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Ambiente, società e tecnologia

Le nuove mete del marketing: intervista doppia ad Ilaria Mundula e Dario Berti

Il marketing per essere efficace in un mondo dove la migrazione è ormai un fenomeno in forte crescita, deve tener conto della cultura delle “nuove comunità”. Tale argomento è stato trattato al Web Marketing Festival durante l’intervento “Il marketing oggi è marketing interculturale?”, per mostrare come enti privati e pubblici possano creare strategie per il bene comune, per l’integrazione e il soddisfacimento personale di ogni membro della comunità.

 

La speaker è stata Ilaria MundulaSinologa ed esperta di marketing interculturale e di comunicazione strategica, con esperienza diretta in Cina e con le comunità locali cinesi in Italia (prima come insegnante di italiano per studenti cinesi e poi come consulente marketing); assieme a Danio BertiCEO di WeM_Park, è riuscita ad approfondire le dinamiche interne ed esterne di questa innovazione interculturale.

 

 

Dove e con chi tutto ebbe inizio…

 

Il WeM_Park, Laboratorio Universitario per il Marketing e le tecnologie IC” dell’Università degli Studi di Firenze, spiega Berti, nasce 6 anni fa all’interno di PIN. L’intuizione dietro alla nascita del laboratorio, deriva dalla necessità di offrire una conoscenza parallela all’Università e una consulenza applicata, per rafforzare la parte di Digital marketing degli studenti del corso di laurea in Economia aziendale. Negli ultimi anni siamo riusciti  ad adeguare il laboratorio a quello che è il sistema di base di PIN:  è stato introdotto, infatti, un osservatorio per la ricerca scientifica e di mercato chiamato Chinese Digital Scenario, così da poter offrire soluzioni empiriche e strategie di marketing alle imprese e agli Enti Pubblici; e, infine, è stata migliorata la parte di Education per fungere da supporto all’osservatorio e per permettere la divulgazione della conoscenza digitale verso gli studenti e verso l’esterno con corsi di specializzazione extracurricolari.

 

Nel contesto della ricerca e dell’attività strategica opera Ilaria Mundula, insieme ad un team multietnico e multiculturale (cinesi o di origine cinese laureati in economia o in scienze della comunicazione). E ci spiega così il progetto:

 

 

Nel titolo del tuo intervento parli di marketing interculturale, cosa intendi davvero con questa espressione? Quali caratteristiche deve avere il marketing per essere tale?

 

Il marketing interculturale è una variante del marketing che tiene conto delle diversità culturali cioè del fatto che ogni persona, quindi ogni consumatore o utente, sia portatore di valori. Di valori che fanno appello alla cultura.

La globalizzazione ci ha portato a credere che non ci fosse fluidità culturale al punto che i valori di ciascuna cultura avessero perso identità e si fossero uniformati tra loro; in realtà, i dati provenienti da diversi Istituti di Ricerca Internazionali dimostrano il contrario e, non solo, mostrano quanto ciascuna cultura abbia preservato la sua natura lasciando segni indelebili in ciascuno dei suoi membri, sia nelle scelte più personali che in quelle d’acquisto.

 

Di conseguenza, il marketing per essere definito interculturaledeve tener conto delle differenti culture di riferimento e deve saper cogliere il flusso storico di una cultura; così agendo, sarà possibile creare delle strategie che si adattino alla versione linguistica e visiva di una data comunità. Con la classica traduzione letterale, infatti, non si faceva altro che riportare i propri schemi mentali in un’altra cultura.

 

Questo a livello generale e teorico; per vedere come si concretizza tutto ciò, ti porto l’esempio dello studio e dei risultati ottenuti guardando l’Italia e, in particolare, la comunità cinese di Prato. Partiamo dal fatto, non trascurabile, che l’Italia sta misurando una sempre più crescente interazione e commistione con nuove culture e nuove identità per via dell’alta immigrazione. Questo aspetto, infatti, condiziona il ruolo della scuola, il rapporto con le istituzioni e con la religione, fino ad interessare i rapporti sociali, lavorativi e familiari.

La concentrazione di immigrati in determinate aree, secondo quanto affermato dalla Idos, è poi dovuta alla necessità di stare vicino a parenti e compatrioti, per trovare appoggio e opportunità di socializzazione e per ottenere impieghi lavorativi.

 

Arrivo dunque alla comunità cinese di Prato, su cui si basa il mio focus; in tale luogo risiede una delle comunità cinesi più dense d’Europa26.300 cittadini cinesi su 195.000 residenti totali; non solo, si tratta anche di una comunità molto giovane dove appunto il 30% ha un’età compresa tra 0-17 anni.

 

Osservando e interagendo con i suoi membri, poi, si scopre che, nonostante siano giovani, i valori della cultura cinese permangono molto forti in loro, quindi significa che le persone sono influenzate dalla cultura cinese anche quando non vivono in Cina (ma all’estero).

 

 

Le strategie di ricerche che utilizzate? Le best practice? Come si struttura il vostro piano d’azione.

 

Partiamo dalla teoria: le best practice non sono altro che linee guida a cui attenersi per formulare delle strategie. In senso più lato, bisogna attenersi al concetto di multidimensionalità ovvero di strutturare una campagna marketing aziendale su due livelli: offline e online. In senso stretto, invece, è necessario condurre un’osservazione più diretta attraverso ricerche quali/quantitative e strumenti di survey online cinese. Grazie ad esse, abbiamo scoperto che i cinesi hanno un comportamento digitale diverso dal nostro in quanto il loro ecosistema digitale è molto più evoluto, hanno una forte vocazione imprenditorialesono mediamente disposti a spendere di più su certe categorie merceologiche e sono anche attratti dal settore del lusso (importanti sono le ricerche di mercato prodotte in tal senso da Silvia Ranfagni), sono portati ad acquistare tramite live streaming (come avviene in Cina), si tratta di persone che tengono alla loro immagine pubblica (quindi evitano situazioni che facciano perdere loro la faccia), sono curiosi, attenti e precisi. Riguardo a questi tre aspetti in particolare, risulta rilevante una ricerca che avevamo fatto sui prodotti di skincare venduti online: sull’e-commerce cinese Taobao vi erano tantissime informazioni tra foto, lunghe descrizioni e tutorial, mentre su Amazon, lo stesso prodotto, era accompagnato da una sola foto con una riga di descrizione:

 

 

Le strategie si muovono attorno a domande come: Quali app usano i cinesi in Italia? Quali sono le loro preferite? Per quanto tempo le usano? Quali sono le app indispensabili? Se devono fare x azioni, ad esempio cercare un prodotto, cercare un indirizzo, chattare, comprare online, lo fanno con le app occidentali, con quelle italiane o con quelle cinesi?

 

Per rispondere a questa domanda si è scoperto che le App considerate indispensabili per i cinesi in Italia siano le app di comunicazione e marketing Weibo e WeChat (il 40% degli intervistati lo usa per 4 ore al giorno), la Xiaohangshu (Little Red Book) che è un mix tra Pinterest e Instagram e la gemella di Titk Tok ovvero Douyin.

 

Tra le app occidentali più usate, invece, ci sono YouTube Instagram; di contro, il 30% non usa mai Whatsapp e il 50% non usa mai Facebook.

 

Ora, all’atto pratico ti indico quali strategie sono state svolte e che hanno avuto successo:

 

  • il comune di Prato ha aperto un canale WeChat dedicato alla comunicazione di notizie di interesse pubblico in lingua cinese ed italiana (ad esempio campagne sulle iscrizioni scolastiche). Tale azione a livello locale, ha permesso una maggiore integrazione della comunità cinese;
  • in una farmacia di Prato è stato attivato, all’esterno, un display in cui venivano mostrati, in lingua cinese, i prodotti che potevano interessare quel target ed, inoltre, è stato inserito personale cinese tra i farmacisti. Tutto questo ha permesso di attrarre un consistente numero di clienti cinesi (una consistente fetta di popolazione della città).

 

 

Abbiamo visto in quale ottica le aziende e le istituzioni pubbliche agiscono; adesso è necessario capire come noi possiamo agire per permettere un inserimento ovunque, grazie all’interazione tra autoctoni e migranti:

 

Come afferma lo stesso Niklas Luhmann nella teoria dei sistemi sociali e come si è compreso con quanto appena detto, i sistemi sociali non sono altro che processi di comunicazione intrecciati fra loro e che spesso entrano in conflitto per due ragioni:

 

  • la prima consiste nell’errata interpretazione dell’atto comunicativo o, addirittura, nella mancata interpretazione di tale atto (bisogna essere in possesso di determinate capacità derivanti dalla conoscenza pregressa e diretta di quei rapporti);
  • la seconda consiste nella mancata osservazione di quell’atto da parte di chi dovrebbe riceverlo. Questo è un problema che potrebbe essere risolto dalla «compresenza fisica» del soggetto con cui stiamo comunicando (attualmente resa possibile dalla tecnologia).

 

Infatti, io stessa, una volta entrata in contatto con le persone, ho capito quali fossero i problemi e le necessità della comunità. Il modo migliore per aiutarli è, quindi, condividere la nostra esperienza e la nostra conoscenza della cultura e della lingua cinese, oltre che tutte le informazioni che si conoscono (fungendo da mediatori nell’incontro con l’altro).

 

Ho così deciso di affiancare il mio lavoro nel privato e nel pubblico, con uno più personale aprendo un profilo Instagram “ilaria_mundula”, in cui tratto di ogni aspetto della loro cultura: dalle loro superstizioni, ai valori legati alla famiglia, fino alla loro cucina, ai flop di mercato; il tutto accompagnato da fonti autorevoli, articoli e menzione dei luoghi e delle strutture ove è possibile incontrarsi ma fare anche formazione (cinese) su più punti di vista.

 

 

Un viaggio che spiega i retroscena di una comunità che è riuscita ad influenzare il mercato italiano ed inserirsi nel panorama pubblico e privato con modalità distanti dai nostri modi di agire e dalla nostra comprensione. E’ proprio questo che vuole insegnarci il talk: allargare la nostra mente e aprirla a nuovi schemi mentali, per una migliore convivenza tra culture diverse, pur mantenendo intatte le nostri origini.

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Ambiente, società e tecnologia

La VR e l’AI nel sociale: intervista ad Andrea Zingoni

È ormai noto come le nuove tecnologie possano rispondere ad esigenze anche di tipo sociale, portando le istituzioni a prevedere piani specifici a favore di categorie che manifestano problemi fisici e mentali più o meno gravi.

 

Ne è un esempio l’Erasmus+, un programma dell’Unione Europea “per l’Istruzione, la Formazione, la Gioventù e lo Sport”; la novità, però, risiede nell’azione che porta il nome di “Strategic Partnership for Higher Education”, volta a concedere finanziamenti a progetti che garantiscano le cosiddette “alleanze della conoscenza” e le “alleanze delle abilità settoriali”.

 

I principali obiettivi rispondono all’esigenza “di garantire un apprendimento per tutto il ciclo di vita, migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione (con metodi di insegnamento innovativi, grazie anche all’ausilio della tecnologia), di promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva e incoraggiare la creatività, l’innovazione e l’imprenditorialità  (valorizzando la centralità della persona e consentendo un più agevole dialogo con il mondo del lavoro)”.

 

Tra i progetti vincitori dell’Erasmus+ 2020 vi è proprio VRAILEXIA, presentato durante il Web Marketing Festival di Rimini dall’Ingegnere e Ricercatore dell’Università della Tuscia Andrea Zingoni (in seguito intervistato da me sull’argomento).

Tale progetto nasce con l’obiettivo di combinare la Realtà Virtuale e l’Intelligenza Artificiale per sostenere gli studenti universitari (nelle facoltà umanistiche) dislessici che non hanno ricevuto un adeguato supporto e tutoraggio e arrivano nell’ambito accademico con evidenti problemi (tanto che, come mostra uno studio condotto dal MIUR nel 2019, solo l’1,6% degli studenti dislessici continua con l’istruzione superiore). Da qui l’uso del nome VRAILEXIA (composto appunto da VR – AI – lexia, desinenza della parola dislexia ovvero dislessia).

 

 

Il problema al centro del progetto

 

Perché il profilo esterno ed interno di un progetto sia chiaro, Zingoni ha voluto dare una spiegazione esaustiva della dislessia e del focus del progetto; infatti, egli afferma che: la dislessia è un disturbo specifico della lettura che crea delle difficoltà proprio nella decodifica dei testi.

 

La dislessia, poi, rientra in quelli che vengono chiamati “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” (DSA) e in Italia ne sono stati riconosciuti 4: dislessiadisortografiadiscalculia e disgrafia.

 

Purtroppo non è così per tutti i Paesi, in quanto non esiste un accordo a livello mondiale che riconosca univocamente i disturbi dell’apprendimento: addirittura l’OMS fa rientrare nei DSA solo la dislessia, la disortografia, la disgrafia e poi un quarto gruppo di altri disturbi.

 

Al problema evidente che porta con sé la dislessia, si aggiunge il fatto che essa presenti una comorbidità con altri disturbi specifici dell’apprendimento: un dislessico, spesso, è anche disgrafico e discalculico (quindi al problema della lettura si aggiunge quello legato al prendere appunti e all’organizzazione del proprio lavoro); ne conseguiranno, una mancanza di motivazione, ansia e un calo dell’autostima.

 

Ma diversamente da quello che si può pensare, tali difficoltà non sono correlate a deficit di intelligenza o deficit legati ai sensi (è un fenomeno a sé stante). Infatti, la dislessia porta lo studente stesso a cercare nuovi modi, anche creativi, di apprendere, che diventano per lui una risorsa. Come per i non dislessici, le metodologie e gli strumenti devono essere pensati rispettando anche la loro tipologia di intelligenza (linguistica, matematica, intrapersonale, interpersonale, cinestetica, musicale, visivo-spaziale, naturalistica ed esistenziale) e non solo i limiti e le difficoltà di base. Ad esempio, se uno studente dislessico riesce a comprendere più facilmente un testo con un approccio visivo, si penserà ad un software che riproduca, cliccando sopra la parola, la relativa immagine.

 

 

Delineando il progetto in tal modo, è stato poi più semplice spiegare ai presenti quanto fosse necessario orientare il progetto verso un’ottica di parzialità, focalizzandosi su un problema alla volta; solo grazie all’esperienza fatta, sarà possibile ampliare il progetto e farlo anche bene.

 

 

Quali figure professionali e quali istituzioni lavorano al progetto?

 

Il background dei vari team abbraccia l’ambito ingegneristicopsicologicopedagogico e, infine, quello sociologico, così da permettere ai futuri processi tecnici, di ricerca e di disseminazione dei risultati e dei progetti, di procedere a pari passo.

 

In particolare, l’Università della Tuscia, nonché il Project leader, ha costituito un team che potesse essere coinvolto in ogni parte del progetto. In tal modo è riuscita a coordinare e lavorare con i team dei vari membri del partenariato, responsabili ognuno del settore in cui eccellono; infatti:

 

  • l’Università degli Studi di Perugia si è focalizzata sulla parte psicologica e psicometrica;
  • l’università francese CentraleSupélec e l’Université Paris Nanterre rappresentano le istituzioni più orientate all’ambito dell’ingegneria e della ricerca;
  • la greca Panteion University promuove e gestisce i progetti di cooperazione e di ricerca europea/internazionale volte a migliorare lo scambio e la conoscenza reciproca tra professori e scienziati di diversi laboratori (riuscendo a rispondere ai bisogni sociali ed economici dei paesi interessati);
  • la spagnola Universidad de Córdoba si occupa di tutto quanto è collegato alla Realtà Virtuale;
  • l’associazione no-profit TUCEP (nata nell’ambito del programma europeo COMETT) e l’Università Vzw UC Limburg, similmente, si pongono come missione la promozione dell’occupazione, il trasferimento tecnologico (a livello di formazione e di digital skills) e di innovazione per e verso il mercato regionale, nazionale ed europeo;
  • l’organizzazione no-profit portoghese AEVA svolge il medesimo ruolo delle due figure precedenti ma a livello locale;
  • la Giunti Psycomethrics Srl collabora per fornire test psicometrici nonché servizi base come istruzione e formazioneconsulenza in ambito informatico ed e-learningvalutazione delle competenzeselezione e orientamento. In ambito più di ICT, Giunti offre, tra i tanti, AppScenari virtualiProblem based learning e Info grafiche.

 

 

 

Tali indicazioni di base, definiscono la parte esterna del progetto; ora, però, serve capire quali siano i primi step che deve realizzare VRAILEXIA.

 

La prima parte del progetto, come spiega Zingoni, vede l’ausilio di tre input, realizzabili andando per gradi; sono input volti a raccogliere dati utili da implementare nelle tecnologie di VR e di IA.

 

Il primo dei tre è rappresentato dal questionario autovalutativo creato sulla base di interviste esplorative e sottoposto agli studenti con dislessia nelle Università italiane. Tale questionario (svolto da 1300 studenti) verteva e verte su domande demografichedomande sulla storia della propria dislessia (sulla diagnosi e sulla familiarità col disturbo), sulle problematiche che essi hanno incontrato durante il loro percorso di apprendimento e sugli strumenti e sulle strategie risultati più utili. Le risposte sono di tipo numerico perché vanno da uno score che parte da 0 (problematiche non presenti, supporto non utile) e arriva a 5 (problematica molto sentita e supporto molto utile).

A tale input, segue il secondo (non ancora testato) e si basa su dati di valutazione specialistica, ottenuti attraverso i report clinici di dislessia redatti dai medici esperti (ove figurano informazioni sulle problematiche e sui tipi di supporto utili).

E infine si giunge al terzo input, che nel panorama italiano si realizza attraverso test psicometrici usati, appunto, per definire la diagnosi del soggetto interessato. Si tratta di test che valutano l’abilità di scrittura, di lettura e di comprensione del testo, ma anche di tutte gli aspetti psicologici correlati come l’ansia, gli aspetti cognitivi, motivazionali, metacognitivi e anche di autostima e di autoaccettazione. I dati ottenuti grazie a questi test sono di tipo quantitativo-oggettivo.

 

Per quanto si tratti di input volti a raccogliere dati, essi stessi sono stati realizzati e verranno realizzati con l’ausilio della tecnologia: il questionario autovalutativo, infatti, è stato digitalizzato in una forma che non fosse pesante da compilare per lo studente dislessico e di chiara lettura visiva, in quanto ha difficoltà con task lunghi e ripetitivi; per quanto riguarda i test psicometrici, essendo questi molto lunghi e un po’ noiosi, possono risultare particolarmente ostici per uno studente dislessico quindi abbiamo pensato di renderli un po’ più accattivanti rivolgendoci alla realtà virtuale e in particolare alla Display Virtual Reality.

 

 

Hai parlato, appunto, di Realtà Virtuale e di Intelligenza Artificiale, ma come utilizzerete e implementerete, concretamente, queste tecnologie (all’interno del progetto)?

 

Per quanto riguarda la prima tecnologia citata, abbiamo pensato di usare quella che porta il nome di Display Virtual Realitycaratterizzata da immagini virtuali che appaiono su un tablet o su uno smartphone; una tipologia di Realtà Virtuale più semplice e intuitiva da utilizzare, soprattutto nella somministrazione dei test psicometrici agli studenti dislessici. Nel momento in cui avremo ottenuto i feedback (o comunque il materiale finale) necessari per allenare l’Intelligenza Artificiale, i test che effettueremo risulteranno più complessi per gli studenti dislessici e, quindi, sarà necessario usare la Immersive Virtual Reality.

 

Nel caso dell’Intelligenza Artificiale, invece, il suo utilizzo avverrà per fasi: una che farà capo alle buone pratiche e un’altra agli strumenti e alle strategie di supporto.

 

Per le buone pratiche abbiamo ragionato e ci siamo basati sulle tecniche di cluster analysis e a partire dai questionari e dai test psicometrici vogliamo creare gruppi omogenei per definire delle buone pratiche (anche specifiche) per ciascuno di loro. Per quanto riguarda la fase sugli strumenti abbiamo utilizzato un approccio (all’IA) misto (in parte è data driven e in parte è human driven) ove ci baseremo, in parte, su dati recenti e, in parte, sulle conoscenze pregresse (sulla dislessia), così da evitare collegamenti inesatti e affinare quelli che sono i risultati del nostro algoritmo di Intelligenza Artificiale.

 

L’idea finale sarà poi quella di arrivare ad avere un predittore dei migliori strumenti e delle migliori strategie di aiuto.

 

Questi due approcci innovativi, vengono applicati in quello che viene definito “output intellettuale, un percorso di realizzazione pratica dei dati ottenuti; si compone di 5 punti consecutivi, realizzati l’uno in funzione dell’altro (in modo da permettere un miglioramento graduale del progetto).

 

Tali output sono:

 

  • INTO THE BOX che vede l’implementazione dei test VR (come accennato precedentemente) per la valutazione della dislessia;
  • BE-SPECIAL che consiste nello sviluppo di una piattaforma digitale basata sull’Intelligenza Artificiale perché in grado di creare relazioni e definire algoritmi rispondenti ad una determinata esigenza. A questo si arriverà, come già anticipato, dopo averla “allenata” mediante input derivanti dai dati dei test e dei questionari e dal corpus delle conoscenze pregresse. L’Intelligenza Artificiale, per esempio, potrà suggerire la metodologia di supporto più appropriata per ogni studente dislessico o fascia di studenti (esempi di possibili utility possono essere le mappe concettuali e le “tavole” da disegno);
  • TOOLBOX che funge da raccoglitore online di tutti i moduli digitali, delle risorse, degli strumenti e di qualsiasi tipo di materiale utile (sulla base dei risultati ottenuti con l’IA e in seguito a test) per guidare il professore nella scelta di un determinato metodo di insegnamento (agevolando così il professore nella definizione ed erogazione di piani di studio specifici per ogni studente). Esempi di possibili strumenti sono il tutoraggio o le associazioni studentesche per dislessici;
  • ToC & ToT che consiste nella creazione di una rete di esperti di varie discipline affinché condividano le proprie conoscenze e così espandere il progetto oltre il campo umanistico. Si arriverà a creare delle strategie comuni di inclusione tra gli istituti europei di istruzione superiore, previste nell’ultima fase del progetto ovvero l’OUTSIDE THE BOX. In quest’ottica, infatti, si darà vita a vere e proprie attività di formazione per docenti e studenti (per un aggiornamento continuo) e servizi di orientamento e sostegno di quest’ultimi per tutta la loro carriera universitaria.

 

In aggiunta agli obiettivi futuri menzionati lungo tutto l’articolo, “il progetto vuole arrivare a rendere il questionario multilingua (impresa resa difficile da alcuni idiomi, come il francese e l’inglese, che essendo opachi sono di più difficile comprensione per i dislessici), a trattare tutti i tipi di DSA e a cogliere lo stato cognitivo di ogni persona per creare supporti e strumenti ad hoc.

 

 

Per quanto il progetto sia ad un terzo del percorso, ha già avuto un riscontro positivo da parte degli studenti universitari e grazie anche a ciò, ha potuto spingere sulla creazione dei primi strumenti didattici in formato digital (lavoro ad opera della startup genovese Estro technologies); non solo, il team di VRAILEXIA è già riuscito a rilasciare un primo articolo sui risultati raggiunti e sugli sviluppi futuri dell’Intelligenza Artificiale.

 

Questo è un progetto che avrà tanto da offrire e sul quale vi terrò e ci terranno costantemente aggiornati.

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Ambiente, società e tecnologia

Lo sporco che fa notizia: intervista a Lercio

Vero o Lercio? Questo è il dilemma.

In un mondo in cui siamo sempre più circondati da fake news e titoli ingannevoli dai quali stare alla larga, Lercio fa parte di coloro che non prediligono questa modalità di diffondere informazioni e comunicare, anche se tutto ciò che si può leggere sul suo seguitissimo blog o canali social è tutt’altro che vero.

Lercio è vincitore di moltissimi premi, tra cui miglior sito e miglior sito di satira.

Su Instagram conta più di 700.000 follower che ogni giorno seguono le insolite e inaspettate notizie di cronaca che fanno nascere risate ma talvolta anche qualche riflessione.

Durante la presentazione del loro ultimo libro “Mock’n’Troll”, al Web Marketing Festival di Rimini, hanno raccontato numerosi aneddoti ed episodi legati alla loro storia che ormai dura da quasi dieci anni.

Per esempio, la notizia che li ha resi virali? Si tratta di: “Cina, liberato pozzo ostruito da un bambino”.

Notizia che scritta in questa chiave poneva rilevanza sull’importanza di aver reso accessibile il pozzo e non della presenza del bambino al suo interno.

Con il progressivo seguito suscitato dal blog e con la conquista di qualche nemico famoso, tra cui anche lo chef pluristellato Carlo Cracco, Lercio sta riscontrando sempre più successo.

Per scoprire altre curiosità sulla sua storia abbiamo intervistato tre componenti della redazione: Andrea Sesta, Davide Paolino e Mattia Pappalardo.

 
Lercio è un progetto che oggi è diventato un vero e proprio punto di riferimento della satira online. Potreste raccontarci come è nato e soprattutto l’obiettivo principale che avevate intenzione di raggiungere?

“All’inizio avevamo una case history di successo, ovvero: se un comico apre un blog, poi riesce a fondare un partito e infine finisce al governo. Il nostro obiettivo era questo, che è anche quello che succederà tra qualche anno con “partito Lercio”, dacci tempo!

Lercio è un progetto nato nel 2012 come parodia di un free press: avevamo come idea iniziale The Onion, un sito americano di parodia che a noi piace identificare come il “Lercio americano”.

Il creatore è Michele Incollu che ringraziamo sempre anche se non è più con noi in redazione”.

 
Dove trovate l’ispirazione per raccontare le vostre insolite notizie? Qual è il processo creativo che vi porta a trasformare fatti di cronaca reali in messaggi ironici?

“L’ispirazione nasce letteralmente dalla vita di tutti i giorni.

Quello che facciamo noi è un esercizio satirico, e l’obiettivo della satira è il potere. Ovviamente, il potere è un concetto molto esteso: quando sei un bambino o un ragazzo il potere sono i tuoi genitori o gli insegnanti, mentre nella vita di tutti i giorni i poteri sono tanti, possono esserlo il tuo capo o il sindaco, il parlamento e il governo, e queste sono le cose che ognuno di noi vive tutti i giorni.

Quando si mischia la frustrazione nei confronti del potere con la passione per l’informazione e per quello che si legge online, e si unisce una dose di intuizione e spirito comico, l’insieme produce i post di Lercio”.

 
Come avete reagito quando anche testate giornalistiche importanti come “la Repubblica” e molti altri hanno confuso i vostri post come veri?

“I nostri articoli in realtà da un punto di vista di tecnica giornalistica non sono nemmeno articoli, perché Lercio non è una testata o una rivista, ma un sito. Noi, infatti, le definiamo battute travestite da notizie.

Succedeva molto di più all’inizio che le nostre notizie venissero fraintese, adesso più raramente.

Quando oggi succede ancora ci viene un po’ da ridere perché in realtà noi non scriviamo neanche fake news; quello che pubblichiamo non deve essere preso per vero, noi scriviamo per prendere in giro, non i nostri lettori, ma l’argomento della nostra battuta, il potere in generale.

Scriviamo articoli fittizi che parlano della realtà: inventando e parlando di qualcosa che non esiste stiamo in realtà facendo satira su quello che accade.

Per esempio, l’Egitto, che è un regime totalitario, ha il suo Lercio, che scrive articoli pesantissimi, ma in qualche modo cerca di far capire la sua vera intenzione e di arrivare al risultato.

Ci fa ridere quando veniamo fraintesi ma non è ciò che ci piace e non è affatto il main focus di quello che facciamo”.

 
C’è stato un particolare argomento che è stato frainteso perché le persone non vi conoscevano? Ancora oggi, ci sono persone che non capiscono che i vostri post sono falsi?

“Purtroppo sì, e ciò è connaturato alla distrazione con cui viviamo.

L’altro giorno abbiamo scritto una notizia su Papa Francesco, secondo la quale egli ringraziava Dio per un trattamento medico assurdo, ovviamente una battuta comica, che però è stata condivisa da una pagina; leggendo i commenti sotto al post ci siamo resi conto che gli utenti ci erano cascati.

Questa non è solo una questione di credulità, ma è un modo con cui ci si pone di fronte alla notizia.

È infatti una cosa in cui ci possono cascare tutti, può succedere anche a noi.

L’unico antidoto contro le fake news è lo spirito critico; è importante impiegarci più tempo prima di condividere, rileggere, farsi domande e capire a fondo cosa sta succedendo”.

 
Nel vostro libro “Vero o Lercio?” avete inserito una serie di post sia veri che falsi che il lettore ha avuto il compito di identificare nel corso della lettura. È stato sconcertante vedere quanto moltissime notizie apparentemente false fossero in realtà vere. È mai successo che abbiate predetto involontariamente una notizia?

“Sì, è successo ed è una cosa che spesso portiamo nei live.

C’è proprio una rubrica che abbiamo chiamato “Te l’avevo Lercio”, in cui abbiamo inserito tutto quello che abbiamo scritto in passato e che successivamente si è avverato.

Ci sono tanti esempi: noi avevamo scritto “Cina, giornata lavorativa ridotta a 24 ore” e abbiamo scoperto mesi dopo che qui in Italia facevano lavorare le persone per 26 ore di seguito.

Un altro esempio, abbastanza divertente, è stata questa notizia: “Calo di adesioni, il Ku Klux Klan apre ad altre etnie”; qualche mese dopo ha veramente aperto ad altre etnie, ma anche ad altre religioni e ad altri generi, quindi per assurdo siamo stati superati a sinistra dal Klux klux Klan, perché noi avevamo parlato solo di etnie mentre loro sono stati molto più inclusivi di noi”. 

 
Qualche mese fa, Facebook ha annunciato che introdurrà una politica che prevede la segnalazione automatica di utenti che condividono abitualmente fake news in piattaforma. Vi siete posti il problema di un eventuale fraintendimento da parte di Facebook?

“È capitato in passato, adesso è più raro che accada perché abbiamo anche il badge sia di pagina certificata su Facebook che di pagina satirica.

Essendo una modalità di comunicare che non abbiamo inventato noi ma che esiste anche in altri Stati, si tratta di un problema condiviso, quindi sui social è stata creata questa opzione.

È successo che la pagina sia stata sospesa per qualche giorno quando abbiamo scritto una notizia, e c’è stato anche un periodo in cui abbiamo avuto una reach bassissima, uno Shadow Ban praticamente, ed è stato molto tragico perché non sapevamo come risolverlo.

Purtroppo, era proprio quel primo periodo in cui Facebook aveva appena introdotto il blocco per chi diffondeva le fake news, il quale però non riusciva a comprendere che la nostra fosse una pagina di satira.

Poi da quando abbiamo ottenuto il badge il problema si è presentato con meno frequenza”.

 
 Quante persone collaborano a questo progetto? Quali sono i criteri di selezione dei redattori che decidete di includere nel team?

Il team di Lercio è composto da 22 autori. Non c’è un criterio di selezione, perché ci siamo selezionati all’inizio e nel corso del tempo.

All’inizio eravamo una trentina, siamo andati poi diminuendo e ormai siamo chiusi; al momento non facciamo entrare nessuno in redazione perché abbiamo iniziato insieme questo percorso prima ancora sul blog di Daniele Luttazzi, e successivamente dal 2009 su Lercio, e avendo fatto questo percorso insieme ci conosciamo, abbiamo uno stile comune, siamo molto eterogenei, e quindi ci teniamo così.

Lasciamo sempre la possibilità ai lettori di inviarci le loro battute, e se funzionano per il nostro blog le pubblichiamo chiamando queste notizie “I lerci vostri”.

L’altro giorno ci ha scritto anche uno scrittore per chiederci se potesse inviarci un articolo da pubblicare, noi l’abbiamo letto, ci è piaciuto e quindi l’abbiamo pubblicato il giorno stesso.

Abbiamo creato anche una rubrica apposita per i contributi di autori famosi, scrittori o altri componenti del mondo dello spettacolo e l’abbiamo chiamata “Lercio d’autore”.

 
Avete qualche progetto futuro per la vostra pagina? Per esempio, avete mai pensato di aprire anche un account TikTok dato che oggi questo social è molto utilizzato?

In realtà abbiamo già aperto l’account TikTok ma non ne abbiamo fatto assolutamente nulla, l’abbiamo creato solo per non farci rubare il nome!

Siamo molto eterogenei, quindi già Instagram è stato un processo innovativo, per aprire il canale TikTok ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Possiamo svelarvi che forse nella seconda parte dell’anno ci sarà la TV; noi invece che andare avanti con i social torniamo indietro!

C’è un progetto in corso, speriamo veda la luce!

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Ambiente, società e tecnologia

L’istruzione innovativa: intervista a Carlo Mariani

La Ricerca per il Futuro si inserisce anche nel panorama educativo e formativo con lo scopo di re-immaginare la scuola, ideando metodologie e processi educativi innovativi. A tal proposito, il Web Marketing Festival ha dato spazio al progetto portato avanti dall’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE), nel contesto delle Avanguardie Educative.

Il programma in oggetto porta il nome di “The Futures of Education: Learning to Become”, pensato dall’UNESCO per definire un quadro generale su come poter guardare agli sviluppi futuri e su come potersi preparare ad essi già durante l’istruzione di primo e di secondo grado.

Di tutto questo ne ha parlato Carlo Mariani, ricercatore dell’INDIRE che ha realizzato i documenti attuativi al programma.

 
L’UNESCO non è nuovo nel panorama dell’istruzione; quindi, com’è arrivato a pensare “Learning to Become”? 

L’UNESCO si inserisce in questo contesto di rinnovamento scolastico con il rapportoLearning to Be: the world of education today and tomorrow” sviluppato tra il 1971 e il 1972 da una commissione presieduta da Edgar Faure (ex ministro dell’Istruzione francese). Il focus di base fu quello di ridefinire il sistema scolastico nel rispetto degli stili cognitivi ed economici di ciascun studente e così ridurre sempre di più le evidenti disuguaglianze e privazioni.

Una nuova commissione guidata da Jacques Delors (ex Presidente della Commissione Europea ed ex Ministro francese dell’Economia e delle Finanze) si è occupata, tra il 1993 e il 1996, della stesura di un nuovo rapporto dal titolo “Learning: The Treasure Within”, centrato su quattro linee guida per l’educazione per arrivare ad un approccio più umanistico: imparare ad essere, imparare a conoscere, imparare a fare e imparare a vivere assieme.

Si arriva, così, alla penultima pubblicazione, quella del 2015Rethinking Education: towards a global common good?“ Questa particolare riformulazione del contesto educativo, come spiegò l’UNESCO, nacque da un’osservazione diretta sulla dimensione globale: con l’aumento dei Paesi che praticavano la democrazia e con la conseguente facilità di accesso alla conoscenza, sempre più persone partecipavano alle questioni pubbliche e private (anche se distanti tra loro). Di conseguenza si rese necessario prevedere un diverso orientamento nelle politiche curriculari, sui materiali scolastici e sulle politiche di discriminazione.

Sulla base di questi lavori e di questa tradizione, nasce l’ultima iniziativa dell’UNESCO, “The Futures of Education: Learning to Become”, appunto.

 
Quindi, in cosa consiste questo progetto e come si è mosso l’INDIRE a tal proposito?

Questo quadro di riferimento, questa visione, dovrebbe aprire una fase da qui al 2050 di nuova attenzione ai temi del pianeta (transizione ecologica e cambiamento climatico), per re-immaginare come l’apprendimento e la conoscenza possano plasmare il futuro del pianeta. Importante e necessario sarà, quindi, rendere gli alunni consapevoli dando un significato e un senso a ciò che studieranno, che impareranno a scuola (raggiungendo, così, quello che io chiamo l’orizzonte di senso, il sensemaking).

Arrivo così alla seconda parte della tua domanda. L’INDIRE si è inserito nella rete formativa del Learning to Become attraverso la rete di Avanguardie Educative in quanto quest’ultimo opera come movimento di innovazione volto ad individuare, supportare, diffondere e portare a sistema pratiche e modelli educativi che rielaborino la Didattica, il Tempo e lo Spazio del fare scuola nel panorama italiano.

Grazie all’esperienza che ne deriva e seguendo i 7 punti del rapporto dell’UNESCO, ho redatto alcuni documenti che tengono conto dei diversi istituti scolastici esistenti (nel target scuola secondaria di primo e secondo grado) e anche della tipologia di approccio all’insegnamento del professore (senza così effettuare eccessivi stravolgimenti); infatti, abbiamo creato delle proposte scalabili che potessero dare alle scuole piena autonomia di sviluppo dei temi del curricolo su quelle che sono le curvature e gli interessi delle stesse.

Per ridefinire il curricolo, quindi, sono partito dalla storica classificazione delle materie, Humanities da una parte e STEMdall’altra. Per ogni materia ho poi cercato di capire quali fossero i punti di snodo e di appoggio alla realtà del XXI secolo.

 
Oltre alla tua figura, quali persone sono state la chiave nell’avvio della sperimentazione? E quali conoscenze mettono in campo?

Prima fra tutte vi è Elisabetta Mughini, Dirigente di ricerca dell’INDIRE.

Seguono, poi, altri ricercatori e i relatori scientifici, le nostre guide in questa sperimentazione, che sono:

  • lo scrittore Alessandro Baricco, il quale mette a disposizione le conoscenze nell’ambito della letteratura, dei linguaggi e dello storytelling;
  • il responsabile della didattica e della divulgazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Stefano Sandrelli;
  • Giacomo Stella, psicologo dell’apprendimento;
  • il professor Roberto Poli con le sue competenze sui sistemi anticipanti;
  • la professoressa Luigina Mortari che darà un contributo sui temi legati all’epistemologia della cura, della comunità educativa ed dell’educazione ecologica;
  • il professor Pier Cesare Rivoltella, esperto di didattica e tecnologie dell’educazione.

 
Mi hai parlato del progetto e di chi ha già dato conferma della sua presenza come esperto e relatore, ma veniamo alla parte più difficile: come avete trovato le scuole in cui avviare la sperimentazione e come implementerete il progetto in esse?

Inizialmente, si è pensato di coinvolgere un minimo di 30 scuole, affinché il progetto potesse dare i suoi frutti, ma forse arriveranno altre adesioni quando daremo il via al progetto il 2 settembre con una Lectio magistralis di Alessandro Baricco che terrà nella Summer School di Avanguardie Educative.

Alcune di queste sono tra le scuole fondatrici di Avanguardie Educative, altre ancora sono state coinvolte perché inserite come gruppo di consulenza alla Fiera Didacta Italia (tenutasi dal 16 al 19 marzo). Ci sono state anche scuole che sono state individuate attraverso i nostri legami, in seguito ad iniziative come gli incontri di divulgazione della Fiera Didacta e gli incontri di Laboratori di Futuro portati avanti dalla startup Skopìa dell’Università di Trento.

Nelle date successive al 2 settembre, abbiamo pensato di calendarizzare una serie di webinar per illustrare gli sviluppi futuri di ciascuna materia.

Poi, con il nuovo anno scolastico, svilupperemo dei percorsi di sperimentazione curricolare pensati per andare incontro alle esigenze di scuole e professori: alcuni vorranno lavorare più sulle discipline umanistiche, altri su progetti orizzontali come i PCTO, la didattica orientativa o altro ancora. Le modalità di lavoro risponderanno comunque a metodologie innovative quali Debate, Flipped Classroom, Didattica per scenari e MLTV.

Quindi ci sarà una fase di formazione per i docenti e una di messa in atto attraverso dei percorsi curriculari con gli esperti, per dare vita ad una fase più operativa con 3 o 4 incontri e vedere cosa succederà nelle classi e nelle scuole. Di contro, le scuole hanno già individuato dei consigli di classe sperimentali per predisporre dei gruppi di docenti che possano lavorare insieme agli esperti (dando vita ad un lavoro interdisciplinare).

Un’impresa che sta andando a grande velocità, nonostante rientri in un progetto triennale.

Da ciò si coglie la profondità del lavoro e di chi lo svolge ma anche l’urgenza di far crescere l’Italia, di portarla al pari degli altri paesi europei. E per farlo è necessario partire dalle fondamenta: i giovani.

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Ambiente, società e tecnologia

Il mondo della cultura si dipinge sempre più di Digital

Al Web Marketing Festival di Rimini non sono mancati eventi e stand legati al tema della cultura digitale. Un ambito che sente e che vede la necessità di accelerare il processo digitale ormai impossibile da trascurare.

Un’affermazione, questa, che trova una spiegazione tecnica nell’intervento di Giuseppe Iacono, esperto di competenze digitali e coordinatore delle attività legate al progettoRepubblica Digitale”, promosso dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale (DTD). Tale progetto, ha riferito Iacono, “obbliga” le istituzioni italiane a raggiungere, entro il 2025, determinati obiettivi di cui i principali sono:

  • elevare al 70% la quota di popolazione con competenze digitali almeno di base” ed “azzerare il divario di genere”;
  • duplicare la popolazione in possesso di competenze digitali avanzate”;
  • triplicare il numero dei laureati in ICT e quadruplicare quelli di sesso femminile, duplicare la quota di imprese che utilizza i big data (grazie all’erogazione di corsi e all’assegnazione di borse di studio da parte di aziende o startup che operano nel settore da diverso tempo)”;
  • incrementare del 50% la quota di PMI che utilizzano specialisti ICT”;
  • aumentare di cinque volte la percentuale di popolazione che utilizza servizi digitali pubblici, arrivando al 64%”.

Tutto questo, quindi, con lo scopo di diminuire il gap digitale dell’Italia rispetto agli altri paesi europei e di garantire la ripresa economica nazionale. E non solo: il progetto ha anche uno scopo più sociale, legato alla volontà e alla necessità di usare il digitale per rendere ogni servizio accessibile a chiunque, azzerando le disparità fisiche ed economiche e accorciando le distanze geografiche.

Ma come si è mosso, in questo caso specifico, il Ministero della Cultura (MiC) e i dipartimenti ad esso collegati?

Ne ha parlato la direttrice del Ministero per i beni e le attività culturali e per il Turismo (MiBAC) Laura Moro nel talk “Digitalizzare il patrimonio culturale italiano: la Digital Library del Ministero della Cultura”.

Su richiesta del Ministro Franceschini, la Moro ha concretizzato l’obiettivo italiano con la “Digital Library” ovvero l’Istituto Centrale per la Digitalizzazione del Patrimonio Culturale (ICCD), avente appunto lo scopo di “curare il coordinamento e promuovere programmi di digitalizzazione del patrimonio culturale di competenza del Ministero. A tal fine elabora il Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale e ne cura l’attuazione ed esprime parere obbligatorio e vincolante su ogni iniziativa del Ministero in materia”.

Il patrimonio culturale da digitalizzare, però, non comprende soltanto gli archivi, i beni sonori e audiovisivi ma anche gli oggetti culturali antichi e moderni (anche se quest’ultimi incarnano fin da subito il ruolo di “testimonianze digitali”).

Il processo di digitalizzazione, inoltre, non è limitato al solo scopo di rendere il patrimonio culturale fisico (quadri, opere, libri e documenti) fruibile sul web, ma si pone anche l’obiettivo di “digitalizzare i servizi, digitalizzare i processi all’interno dei luoghi della cultura, dell’organizzazione culturale, creare uno spazio dei dati comune dove tutte queste risorse digitali possano essere accolte, digitalizzate ed esposte, e immaginando nuovi modi di avvicinare i cittadini al patrimonio culturale”.

Per questo diventa necessario affiancare i professionisti che hanno sempre lavorato nel mondo della cultura (come gli storici dell’arte, gli archivisti e i bibliotecari) a professionisti ibridi come gli umanisti digitali (human digitalist), il manager culturale, il content creator e il divulgatore digitale, per riuscire a creare un ponte e una sinergia tale da utilizzare le nuove tecnologie per “estrarre senso, conoscenza e significato da tutte le testimonianze della cultura, materiali e non”.

Ma quali sono gli altri operatori chiave di questo processo di digitalizzazione?

Al Web Marketing Festival ne erano presenti due dei tanti: “Museo Facile” e “tourer.it”.

Il primo è un progetto promosso nel 2012, dall’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale (UNICAS) e ideato da Ivana Bruno e Patrizia De Socio. Nasce con lo scopo di “favorire e implementare l’accesso culturale ai musei grazie ad un sistema di comunicazione integrato, dinamico, usufruibile da tutti, con particolare attenzione alle persone con disabilità”.

Gli strumenti tradizionali, come il cartellino dell’opera, la scheda di sala, la segnaletica interna e il pannello informativo, sono stati rivisti e ridisegnati con le nuove e ormai note tecnologie a disposizione, per offrire al pubblico ricostruzioni virtuali in 3D e QR-Code.

Le azioni mosse a favore di una partecipazione più attiva delle persone con disabilità uditiva e visiva, invece, sono state concretizzate integrando ausili specifici come le “tavole tattili, i materiali tiflodidattici e i video in Lingua Italiana dei Segni (LIS)”.

Il secondo operatore chiave, tourer.it appunto, è un progetto che rientra nel percorso di promozione turisticaCantiere estense“, finanziato e coordinato dal MiC nell’ambito del Piano1 miliardo per la cultura. Tale progetto, come spiegato da Ilaria Di Cocco, offre la possibilità di registrarsi nell’”Area Personale” e di creare un vero e proprio “Diario di viaggio” grazie alla possibilità di salvare  in una “cartella virtuale” i percorsi e le mete che si vogliono visitare.

Ogni meta, che sia un monumento o un bene del patrimonio boschivo, si presenta con un proprio profilo dotato di foto, descrizione, nome ufficiale (accompagnato anche con gli altri nomi comunemente utilizzati) e siti web (sulla storiografia e sulla bibliografia), forniti dai dipartimenti responsabili del progetto.

Perché la comunità partecipi attivamente al progetto, gli è stato chiesto di scattare delle fotografie dei luoghi visitati (pubblicate dopo l’approvazione da parte dei ministeri) e di dare una valutazione in termini di gradimento.

Anche gli itinerari sono curati nel minimo dettaglio grazie al contributo degli esperti del CAI e del FIAB, con lo scopo di rispondere ai gusti e alle esigenze di ogni cittadino: si va da itinerari gastronomici (chiamati “Musei del Cibo”) a quelli culturali o sonori, realizzabili a piedi o in bicicletta. E anche qui l’inclusività non è da meno perché esistono percorsi pensati anche per coloro che hanno disabilità visive e/o motorie.

Con quest’ultimo progetto, si conclude il tour culturale da me percorso al Web Marketing Festival. Un tour che vuole scardinare i preconcetti legati alla cultura nel digitale, dimostrando quanto si possa fare e come la cultura possa perdurare e incrementare nella visione futuristica del nuovo mondo.

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Ambiente, società e tecnologia

Innovazione dallo spazio

Durante la terza giornata del Web Marketing Festival, noi iWriter abbiamo seguito alcuni interventi degli speaker nella sala Aerospace, in cui il focus di tutti i talk è stato lo Spazio, declinato in varie forme. Tutti noi (forse) sappiamo che il Sole è una stella, che la Terra non è piatta e che stiamo cercando di riportare l’uomo sulla Luna, ma il mondo aerospaziale è molto più complesso e riguarda più aspetti di quel che siamo abituati a pensare. Con questo articolo vogliamo portarvi con noi al Festival e illustrarvi ciò che abbiamo imparato durante questa giornata.

 

Non solo esplorazioni spaziali

Quando sentiamo parlare di spazio, molto spesso pensiamo a film fantascientifici con viaggi interstellari e scoperte di nuovi pianeti abitati. Ma lo spazio non è solo questo. È qualcosa di molto vicino a noi e che ci riguarda anche qui sulla Terra. L’elemento dello spazio che più da vicino ci riguarda è il Sole. Il Sole è la stella che permette, tra altri fattori, la vita sulla Terra dandole calore e luce. Non è un oggetto immobile nello spazio ma ha una sua dinamica molto ampia e diversificata, di cui la Terra, come tutti gli altri pianeti del sistema solare, risente.

Vincenzo Romano, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e fondatore della start up Spacearth Technology, nel suo talk al WMF ha illustrato i principali eventi solari e ha spiegato in che modo questi hanno rilevanza sulla Terra. Il Sole, oltre a emettere radiazione elettromagnetica, emette anche particelle massive che hanno una velocità inferiore rispetto alla radiazione e la cui quantità dipende dall’attività solare. L’attività solare è misurata in base alle macchie solari: più macchie sono presenti, più l’attività solare è alta, più particelle il Sole emette. Il ciclo dell’attività solare dura circa undici anni e oggi ci troviamo al minimo dell’attività. Non tutte le particelle emesse dal Sole ovviamente arrivano a interagire sulla Terra ma quando questo accade, cosa avviene sul nostro pianeta? Dal punto di vista fisico le particelle che arrivano fino alla Terra interagiscono con il campo magnetico terrestre: alcune non lo superano e non entrano nella nostra atmosfera, altre invece entrano nell’atmosfera dove il campo geomagnetico è verticale, cioè ai poli, e provocano le aurore, boreali e australi. Ma ciò che realmente ci interessa è come l’interazione di queste particelle influenza la vita degli esseri umani.

Tralasciando gli effetti delle particelle sulla nostra salute, possiamo dire che esse incidono su tutto ciò che conosciamo dal punto di vista tecnologico. I sistemi satellitari, su cui si basano le telecomunicazioni, il traffico aereo e marittimo e persino l’agricoltura, infatti, sono fortemente influenzati dalla presenza delle particelle. La loro presenza può comportare errori e malfunzionamenti ai sistemi satellitari con conseguente impossibilità di usare un determinato servizio. Negli ultimi anni, l’utilizzo della tecnologia è aumentato in modo esponenziale ed è quindi chiara la necessità di dover prevedere e gestire tali eventi affinché non vi siano gravi incidenti e danni globali.

L’insieme delle condizioni precedentemente illustrate prende il nome di space weather, il tempo meteorologico spaziale e per conoscerne gli andamenti, la scienza si avvale della meteorologia spaziale. L’Agenzia aerospaziale europea (ESA) ha in corso un progetto, chiamato Space Situational Awareness (SSA), che ha l’obiettivo di tutelare le tecnologie di navigazione satellitare dell’Unione Europea. Per fare questo, il programma si concentra su tre aree principali, tra cui la meteorologia spaziale, attraverso un servizio di nowcasting e forecasting.

Il rischio sistematico a cui siamo sottoposti, apre le porte a un nuovo mercato di notevole interesse. Infatti, l’obiettivo del prossimo futuro è di rendere la meteorologia spaziale affidabile come la meteorologia classica. Oltre alla possibilità di sviluppo di servizi di previsione sempre più efficienti, si cercano soluzioni e nuovi mezzi che possano rendere il sistema satellitare resiliente allo space weather e aerei e mezzi destinati agli esseri umani protettivi dalle radiazioni. Di natura ottimista, Romano ritiene che nonostante le difficoltà nel prossimo futuro saremo in grado di avere una situazione abbastanza garantista per le nostre tecnologie.

Le sfide nello spazio per la Terra, però, non si esauriscono qui. Il sistema satellitare, come abbiamo già detto, entra in gioco anche nella gestione delle coltivazioni agricole ed è proprio per l’agricoltura che Max Gulde, speaker al WMF, ha deciso di investire e sviluppare la sua tecnologia.

 

La sfida di ConstellR

Max Gulde è il co-fondatore di ConstellR, una start up che ha l’obiettivo di migliorare l’utilizzo delle risorse idriche a livello globale fornendo un nuovo servizio di monitoraggio continuo del suolo attraverso la temperatura. Ricercatore nel settore aerospaziale, negli anni di ricerca ha scoperto che lo spazio può essere la soluzione ai problemi della Terra ed è proprio attraverso lo spazio e i satelliti che Gulde intende migliorare l’uso dell’acqua nell’agricoltura.

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) l’80% dell’acqua dolce utilizzata è impiegata in agricoltura, in particolare nell’irrigazione. Il problema è che il 60% di questa viene sprecata perché non utilizzata in modo efficiente. Ed è qui che ConstellR vuole dare una soluzione. La tecnologia di ConstellR si basa sull’utilizzo della temperatura per valutare lo stress idrico delle coltivazioni e delle piante in generale prima che questo sia visibile. La temperatura è correlata allo stato di salute delle piante: più la temperatura è alta, più la pianta si trova in condizioni di stress idrico e quindi ha bisogno di acqua. Attraverso l’uso della tecnologia infrarossa, è possibile conoscere la temperatura degli oggetti osservati. Conoscere con maggiore precisione la condizione delle piante permetterebbe di gestirne la crescita affinché diano il massimo rendimento possibile con il minore consumo di acqua. Infatti, il rendimento delle coltivazioni è strettamente legato all’acqua che utilizziamo per farle crescere.

Con i cambiamenti climatici impellenti e la riduzione delle terre disponibili per l’agricoltura da un lato e dall’altro l’aumento della popolazione mondiale, ConstellR propone una soluzione scalabile e molto meno costosa di quelle attualmente utilizzate che permetta di gestire meglio le risorse idriche producendo più cibo per le persone consumando meno. Il servizio che propongono è rivolto alle aziende che già forniscono agli agricoltori le informazioni per la gestione delle terre coltivate. Con la tecnologia di ConstellR si potrebbe avere una maggiore risoluzione spaziale, una maggiore sensibilità di temperatura fornendo dati più accurati e un monitoraggio giornaliero. La gestione delle acque è un mercato in crescita e ConstellR raccoglierà e consegnerà i primi dati entro la fine di quest’anno. Il mezzo con cui ConstellR intende raccogliere i dati e monitorare la temperatura del suolo sono i satelliti, in particolare come sembra ricordi il nome della start up, una costellazione di satelliti, cioè un gruppo di satelliti che vengono utilizzati per uno stesso scopo in modo complementare e sotto un controllo comune.

 

I nanosatelliti: grandi protagonisti

Protagonisti della giornata sono stati i nanosatelliti. Durante l’intervento di Silvia Natalucci, product assurance manager e responsabile dell’unità micro e nanosatelliti dell’Agenzia Spaziale Italiana, abbiamo potuto conoscere i cubesat, una tipologia di nanosatelliti nati per far esercitare gli studenti universitari ma che oggi stanno assumendo sempre più importanza per i servizi di telecomunicazione e per l’esplorazione planetaria.

I cubesat sono considerati una categoria speciale di nanosatelliti perché sono ottenuti a partire da un’unità standard di volume pari a 1 dm3 che prende il nome di U, unità. Ne esistono di diverse dimensioni, da 1U fino ad arrivare ai più grandi di 12U. L’idea dei cubesat nasce con l’intenzione di far costruire per esercitazione agli studenti universitari dei satelliti in miniatura che riproducessero i veri satelliti. La particolare dimensione è dovuta alla scelta del professore di prendere come riferimento una normale scatola di cartone. Inizialmente non si credeva potessero essere messi in orbita come veri e propri satelliti ma superati i primi test sono diventati uno standard per la produzione industriale. I cubesat sono satelliti economici, con un costo pari a circa 30 000 dollari per unità e questo ha permesso una democratizzazione dello spazio perché università, piccoli centri di ricerca e paesi emergenti possono introdursi nel mercato senza dover prevedere grosse spese. Un altro vantaggio dell’ingresso dei nuovi player sul mercato e dello standard di produzione è la riduzione dei tempi di sviluppo dei lanci, permettendo così di avere in orbita satelliti con tecnologie non obsolete come accade alcune volte con i satelliti tradizionali. Di notevole interesse è anche la distribuzione del rischio: essendo i cubesat economici, è possibile lanciarli in costellazioni e qualora uno dovesse fallire ce ne sarebbero altri che riescono ad andare in orbita. Successivamente è possibile anche fare un refill della costellazione lanciando in orbita altri cubesat.

Le applicazioni classiche dei cubesat sono in orbite terrestri, in particolare orbite LEO. Nonostante il peso e la potenza ridotta, non vanno a sostituire i satelliti classici in queste orbite ma li affiancano, completando alcune caratteristiche e lavorando in sinergia. Il futuro dei cubesat è comunque molto vario. Testati in più missioni, verranno utilizzati in missioni interplanetarie in un sistema mother-daughter, inglobati in un satellite tradizionale a causa della loro potenza ridotta ma anche per l’osservazione della terra, meteorologia spaziale, connettività per le telecomunicazioni e sorveglianza.

 

Lavoro nella stazione aerospaziale

Nell’intervento di Chiara Cocchiara, ingegnere aerospaziale e Forbes Under 30 per il settore industria, abbiamo scoperto come funzionano le operazioni spaziali e in che modo una stazione spaziale monitora costantemente i suoi satelliti(anche quelli di cui abbiamo parlato prima). I satelliti devono essere monitorati 24/7 e il team all’interno di una stazione aerospaziale è preparato a ogni evenienza secondo le proprie competenze e gerarchia. Il centro di controllo è il luogo della stazione dove si effettuano le operazioni spaziali. Le operazioni spaziali sono procedure automatizzate, pianificate in anticipo. In presenza di anomalie, problemi o anche semplicemente in caso di operazioni non pianificate, l’utente del centro di controllo, utilizza delle procedure cartacee per lanciare nuove procedure automatica: non si effettua nulla manualmente per evitare di incorrere in ulteriori problemi dovuti a errori umani. Oltre a operare i satelliti, nel centro di controllo si operano anche le antenne delle varie stazioni per comunicare con i satelliti, ci si coordina con gli altri partner e si tiene tutto sotto controllo. Possiamo dire che la parola d’ordine in una stazione aerospaziale è pianificazione. Tutto è pianificato, anche il modo in cui vengono pianificate le operazioni. Sono anche pianificate le azioni a terra, in caso di problemi interni all’infrastruttura.

Il mondo dell’aerospazio è sicuramente affascinante e come abbiamo visto, diventerà un elemento sempre più importante della nostra società in diversi ambiti e che coinvolgerà sempre più categorie di persone, da privati a imprese. Sebbene l’osservazione delle stelle, sia un qualcosa che l’uomo fa fin dall’antichità, le cose che possiamo imparare, conoscere e sfruttare dallo spazio sono moltissime: lo spazio è innovazione ma l’innovazione dello spazio ci permetterà di migliorare anche la vita sulla Terra e forse di avere un futuro più buono.

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Ambiente, società e tecnologia

Eleonora Cogo: quando salvare il Pianeta è un gioco da ragazzi

“Esistono solo due certezze nella vita: una è la morte, l’altra sono le tasse”. Quante volte abbiamo sentito questa citazione attribuita a Benjamin Franklin? Crediamo sia doveroso aggiungere una terza certezza che il padre fondatore americano non poteva conoscere ossia quella dell’ingresso dei tuoi genitori nella stanza in cui studi, proprio nel momento esatto in cui prendi il cellulare in mano.

Ma tranquilli, siamo pronti a fornirvi una soluzione, che possa aiutarvi a convincerli che attraverso il telefono che ci vedono sempre in mano, in realtà, stiamo contribuendo attivamente alla salvaguardia del pianeta. Okay, non è propriamente il nostro pianeta… ma su questo possiamo momentaneamente soprassedere e metterci all’ascolto della Dottoressa Eleonora Cogo, Senior Scientific Manager, qui in veste di creator di Change Game.

 

Salve Dottoressa Cogo, oggi è qui al WMF per parlare di “Change Game”. Le va di spiegarci cos’è e come è nato? E quali sono gli obiettivi di “Change Game”?

La creazione del gioco nasce dall’esigenza comunicativa della fondazione CMCC. Il centro Euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici, in acronimo CMCC, si occupa di studiare il clima e le conseguenze del riscaldamento del pianeta sul sistema climatico. Come è facile immaginare, queste tematiche sono estremamente complicate da comunicare. Change Game nasce dalla vera e propria necessità di avere un semplice strumento di divulgazione sui cambiamenti climatici che potesse permetterci di parlare di tematiche così attuali in maniera meno didascalica e più esperienziale. Abbiamo creato un mondo virtuale in cui i giocatori possono vedere, in anticipo sui tempi, quello che accadrà al Pianeta se non si entra subito in azione. Change Game è stato creato in collaborazione con Melazeta, una società specializzata nello sviluppo di serious gaming, ma è stato grazie a Climate-kic che questo gioco è oggi fruibile gratuitamente. Tra gli obiettivi principali, oltre quelli divulgativi già citati, c’è sicuramente quello di far comprendere quanto sia effettivamente difficile costruire una società a zero emissioni, il che consente ai giocatori di apprezzare la complessità delle sfide che, nel futuro prossimo, ci aspettano. In generale, questo è un videogioco che rientra nella categoria “city builder”, in cui ogni giocatore è responsabile della propria città e deve procurare cibo per i propri abitanti e materie prime per continuare la costruzione delle infrastrutture necessarie alla sopravvivenza della popolazione. Però, sostanzialmente ogni passo verso l’evoluzione della città è associato a una emissione di CO2 che poi influenza la temperatura del pianeta. Un elemento di novità è che il giocatore ha la possibilità di investire in ricerca e innovazione in modo da favorire il raggiungimento delle emissioni zero nette. Un’altra, è quella di consentire di investire nell’educazione in modo da responsabilizzare i cittadini e rallentare il tasso di emissioni. Addirittura all’interno della città possono essere sviluppate delle tecnologie attualmente ancora in fase sperimentale ma che sono fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi che conducono alla vittoria del gioco. Il nostro augurio è che Change Game che possa mettere in moto l’immaginazione dei fruitori, in modo che possano loro stessi proiettarsi in un mondo a zero emissioni, un mondo resiliente ai cambiamenti climatici. Secondo noi, Change Game ha il pregio di far riflettere sia sugli “ingredienti” del problema del cambiamento climatico ma anche sulle soluzioni che possiamo mettere in atto.

 

Come è nata l’idea di avvicinare la scienza al mondo del gaming?

Tutto è partito dal fatto che spesso venivamo chiamati nelle scuole per fare degli interventi divulgativi circa le tematiche dei cambiamenti climatici. Arrivati lì, gli strumenti di cui disponevamo erano quelli tradizionali ma per parlare di un tema così complesso, far vedere “solo” dei grafici rende l’argomento di difficile comprensione e c’è la possibilità, non remota, che si diffonda nell’auditorio la sensazione che “il problema” sia molto lontano dalla nostra realtà. Il bello del gioco, invece, sta nel fatto che ci ha permesso di aiutare i giocatori a immedesimarsi nella problematica stessa, facendoli padroni e attori del loro piccolo pezzo di mondo. Avvicinare il mondo del gaming al cambiamento climatico ci ha permesso di passare le stesse informazioni di sempre ma in maniera giocosa, innovativa e coinvolgente.

 

Quali sono stati, secondo voi, gli elementi decisivi suoi quali si è puntato all’inizio per coniugare il necessario interesse dei giocatori con il perseguimento dei vostri obiettivi? E ci sono stati degli aspetti che vi hanno sorpreso, dei suggerimenti arrivati direttamente dai giocatori?

All’inizio ci ha aiutato molto la decisione di co-ideare il gioco insieme a un nutrito gruppo di persone, ciascuna con competenze diverse. Tra queste avevamo principalmente: gamers, sviluppatori di videogiochi, che conoscevano le meccaniche utili per aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi, poi c’erano gli educatori e, ovviamente, gli scienziati. Il processo di co-creazione ci ha permesso di ottenere un gioco altamente stimolante e meno ‘noioso’. Uno dei suggerimenti più preziosi arrivatici dal gruppo dei gamer è stato quello di inserire la modalità multiplayer, alla quale non avevamo inizialmente pensato, ma che, ad oggi, soprattutto nelle scuole, è una delle forze trainanti del successo di Change Game. e permette di convogliare bene il messaggio che nessun può risolvere questa crisi da solo ma è necessario il contributo di tutti e collaborare per raggiungere obiettivi così ambiziosi.

 

Anche se è il gioco è disponibile solo da un anno, avete raccolto già dati per valutare l’impatto sulla sensibilità dei fruitori rispetto alle tematiche del cambiamento climatico?

Sì, è vero il gioco è uscito solo il novembre scorso ma abbiamo avuto tantissimi feedback lungo tutte le fasi della creazione e ad esse si sono aggiunte quelle arrivate dai social dopo l’uscita. Ma devo dire che i riscontri più utili sono arrivati dalle conversazioni nelle classi. Il lavoro con le classi era diviso in due sessioni, nella prima spiegavamo il gioco e poi tornavamo dopo due settimane e coglievamo l’occasione per confrontarci circa quello che gli studenti avevano appreso e quelle che erano state le difficoltà. Ad oggi contiamo diverse migliaia di persone che lo hanno scaricato e questi numeri sono frutto di un passaparola continuo e troviamo che questa cosa sia molto positiva. Nelle versioni future vorremmo integrare tutti i suggerimenti raccolti per creare uno strumento di consapevolizzazione che duri nel tempo.

Parafrasando Alberto Sordi ne “Il Marchese del grillo”, e riferendoci a Change Game, è possibile lasciare un monito a tutti i giocatori: “Quanno se gioca bisogna esse seri”.

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Ambiente, società e tecnologia

L’innovazione a sostegno delle future Mamme

Facciamo il punto della situazione

Tutto quello che gravita attorno alla sfera riproduttiva e, in particolare, nell’ambito della tutela fisica e psicologica della futura mamma e del feto mostra, ancora oggi, i limiti e l’indifferenza che per secoli gli sono stati riservati.

È la stessa Dubravka Šimonović (Relatrice speciale sulla violenza contro le donne del Consiglio per i diritti umani), che nell’ottobre 2019 ha presentato un Rapporto annuale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui affermava che “il maltrattamento e la violenza di genere nei servizi di salute riproduttiva e durante il parto si verifichino in tutto il mondo, sia nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, sia nei Paesi più ricchi, e le vittime di tali violenze appartengono a livelli socioeconomici trasversali“; arrivando, così, a riconoscere  la violenza ostetrica come “violazione dei diritti umani e vera e propria violenza di genere“.

Basti pensare che non vi è ancora una cultura di massa “accreditata” che prepari per tempo coloro che scelgono di avere figli, tanto che i futuri genitori, quasi per consuetudine, si affidano “semplicemente” al sapere del medico di riferimento e soltanto quando si è pronti al grande passo (e questo nella maggior parte dei casi). Se poi ci si volesse informare al di fuori dell’ambiente sanitario conosciuto, si incorre in un’alluvione informativa che vede da una parte blog e profili su Instagrame TikTok di ostetriche famose e non e, dall’altra, community di future mamme o di neomamme che si raccontano suFacebook.

La ricerca si fa più impegnativa quando il focus è l’innovazione all’interno del settore.

I siti ufficiali, quindi, sono pochi e ci si ritrova a dover spendere diverso tempo nella ricerca, con l’auspicio di aver raccolto tutte le informazioni necessarie.

 

Facce della stessa medaglia

Quanto affermato in precedenza rappresenta solo la “faccia” più nota del tema sulla gravidanza;  questo articolo, invece, vuole  rendere noto ciò che ai più è celato e guidare i lettori verso una maggiore consapevolezza su quanto venga offerto, in termini di innovazione.

I problemi precedentemente elencati, quindi, rientrano in tre macro temi che fanno capo alle direttive del 2018 dell’OMS(56 per l’esattezza), nate per mettere al centro ogni donna, diversa l’una dall’altra.

 

Tradizioni e Safe place: come tutelarli

Come anticipato precedentemente, è importante che una donna venga rispettata e tutelata, che si senta capita e al sicuro nel proprio ambiente e in quello sanitario.

Ogni donna, infatti, vive secondo le proprie tradizioni e con ritmi e abitudini legati anche alla sua posizione economica. Di conseguenza, poter limitare i “danni” legati al cambiamento climatico, all’inquinamento e all’igiene, fa sì che ci siano meno rischi per il feto.

A tal proposito è possibile citare l’app Water Birth (disponibile solo su iOS) nata in seguito ad uno studio condotto nell’Unità operativa complessa di Ostetricia e ginecologia dell’ARNAS-Civico di Palermo assieme a Pharma Mum.

Uno dei principali problemi del parto in acqua era che il medico presente non potesse misurare l’intensità e la frequenzadelle contrazioni e del battito cardiaco (del feto). Ma grazie all’Apple Watch 2 e all’app  è possibile scegliere di partorire in tale modalità e in totale sicurezza.

Un’altra opportunità creata in quest’ottica, è offerta dalla startup svizzera Rea e dal suo dispositivo medico: si tratta di un assorbente intelligente dotato di “un sistema microfluidico, di un’unità di biosensing e di un sistema di lettura“, creato per monitorare le partorienti che rischiano un parto pretermine.

Il suo utilizzo, inoltre, risulta intuitivo anche per i futuri genitori proprio grazie alla rispettiva applicazione su telefono, in cui è possibile visionare i risultati dei test.

Questa combinazione di fattori fa sì che le future mamme possano restare entro le quattro mura di casa ed evitare lunghe degenze ospedaliere e un eccessivo stress psicologico.

 

La “diversità” non è più un limite

Se è vero che ogni donna deve essere messa al centro ed essere assistita in funzione dei suoi bisogni, ne consegue che qualsiasi limite fisico della futura mamma meriti attenzione.

Non a caso il designer e professore Jorge Roberto Lopes dos Santos ha sviluppato, presso l’Instituto Nacional de Tecnologia in Brazil, “nuove tecniche di costruzione di modelli computerizzati tridimensionali utilizzando i dati provenienti da ecografie e da altre tecniche di acquisizioni immagini“, così da ricreare nel dettaglio il feto e crearne un modello tangibile per le mamme cieche.

Un altro sistema simile è stato creato dalla società Orcam e si tratta dell’Orcam My eye 2.0, un dispositivo di visione assistita (si tratta di una telecamera con un altoparlante integrato) che permette di acquisire immagini, video e parole (stampate o su video) per aiutare le persone non vedenti, ipovedenti e dislessiche nelle loro attività quotidiane.

Dotato di una calamita, può essere posto su qualsiasi paio di occhiali e dare alla mamma (in questo caso) la possibilità di vedere il proprio feto.

 

Attenzione e cura del feto

Alcune malformazioni del feto non è possibile diagnosticarle con la tradizionale tecnica a immagini bidimensionali, perché richiedono uno studio più “approfondito” del feto e, quindi, di uno studio in 3D e si tratta dei tessuti molli, della spina bifida, di alcune patologie del sistema nervoso centrale (legate, per esempio, al cervelletto), dell’apparato muscolo scheletrico (studio della colonna vertebrale anche a 21 settimane) e del cuore (le cui malformazioni sono le più comuni ma anche le più difficili da individuare).

In quest’ultimo caso si parla anche di ecografia 3D-4D e della tecnica detta STIC (Spatio-Temporal-Image-Correlation) che “consente di studiare la funzionalità del cuore, ed i movimenti delle sue strutture anatomiche, attraverso lo studio di un ciclo cardiaco virtuale ricavato da svariati cicli sovrapposti“.

 

Formazione e informazione

In tal senso è stata sviluppata in Italia, e più precisamente in Toscana, l’applicazione Happy Mama, nata in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Sant’Anna di Pisa.

Lo scopo di quest’app è, appunto, “facilitare le donne nell’accesso e nell’utilizzo dei servizi per la gravidanza, il parto ed il primo anno di vita del bambino“.

Nel sito ufficiale, oltre a poter scaricare una brochure e visionare un tutorial, è possibile leggere le funzionalità di Happy Mama che vanno dalla possibilità di poter avere un’agenda in cui scaricare il calendario vaccinale del proprio bambino e attivare dei promemoria, di reperire informazioni (validate da professionisti del settore) sulla cura della mamma e del neonato (in più lingue), fino a trovare gli esami da effettuare (prenotabili da app).

Ovviamente questo è un modo innovativo per intraprendere questo percorso. Ma a ciò si affiancano comunque alcuni dei grandi punti di riferimento in tale ambito ovvero la Fondazione per la Medicina Fetale creata da Kypros Nicolaides ma anche il The JJ Way e il Birth Place fondati da Jennie Joseph e l’OMS stessa ovviamente.

Infatti, quanto elencato per ogni macro tema rappresenta solo alcune delle nuove tecnologie presenti sul mercato; ma avere una base da cui far partire le ricerche garantisce una maggiore consapevolezza e una più ampia autonomia di giudizio e di azione, laddove soltanto “gli addetti ai lavori” ne detenevano il potere.

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Ambiente, società e tecnologia

Campagna vaccinale: tra incertezza e rischio. Le parole di Giancarlo Sturloni

A poco più di un mese dall’apertura dell’ultima fase della campagna vaccinale, che dal 3 giugno vede coinvolta tutta la popolazione italiana con età superiore ai 12 anni, abbiamo deciso di chiedere il parere di un esperto. Oggi è qui con noi Giancarlo Sturloni, giornalista scientifico, specializzato nella comunicazione del rischio per la salute e per l’ambiente.

 
Buongiorno Professor Sturloni, iniziamo intanto col chiederle cosa si intende per “comunicazione del rischio”?

Nella gestione del rischio, oggi la comunicazione è considerata uno strumento essenziale per salvare vite umane e proteggere l’ambiente, e per questo motivo dovrebbe accompagnare tutte le fasi della gestione dei rischi naturali e antropici.

Serve a veicolare e condividere delle informazioni in modo tale che le persone possano sapere a quali rischi sono esposte, come proteggersi e quali sono le possibili contromisure da adottare. In particolare si configura come uno strumento della comunicazione istituzionale, ma può assumere diverse forme e la si può trovare tanto all’interno di un articolo di giornale che all’interno della comunicazione interpersonale.

La comunicazione del rischio ha lo scopo di rendere consapevole la cittadinanza e, proprio per questo, racchiude in sé sia l’aspetto della prevenzione, sia quello dell’emergenza e, in parte, anche l’aspetto circa le controversie sulla gestione dei rischi. Esistono, infatti, dei rischi che sono oggetto di dibattito sociale come, per l’appunto, i vaccini.

Per sintetizzare: la comunicazione del rischio è uno strumento che si è sviluppato nell’ambito della gestione del rischio per far fronte alla necessità di scambiare informazioni circa i pericoli a cui si è esposti.

 
In una campagna di comunicazione del rischio quali sono i fattori assolutamente da evitare?

In generale c’è una regola, che purtroppo spesso viene disattesa, ma che è la più importante ed è quella di non sminuire, non nascondere e non negare mai un rischio.

Bisogna ricordare sempre che l’obiettivo è quello di far sì che le persone facciano qualcosa per proteggersi. Per questo, se il rischio viene sminuito si incorre nell’eventualità che la popolazione non faccia abbastanza.

Uno degli esempi più calzanti ci viene fornito proprio dalla pandemia: l’estate scorsa, ad un certo punto, si è diffusa l’idea errata, sostenuta anche da alcuni esperti, che l’epidemia fosse ormai finita e che dunque fosse possibile tornare alla vita normale. Questo ha portato la popolazione ad abbassare la guardia e ciò ha favorito, nell’autunno successivo, una seconda ondata ben peggiore della prima.

Eppure, fin dai tempi di Chernobyl è noto che ogni volta che si cerca di nascondere un rischio o di sminuirne la gravità la popolazione non fa abbastanza per proteggersi, portando inesorabilmente all’aumento delle vittime.  Non è un caso che i paesi in cui ci sono state registrate più casi e più esiti mortali siano stati gli Stati Uniti, l’India e il Brasile, paesi in cui governi negazionisti non hanno ammesso la gravità del rischio generando una serie di conseguenze molto gravi.

Poi sono presenti, a livello internazionale, una serie di regole e alcuni principi volti a garantire la credibilità e la coerenza delle istituzioni che hanno il compito di gestire e comunicare i rischi, oltre che a favorire il dialogo tra le istituzioni stesse e i cittadini.

Ad esempio, quando hai un rischio emergente, ossia un rischio che si presenta per la prima volta o che ha caratteristiche nuove, come è stato per il coronavirus, è necessario avere una enorme cautela e ci si dovrebbe sbilanciare sempre dalla parte della sicurezza.

Con ciò non si nega affatto che possano esserci anche delle questioni controverse che, spesso, vengono amplificate sia dall’incertezza intrinseca al problema sia dalle scarse conoscenze che si hanno a disposizione.

Sebbene sia complesso, anche in questi casi per salvare più vite possibile è necessario agire tempestivamente senza aspettare di conoscere tutto prima di prendere delle decisioni. Si sa, l’incertezza può dare adito alla presenza di pareri discordanti e questo aspetto è di facile rinvenimento se si pensa all’intera situazione pandemica: in diversi momenti, molti esperti, hanno offerto opinioni personali in assenza di un consenso univoco della comunità scientifica, creando una vera e propria un’infodemia, un eccesso di informazioni talvolta contradditorie.

Purtroppo, a gravare ulteriormente su questa situazione, è intervenuta l’incapacità delle istituzioni di riuscire a fornire delle informazioni affidabili, aggiornate e, soprattutto, in grado di fugare i dubbi e chiarificare le incertezze. Infine, per quanto non ce ne dovrebbe essere bisogno, tocca sottolineare come sia necessaria una certa coerenza tra le informazioni date e le decisioni che vengono prese dalle istituzioni.

 
All’interno dei piani di gestione pandemica qual è il ruolo della comunicazione del rischio?

Riferendoci a questa campagna vaccinale dobbiamo dire che purtroppo la campagna di comunicazione non ha giocato un ruolo fondamentale, come è facilmente deducibile dalla lettura del piano vaccinale: le parole comunicazione e informazione non sono mai citate, il che significa che la comunicazione non è mai stata considerata come strumento strategico. Eppure è il modo più congeniale per dare informazioni alle persone e indicare loro i comportamenti responsabili da seguire. Attraverso tutto questo si sarebbero potute salvare delle vite.

Ricordiamo che, in Italia, sono pochissime le persone contrarie a tutti i vaccini, una fetta di popolazione che non ricopre più dell’1-2%. Una percentuale irrilevante ai fini della copertura vaccinale e che potrebbe essere ignorata in quanto non costituisce un ostacolo per il raggiungimento dell’immunità. Quindi sarebbe stato più opportuno profondere energie per convincere quel 20-30% della popolazione che non è contrario a prescindere ma che nutre dei dubbi verso questo tipo di vaccinazione.

Ciascuno degli appartenenti a questa categoria ha i propri dubbi, riferiti alla propria esperienza e al proprio modo di vivere e questo perché non per tutti è uguale il rischio e non per tutti è uguale il beneficio.

Alle persone serve un’enorme quantità di informazioni per farsi un’idea all’interno di questa complessità e sono proprio queste le informazioni che sono un po’ mancate. E sono mancate proprio perché la comunicazione non è stata vista come uno strumento protagonista della campagna di vaccinale stessa.

Basti pensare che, ancora oggi, non esiste un sito unico del governo dove sono raccolte tutte le notizie aggiornate sul coronavirus.

La mancanza di informazioni chiare e facilmente accessibili ha certamente contribuito al rallentamento della campagna vaccinale. Nelle diverse fasce d’età, questa ha fatto registrare alti tassi di adesione fino a che ha coinvolto le persone già convinte di volersi vaccinare ma che ha subìto una battuta d’arresto quando avrebbe dovuto coinvolgere le persone che si sarebbero convinte a seguito della dissoluzione dei dubbi che nutrivano a tal proposito.

Comunque, anche se non di grande consolazione, c’è da dire che questo non è stato un problema solo italiano ma lo si è registrato anche in altri paesi. Dal mio punto di vista, una campagna vaccinale senza precedenti non avrebbe dovuto prescindere da una campagna di comunicazione senza precedenti.

 
Come mai, in Italia, esistono delle sacche di resistenza? Come si può rimediare?

In realtà, come ci raccontano gli storici della medicina, le controversie sui vaccini sono cominciate ancora prima dell’arrivo dei vaccini e parliamo dell’Inghilterra del ‘700, quando si sperimentò la cosiddetta variolizzazione.

Questo denota che non siamo di fronte a una questione nuova perché i vaccini hanno sempre trovato una forte opposizione. Il che è comprensibile se si pensa che questi, al contrario dei medicinali, prevedono la somministrazione di un farmaco a una persona sana e non sono esenti da possibili effetti avversi.

Tornando alla campagna vaccinale contro il coronavirus, data la sua estensione era normale che emergessero degli effetti collaterali rari e ce li si aspettava ed è la ragione per cui () va sempre valutato il rapporto tra rischi e benefici. È una cosa che vale per qualunque farmaco ma in questo caso con una sostanziale differenza che risiede nel fatto che i medicinali sono somministrati per alleviare un malessere già presente, mentre il vaccino viene fatto nel momento in cui il soggetto è sano.

Questa elementare constatazione costituisce un’enorme differenza dal punto di vista psicologico e, per questo, un certo grado di opposizione ha sempre accompagnato la storia delle vaccinazioni, nonostante gli evidenti benefici di questa pratica medica.

In questi casi è la fiducia che può fare la differenza. Se è presente la fiducia nelle autorità medico-scientifiche e nelle istituzioni che promuovono la vaccinazione, le sacche di resistenza possono essere di gran lunga ridotte. Si aggiunga a ciò che questa volta si era alla presenza di vaccini completamente nuovi ed è normale che la popolazione possa nutrire qualche dubbio in più su di essi. Per questo è fondamentale non abbandonare quel 20-30% della popolazione che non rifiuta i vaccini ma che semplicemente si pone degli interrogativi, più o meno fondati ma legittimi, legati al fatto che non sono state fornite loro tutte le motivazioni necessarie. È importantissimo avere la fiducia di questi ultimi, sono loro a fare da ago della bilancia per raggiungere l’immunità di gregge e portare a compimento la campagna vaccinale.

 
Il suo parere sulla gestione della pandemia dal punto di un comunicatore del rischio

Come già detto, per una buona campagna vaccinale è necessario rendere fruibili tutte le informazioni disponibili, sia sui benefici che sui rischi, in modo chiaro e trasparente. Purtroppo questo sforzo di comunicazione, nella nostra campagna vaccinale, è stato fatto solo in parte.

Alcune volte potrebbe essere premiante affiancare a quella vaccinale una campagna di marketing sociale con pubblicità e testimonial, esercitando in questo modo una spinta in più. In seguito, si può lavorare sulle reti di comunicazione personale coinvolgendo anzitutto i medici di famiglia, ma anche usando i social che purtroppo non hanno avuto alcuno spazio in questa campagna.

Cambiando solo per un momento ambito: sai qual è il metodo migliore per convincere una persona a mettere i pannelli solari?

Dirle che i suoi vicini di casa lo hanno già fatto.

Come esseri umani, tendiamo a fare quello che fanno le persone attorno a noi, sono meccanismi che vanno conosciuti e sfruttati e sono strategie che vanno oltre il semplice predisporre un sito informativo.

Quindi, più che concentrarsi sugli “irriducibili”, una campagna di comunicazione dovrebbe concentrarsi sulle persone che possono essere facilmente portate dalla tua parte con uno sforzo di informazione, persuasione o di interazione e dialogo.

Certo non è una cosa semplice quando si ha tra le mani una campagna vaccinale di dimensioni nazionali, ma sicuramente in un momento così storicamente importante è fondamentale profondere energie in tali soluzioni.

Il comunicatore del rischio deve condividere le informazioni e fornire delle motivazioni che non possono essere generali: un anziano non ha le stesse motivazioni di un giovane; anche per questo stilare un piano di comunicazione è estremamente complesso.

Non si può parlare alla popolazione come se fosse un gruppo omogeneo in termini di conoscenze, percezioni e aspettative, ma è necessario segmentarla in sottogruppi quanto più omogenei possibili e per ciascuno trovare una strategia che deve tenere conto di moltissime cose, come: quali sono le informazioni che già possiedono? Quali sono i dubbi che potrebbero avere, e dove cercano solitamente le informazioni? Come possono essere motivati e incentivati?

E c’è chi le ha provate davvero tutte, ad esempio, quando la campagna vaccinale sembrava aver perso il proprio smalto, lo stato americano di Washington, dove è legalizzato l’uso della cannabis, ha promosso la campagna “joints for jabs” in cui, per vaccinarsi, veniva offerto uno spinello.

L’adesione alla campagna vaccinale è subordinata alla percezione del rischio, e gli adulti solitamente percepiscono il rischio in maniera più intensa rispetto ai giovani. Anche questo va tenuto in considerazione: le diversità, in comunicazione, contano. Le strategie in proposito vanno decise prima ancora di iniziare la campagna vaccinale e vanno scelte studiando i segmenti del pubblico.

È necessario individuare, per ciascun segmento, quale sia il modo migliore per cercare di portarlo alla vaccinazione e, ribadisco, questo è qualcosa che va fatto fin dall’inizio.

Non ci si dovrebbe mai trovare nella situazione in cui si insegue il problema.

Tutte le campagne di valutazione della salute sono studiate a fondo e nei paesi anglosassoni hanno tantissimi manuali dedicati; non dovrebbero mai essere improvvisate e, ad esse, deve essere dedicata una buona fetta delle risorse affinché tutto possa essere fatto al meglio.

 
Dal suo punto di vista, se non ci fossero delle “restrizioni”, quale sarebbe la percentuale reale di vaccinati?

A questa domanda non penso si possa rispondere, sono troppe le variabili in gioco. L’adesione a una campagna vaccinale con queste dimensioni può variare per mille fattori. Prendiamo come esempio il Green pass: non introduce un obbligo vaccinale tanto che il certificato è ottenibile ugualmente esibendo un tampone negativo. Quindi il Green pass si configura come un incentivo alla vaccinazione e non come un’impossibilità. Sono moltissimi gli studi che cercano di comprendere come l’introduzione dell’obbligo vaccinale possa favorire il raggiungimento della copertura. I fattori che vengono coinvolti sono molto diversi: dal tipo di società al periodo storico in cui ci si trova.

Ad oggi, la lezione più importante ci arriva dalla storia: eravamo circa a metà dell’Ottocento quando l’Inghilterra decise di introdurre l’obbligo vaccinale provocando un duro scontro sociale.

L’ideale per una società democratica sarebbe quello di riuscire a far sì che le persone siano informate, responsabilizzate e che a quel punto facciano una scelta libera e consapevole; tutto ciò li rende a loro volta testimonial positivi all’interno del loro stesso tessuto sociale. L’obbligo deve essere l’ultima risorsa e, secondo me, può essere comprensibile e accettabile solo per certe categorie come, ad esempio, gli operatori sanitari.

In conclusione, la cosa migliore sarebbe evitare il più possibile misure coercitive o punitive proprio perché tali operazioni potrebbero favorire la polarizzazione dell’opinione pubblica e lo scontro che ne deriva rischia di amplificare tutta una serie di conflitti sociali che sarebbe meglio evitare.

Inoltre è stato studiato che tra gli elementi che aggravano la percezione del rischio c’è proprio l’imposizione di un rischio, grande o piccolo che sia; e ciò vale anche per i rischi associati alle vaccinazioni, che pur essendo di gran lunga inferiori ai benefici, possono essere considerati inaccettabili se vissuti come un’imposizione.

Alcune volte l’introduzione dell’obbligo potrebbe far decrescere il numero di persone disposte a farsi vaccinare, sebbene potrebbe anche spingere verso la vaccinazione quelli che non la vedono come una priorità. Quindi torno a ribadire: meglio un consenso informato che genera persone convinte che un obbligo che rischia di generare “testimonial negativi”.

Ma una risposta univoca non può assolutamente esserci e a maggior ragione in questi casi è necessario guardarsi bene dalle prese di posizioni ideologiche.

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Ambiente, società e tecnologia

Città ecosostenibili e colorate con i murales mangia smog

Rendere le nostre città non solo più pulite dallo smog ma anche più colorate oggi è possibile grazie agli eco-murales. Prodotti con una particolare polvere per pittura, questi murales sono in grado di purificare l’aria intorno in modo naturale. Questa speciale polvere si chiama Airlite e sta diventando sempre più utilizzata dagli street artist e non solo, in Italia e in tutto il mondo.

 

La tecnologia di Airlite

Ideata da Massimo Bernardoni, Airlite è in grado di ridurre gli inquinanti presenti nell’aria attraverso un processo simile alla fotosintesi. Airlite agisce in presenza di luce attivando un processo di fotocatalisi, si legge sul suo sito. Si crea una concentrazione di elettroni che interagiscono con l’acqua e l’ossigeno dell’aria e generano ioni negativi. Gli ioni con una reazione chimica si legano alle sostanze inquinanti, trasformandole in diversi tipi di sali non pericolosi.  La sua azione si manifesta sulla superficie delle pareti su cui i sali si fissano ma grazie alla caratteristica dell’aria di circolare, i suoi effetti si estendono a tutto l’ambiente circostante. Infatti, il processo è ripetuto più volte in quanto per saturare di sali una parete occorrono più di 500 anni.

Ma i benefici di Airlite non sono solo questi. Poiché riflette la maggior parte della componente infrarossa dei raggi solari, che è responsabile del calore, è in grado di mantenere freschi gli ambienti senza dovere utilizzare gli impianti di condizionamento, riducendo così il consumo di energia elettrica nel periodo estivo. Inoltre, Airlite non ha bisogno di molta manutenzione perché impedisce allo sporco e alla polvere di depositarsi sulle superfici. Questa sua caratteristica è dovuta dalla capacità di decomporre le sostanze oleose e di creare un sottile strato superficiale di acqua, impedendo così alle polveri e ad altre particelle di fissarsi sulla parete.

Nel 2019 è stata citata dalle Nazioni Unite come una delle quattro innovazioni in grado di migliorare la qualità dell’aria.

 

Gli eco-murales

I murales dipinti con Airlite sono come un bosco invisibile. Dipingendo un murales su un edificio grigio è come se stessimo piantando alberi nelle città. È ovviamente chiaro come questo possa essere utile nelle grandi città, densamente urbanizzate e povere di spazi verdi. La scelta di utilizzare Airlite si sta così diffondendo in Italia e in tutto il mondo, sia grazie all’influenza di street artist famosi ma anche di associazioni sensibili alla tematica ambientale.

È il caso di Yourban 2030, un’associazione no profit fondata da Veronica De Angelis nel 2018 che è oggi diventata associazione pilota nella street art green. Yourban 2030 ha, infatti,  come obiettivo quello di sensibilizzare le persone sui cambiamenti climatici e i relativi problemi attraverso l’arte nelle sue molte forme, tra cui la street art. L’idea nasce, dice De Angelis nel suo TEDx Talk a Vicenza, dopo aver visto il grande cambiamento di un quartiere periferico di Miami grazie alla street art. Decide di voler portare quel cambiamento in Italia e come punto di partenza sceglie di usare un edificio di Roma ereditato dal padre. Scopre successivamente Airlite e durante un viaggio a New York conosce Federico Massa, in arte Iena Cruz, un artista di strada già sensibile alle tematiche ambientali. Nasce così Yourban 2030 e poco dopo il suo primo progetto: Hunting Pollution. Inaugurato a ottobre 2018, Hunting Pollution è il più grande green murales d’Europa. Rappresenta un airone multicolore, una specie in via d’estinzione, che caccia la sua preda in un mare inquinato. L’airone è ignaro del fatto che quella preda è contaminata e per lui letale. Oltre che al beneficio palpabile di purificare l’aria, Hunting Pollution ha anche un forte significato simbolico: vuole rendere l’uomo consapevole delle azioni sull’ambiente.

Dal 2018 Yourban 2030 ha realizzato molti altri progetti in Italia e promosso murales nel resto del mondo coinvolgendo anche artisti di strada internazionali. Negli Stati Uniti il primo murales mangia smog è stato inaugurato il 5 giugno 2021, Giornata Mondiale dell’ambiente. Realizzato da Amanda Phingbodhipakkiya, artista di origini asiatiche, e promosso da Yourban 2030 il murales è intitolato “Stand with us” e ha l’obiettivo di sensibilizzare le persone verso i numerosi episodi di razzismo degli ultimi tempi contro la comunità asiatica e celebrarne l’orgoglio.

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Ambiente, società e tecnologia

Luglio senza plastica: dalla sfida sul web alla direttiva europea sulla plastica monouso

L’enorme quantità di prodotti di plastica presenti oggi è un problema. È un problema per il nostro pianeta e per tutti gli esseri viventi che lo abitano, ma la colpa è solo di uno: l’essere umano. Abbiamo inquinato con la plastica i nostri oceani, le nostre montagne e il nostro cibo. È un problema che non si ferma ai confini dei Paesi, ma riguarda tutti indistintamente.

 

Dati allarmanti

La produzione di plastica è cresciuta in modo preoccupante negli ultimi 50 anni, passando dai 15 milioni di tonnellate nel 1964 ai 311 milioni di tonnellate nel 2014 e ci si aspetta che aumenterà ancora, quadruplicando nel 2050. Di questi, il packaging rimane la principale applicazione. Il packaging in plastica è infatti comodo per il trasporto perché leggero e perché permette di conservare in buono stato il cibo più a lungo. Il 72% del packaging prodotto, però, non è riciclato: il 40% finisce in discarica, mentre il restante 32% si perde nella catena di raccolta. Ciò comporta, dati alla mano, una grandissima quantità di rifiuti di plastica dispersi in natura o che sono smaltiti in modo illegale con conseguente danno all’ambiente. Nel 2014, la quantità di plastica negli oceani era, in peso, un quinto dei pesci presenti. Secondo lo studio The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics, se non modificheremo il nostro modo di vivere e di consumare e se i sistemi di raccolta non diventeranno più efficienti, entro il 2050 negli oceani “nuoteranno” più rifiuti di plastica che pesci.

Il più conosciuto e grande accumulo di rifiuti di plastica nell’oceano è il Great Pacific Garbage Patch: un’enorme isola di spazzatura galleggiante, più o meno al centro dell’Oceano Pacifico. L’immaginario comune porta a pensare questo accumulo come una vera e propria isola fatta di rifiuti ma è piuttosto una massa galleggiante di piccoli frammenti di plastica di rifiuti più grossi in seguito alla degradazione meccanica dell’acqua e della luce solare. Non è un fenomeno che riguarda solo la superficie delle acque, bensì anche le zone più in profondità e non essendo osservabile a occhio nudo non è possibile determinare la sua estensione con precisione. Secondo uno studio pubblicato su Nature, la chiazza sta rapidamente aumentando di massa ed estensione più velocemente di quanto atteso. L’accumulo è dovuto alle correnti oceaniche che trasportano i rifiuti, che poi rimangono intrappolati in tali zone anche per anni degradandosi nei piccoli frammenti.

Sono dette microplastiche i pezzi di plastica più piccoli di 5 mm. Una quantità sempre maggiore si sta riscontrando non solo nelle grandi isole di plastica ma nell’ambiente in generale e di conseguenza anche nel cibo che consumiamo e l’acqua che beviamo. Nell’ambiente, infatti, le microplastiche non si degradano ma tendono ad accumularsi costituendo un rischio per le specie animali ma potenzialmente anche per la salute degli esseri umani.

L’accumulo di rifiuti non è un problema troppo distante da noi e non riguarda soltanto le microplastiche: il Mar Mediterraneo costituisce meno dell’1% della superficie di mare e oceani ma è la sesta area al mondo in cui troviamo più rifiuti. Secondo l’indagine Beach Litter 2021 dell’iniziativa Spiagge e Fondali Puliti di Legambiente sulle spiagge italiane è presente una media di 783 rifiuti ogni cento metri lineari di spiaggia e l’84% di questi è di plastica. Il numero supera di molto il valore di riferimento stabilito a livello europeo per considerare una spiaggia in buono stato ambientale che si attesta a meno di 20 rifiuti ogni 100 metri lineari di costa. I rifiuti censiti da Legambiente sono per lo più di oggetti usa e getta e legati all’emergenza sanitaria, come mascherine e guanti, ritrovati rispettivamente sul 68% e sul 26% delle spiagge.

Ma Legambiente non è l’unica. In questi anni, molte organizzazioni e attivisti in tutto il mondo hanno denunciato il problema della plastica e avviato iniziative che potessero sensibilizzare le persone e spingere i governi ad agire. E oggi, grazie alle iniziative e grazie agli influencer che fanno dello zero waste e della sostenibilità la loro mission, sempre più persone si dichiarano sensibili al problema e si mobilitano nel loro piccolo per un consumo più consapevole.

 

#PlasticFreeJuly

Il Plastic Free July è un’iniziativa della Plastic Free Foundation, un’organizzazione no profit australiana fondata nel 2017 ma la cui missione è iniziata nel 2011, proprio con l’avvio di questo progetto. Il suo scopo è quello di arrivare a un mondo senza rifiuti di plastica e quindi a un mondo in cui nemmeno la si utilizza, attraverso una maggiore consapevolezza e la convinzione che ognuno di noi possa fare la differenza.

L’iniziativa parte dall’azione di un numero ristretto di persone e con il diffondersi dei social media e grazie a una sensibilità ambientale sempre più diffusa è diventata oggi una delle campagne eco-friendly più seguite a livello globale. L’iniziativa consiste nel cercare di non servirsi della plastica per l’intero mese di luglio. Ciò può significare scegliere di acquistare sfuso ciò che normalmente compriamo confezionato e utilizzare prodotti solidi invece che liquidi o più semplicemente evitare prodotti in plastica monouso.

Sul web il #PlasticFreeJuly è diventata una vera e propria challenge con cui eco-influencer e attivisti invitano i propri follower a aderire all’iniziativa tramite piccole azioni quotidiane. Anche sul sito dell’organizzazione è possibile trovare un elenco di cose che possiamo fare a casa, al lavoro per ridurre l’utilizzo della plastica nella nostra vita.

Come tutte le iniziative che invitano i consumatori a compiere scelte più consapevoli, è auspicabile sperare che dopo il mese una vita plastic free diventi la norma. Solo nel 2020, come riportato nel documento pubblicato dalla fondazione, si stima che abbiano partecipato al #PlasticFreeJuly almeno 326 milioni di persone in tutto il mondo per un totale di 900 milioni di kg di rifiuti di plastica evitati. Il numero dei partecipanti all’iniziativa è aumentato rispetto a quelli del 2019, nonostante la situazione pandemica abbia reso necessario un maggiore uso della plastica, in particolare di quella monouso.

Questo è un chiaro segnale di come il tema della plastica stia diventando importante per sempre più persone. I dati mostrano l’urgenza del problema e la necessità per i governi di introdurre una legislazione sulla produzione di prodotti di plastica e la conseguente immissione sul mercato in accordo con i dati di oggi. L’Unione Europea ha adottato nel 2019 ulteriori misure per ridurre la quantità di prodotti di plastica nell’ambiente. Un aspetto riguarda in particolare la plastica monouso e i primi provvedimenti sono entrati in vigore sabato 3 luglio.

 

Plastica monouso: al bando dal 3 luglio

La direttiva dell’Unione Europea sulla riduzione dell’incidenza dei prodotti di plastica sull’ambiente adottata a giugno 2019 prevede dal 3 luglio una restrizione di immissione sul mercato per quanto riguarda alcuni prodotti di plastica monouso. Tra i prodotti disciplinati dalla direttiva troviamo i bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze per bevande, sacchetti ma anche i prodotti di plastica oxo-degradabile, un tipo di plastica che è in grado di decomporsi all’aria in tempi relativamente ristretti rispetto a quella “normale” ma troppo lunghi rispetto alla bioplastica. Se sono presenti alternative sostenibili convenienti, questi prodotti in plastica monouso non possono essere immessi sul mercato. La direttiva fornisce agli Stati ulteriori indicazioni sugli altri prodotti di plastica monouso: in particolare, le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 25% di plastica riciclata a partire dal 2025 e il rispettivo tappo di plastica dovrà rimanere attaccato per tutta la durata del suo uso. La normativa prevede anche un sistema di etichettatura chiaro e leggibile che comunichi al consumatore la presenza di plastica e l’incidenza negativa che ha sull’ambiente e le modalità corrette di smaltimento del rifiuto.

Il divieto però in Italia non sarà immediato per tutti i prodotti: infatti, con l’approvazione della legge di delegazione 53 per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione Europea il governo italiano ha stabilito un’esenzione per i contenitori per alimenti quando non è possibile l’uso di prodotti alternativi sostenibili o riutilizzabili.

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Ambiente, società e tecnologia

Wafer al centro della carestia tecnologica mondiale

Se vi siete mai trovati nella situazione di dover cambiare auto, sapete quanto l’iter, solitamente molto lineare, nel 2021 sia diventato un vero rompicapo: le case di produzione riscontrano problemi nel reperire le parti elettroniche, ed in men che non si dica l’intera filiera si blocca.

Nell’ultimo anno infatti si è assistito ad una vera e propria corsa ai microchip da parte di aziende di differenti settori, nel tentativo disperato di riuscire a produrre i propri prodotti e non rischiare il fallimento durante la fase finale di questa pandemia.

 

Cosa sono i chip e perché sono diventati indispensabili

Un chip è un piccolo wafer fatto di materiali semiconduttori utilizzato per produrre un circuito integrato. I materiali semiconduttori sono quei materiali che possiedono un valore di conducibilità elettrica a metà tra un conduttore, come può essere il rame metallico, ed un isolante, come ad esempio il vetro. I più comuni sono il silicio ed il germanio.

Semiconduttori e microchip possiedono la caratteristica di servire da unità, permettendo all’elettricità di passare da una piattaforma all’altra.

Altro elemento indispensabile nello scacchiere della produzione dei microchip sono le terre rare, impiegate nella produzione di magneti o condensatori.

I chip rappresentano il “cervello” di qualsiasi dispositivo elettronico, sono quell’elemento che permette alla macchina di dare vita alle azioni per cui è stata progettata.

Sono l’elemento chiave del nostro presente: l’industria 4.0 in cui il 5G, con le smart home e le smart cities, le auto elettriche e la blockchain sono protagonisti.

 

I fatti

Le terre rare sono 17 elementi chimici, chiamate così per via degli elevati costi ambientali e sociali legati alla loro estrazione, si trovano inglobate nelle rocce unite ad altri minerali e sono geograficamente concentrate in diverse parti del mondo. La Cina rappresenta il leader, possedendo circa un terzo delle riserve mondiali, seguita da Vietnam, Brasile, Russia, India, Australia e Stati Uniti. Il primo motivo della crisi è rappresentato proprio dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina.

Il Covid-19 ha impattato differenti aspetti della vita, sia per i consumatori che per i produttori.

I consumatori hanno dovuto rivoluzionare sia il loro approccio agli aspetti lavorativi, passando spesso da soluzioni “mobile” (utilizzando strumenti come smartphone e tablet) a postazioni fisse con l’ausilio dei computer portatili e desktop, sia per quanto riguarda il proprio modo di vivere la quotidianità all’interno delle proprie abitazioni: in molti hanno riscoperto la propria dimensione domestica, andando ad acquistare elettrodomestici ed elettronica, anche incentivati sia dall’esplosione degli e-sports insieme al rilascio delle nuove generazioni di console xbox e playstation, sia dagli imminenti appuntamenti sportivi che si sarebbero svolti durante l’estate.

I produttori che integravano nei loro prodotti dei chip hanno quindi iniziato a dover competere fra loro per accaparrarsi le scorte per continuare a realizzare i propri prodotti e superare la crisi dovuta alla situazione economica creatasi.

Tra i settori che hanno sofferto di più della situazione pandemica c’è quello automobilistico: dapprima con un forte backlog dovuto al crollo delle immatricolazioni dovuti ai lockdown, e in un secondo momento, complice la sempre più numerosa quantità di sistemi elettronici impiegati, dal difficile reperimento dei chip sui mercati. Basti pensare che in media sono presenti 1400 microchip all’interno di un’auto, la cui fabbricazione richiede in genere 12 settimane.

Ciò ha fatto sì che ci fosse un eccesso di domanda a fronte di una produzione geograficamente circoscritta tra Taiwan e la Corea del Sud.

 

Perché Taiwan?

A Taiwan ha sede la TSMC (Taiwan Semiconductors Manufacturing Company) che è il maggior produttore di chip a livello globale e il principale fornitore dell’industria automobilistica, insieme a United Microelectronics e Winbond, facenti parte dello stesso gruppo.

Essendo l’isola uno dei luoghi più piovosi al mondo, si è rivelata ben presto essere il luogo ottimale per la produzione perché i semiconduttori richiedono una fornitura stabile di acqua dolce.

Taiwan si trova ad affrontare un drammatico momento di siccità, un dato che preoccupa non solo gli abitanti dell’isola, ma scuote ancora di più lo scenario mondiale.

Le autorità locali stanno attuando differenti misure di emergenza come l’interruzione dell’ irrigazione dei terreni agricoli con l’intento di razionare il più possibile le riserve d’acqua e talvolta sospendendo le forniture nelle abitazioni per due giorni a settimana.

TSMC di fronte a tale situazione ha sviluppato ad un piano d’emergenza, realizzando un impianto di trattamento delle acque reflue così da poterle riutilizzare per produrre semiconduttori.

La manovra potrebbe essere in grado di recuperare nel processo produttivo 67mila tonnellate d’acqua entro il 2024, ma l’innovazione tecnologica, ossia la miniaturizzazione dei wafer, richiede quantità d’acqua sempre maggiori che la natura potrebbe non essere in grado di soddisfare e la manovra potrebbe rappresentare solamente un palliativo.

Il sistema EUV richiesto per la produzione di chip minori di 7 nm richiede 1600 litri d’acqua al minuto per il raffreddamento, mentre per produrre chip meno avanzati che usano il sistema DUV sono richiesti solamente 75 litri d’acqua al minuto, ciò rende più semplice la realizzazione di questi ultimi.

Secondo le stime della Semiconductor Industry Association, sarebbe necessario un investimento di 350 miliardi di dollari e 3 anni per sostituire l’operato della TSMC nel business dei semiconduttori.

 

Le aziende

Le stime di Ford riportano riduzioni nella produzione fino ad un milione di unità. Il quartier generale afferma che la carenza di chip rimarrà un problema fino al 2022. I modelli più colpiti sono Explorer, F-150, Mustang, e Lincoln Aviator.

General Motors si è trovata costretta a chiudere cinque dei suoi impianti tra Stati Uniti e Canada, licenziando 14mila dipendenti. I modelli che risentono maggiormente della crisi sono Camaro, Chevrolet Blazer, Cadillac. L’azienda guarda avanti ed approfitta di questo momento di crisi per cambiare i propri assetti strategici, puntando su veicoli ibridi.

Il nuovo gruppo Stellantis riscontra problemi dovuti ai chip ma anche per via di un calo ingente della domanda.

Nello stabilimento di Melfi, in Basilicata si è trovata a dover ricorrere alla cassa integrazione per oltre mille dei dipendenti dell’azienda lucana.

Peugeot prova a limitare i danni di questa crisi dicendo no al i-Cockpit, tornando a costruire cruscotti analogici.

Questa decisione, oltre che di vitale importanza per evitare l’arresto delle produzione, si trova essere conveniente anche per il consumatore perché avrà un risparmio di 400 euro sul prezzo delle auto.

L’azienda si trova ad affrontare perdite sul fronte Dodge Durango, Dodge Challenger e Charger e Ram.

 

Come risollevarsi dalla crisi?

Davanti a questi fatti, tutto il mondo sta cercando delle soluzioni per reagire alla concentrazione geografica, nella speranza di trarre insegnamenti utili per il futuro.

Intel ha finanziato un investimento da 20 miliardi di dollari per aggiungere due nuovi fab EUV nel suo stabilimento ad Ocotillo, in Arizona.

Gli Stati Uniti tramite il US Innovation and Competition Act stanno cominciando a mettere in atto tutte le misure necessarie, tramite una serie di interventi pubblici, per contrastare sia la Cina che la crisi dei chip.

La Commissione Europea approva il Piano Digital Compass riguardante la trasformazione digitale dell’Europa entro il 2030. Tramite il piano l’UE si pone l’obiettivo di ridurre la necessità di ricorrere a fornitori non europei per l’acquisto di semiconduttori. L’obiettivo è ambizioso: produrre il 20% dei semiconduttori.

Il progresso tecnologico non si starà scordando dei limiti imposti dall’ambiente? Se la tecnologia è diventata un bene di prima necessità, perché è così difficile reperirla?

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