapporto a lungo termine che sostiene le librerie indipendenti.

Oltre al sito Web, Bookdealer ha una pagina Instagram dedicata al suo e-commerce, in cui è la voce delle librerie indipendenti a farsi sentire per informare i clienti sulle ultime loro novità.

Bookdealer si definisce facile, economico e veloce. Quindi, se vi siete mai trovati a pensare di non poter andare nella vostra libreria di fiducia, ora non avete davvero più scuse perché vi basta un click.