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Marketing & Social Media

Ray-Ban Stories: gli occhiali intelligenti di Facebook

Girare delle Stories e condividerle immediatamente senza nemmeno estrarre il cellulare dalla tasca, il quale, probabilmente, non sarà più indispensabile. Basteranno, invece, un paio di occhiali, che in futuro potremo avere sempre indosso, per svolgere le più svariate attività quotidiane.

 

Cosa sono i Ray-Ban Stories e cosa permettono di fare

 

Annunciati con grande clamore dal CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, si chiamano Ray-Ban Stories e sono occhiali intelligenti nati dalla partnership tra il colosso di Menlo Park e l’azienda italo-francese EssilorLuxottica.

 

All’apparenza sembrano dei normalissimi Ray-Ban (su questo, i designer, sono stati inflessibili), ma osservando bene la montatura, accanto alle lenti, si nota un piccolo led che si accende quando, chi l’indossa, decide di immortalare il momento.

 

Essi possono registrare fino a 35 video di massimo 30 secondi oppure scattare 500 foto. Dopodichè è possibile caricare i contenuti in modalità wireless sull’app apposita Facebook View, dove le foto sono criptate. Da Facebook View, l’utente può condividere quei contenuti sui social network, sulle app di messaggistica istantanea come Whatsapp e Telegram, oppure salvare il materiale nella memoria interna del telefono.

 

Per utilizzarli è necessario possedere un account Facebook e installare l’app Facebook View. Dotati di un processore Snapdragon, comunicano con lo smartphone mediante bluetooth e possiedono una batteria che promette un uso moderato fino a sei ore. Il prezzo, per il momento, è di 329 euro.

 

Citando le parole di Andrew Bosworth, vicepresidente di Facebook Reality Labs: “siamo appassionati di ricercare dispositivi che offrano alle persone modi migliori per connettersi con i propri cari. I dispositivi indossabili hanno il potenziale per farlo”. Insomma, sempre più connessi senza nemmeno dover porre uno smartphone tra noi e la realtà.

 

Aspettative deluse per molti: non sono i primi e niente AR

 

I Ray-Ban Stories non sono di certo una rivoluzione, poiché molti altri, prima di Facebook hanno tentato, fallendo: i Google Glass nel 2013 sono stati l’esempio più eclatante per poi arrivare agli Spectacles del social network Snapchat che già nel 2017 aveva teorizzato la condivisione immediata tramite occhiali intelligenti assieme a tante altre aziende come Lenovo e Bose.

 

Alcuni problemi di qualità, estetica (indossare degli occhiali da sole anche in metropolitana d’inverno?) e soprattutto privacy, sono rimasti e l’aggravante è quello di non aver aggiunto nessuna novità sostanziale, o almeno, quella che tutti si aspettavano: la realtà aumentata.

 

La realtà aumentata, quella tecnologia per la quale si potrebbero vedere sovrapposte, ad esempio, le indicazioni di Google Maps alla strada reale, e di cui abbiamo parlato in questo articolo, sarebbe stata una rivelazione poiché, finora, non c’è stato quasi nulla di davvero efficiente messo in commercio a disposizione di tutti (a parte i costosissimi e non così funzionali Hololens di Microsoft).

 

Ponendo lo sguardo sull’aspetto tecnico invece, per ora non sembrano possedere una grandissima qualità di immagine, solo cinque megapixel, dovuta anche al poco spazio concesso dai designer agli sviluppatori hardware per i processori necessari.

 

Tuttavia, non solo i nuovi occhiali intelligenti “mancano” di funzionalità ed elevata qualità, ma presentano un altro grosso problema.

 

Registrare chiunque senza che se ne accorga: il grande problema della privacy

 

Facebook, conoscendo i problemi legati alla privacy emersi con i predecessori, ha provato ad ovviare questo problema con il led sulla montatura: il piccolo indicatore luminoso si accende quando gli occhiali stanno registrando, avvisando le persone che sono state fotografate o filmate. Inoltre, quando si imposta l’app Facebook View, vengono visualizzati anche i messaggi che chiedono agli utenti di “rispettare gli altri intorno a te” e chiedono se “ci si sente appropriati” a scattare una foto o un video in quel momento.

 

Sembra un modo, per l’azienda di Menlo Park, un po’ per “avere la coscienza pulita” e un po’ perché è obbligatorio, proprio come i messaggi di rischio sui pacchetti di sigarette. Di fatto però, i problemi di otto anni fa non sono stati risolti e su questo punto è già intervenuto il Garante della privacy chiedendo informazioni in merito al trattamento dei dati.

 

Il reale problema è che la funzione primaria di questi occhiali non è semplicemente la video ripresa, ma, come dice il nome stesso, la condivisione del materiale online.

 

Almeno per il momento, non possiedono ancora il riconoscimento facciale, funzionalità che, se dovesse essere aggiunta, ricorderebbe molto 1984 di Orwell. Con questi colossi, tuttavia, è presto detto: pare proprio che Andrew Bosworth, responsabile della divisione hardware, ci stia lavorando con il suo team.

 

Queste dichiarazioni e i fatti attuali sono preoccupanti, ma non sembra essere di questo avviso Rocco Basilico, Chief Wearables Officer di Luxottica, che, in un’intervista al Corriere sostiene: «Abbiamo fatto un buon lavoro con gli esperti di privacy e abbiamo un partner (Facebook, ndr) tra i migliori in questo campo. Sugli occhiali c’è un Led: se io registro, tu lo vedi subito. Con lo smartphone non è così chiaro»

 

L’introduzione dell’AR necessita del giusto tempismo, in che direzione stiamo andando?

 

Nonostante le numerose, e spesso giustificate critiche, ce n’è una diversa, di delusione: non sono il portale verso il metaverso che molti si aspettavano e, secondo altri, è stata proprio una mossa voluta dal genio di Mark Zuckerberg che parla di voler muoversi in questa direzione ormai da anni, ma potrebbe aver capito che i tempi non sono ancora maturi.

 

Il metaverso, quella fusione degli spazi virtuali che avverrà in un futuro non troppo distante e di cui abbiamo trattato meglio in questo articolo, è una rivoluzione e, come molti sanno, le grandi innovazioni, per essere comprese a fondo, devono “uscire allo scoperto” quando i tempi sono maturi, altrimenti potrebbero risultare un flop del momento.

 

Forse, il CEO di Facebook vuole partire piano, lasciando che le persone e la società intera si abituino ad indossare degli smart glasses. Questo potrebbe essere un primo passo nella direzione del metaverso, dove tutti indosseremo perennemente degli occhiali che, grazie alla realtà aumentata, sovrappongano al mondo reale, un mondo digitale che ci aiuti nelle attività di tutti i giorni e dove potremo interagire con persone dall’altra parte del mondo, come se fossimo lì fisicamente grazie ai nostri avatar.

 

Durante l’attesa, intanto, vale la pena cominciare ad allenarsi a distinguere ciò che è reale e ciò che non lo è, visto che, ironia della sorte, sarà sempre più difficile riuscirci.

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Ambiente, società e tecnologia

Un’introduzione al mondo delle biotecnologie industriali: intervista a Stefano Bertacchi

“La divulgazione nel campo delle biotecnologie sta acquisendo una risonanza sempre maggiore, soprattutto per quanto riguarda le sue applicazioni nell’ambito medico. Oltre a queste c’è però un mondo vasto e diversificato, forse meno conosciuto, ma altrettanto ricco di risvolti interessanti e coinvolgenti. Una parte di esso è rappresentata dalle biotecnologie industriali: abbiamo chiesto a Stefano Bertacchi, biotecnologo industriale, Dottore di ricerca presso il dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze dell’Università di Milano-Bicocca e divulgatore scientifico, di rispondere ad alcune domande e curiosità su questa branca scientifica.”

 

 

Per iniziare, che cosa sono e di cosa si occupano le biotecnologie e, nello specifico, le biotecnologie industriali?

 

“Le biotecnologie si occupano dello sviluppo di processi basati sull’impiego di esseri viventi o parti di essi, come gli enzimi. Nello specifico, le biotecnologie industriali (o bianche) hanno lo scopo di produrre molecole di interesse merceologico, dai biocarburanti alle bioplastiche, passando per farmaci e additivi alimentari.”

 

 

Le biotecnologie tradizionali vengono sfruttate dall’essere umano da moltissimo tempo: le biotecnologie industriali, invece, sono un campo scientifico di recente sviluppo?

 

“Spesso le persone restano sorprese dal sapere che le biotecnologie nascono molto tempo fa, con lo sviluppo dei processi per fare la birra, il pane e lo yogurt, per fare alcuni esempi accumunati dall’uso di microrganismi. Potremmo considerare questi esempi parte delle biotecnologie industriali, ma se ci limitiamo al coinvolgimento della microbiologia, quest’ultima è una scienza molto nuova rispetto alla zoologia e alla botanica. A questo dobbiamo sommare l’accumulo di conoscenze in altri settori scientifici, biologia e chimica su tutti, che ci hanno permesso di diventare dei biotecnologi più consapevoli di quello che accade.”

 

 

Le biotecnologie riguardano la nostra vita quotidiana? Quanto ne siamo effettivamente consapevoli?

 

“Assolutamente sì: il cibo è uno degli esempi principali, ma anche molti farmaci, come l’insulina, o i vaccini ricombinanti, a base virale o meno, sono frutto delle biotecnologie. La percezione da parte del grande pubblico è ancora parziale, per questo motivo affianco la mia attività di ricerca scientifica a quella di divulgazione, in modo da far capire che anche i detersivi che utilizziamo hanno a che fare con le biotecnologie.”

 

 

Quanto è conosciuto questo ambito e quanto attira interesse, soprattutto da parte di chi non si occupa di scienza?

 

“Sicuramente c’è interesse in questo ambito, soprattutto quando sentiamo parlare di OGM, staminali, terapia genetica eccetera. La pandemia ha anche reso più “famosi” alcuni aspetti prima poco noti, come l’uso di tecniche molecolari come la PCR e lo sviluppo di vaccini ricombinanti a base di virus OGM.”

 

 

Quali sono, al giorno d’oggi, gli ambiti più innovativi e interessanti della ricerca e quale potrebbe essere il loro futuro? A quali sfide cercano di rispondere?

 

“Aspetti molto innovativi riguardano, dal punto di vista tecnico, l’implementazione della biologia sintetica e dell’editing genetico, coinvolgendo non solo microrganismi. Lo sviluppo di bioprocessi basati su biomasse rinnovabili come alternativa al petrolio potrebbe rispondere alle crescenti pressioni per una maggiore sostenibilità.

 

L’emergenza climatica e l’inquinamento sono temi centrali. Come dicevo in precedenza c’è la spinta per lo sviluppo di processi innovativi basati su materie prime di scarto, o che possano sfruttare la CO2 in atmosfera. Allo stesso tempo possiamo anche sviluppare cellule capaci di degradare sostanze inquinanti, come la plastica e la gomma.”

 

 

L’Italia valorizza abbastanza la ricerca in questo ambito, oppure c’è un clima di diffidenza?

 

“Alla luce delle nuove politiche, si spera, sempre più green da parte dell’Italia e dell’Unione Europea, non possiamo che valorizzare la ricerca in questo settore. La diffidenza c’è sempre in relazione alla ricerca, che spesso non viene compresa come qualcosa che necessita tempo per mostrare i propri frutti. In aggiunta, le biotecnologie non godono di una grande fama in Italia a causa del forte pregiudizio nei confronti degli OGM, che tuttavia si sta pian piano assottigliando di fronte a nuove metodiche come l’editing genetico, che dimostrano come di fatto è nella natura umana manipolare il DNA delle piante e animali intorno a noi.”

 

Dalle parole di Stefano Bertacchi emergono le potenzialità che ha la ricerca scientifica in questo campo, così come la necessità che la divulgazione e il dibattito informato su di esso siano sempre più diffusi.

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Ambiente, società e tecnologia

Le nuove mete del marketing: intervista doppia ad Ilaria Mundula e Dario Berti

Il marketing per essere efficace in un mondo dove la migrazione è ormai un fenomeno in forte crescita, deve tener conto della cultura delle “nuove comunità”. Tale argomento è stato trattato al Web Marketing Festival durante l’intervento “Il marketing oggi è marketing interculturale?”, per mostrare come enti privati e pubblici possano creare strategie per il bene comune, per l’integrazione e il soddisfacimento personale di ogni membro della comunità.

 

La speaker è stata Ilaria MundulaSinologa ed esperta di marketing interculturale e di comunicazione strategica, con esperienza diretta in Cina e con le comunità locali cinesi in Italia (prima come insegnante di italiano per studenti cinesi e poi come consulente marketing); assieme a Danio BertiCEO di WeM_Park, è riuscita ad approfondire le dinamiche interne ed esterne di questa innovazione interculturale.

 

 

Dove e con chi tutto ebbe inizio…

 

Il WeM_Park, Laboratorio Universitario per il Marketing e le tecnologie IC” dell’Università degli Studi di Firenze, spiega Berti, nasce 6 anni fa all’interno di PIN. L’intuizione dietro alla nascita del laboratorio, deriva dalla necessità di offrire una conoscenza parallela all’Università e una consulenza applicata, per rafforzare la parte di Digital marketing degli studenti del corso di laurea in Economia aziendale. Negli ultimi anni siamo riusciti  ad adeguare il laboratorio a quello che è il sistema di base di PIN:  è stato introdotto, infatti, un osservatorio per la ricerca scientifica e di mercato chiamato Chinese Digital Scenario, così da poter offrire soluzioni empiriche e strategie di marketing alle imprese e agli Enti Pubblici; e, infine, è stata migliorata la parte di Education per fungere da supporto all’osservatorio e per permettere la divulgazione della conoscenza digitale verso gli studenti e verso l’esterno con corsi di specializzazione extracurricolari.

 

Nel contesto della ricerca e dell’attività strategica opera Ilaria Mundula, insieme ad un team multietnico e multiculturale (cinesi o di origine cinese laureati in economia o in scienze della comunicazione). E ci spiega così il progetto:

 

 

Nel titolo del tuo intervento parli di marketing interculturale, cosa intendi davvero con questa espressione? Quali caratteristiche deve avere il marketing per essere tale?

 

Il marketing interculturale è una variante del marketing che tiene conto delle diversità culturali cioè del fatto che ogni persona, quindi ogni consumatore o utente, sia portatore di valori. Di valori che fanno appello alla cultura.

La globalizzazione ci ha portato a credere che non ci fosse fluidità culturale al punto che i valori di ciascuna cultura avessero perso identità e si fossero uniformati tra loro; in realtà, i dati provenienti da diversi Istituti di Ricerca Internazionali dimostrano il contrario e, non solo, mostrano quanto ciascuna cultura abbia preservato la sua natura lasciando segni indelebili in ciascuno dei suoi membri, sia nelle scelte più personali che in quelle d’acquisto.

 

Di conseguenza, il marketing per essere definito interculturaledeve tener conto delle differenti culture di riferimento e deve saper cogliere il flusso storico di una cultura; così agendo, sarà possibile creare delle strategie che si adattino alla versione linguistica e visiva di una data comunità. Con la classica traduzione letterale, infatti, non si faceva altro che riportare i propri schemi mentali in un’altra cultura.

 

Questo a livello generale e teorico; per vedere come si concretizza tutto ciò, ti porto l’esempio dello studio e dei risultati ottenuti guardando l’Italia e, in particolare, la comunità cinese di Prato. Partiamo dal fatto, non trascurabile, che l’Italia sta misurando una sempre più crescente interazione e commistione con nuove culture e nuove identità per via dell’alta immigrazione. Questo aspetto, infatti, condiziona il ruolo della scuola, il rapporto con le istituzioni e con la religione, fino ad interessare i rapporti sociali, lavorativi e familiari.

La concentrazione di immigrati in determinate aree, secondo quanto affermato dalla Idos, è poi dovuta alla necessità di stare vicino a parenti e compatrioti, per trovare appoggio e opportunità di socializzazione e per ottenere impieghi lavorativi.

 

Arrivo dunque alla comunità cinese di Prato, su cui si basa il mio focus; in tale luogo risiede una delle comunità cinesi più dense d’Europa26.300 cittadini cinesi su 195.000 residenti totali; non solo, si tratta anche di una comunità molto giovane dove appunto il 30% ha un’età compresa tra 0-17 anni.

 

Osservando e interagendo con i suoi membri, poi, si scopre che, nonostante siano giovani, i valori della cultura cinese permangono molto forti in loro, quindi significa che le persone sono influenzate dalla cultura cinese anche quando non vivono in Cina (ma all’estero).

 

 

Le strategie di ricerche che utilizzate? Le best practice? Come si struttura il vostro piano d’azione.

 

Partiamo dalla teoria: le best practice non sono altro che linee guida a cui attenersi per formulare delle strategie. In senso più lato, bisogna attenersi al concetto di multidimensionalità ovvero di strutturare una campagna marketing aziendale su due livelli: offline e online. In senso stretto, invece, è necessario condurre un’osservazione più diretta attraverso ricerche quali/quantitative e strumenti di survey online cinese. Grazie ad esse, abbiamo scoperto che i cinesi hanno un comportamento digitale diverso dal nostro in quanto il loro ecosistema digitale è molto più evoluto, hanno una forte vocazione imprenditorialesono mediamente disposti a spendere di più su certe categorie merceologiche e sono anche attratti dal settore del lusso (importanti sono le ricerche di mercato prodotte in tal senso da Silvia Ranfagni), sono portati ad acquistare tramite live streaming (come avviene in Cina), si tratta di persone che tengono alla loro immagine pubblica (quindi evitano situazioni che facciano perdere loro la faccia), sono curiosi, attenti e precisi. Riguardo a questi tre aspetti in particolare, risulta rilevante una ricerca che avevamo fatto sui prodotti di skincare venduti online: sull’e-commerce cinese Taobao vi erano tantissime informazioni tra foto, lunghe descrizioni e tutorial, mentre su Amazon, lo stesso prodotto, era accompagnato da una sola foto con una riga di descrizione:

 

 

Le strategie si muovono attorno a domande come: Quali app usano i cinesi in Italia? Quali sono le loro preferite? Per quanto tempo le usano? Quali sono le app indispensabili? Se devono fare x azioni, ad esempio cercare un prodotto, cercare un indirizzo, chattare, comprare online, lo fanno con le app occidentali, con quelle italiane o con quelle cinesi?

 

Per rispondere a questa domanda si è scoperto che le App considerate indispensabili per i cinesi in Italia siano le app di comunicazione e marketing Weibo e WeChat (il 40% degli intervistati lo usa per 4 ore al giorno), la Xiaohangshu (Little Red Book) che è un mix tra Pinterest e Instagram e la gemella di Titk Tok ovvero Douyin.

 

Tra le app occidentali più usate, invece, ci sono YouTube Instagram; di contro, il 30% non usa mai Whatsapp e il 50% non usa mai Facebook.

 

Ora, all’atto pratico ti indico quali strategie sono state svolte e che hanno avuto successo:

 

  • il comune di Prato ha aperto un canale WeChat dedicato alla comunicazione di notizie di interesse pubblico in lingua cinese ed italiana (ad esempio campagne sulle iscrizioni scolastiche). Tale azione a livello locale, ha permesso una maggiore integrazione della comunità cinese;
  • in una farmacia di Prato è stato attivato, all’esterno, un display in cui venivano mostrati, in lingua cinese, i prodotti che potevano interessare quel target ed, inoltre, è stato inserito personale cinese tra i farmacisti. Tutto questo ha permesso di attrarre un consistente numero di clienti cinesi (una consistente fetta di popolazione della città).

 

 

Abbiamo visto in quale ottica le aziende e le istituzioni pubbliche agiscono; adesso è necessario capire come noi possiamo agire per permettere un inserimento ovunque, grazie all’interazione tra autoctoni e migranti:

 

Come afferma lo stesso Niklas Luhmann nella teoria dei sistemi sociali e come si è compreso con quanto appena detto, i sistemi sociali non sono altro che processi di comunicazione intrecciati fra loro e che spesso entrano in conflitto per due ragioni:

 

  • la prima consiste nell’errata interpretazione dell’atto comunicativo o, addirittura, nella mancata interpretazione di tale atto (bisogna essere in possesso di determinate capacità derivanti dalla conoscenza pregressa e diretta di quei rapporti);
  • la seconda consiste nella mancata osservazione di quell’atto da parte di chi dovrebbe riceverlo. Questo è un problema che potrebbe essere risolto dalla «compresenza fisica» del soggetto con cui stiamo comunicando (attualmente resa possibile dalla tecnologia).

 

Infatti, io stessa, una volta entrata in contatto con le persone, ho capito quali fossero i problemi e le necessità della comunità. Il modo migliore per aiutarli è, quindi, condividere la nostra esperienza e la nostra conoscenza della cultura e della lingua cinese, oltre che tutte le informazioni che si conoscono (fungendo da mediatori nell’incontro con l’altro).

 

Ho così deciso di affiancare il mio lavoro nel privato e nel pubblico, con uno più personale aprendo un profilo Instagram “ilaria_mundula”, in cui tratto di ogni aspetto della loro cultura: dalle loro superstizioni, ai valori legati alla famiglia, fino alla loro cucina, ai flop di mercato; il tutto accompagnato da fonti autorevoli, articoli e menzione dei luoghi e delle strutture ove è possibile incontrarsi ma fare anche formazione (cinese) su più punti di vista.

 

 

Un viaggio che spiega i retroscena di una comunità che è riuscita ad influenzare il mercato italiano ed inserirsi nel panorama pubblico e privato con modalità distanti dai nostri modi di agire e dalla nostra comprensione. E’ proprio questo che vuole insegnarci il talk: allargare la nostra mente e aprirla a nuovi schemi mentali, per una migliore convivenza tra culture diverse, pur mantenendo intatte le nostri origini.

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Economia, StartUp e Fintech

Intervista a Federico Masi, co-fondatore della start up FinTech FLOWPAY

Il pagamento delle fatture in ritardo è un’abitudine molto diffusa a livello nazionale e non solo. I pagamenti in ritardo si trasformano in costi che non riguardano solo le imprese ma si trasferiscono al settore bancario per via dei rapporti che ci sono tra imprese e banche. Flowpay è una start up che nasce con l’obiettivo di porre rimedio a questo problema automatizzando il pagamento delle fatture elettroniche con l’uso dell’open banking, facilitando il rapporto tra le controparti.

 

Come è nata Flowpay?

 

Flowpay nasce a ottobre 2019 dall’incontro tra me, che venivo dal mondo start up e conoscevo molto bene l’integrazione bancaria e i pagamenti, Edoardo Tommasi, Lorenzo Rossi e Tiziano Pacciani di Banco Digitale che si occupavano di soluzioni blockchain e DLT. Ci siamo trovati a una fiera di matching business to business organizzata da Banca Intesa. Io avevo la necessità di creare un metodo di riscossione che rendesse più certi gli incassi di fatture B2B.

 

Questa necessità è sorta in seguito a una tua esperienza diretta?

 

Sì ed oltre alla mia esperienza studiando il mercato di riferimento ho potuto apprendere che, attualmente, il 40% delle fatture che sono in pagamento scadono senza essere pagate. In Italia il problema è particolarmente rilevante perché da una parte è quasi normalizzato il pagamento delle fatture in ritardo e la presenza di molte PMI si traduce in un fabbisogno di liquidità più urgente dal momento che le piccole imprese hanno meno capacità a finanziarsi; tutto ciò crea un problema notevole per l’economia. Inizialmente l’idea che abbiamo avuto era creare una fattura programmabile come se fosse uno smart contract, ed è da qui che nasce Flowpay che successivamente si evolve in un istituto di pagamento. Siamo la prima start up ad essere autorizzata dalla Banca d’Italia a operare come PISP e AISP, l’autorizzazione è giunta a febbraio.

 

Cosa sono queste due tecnologie?

 

La normativa sui pagamenti europei ha introdotto una nuova organizzazione chiamata TPP, third party providers. Alla base c’è un soggetto che si interpone tra banche, o altri operatori finanziari tradizionali, e l’utente, che è autorizzato ad effettuare alcune operazioni attraverso la tecnologia o l’interfaccia offerta dalla terza parte, ossia permettere di mediare le operazioni di informazione (visualizzazione degli estratti conto o di pagamenti) da un utente ad un certo numero di banche, accorciando così la distanza finanziaria tra utente e banca. Le banche, a loro volta, sono obbligate ad esporre questi servizi via API, permettendo in questo modo a terze parti come Flowpay di poter visualizzare tutti i conti di un cliente operando per conto suo, rendendo più comoda la gestione di diversi conti e i pagamenti. Dato che il problema su cui ci siamo concentrati è l’incasso delle fatture, Flowpay utilizza un sistema, il primo di questo tipo, di request-to-pay open banking; dunque, un’azienda che deve ricevere un pagamento può condividere un link con la fattura che deve essere pagata dal cliente che a sua volta può procedere al pagamento con approvazione tramite OTP (One time password). Il pagamento può essere istantaneo, oppure creato oggi per domani con bonifico ordinario, o ancora ordinato oggi per un pagamento a 30 giorni. La nostra value proposition è questa; il consenso al pagamento viene inizializzato oggi dal cliente che deve pagare il fornitore anche se il pagamento effettivo è differito (a 30 o 60 giorni), Flowpay fa da fluidificante della relazione commerciale.

 

Così il recupero crediti è più agile?

 

Flowpay mitiga il rischio di dover dedicare tempo eccessivo al recupero crediti. Chi si occupa di recupero crediti può integrare la nostra API per avere un sistema di informazione maggiore perché l’azienda che implementa il nostro sistema può inviare un link al cliente e chiedere di essere pagata attraverso questo link in uno step, senza dover perdere tempo nel recuperare l’informazione della fattura, il destinatario del pagamento, l’IBAN.

 

Come è accessibile il servizio?

 

Il servizio è offerto tramite una piattaforma integrabile via API quindi è rivolta a molti soggetti come chi si occupa di commercio B2B, chi si occupa di Invoice Trading, finanza alternativa come factoring/reverse factoring o instant lending, chi si occupa di recupero crediti, ma offriamo anche una interfaccia utente per le piccole e micro realtà. Per questo abbiamo integrato i gestionali o i provider di fatturazione elettronica come fattura in cloud, Aruba e MyFoglio.

 

Quali sono i costi?

 

L’iscrizione a Flowpay è gratuita. I pagamenti sono anch’essi gratuiti mentre sugli incassi richiediamo lo 0,03%. La concorrenza, non Open Banking, ha prezzi molto più alti se pensiamo alle commissioni applicate da Stripe, PayPal.

 

Avete pensato a soluzioni per i crediti delle imprese verso la Pubblica Amministrazione?

 

La PA non paga con bonifico ma con mandato, ricorrendo ad una procedura autorizzativa per cui il dirigente preposto alla tesoreria all’interno di un ente pubblico dà mandato alla banca tesoriera di pagare. Allo stato attuale la nostra soluzione non è applicabile. Ho parlato con un hedge fund che ha svolto diverse operazioni su crediti scaduti o crediti in bonis di lungo termine e per loro il fatto che la PA paghi molto in ritardo non è altro che un vantaggio, perché riescono a raccogliere una massa di crediti dello Stato che sono sicuramente esigibili, anche se molto in ritardo, ma ciò crea una situazione molto sfavorevole per le imprese. Stiamo parlando con soggetti istituzionali per trovare una soluzione per le fatture verso la PA.

Ho letto che offrite anche un servizio di credit scoring?

Lo implementeremo in futuro, abbiamo ancora bisogno di dati per istruire con Machine Learning il nostro motore di credit scoring. In futuro, avendo indicazione di ogni soggetto circa le sue attività commerciali, attive e passive, noi riusciremo a mappare e dedurre quali saranno i comportamenti di pagamento dei vari soggetti che appartengono alla rete del nostro utente. L’obiettivo è offrire un payment scoring delle aziende per consigliare ai nostri utenti quali rapporti sono più profittevoli, fino ad arrivare a predire quando conviene ai nostri utenti chiedere l’incasso in base al comportamento passato del cliente/fornitore. Questo permetterà di pianificare e prendere migliori decisioni di allocazione finanziaria di breve termine.

 

Quale tecnologia utilizza Flowpay?

 

Flowpay nasce come una rete distribuita, ossia con la possibilità di installare nodi di dati all’interno di un certo numero di istituti finanziari, e non per creare una rete interbancaria, perché i clienti, di fatto, rimangono clienti diretti delle banche, per poi condividere questo patrimonio informativo con tutte le banche che avessero aderito e dare quindi credibilità e autorevolezza alla rete Flowpay. Questo primo passo con le banche non è andato come sperato perché le banche temono che possiamo sottrarre loro clienti, timore non fondato perché ci appoggiamo alle banche per il nostro lavoro, non ci occuperemo mai di raccolta del risparmio ma anzi la nostra collaborazione può portare ai nostri partner risultati più proficui e nuovi clienti che sono alla ricerca di servizi più efficienti. Si iniziano però a vedere alcuni passi positivi verso la nascita di alcune partnership.

 

Che tipo di difficoltà avete riscontrato dalla vostra nascita ad oggi? Avete ricevuto supporto dallo Stato se è stato richiesto?

 

Per adesso non abbiamo ricevuto aiuti dallo Stato ad eccezione del supporto avuto da Banca D’Italia che ha compreso molto bene e ci ha aiutato a creare un Unicum nel panorama FinTech italiano. Diciamo piuttosto che abbiamo scontato, e stiamo scontando, il prezzo di aver creato la nostra iniziativa in Italia, che nonostante diversi proclami mi sentirei di dire che non è il posto giusto per aprire una startup. Per diversi motivi:

 

  1. Il livello di richieste, soprattutto di Compliance Normativa, in Italia è forse il più alto di Europa ed in un contesto di Single Europe Payment Area (SEPA) vede le aziende italiane soccombere, per questioni di adeguamenti normativi, alla competizione con operatori esteri che possono operare in tutta Europa, compresa l’Italia, con un quadro normativo più lasso;
  2. Non esistono strumenti di capitale (equity o debito agevolato) adeguati a realtà come la nostra che devono competere da subito almeno su base europea. I fondi di Venture Capital con cui abbiamo parlato sono in gran parte esteri e tutti hanno storto la bocca quando hanno compreso che eravamo italiani e chiesto anche esplicitamente di rivedere la localizzazione della società su altri territori;
  3. Gli incumbent (banche e altri attori istituzionali) invece di aprirsi all’Open Innovation sono restii alla collaborazione anche perché non esistono meccanismi di incentivo all’innovazione.

Speriamo che questo secondo tentativo di finanziamento a Invitalia possa dare esito positivo, così da poter dire che lo Stato ci ha aiutato.

 

Un consiglio per i giovani ragazzi che vorrebbero avviare una loro attività?

 

  1. Mio malgrado: non fatelo in Italia;
  2. Studiate bene il mercato prima di fare qualsiasi cosa, studiate la competizione e trovate qualche “sponsor” o “Early adopter” prima di partire a fare;
  3. Chiunque sia disposto a finanziare una start up non ha né voglia né tempo di comprendere nei dettagli il tuo business, deve vedere che tu lo sai fare, quindi contratti e fatturato.
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Ambiente, società e tecnologia

La VR e l’AI nel sociale: intervista ad Andrea Zingoni

È ormai noto come le nuove tecnologie possano rispondere ad esigenze anche di tipo sociale, portando le istituzioni a prevedere piani specifici a favore di categorie che manifestano problemi fisici e mentali più o meno gravi.

 

Ne è un esempio l’Erasmus+, un programma dell’Unione Europea “per l’Istruzione, la Formazione, la Gioventù e lo Sport”; la novità, però, risiede nell’azione che porta il nome di “Strategic Partnership for Higher Education”, volta a concedere finanziamenti a progetti che garantiscano le cosiddette “alleanze della conoscenza” e le “alleanze delle abilità settoriali”.

 

I principali obiettivi rispondono all’esigenza “di garantire un apprendimento per tutto il ciclo di vita, migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione (con metodi di insegnamento innovativi, grazie anche all’ausilio della tecnologia), di promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva e incoraggiare la creatività, l’innovazione e l’imprenditorialità  (valorizzando la centralità della persona e consentendo un più agevole dialogo con il mondo del lavoro)”.

 

Tra i progetti vincitori dell’Erasmus+ 2020 vi è proprio VRAILEXIA, presentato durante il Web Marketing Festival di Rimini dall’Ingegnere e Ricercatore dell’Università della Tuscia Andrea Zingoni (in seguito intervistato da me sull’argomento).

Tale progetto nasce con l’obiettivo di combinare la Realtà Virtuale e l’Intelligenza Artificiale per sostenere gli studenti universitari (nelle facoltà umanistiche) dislessici che non hanno ricevuto un adeguato supporto e tutoraggio e arrivano nell’ambito accademico con evidenti problemi (tanto che, come mostra uno studio condotto dal MIUR nel 2019, solo l’1,6% degli studenti dislessici continua con l’istruzione superiore). Da qui l’uso del nome VRAILEXIA (composto appunto da VR – AI – lexia, desinenza della parola dislexia ovvero dislessia).

 

 

Il problema al centro del progetto

 

Perché il profilo esterno ed interno di un progetto sia chiaro, Zingoni ha voluto dare una spiegazione esaustiva della dislessia e del focus del progetto; infatti, egli afferma che: la dislessia è un disturbo specifico della lettura che crea delle difficoltà proprio nella decodifica dei testi.

 

La dislessia, poi, rientra in quelli che vengono chiamati “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” (DSA) e in Italia ne sono stati riconosciuti 4: dislessiadisortografiadiscalculia e disgrafia.

 

Purtroppo non è così per tutti i Paesi, in quanto non esiste un accordo a livello mondiale che riconosca univocamente i disturbi dell’apprendimento: addirittura l’OMS fa rientrare nei DSA solo la dislessia, la disortografia, la disgrafia e poi un quarto gruppo di altri disturbi.

 

Al problema evidente che porta con sé la dislessia, si aggiunge il fatto che essa presenti una comorbidità con altri disturbi specifici dell’apprendimento: un dislessico, spesso, è anche disgrafico e discalculico (quindi al problema della lettura si aggiunge quello legato al prendere appunti e all’organizzazione del proprio lavoro); ne conseguiranno, una mancanza di motivazione, ansia e un calo dell’autostima.

 

Ma diversamente da quello che si può pensare, tali difficoltà non sono correlate a deficit di intelligenza o deficit legati ai sensi (è un fenomeno a sé stante). Infatti, la dislessia porta lo studente stesso a cercare nuovi modi, anche creativi, di apprendere, che diventano per lui una risorsa. Come per i non dislessici, le metodologie e gli strumenti devono essere pensati rispettando anche la loro tipologia di intelligenza (linguistica, matematica, intrapersonale, interpersonale, cinestetica, musicale, visivo-spaziale, naturalistica ed esistenziale) e non solo i limiti e le difficoltà di base. Ad esempio, se uno studente dislessico riesce a comprendere più facilmente un testo con un approccio visivo, si penserà ad un software che riproduca, cliccando sopra la parola, la relativa immagine.

 

 

Delineando il progetto in tal modo, è stato poi più semplice spiegare ai presenti quanto fosse necessario orientare il progetto verso un’ottica di parzialità, focalizzandosi su un problema alla volta; solo grazie all’esperienza fatta, sarà possibile ampliare il progetto e farlo anche bene.

 

 

Quali figure professionali e quali istituzioni lavorano al progetto?

 

Il background dei vari team abbraccia l’ambito ingegneristicopsicologicopedagogico e, infine, quello sociologico, così da permettere ai futuri processi tecnici, di ricerca e di disseminazione dei risultati e dei progetti, di procedere a pari passo.

 

In particolare, l’Università della Tuscia, nonché il Project leader, ha costituito un team che potesse essere coinvolto in ogni parte del progetto. In tal modo è riuscita a coordinare e lavorare con i team dei vari membri del partenariato, responsabili ognuno del settore in cui eccellono; infatti:

 

  • l’Università degli Studi di Perugia si è focalizzata sulla parte psicologica e psicometrica;
  • l’università francese CentraleSupélec e l’Université Paris Nanterre rappresentano le istituzioni più orientate all’ambito dell’ingegneria e della ricerca;
  • la greca Panteion University promuove e gestisce i progetti di cooperazione e di ricerca europea/internazionale volte a migliorare lo scambio e la conoscenza reciproca tra professori e scienziati di diversi laboratori (riuscendo a rispondere ai bisogni sociali ed economici dei paesi interessati);
  • la spagnola Universidad de Córdoba si occupa di tutto quanto è collegato alla Realtà Virtuale;
  • l’associazione no-profit TUCEP (nata nell’ambito del programma europeo COMETT) e l’Università Vzw UC Limburg, similmente, si pongono come missione la promozione dell’occupazione, il trasferimento tecnologico (a livello di formazione e di digital skills) e di innovazione per e verso il mercato regionale, nazionale ed europeo;
  • l’organizzazione no-profit portoghese AEVA svolge il medesimo ruolo delle due figure precedenti ma a livello locale;
  • la Giunti Psycomethrics Srl collabora per fornire test psicometrici nonché servizi base come istruzione e formazioneconsulenza in ambito informatico ed e-learningvalutazione delle competenzeselezione e orientamento. In ambito più di ICT, Giunti offre, tra i tanti, AppScenari virtualiProblem based learning e Info grafiche.

 

 

 

Tali indicazioni di base, definiscono la parte esterna del progetto; ora, però, serve capire quali siano i primi step che deve realizzare VRAILEXIA.

 

La prima parte del progetto, come spiega Zingoni, vede l’ausilio di tre input, realizzabili andando per gradi; sono input volti a raccogliere dati utili da implementare nelle tecnologie di VR e di IA.

 

Il primo dei tre è rappresentato dal questionario autovalutativo creato sulla base di interviste esplorative e sottoposto agli studenti con dislessia nelle Università italiane. Tale questionario (svolto da 1300 studenti) verteva e verte su domande demografichedomande sulla storia della propria dislessia (sulla diagnosi e sulla familiarità col disturbo), sulle problematiche che essi hanno incontrato durante il loro percorso di apprendimento e sugli strumenti e sulle strategie risultati più utili. Le risposte sono di tipo numerico perché vanno da uno score che parte da 0 (problematiche non presenti, supporto non utile) e arriva a 5 (problematica molto sentita e supporto molto utile).

A tale input, segue il secondo (non ancora testato) e si basa su dati di valutazione specialistica, ottenuti attraverso i report clinici di dislessia redatti dai medici esperti (ove figurano informazioni sulle problematiche e sui tipi di supporto utili).

E infine si giunge al terzo input, che nel panorama italiano si realizza attraverso test psicometrici usati, appunto, per definire la diagnosi del soggetto interessato. Si tratta di test che valutano l’abilità di scrittura, di lettura e di comprensione del testo, ma anche di tutte gli aspetti psicologici correlati come l’ansia, gli aspetti cognitivi, motivazionali, metacognitivi e anche di autostima e di autoaccettazione. I dati ottenuti grazie a questi test sono di tipo quantitativo-oggettivo.

 

Per quanto si tratti di input volti a raccogliere dati, essi stessi sono stati realizzati e verranno realizzati con l’ausilio della tecnologia: il questionario autovalutativo, infatti, è stato digitalizzato in una forma che non fosse pesante da compilare per lo studente dislessico e di chiara lettura visiva, in quanto ha difficoltà con task lunghi e ripetitivi; per quanto riguarda i test psicometrici, essendo questi molto lunghi e un po’ noiosi, possono risultare particolarmente ostici per uno studente dislessico quindi abbiamo pensato di renderli un po’ più accattivanti rivolgendoci alla realtà virtuale e in particolare alla Display Virtual Reality.

 

 

Hai parlato, appunto, di Realtà Virtuale e di Intelligenza Artificiale, ma come utilizzerete e implementerete, concretamente, queste tecnologie (all’interno del progetto)?

 

Per quanto riguarda la prima tecnologia citata, abbiamo pensato di usare quella che porta il nome di Display Virtual Realitycaratterizzata da immagini virtuali che appaiono su un tablet o su uno smartphone; una tipologia di Realtà Virtuale più semplice e intuitiva da utilizzare, soprattutto nella somministrazione dei test psicometrici agli studenti dislessici. Nel momento in cui avremo ottenuto i feedback (o comunque il materiale finale) necessari per allenare l’Intelligenza Artificiale, i test che effettueremo risulteranno più complessi per gli studenti dislessici e, quindi, sarà necessario usare la Immersive Virtual Reality.

 

Nel caso dell’Intelligenza Artificiale, invece, il suo utilizzo avverrà per fasi: una che farà capo alle buone pratiche e un’altra agli strumenti e alle strategie di supporto.

 

Per le buone pratiche abbiamo ragionato e ci siamo basati sulle tecniche di cluster analysis e a partire dai questionari e dai test psicometrici vogliamo creare gruppi omogenei per definire delle buone pratiche (anche specifiche) per ciascuno di loro. Per quanto riguarda la fase sugli strumenti abbiamo utilizzato un approccio (all’IA) misto (in parte è data driven e in parte è human driven) ove ci baseremo, in parte, su dati recenti e, in parte, sulle conoscenze pregresse (sulla dislessia), così da evitare collegamenti inesatti e affinare quelli che sono i risultati del nostro algoritmo di Intelligenza Artificiale.

 

L’idea finale sarà poi quella di arrivare ad avere un predittore dei migliori strumenti e delle migliori strategie di aiuto.

 

Questi due approcci innovativi, vengono applicati in quello che viene definito “output intellettuale, un percorso di realizzazione pratica dei dati ottenuti; si compone di 5 punti consecutivi, realizzati l’uno in funzione dell’altro (in modo da permettere un miglioramento graduale del progetto).

 

Tali output sono:

 

  • INTO THE BOX che vede l’implementazione dei test VR (come accennato precedentemente) per la valutazione della dislessia;
  • BE-SPECIAL che consiste nello sviluppo di una piattaforma digitale basata sull’Intelligenza Artificiale perché in grado di creare relazioni e definire algoritmi rispondenti ad una determinata esigenza. A questo si arriverà, come già anticipato, dopo averla “allenata” mediante input derivanti dai dati dei test e dei questionari e dal corpus delle conoscenze pregresse. L’Intelligenza Artificiale, per esempio, potrà suggerire la metodologia di supporto più appropriata per ogni studente dislessico o fascia di studenti (esempi di possibili utility possono essere le mappe concettuali e le “tavole” da disegno);
  • TOOLBOX che funge da raccoglitore online di tutti i moduli digitali, delle risorse, degli strumenti e di qualsiasi tipo di materiale utile (sulla base dei risultati ottenuti con l’IA e in seguito a test) per guidare il professore nella scelta di un determinato metodo di insegnamento (agevolando così il professore nella definizione ed erogazione di piani di studio specifici per ogni studente). Esempi di possibili strumenti sono il tutoraggio o le associazioni studentesche per dislessici;
  • ToC & ToT che consiste nella creazione di una rete di esperti di varie discipline affinché condividano le proprie conoscenze e così espandere il progetto oltre il campo umanistico. Si arriverà a creare delle strategie comuni di inclusione tra gli istituti europei di istruzione superiore, previste nell’ultima fase del progetto ovvero l’OUTSIDE THE BOX. In quest’ottica, infatti, si darà vita a vere e proprie attività di formazione per docenti e studenti (per un aggiornamento continuo) e servizi di orientamento e sostegno di quest’ultimi per tutta la loro carriera universitaria.

 

In aggiunta agli obiettivi futuri menzionati lungo tutto l’articolo, “il progetto vuole arrivare a rendere il questionario multilingua (impresa resa difficile da alcuni idiomi, come il francese e l’inglese, che essendo opachi sono di più difficile comprensione per i dislessici), a trattare tutti i tipi di DSA e a cogliere lo stato cognitivo di ogni persona per creare supporti e strumenti ad hoc.

 

 

Per quanto il progetto sia ad un terzo del percorso, ha già avuto un riscontro positivo da parte degli studenti universitari e grazie anche a ciò, ha potuto spingere sulla creazione dei primi strumenti didattici in formato digital (lavoro ad opera della startup genovese Estro technologies); non solo, il team di VRAILEXIA è già riuscito a rilasciare un primo articolo sui risultati raggiunti e sugli sviluppi futuri dell’Intelligenza Artificiale.

 

Questo è un progetto che avrà tanto da offrire e sul quale vi terrò e ci terranno costantemente aggiornati.

iBicocca