< Torna indietro
Economia, StartUp e Fintech

Cosa sono veramente gli NFT e come funzionano?

Abbiamo sentito spesso parlare di NFT ultimamente, soprattutto riguardo le opere d’arte virtuale. C’è però molta confusione su questo tema: proviamo a capire meglio di cosa si tratta. NFT è l’acronimo di: Non-Fungible Token (in italiano: gettoni non fungibili). Cosa significa questo?

Iniziamo da token, in informatica, rappresenta una sequenza di simboli che rispetta delle determinate regole. Per fare un esempio pratico: quando inviamo un messaggio in chat, possiamo immaginare l’intero messaggio come un token, ma anche le parole e i caratteri che lo compongono.

Nel mondo blockchain invece, un token, non è altro che un oggetto, in questo caso digitale, che serve ad autenticare qualcosa, tipicamente una persona o un oggetto. Un esempio può essere la carta d’identità di una persona oppure l’etichetta di un prodotto al supermercato che certifica la provenienza dell’alimento.

Ora, cosa significa non fungibili? Sostanzialmente non sono reciprocamente interscambiabili, per cui ogni token è inseparabile dall’oggetto (solitamente digitale) che identifica. Quindi per tornare all’esempio di prima: un mio amico non può utilizzare la mia carta d’identità, perché questo oggetto (la mia carta d’identità) identifica esclusivamente me.

Possiamo quindi definire gli NFT dei certificati di proprietà digitali. È importante comprendere che acquistando un NFT legato a un oggetto digitale, non stiamo acquistando l’oggetto in sé (che sarà quindi potenzialmente accessibile a tutti gli utenti di internet), bensì un certificato (un contratto) digitale che dimostra i diritti sull’oggetto.

Non solo, un NFT può addirittura contenere l’intero contratto di acquisto del suo specifico oggetto. Questo permette di avere il contratto originale sempre consultabile, garantisce inoltre che questo originale che stiamo leggendo non è mai stato modificato, perché è custodito dalla tecnologia blockchain.

Citando AgendaDigitale.euil valore (l’unicità) dell’NFT non poggia davvero sulla tecnologia blockchain, ma sulla fiducia che intercorre fra il venditore e l’acquirente”. Così come quando acquisto un’automobile, il vero valore (l’unicità) del certificato di proprietà dell’auto non risiede nel foglio di carta in sé, ma bensì nella fiducia che ripongo nel venditore e nel sistema che regola questo mondo. La blockchain ci garantisce soltanto che il contratto firmato non può poi essere falsificato.

All’interno dell’NFT è conservato anche un registro dei proprietari, che tiene traccia di tutti i passaggi di mano. Partendo dal creatore stesso, sì scorrono poi tutti i successivi proprietari, fino ad arrivare all’attuale. Questo meccanismo fornisce quindi una prova di autenticità e, al contempo, di proprietà.

Gli NFT permettono anche di frammentare i diritti sull’oggetto, è quindi possibile avere un unico contratto (NFT) che suddivide i diritti di un oggetto tra più proprietari che ne detengono ciascuno una percentuale. E ciascuno di loro può vendere la sua parte o comprarne un’altra, senza dover rivolgersi a tutti i comproprietari.

Attualmente si utilizzano NFT principalmente per oggetti digitali, che possono essere letteralmente qualsiasi cosa. Un’immagine, una canzone, un pezzo di codice, ecc. Insomma, l’unico limite è la fantasia. Però si prestano bene anche con oggetti reali e inizieremo a vederli sempre più spesso. Possono ad esempio essere usati per opere d’arte fisiche, collezioni limitate, per le automobili, prodotti alimentari con provenienza certificata, ecc. Con gli anni, gli NFT potrebbero diventare lo standard per i contratti d’acquisto nella vita di tutti i giorni. Dall’acquisto di una casa, alla spesa al supermercato.

 

Per un computer, questi contratti (o certificati) vengono rappresentati in memoria sotto forma di lunghissime sequenze di zeri e di uno. Questa sequenza viene sintetizzata in un’altra molto più corta, chiamata hash. Viene generata grazie ad una funzione di hashing, riportando la descrizione di Wikipediaè un algoritmo matematico che mappa un messaggio in una stringa binaria (composta da zeri e uno) di dimensione fissa”. Questo hash deriva quindi direttamente dall’oggetto digitale che lo ha prodotto (cioè il contratto contento nell’NFT). Chi lo possiede può facilmente ricostruire l’oggetto originale, mentre è praticamente impossibile per chiunque altro.

Salviamo quindi l’hash con una marca temporale, cioè un servizio che permette di associare data e ora certi ad un documento digitale (e che non può essere contraffatto, ad esempio non può essere postdatato). Infine lo memorizziamo su una delle blockchain che forniscono questo tipo di smart contract.

Gli smart contract sono dei programmi informatici che implementano delle istruzioni condizionali all’interno della blockchain, quindi istruzioni del tipo if / then. In sostanza sono dei processi automatizzati, che all’accadere di un evento eseguono una determinata azione, ad esempio: se ricevono un pagamento, allora rilasciano un servizio.

Per fare un po’ di chiarezza: esistono tante blockchain, che si basano su tecnologie diverse. Originariamente sono nate per lo scambio di criptovaluta, successivamente, prima tra tutte quella di Ethereum, hanno iniziato ad ampliare i servizi offerti, implementando gli smart contract.

Gli NFT resteranno consultabili sulla blockchain su cui sono ospitati finché questa resterà attiva. Dal punto di vista della sicurezza informatica, il mondo blockchain è super efficiente, mentre sul piano energetico questa tecnologia consuma tantissima energia elettrica. Al momento i costi energetici per la sola creazione di un singolo NFT, sulla blockchain di Ethereum, può arrivare a toccare i $100, mentre il costo di trasferimento di un NFT attualmente si aggira intorno ai $40. C’è però da ricordare che la blockchain è una tecnologia molto recente che col tempo migliorerà sensibilmente la sua efficienza. Inoltre, servendosi della blockchain, anche i pagamenti (per l’acquisto e la vendita di NFT) sono resi sicuri e decentralizzati.

 

Siamo abituati a associare gli NFT principalmente alle opere d’arte digitali. In realtà non è sbagliato, si prestano benissimo a questo impiego, però è una visione estremamente limitante delle potenzialità di questo strumento.

Dimentichiamoci per un attimo del mondo dell’arte, per entrare invece in quello della moda. In un futuro relativamente recente, avremo la possibilità di verificare l’originalità (e di mostrarla agli altri) della borsa che abbiamo appena acquistato, e il tutto in un istante grazie ad uno smartphone con una connessione ad internet. Nike è un pioniere in questo settore: oltre a vendere la linea CryptoKicks, cioè un paio di scarpe (reali) con associato un certificato di autenticità basato su NFT, si sta cimentando nella vendita di indumenti virtuali per il metaverso.

Alcuni videogiochi hanno già iniziato a utilizzare NFT per identificare le risorse del gioco (monete, skin, potenziamenti, ecc.). Le risorse possono essere scambiate su mercati di terze parti (esterni al gioco), e dunque senza l’autorizzazione dello sviluppatore del gioco.

Il settore musicale ha già iniziato a vendere grazie agli NFT, sia album in edizione limitata, sia i diritti stessi dei brani. Presto gli NFT sconfineranno anche nel mondo della fotografia e del cinema.

Nel mondo notarile consentirà di risparmiare settimane di visure,visualizzando lo storico dei proprietari di un immobile in pochi secondi.

Sugli scaffali dei supermercati del futuro potremmo trovare un QR code su ogni alimento, che ci indirizzi all’NFT associato. Questo token, potrà contenere informazioni certe su data, ora e luogo di produzione. Ma anche le modalità di allevamento, i pesticidi utilizzati, il tempo di stagionatura e potenzialmente qualsiasi altra informazione.

Nelle industrie gli NFT, oltre ad assicurarci ad esempio che l’automobile che abbiamo comprato sia autentica, ci permetteranno addirittura di verificare che ogni singolo bullone sia anch’esso autentico. Potremmo quindi controllare se il meccanico utilizza davvero ricambi originali.

Per capirne il vero potenziale, dobbiamo renderci conto che gli NFT possono essere usati con tutti quegli oggetti che sono regolamentati da omologazioni e certificazioni. Tipo i sistemi di sicurezza di un aereo o i freni di un’auto. Quindi aggiungeranno un livello di sicurezza in più a tutti quei sistemi a cui affidiamo quotidianamente le nostre vite.

< Torna indietro
Economia, StartUp e Fintech

Cosa significa innovare nel settore assicurativo: l’esempio delle start up Pula e Marshmallow

Anche un settore tradizionale come quello delle assicurazioni negli ultimi anni è stato interessato dall’innovazione tecnologica e pure in questo campo l’Intelligenza Artificiale e le altre nuove tecnologie si sono dimostrate forti alleate quando ben sfruttate nelle loro potenzialità. Dopo il termine Fintech, non è raro sentire oggi parlare di Insurtech (l’unione dei termini insurance e technology), che indica proprio le nuove tecnologie applicate alle assicurazioni, in particolare le assicurazioni del ramo danni. La recente emergenza sanitaria inoltre ha dato un ulteriore impulso all’innovazione che è stata particolarmente evidente nel settore finanziario.

Come emerge da un articolo del blog di N26, le nuove società Insurtech hanno un grande vantaggio competitivo che le differenzia dai grandi colossi delle assicurazioni e dai loro tradizionali modelli di business: proprio l’uso di strumenti innovativi. Grazie all’elaborazione di dati reali anziché l’utilizzo di modelli statistici che suddividono la popolazione in ampie categorie, è possibile offrire polizze costruite su misura e più vicine alle caratteristiche dei singoli clienti. Inoltre, le società Insurtech offrono servizi più smart come app per la gestione delle polizze oltre a una maggiore efficienza e tempi burocratici più brevi grazie alla digitalizzazione dei processi.

 

Danni ambientali – L’esempio di Pula

Le nuove opportunità in un settore tradizionale come quello assicurativo hanno aperto le porte a molte nuove attività imprenditoriali che propongono soluzioni e prodotti innovativi; un ambito in cui sono nate diverse start up è quello della copertura dai danni ambientali, considerate le conseguenze che il cambiamento climatico sta provocando ad esempio a molte attività agricole.

In un articolo del Financial Times viene approfondito quello che sono riuscite a fare alcune start up Insurtech per supportare gli imprenditori agricoli nei paesi emergenti, soprattutto i piccoli agricoltori che non possono permettersi di acquistare alcune costose polizze assicurative; la mancanza di copertura dai danni provoca inoltre un ulteriore effetto ossia la riluttanza di agricoltori e allevatori a fare investimenti in nuove tecnologie per la loro attività. Pula è una di queste start up Insurtech: “Utilizza il Machine Learning e i dati storici di clima e produzione per offrire un’assicurazione basata su un indice di resa per area per gli agricoltori” si legge nell’articolo del Financial Times, “Questo tipo di copertura basa i pagamenti sulla rendita media di un’area e in questo modo gli agricoltori ricevono un indennizzo se la rendita media raggiunta in una stagione è minore rispetto alla rendita assicurata”. Pula offre anche altri servizi e prodotti per i quali gli agricoltori assicurati possono beneficiare di migliori condizioni per via della forza contrattuale della start up.

I problemi del cambiamento climatico e della volatilità dei prezzi non riguardano però solo i paesi emergenti ma sempre più anche le economie avanzate con gravi conseguenze, come accadde nel 2015 a Chicago quando la caduta del prezzo del latte mise in ginocchio molte famiglie.

 

Assicurazione auto – La start up Marshmallow

Nel Regno Unito sta avendo molto successo la start up Marshmallow che offre un’assicurazione auto in cui sono compresi molteplici servizi, oltre la presa in carico della compensazione di CO2 delle prime 500 miglia – circa 800 km – per ogni polizza venduta (iniziativa in collaborazione con ClimatePartner).

I fondatori della start up raccontano sul sito come è nata la loro idea: definiscono il settore assicurativo broken (“rotto”) e i sistemi tradizionali “impersonali” e “obsoleti”, i preventivi estremamente costosi. Hanno deciso così di cercare di portare un cambiamento, partendo dall’offrire assicurazioni auto più economiche ma con l’obiettivo ultimo di trasformare l’intera industria. I servizi e prodotti da loro offerti sono più rapidi, con un supporto clienti attivo 24h e sette giorni su sette, gestione delle polizze con app o da sito e soprattutto più giusti rispetto al calcolo dei preventivi e nell’inclusione di una più ampia platea di clienti altrimenti rifiutati da altre compagnie di assicurazione, tutto ciò grazie all’uso della tecnologia e all’analisi dei dati.

 

Il rapporto degli assicuratori con l’Intelligenza Artificiale

La società di revisione e consulenza PwC ha pubblicato i risultati di una sua indagine e di un sondaggio proposto ad alcune aziende statunitensi di assicurazioni che usano l’Intelligenza Artificiale per la loro attività, dal quale sono emerse interessanti evidenze: quasi due società di assicurazioni su tre che ha investito in IA ha riscontrato benefici in termini di soddisfazione dei clienti mentre quasi la metà di queste società dichiara che l’IA ha favorito i processi decisionali. Di seguito gli ambiti in cui gli investimenti in Intelligenza Artificiale hanno avuto profitto:

 

 

Ai primi posti dunque ci sono una miglior esperienza dei clienti e un supporto nel prendere decisioni, ma compaiono anche benefici in termini di innovazione di prodotto e servizio, incremento di produttività o efficienza e riduzione dei costi.

Dall’altro lato non mancano le preoccupazioni di chi usa questa tecnologia per quanto riguarda i rischi di attacchi informatici e la privacy dei clienti, anche se i rischi non sono legati alla tecnologia in sé ma a un problema più ampio ossia la mancanza di competenze tecniche specifiche per una gestione appropriata ed efficiente dell’Intelligenza Artificiale. Inoltre, talvolta permane una certa titubanza nell’introdurre questi strumenti in azienda e anche laddove vengano fatti gli investimenti, mancano strutture organizzative e strategie ben definite.

Ciò che è necessario sono investimenti in formazione continua, oggi più che mai, e sensibilizzazione riguardo ai vantaggi di accogliere l’innovazione e pensare al di fuori degli schemi senza timore.

< Torna indietro
Ambiente, società e tecnologia

Marketing Espresso, il marketing spiegato in modo semplice e utile: intervista ad Alessandro Vajani

Marketing Espresso è una delle community più conosciute in Italia per quanto riguarda il tema del digital marketing; la sua mission è, infatti, quella di rendere il marketing più “democratico”, ovvero accessibile e conosciuto da tutti e spiegato in modo semplice e utile.

Per farlo, mette al centro le persone: la forte community che è riuscita a costruire in pochi anni.

Marketing Espresso si trova principalmente sui canali social, tra cui Instagram, Facebook, Youtube, LinkedIn, e anche TikTok. Inoltre, possiede un blog ricco di articoli a tema social media marketing, case studies e sui trend da seguire; una piattaforma di formazione online chiamata “Marketing Espresso AcadeME” con oltre 10k iscritti; un canale Telegram per tenere la sua community sempre aggiornata; e due canali su Spotify: il primo, “Weekly News” (Top 40 Spotify Italia) per approfondimenti di 15-20 min a settimana sulle migliori news dal mondo digital e marketing il secondo, “Less is More” è un’enciclopedia audio con le definizioni utili dal mondo marketing.

 

Da gennaio 2021 è diventata un’azienda oltre che una vera e propria agenzia di social media marketing all’interno della quale il team utilizza le proprie strategie e tecniche maturate attraverso l’esperienza con i numerosi progetti di clienti esterni.

Questa realtà ha raggiunto dei traguardi molto importanti, tra cui il fatto di avere ormai più di 165mila follower su Instagram, essere diventata un’azienda vera e propria in meno di un anno, per non parlare del fatto che sono già 10 le persone a lavorare al suo interno.

 

Abbiamo intervistato Alessandro Vajani, co-founder del progetto, per scoprire tutte le curiosità legate a Marketing Espresso, al mondo dei social e del content marketing.

 

Alessandro, per iniziare, com’è nata l’idea di creare Marketing Espresso? Qual era l’obiettivo che vi ha spinti a far partire questo progetto?

 

L’idea nasce da una passione condivisa con l’altro co-founder, Marco Onorato; ci siamo conosciuti all’università Luiss di Roma grazie ad alcuni lavori di gruppo svolti insieme, e abbiamo sempre avuto il sogno di creare un’agenzia di marketing incuriositi dal mondo e dall’ambiente della pubblicità.

Dopo più di due anni di lavoro in agenzie e in aziende abbiamo deciso di lanciarci in questo progetto.

Non abbiamo mai voluto creare una semplice agenzia: abbiamo analizzato il mercato di allora, all’interno del quale c’erano già tante agenzie di marketing, ma dove nessuna operava sui social media. Infatti, si vendeva tanto digital sui social media ma non si parlava ancora di digital sui social media, almeno nel modo in cui lo facciamo adesso. Abbiamo quindi deciso di lanciare un vero e proprio brand che rendesse questo dialogo bi-direzionale scegliendo semplicemente di parlare del nostro lavoro e di questo mondo in modo più chiaro e diretto possibile.

La parte di agenzia è diventata una parte di un qualcosa di molto più grande dove la community è la nostra anima principale in termini di: reputazione, autorità, clienti (inbound marketing), partner, sponsor ecc..

L’idea è quindi nata dal puro desiderio di metterci in gioco con un progetto sui social media per vedere se potevamo passare da una “semplice” pagina Instagram ad un’azienda vera e propria. Così in questi due anni dopo aver visto crescere la nostra community e tutti i progetti che abbiamo lanciato abbiamo deciso di creare a gennaio Marketing Espresso S.r.l.

 

 

Secondo voi, cosa vi rende riconoscibili agli occhi delle persone? Cosa vi distingue dai numerosi competitor che oggi parlano di marketing?

 

Fondamentalmente quello che ci distingue è un modo di comunicare unico e due mantra specifici: il primo è “semplice ed utile” e il secondo “less is more”.

Questo perché incarniamo una vera e propria mission; spesso chi apre e gestisce una pagina su Instagram vuole portare avanti progetti personali separati rispetto all’obiettivo della pagina. Noi, rispetto ad altri, abbiamo un vero e proprio ecosistema aziendale e la forza di Marketing Espresso è proprio quella di non essere solo una pagina Instagram.

A livello di linguaggio e di creazione di contenuti siamo unici perché ci evolviamo continuamente: la nostra azienda si basa soprattutto su una filosofia aziendale non rigida, ma molto dinamica ed è proprio in questo dinamismo che si riconosce la nostra evoluzione, perché ci stimoliamo continuamente tra di noi tramite feedback e monitoraggio continuo delle performance della pagina e dei nostri Clienti. Inoltre, portiamo avanti una formazione costante delle nostre risorse e stiamo attirando sempre più persone all’interno dell’azienda; quindi, la creatività non piove dal cielo ma è qualcosa che stimoliamo di continuo.

A livello di pagina, dal lato della community, sicuramente ci distingue il nostro linguaggio: i nostri contenuti sono semplici, utili ma anche belli grazie all’attento studio grafico, e ormai se si vuole parlare in modo generale del social media marketing siamo diventati un brand top of mind.

Se una persona volesse aprire oggi una pagina di marketing come la nostra, le consiglierei di non strutturarla nello stesso modo, ma di verticalizzarsi su un settore specifico, come, per esempio, marketing sportivo, moda o turismo.

Un’altra cosa che ci ha sempre contraddistinti è stata anche la costanza nel tempo e l’evoluzione; insieme a noi sono nate altre pagine, con le nostre stesse possibilità di crescere se non migliori, ma sono state totalmente abbandonate. La nostra costanza è stata veramente una carta vincente che ha fatto e farà ancora la differenza.

 

 

Cosa serve per creare e far crescere una community sui social?

 

Io e Marco siamo stati abbastanza fortunati da questo punto di vista perché due anni e mezzo fa, Instagram era molto più “accogliente” dal punto di vista della crescita organica; quindi, l’algoritmo, soprattutto per i contenuti organici, dava più possibilità di sognare.

Adesso se qualcuno dovesse aprire una pagina sui social media e sul marketing in generale, potrei consigliare a quella persona di avere le idee chiare e una strategia ben definita orientata al raggiungimento di determinati obiettivi SMART.

Oggi molte persone che aprono pagine sui social per sé stessi o per aziende probabilmente non conoscono nemmeno il target al quale si stanno rivolgendo o che stanno raggiungendo, proprio perché non hanno una strategia e un obiettivo.

È importante quindi avere una strategia ben definita, creare un dialogo con le persone e soprattutto dedicare tanto tempo al progetto, perché i social media, da un lato permettono a chiunque di avere una voce, dall’altro lato questa voce non è a intermittenza: se si decide di aprire una pagina per contenuti informativi di valore per poter crescere bisogna formare e formarsi di continuo. Alle volte il tempo da dedicare implica sacrifici: meno ore di sonno, un’uscita in meno la settimana, e, se va bene, anche la scelta di lasciare un posto di lavoro in azienda come successo a me e Marco per verticalizzarci al 100%..

I consigli, quindi, sono: avere le idee chiare, una strategia ben definita, trovare delle persone da includere nel team che abbiano la stessa voglia e la stessa fame, ed essere pronti a giocarsi tutto da un momento all’altro. I social media sono uno strumento “cattivo” da questo punto di vista, perché da un giorno all’altro ci mettono di fronte a una scelta: continuare a giocare o costruire qualcosa di serio dietro una community che si è riusciti a costruire.

 

 

Oggi si parla moltissimo di contenuto. Secondo voi, che cos’è un buon contenuto? Quali caratteristiche deve avere?

 

Un buon contenuto per noi è un contenuto che sia di valore: si tratta di un contenuto in grado di comunicare qualcosa di estremamente utile e importante senza chiedere nulla in cambio.

Un contenuto di valore a livello tecnico educa, informa, trasmette motivazione e ti trasforma. Può anche spingere a fare un’azione, come per esempio potrebbe accadere nel caso in cui un utente di Instagram vede una foto particolarmente bella di un ristorante ed è spinto quindi ad andarci.

Questo tipo di contenuto, secondo me, ti deve migliorare e dare la possibilità di uscire dai social media come una persona nuova; si tratta quasi del marketing trasformativo teorizzato da Pine e Gilmore, secondo i quali, prima ci trovavamo nella fase delle esperienze e adesso siamo nella fase trasformativa, e ci stiamo ancora evolvendo, superando anche questo tipo di marketing.

Per me questo significa usare i social media: aprire il telefono e chiuderlo avendo imparato qualcosa, una vera e propria trasformazione causata da un contenuto di valore. Inoltre, se si riesce a spingere una persona a fare un’azione dopo aver visto il contenuto, come approfondire su Google o sul nostro blog un argomento o spingerlo a fare delle scelte per la sua vita. Questo è il risultato di un buon contenuto.

Come creare il contenuto di valore? È necessaria una consapevolezza a livello di marketing e di studio strategico incredibile. Prima di arrivare dove siamo adesso con Marketing Espresso c’è stato un lavoro e uno studio infinito che continua tutt’ora: l’80% del nostro tempo di lavoro in azienda è utilizzato per pensare a come migliorare i nostri contenuti, su cosa parlare e a come parlarne.

Se dovessi scegliere tre cose fondamentali per la creazione di un contenuto di valore direi: cultura di marketing, cultura editoriale e sotto queste le competenze, di scrittura e grafica.

Dal punto di vista grafico invece viviamo in un mercato saturo, ci sono tanti modi per distinguersi in un mercato così e l’identità visiva è una di queste: quando si pensa a Marketing Espresso si pensa al nostro colore, che abbiamo scelto quando Pantone l’ha dichiarato nel 2019 come colore dell’anno. Questo colore è diventato un elemento distintivo, perché quando le persone lo vedono sulla loro bacheca al 99% pensano già che il contenuto sia nostro.

A livello grafico c’è anche un sistema di studio della scrittura, dei font, degli elementi primari e degli elementi secondari molto meticoloso.

In generale rendiamo le grafiche molto semplici ma ogni tanto ci piace cambiare per far evolvere i contenuti a livello di difficoltà grafica, nel senso che rendiamo il contenuto sempre più bello e sempre più efficace da un punto di vista visivo e quindi almeno una volta all’anno cambiamo alcuni dettagli della parte di graphic design dei nostri contenuti e dell’azienda stessa.

 

 

Quali sono i post che hanno conquistato la vostra community o che vi ha fatto raggiungere più persone?

 

Mi ricordo tantissimi contenuti. Tempo fa abbiamo anche pubblicato sulla nostra pagina, un caso studio che parlava di un post su Barilla che ha portato alla pagina circa 20.000 follower, un caso di successo incredibile.

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Marketing Espresso (@marketing_espresso)

 

Una cosa che però mi ricordo con più piacere è stato il primo contenuto   che abbiamo fatto, perché rappresenta quello che per me ha segnato il passaggio da semplice pagina Instagram a community. L’idea del carosello, infatti, non è venuta da noi ma da una persona della community che ci ha consigliato di utilizzare questo formato piuttosto che grafiche singole con troppo testo poiché erano difficili da leggere. L’abbiamo fatto e il risultato da subito è stato straordinario. Adesso i caroselli li usano tutti e a noi piace pensare di essere stati tra i primi brand che hanno sperimentato e adottato il loro utilizzo; quindi, questo format in generale ha innescato un meccanismo di co-creazione, perché un giorno una persona della nostra community ci ha dato un consiglio e ha cambiato i nostri contenuti per sempre. Dall’altra parte, noi come realtà abbiamo ascoltato quel consiglio senza offenderci e ne abbiamo poi avuto solamente vantaggi perché il carosello è ormai un nostro marchio di fabbrica.

 

 

Avete qualche progetto futuro che potete svelarci?

 

Essendo un’azienda è naturale che si voglia crescere, e al di là della crescita come fatturato vogliamo che la crescita sia soprattutto delle persone che lavorano con noi: siamo passati dall’ essere in due all’essere dieci persone in azienda e il nostro obiettivo è far sì che tutti crescano, sia da un punto di vista personale che professionale.

Un altro progetto futuro è quello di far evolvere ancora di più la nostra cultura aziendale; noi abbiamo pagine e pagine di cultura aziendale e questo significa tanto, già partire con questa idea è un grosso progetto futuro, ovvero quello di investire sempre di più nelle persone che lavorano con noi, nel farle crescere e far sì che siano veramente tutte parte di questa realtà e non solo stipendiate da essa.

Stiamo anche mettendo mano alla nostra AcadeME, la piattaforma di formazione online che oggi conta più di 10.000 iscritti tra paganti e non paganti. Stiamo rinnovando sia i corsi che vengono proposti sia il meccanismo di acquisizione degli studenti.

Vogliamo inoltre migliorare la qualità dei nostri clienti in agenzia. Abbiamo fatto molti progetti quest’anno e sono orgoglioso di noi e delle persone che hanno lavorato verticalmente su essi: abbiamo realizzato una campagna con BMW Roma e altri progetti per dei big brand Italiani. Questo può essere motivo d’orgoglio ma per noi è uno stimolo incredibile: “ok, abbiamo fatto questo, quando cominciamo con il prossimo?”. Infine, c’è anche la parte di eventi: a settembre abbiamo assunto in azienda una persona che si occupa principalmente di community management, che oltre a rispondere ai commenti e ai messaggi delle persone (cosa che in realtà fa tutta la squadra coordinata da questa figura) ha organizzato delle iniziative per la community, come gli ShareMe, occasioni all’interno delle quali abbiamo avuto modo di entrare in contatto con le persone che ci seguono, conoscerle e prendere tanti stimoli.

Anche la nuova rubrica che abbiamo creato, “askME”, dà la possibilità di fare domande in modo continuativo su Marketing Espresso alle persone che ci lavorano e si tratta sempre di un progetto per la community.

Quindi, in generale cerchiamo di sfornare nuovi progetti e idee settimanalmente in modo tale da crescere e avvicinarci sempre di più alla nostra community.

Vogliamo, in sintesi, continuare ad avere un impatto sulle persone e a creare valore in questo settore.

< Torna indietro
Marketing & Social Media

Tra gaming e NFT: su cosa si fonda il metaverso?

Durante i Digital Innovation Days 2021 di Milano, gli speech sul metaverso hanno avuto un ruolo di primo piano. In particolare, in questo articolo, parleremo di ciò che è emerso riguardo la relazione tra gaming e metaversi, con un inevitabile occhio di attenzione anche agli NFT.

Nelle primo dei panel in questione, Luca Della Dora e Francesco Marcucci, rispettivamente Innovation Director e Strategy Supervisor di We Are Social, hanno parlato della relazione tra gaming, social gaming e il concetto di metaverso partendo da due assunti. Secondo il primo, la barriera tra mondo virtuale e reale è ormai totalmente crollata, basti considerare quanto sia diventato comune non fare molta differenza tra il darsi appuntamento “in presenza” o in videochiamata. Ma, più in generale, la comunicazione che si è spostata sui social ha un impatto diretto sulla vita offline.

In secondo luogo, il gaming non è più una nicchia e, oggi, si possono contare circa tre miliardi di videogiocatori in tutto il mondo. Senza considerare che, più impressionante se si considera lo stereotipo del “gamer ragazzino adolescente”, il 95% delle donne tra i 16 e i 24 anni giocano a videogame e il 67% della demografica più adulta fa lo stesso. Questi numeri possono sembrare esagerati se ci si immagina solamente il gaming tramite console e PC, tuttavia non bisogna dimenticarsi che buona parte dei videogiocatori odierni fruisce i propri giochi tramite smartphone.

Il gaming è, poi, diventato intrattenimento live per milioni di spettatori tramite Twitch. Come noto, l’intrattenimento genera revenue e il gaming ha portato, nel 2020, guadagni pari a 180 miliardi di dollari. Una cifra enorme, superiore alla somma degli introiti generati dalle industrie cinematografica (100 miliardi) e sportiva (75 miliardi).

Il gaming non è, quindi, soltanto gaming ma è diventato una piattaforma di socializzazione. La maggior parte dei giochi online presenta, infatti, feature come la chat scritta e vocale che consentono ai giocatori di parlare e socializzare mentre giocano (ricordate quando abbiamo parlato di Fortnite?). Non dovrebbe, quindi, stupire l’interesse da parte dei brand nell’interazione con il mondo del gaming sia con iniziative promozionali che con la vendita di oggetti digitali brandizzati acquistabili dagli utenti.

Il gaming è, quindi, già un esempio di blended life ovverosia del concetto secondo cui non esistiamo solamente “in real life” ma anche in uno spazio digitale. Il che, ovviamente, non può che farci pensare a ciò che Meta e altri stanno costruendo con i metaversi.

 

Cambiando panel, Fernando Piccirilli di Kobe Partners ha parlato dell’importantissima relazione tra gaming e NFT che sta alla base dei metaversi già oggi esistenti.

Gli oggetti digitali da collezione, afferma Piccirilli riportando una citazione di Andrea Daniele Signorelli, si stanno trasformando in beni da far sfoggiare ai propri avatar e rappresentano una delle chiavi di business del futuro. Il concetto di avatar proviene direttamente dal gaming e viene, ora, riportato sul concetto di metavarso, inteso come ambiente digitale tridimensionale con cui interagire, appunto, attraverso avatar. Gli NFT assumono quindi un rilievo importantissimo essendo quegli strumenti che provano con certezza il possesso di un oggetto digitale. Più nello specifico, si tratta di certificati salvati su block-chain che attestano la proprietà di un’opera digitale unica. I non-fungible token hanno, ormai, una rilevanza tale che un’opera dell’artista Beeple è stata battuta all’asta per quasi 70 milioni di dollari e, in generale, il giro d’affari degli NFT ha raggiunto i 2.3 miliardi di dollari.

Il mondo degli NFT non è, tuttavia, solamente legato all’arte ma si è ormai espanso all’ambito del collezionismo, come successo con le schiacciate del NBA o dei Cryptopunk.

Ovviamente, ciò che più è interessante è il ruolo che hanno gli NFT nel contesto dei metaversi. Per farlo, dobbiamo fare un passo indietro e ricorda Second Life, un videogioco-social molto in voga nei primi anni 2000. Second Life dava la sensazione di non essere inutile nel momento in cui ci si prendeva una pausa dalla vita reale e poteva creare la sensazione che, quest’ultima, fosse decisamente meno interessante. Il gioco raggiunse il suo apice nel 2007 con 1.1 milioni di utenti attivi ed arrivò ad ospitare concerti degli U2 o dei Depeche Mode, futuristici e costosi progetti di aziende e comizi di politici. Introduceva persino una moneta online, il Linden Dollar, ottenibile tramite pagamento con soldi reali. Suona familiare? Second Life, poi, declinò a causa del boom dei social network tuttavia, quel concept di “vita alternativa”, sta tornado prepotentemente alla ribalta con la nascita dei metaversi.

< Torna indietro
Ambiente, società e tecnologia

La comunicazione sostenibile dei brand ai Digital Innovation Days tra greenwashing e realtà

La sostenibilità ambientale è ormai un aspetto fondamentale per il futuro e non più trascurabile per il presente. Il tema è stato approfondito nell’edizione phygital dei Digital Innovation Days 2021 con una sala online dedicata. Nella sala si è parlato dell’Agenda 2030 e degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, dell’economia circolare e del ruolo delle aziende nella lotta all’emergenza climatica con l’attenzione rivolta verso le persone, il capitale umano considerato un driver fondamentale per l’innovazione.

Infatti, sempre più consumatori scelgono di compiere scelte più attente e rispettose dell’ambiente nell’acquisto dei prodotti. Ma se da un lato c’è un’intenzione virtuosa da parte dei consumatori e da parte di quelle aziende che fanno della ecosostenibilità un principio fondamentale, dall’altro si sente anche parlare di greenwashing (o ambientalismo di facciata).

Greenwashing è quella “strategia di comunicazione o di marketing perseguita da aziende, istituzioni, enti che presentano come ecosostenibili le proprie attività, cercando di occultarne l’impatto ambientale negativo”. Un esempio molto comune di greenwashing riguarda la plastica. Il problema della plastica è riconosciuto ma non tutti ne sono ben informati. Per questo motivo, è facile ritrovare scritte ingannevoli sulle confezioni di plastica quando si fanno acquisti.

Lo speech dei Digital Innovation Days

Giorgio Mennella, Advertising Director di Ciaopeople durante la sua presentazione ha illustrato l’impatto della comunicazione sostenibile delle aziende sulle persone.

Condotta da Ohga e Yougov Italia, l’indagine si fonda su due dati in particolare della ricerca di Astarea condotta nel 2020:

  • solo il 60% delle aziende che applicano principi di sostenibilità nella loro filiera produttiva che lo comunica all’esterno;
  • 1 consumatore su 5 non è in grado di capire se un’azienda è davvero sostenibile o se si tratta di greenwashing.

L’obiettivo dell’indagine è di conoscere l’opinione dei consumatori rispetto alla comunicazione delle aziende in materia di sostenibilità ambientale, quale tipo di messaggio risulti più efficace e quali siano gli aspetti che rendono tale comunicazione più credibile.

Ne emerge un quadro chiaro: la percezione degli utenti che non si considerano ambientalisti è diversa rispetto a quella delle persone più sensibili al tema ma quasi tutti concordano su alcuni aspetti. Per il 71% degli intervistati, infatti, le aziende non agiscono abbastanza in termini di sostenibilità. Tra le aziende citate come quelle più virtuose, ricorrono alcuni nomi ma vi è una netta differenza tra quelle citate dagli ambientalisti e quelle dei non. Ciò significa che il messaggio che arriva dalle pubblicità dei social e della televisione risulta molto differente rispetto a quello informato degli addetti ai lavori.

Più della metà degli intervistati ha notato comunicazioni a tema sostenibilità negli ultimi sei mesi ma l’opinione generale è indifferenza nei confronti del messaggio espresso e soltanto a pochi resta il segno, migliorando la concezione dell’azienda che ha trasmesso un messaggio. Circa il 50% dei messaggi che evocano sentimenti negativi viene ricordato dai consumatori ma un messaggio positivo e proattivo risulta più efficace quando si tratta di sostenere aziende più sostenibili. Per alcuni aspetti risulta più rilevante un messaggio negativo, mentre per altri uno positivo: si conclude quindi che occorre misurare il tono del messaggio a seconda delle informazioni che si vuole far arrivare al pubblico. Per migliorare ulteriormente la performance bisogna far parlare gli esperti ma anche le persone comuni, per far arrivare il messaggio che la questione ambientale è reale e alla portata di tutti.

In conclusione, ciò che emerge dall’indagine è che solo agendo su tutti i fronti in contemporanea è possibile far arrivare una comunicazione semplice ma corretta per un consumatore consapevole, cancellando così le strategie di greenwashing e andando verso una società realmente più equa e sostenibile perché il cambiamento è già in atto e non lo si può nascondere. L’ambientalismo di facciata risulta, così, poco credibile e poco efficace perché quando si mente prima o poi si verrà scoperti non portando nessun risultato a lungo termine.

 

< Torna indietro
Ambiente, società e tecnologia

Qual è la situazione del food delivery in Italia?

Alzarsi dal divano, aprire il frigo per preparare la cena agli ospiti che arriveranno tra poco e accorgersi che mancano due ingredienti fondamentali. Un tempo avremmo fatto una brutta figura, oppure una corsa disperata al supermercato più vicino sperando di trovare ciò che ci serviva e fare in tempo a cuocere tutto. Oggi, in massimo mezz’ora, questi ingredienti ci vengono recapitati direttamente a casa, con due click sullo schermo dello smartphone: l’arte del food delivery.

 

Breve storia del food delivery

La possibilità di veder recapitato il cibo pronto a casa in un tempo ragionevole non è sicuramente una grande novità.

Il concetto parte dal cibo d’asporto di cui, una prima forma rudimentale si ha traccia dai cosiddetti dabbawala a Mumbai nel lontano 1890. Considerabile la prima azienda di consegne a domicilio, il termine tradotto dall’hindi significa proprio “colui che porta una scatola”. Il concetto si diffonde poi in occidente all’inizio del ‘900 che rende inevitabile, per tutte le classi di lavoratori che iniziarono ad esercitare la loro professione sempre più lontano da casa, avere dei pranzi d’asporto.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la pratica si è diffusa oltreoceano e i ristoranti, per incrementare le vendite, cominciarono a pubblicizzare nella appena nata televisione la possibilità dei menù take away. Uno dei primi cibi facilmente “portati a casa” è stata proprio la pizza. Arrivando all’Italia il servizio delle consegne a domicilio si è sviluppato grazie all’impulso delle prime attività che effettuavano vendite per corrispondenza tramite cataloghi come la milanese Postal Market, fondata nel 1958. Successivamente l’abbiamo sempre associato al fattorino della pizza che ad oggi, ogni weekend imbandisce le tavole di milioni di italiani con delle calde pizze appena sfornate

Dobbiamo tuttavia aspettare il 1994, anno in cui, una pizzeria della catena Pizza Hut a Santa Cruz in California aprì un sito web dove era possibile ordinare la pizza online, creando di fatto il primo esempio di e-commerce al mondo.

Ad oggi le possibilità sono aumentate: non più solo cibo pronto, ma si può richiedere anche la spesa di ogni genere e prodotti farmaceutici, in un tempo sempre minore e in modo sempre più capillarizzato per le città. I motivi per cui si sceglie di farsi recapitare il cibo a casa sono molteplici: secondo un’indagine di Just Eat, ai primi posti ci sono: mancanza di tempo, comodità di non dover uscire di casa, poter provare diversi piatti facilmente e nella propria abitazione.

Il valore complessivo del mercato del digital food delivery a fine 2020 si aggirava intorno agli 800 milioni di euro, e si stima che nel 2021 possa raggiungere la quota di 1 miliardo. I maggiori player attualmente presenti sul nostro territorio sono: Just Eat, Uber Eats, Deliveroo e Glovo.

Proprio di quest’ultimo, abbiamo seguito una presentazione ai Digital Innovation Days.

 

Glovo ai Digital Innovation Days: i racconti dietro le quinte

Al webinar ha parlato Agustina Clair: Head of Q-Commerce, Food Innovation & GlovoLastMile presso Glovo, l’app che delivera quello di cui hai bisogno.

 

Ha spiegato che attualmente, in Italia, sono secondi solo a Just Eat, il loro obiettivo è quello di arrivare in tutte le città con più di 25 mila abitanti entro dicembre. Agustina ha presentato un dato interessante: ben il 53% dei millennials che hanno provato a fare acquisti tramite sito di e-commerce, ha lasciato il carrello se non ha trovato il same day delivery, dato che fa ben capire cosa stia diventando il quick commerce.

 

In futuro, infatti, si prevede una velocità del servizio sempre maggiore, con consegne di 10 minuti, e proprio per questo motivo, Glovo sta aprendo diversi dark stores, una sorta di micro-magazzini cittadini che permettono di avere sempre tutte le merci a disposizione in locale e nell’immediato, così da avvicinarsi maggiormente al consumatore.

 

L’obiettivo della startup spagnola è sempre più ambizioso: riuscire a fare retail di tutti i prodotti necessari: dal fruttivendolo ai supermercati, fino alle farmacie e i bar. Proprio a questo scopo stanno mettendo in atto collaborazioni con diversi brand come Magnum, Durex e Unilever, diventando un nuovo canale di vendita per grandi marchi.

 

Il delivery e il Covid-19

 

Com’è immaginabile e come racconta la country manager di Glovo: “è brutto dirlo, ma per noi il Covid è stata la più grande campagna di marketing” e i dati lo confermano: il delivery durante la pandemia non si è di certo fermato, bensì è incrementato, data la crescente necessità di avere dei prodotti nonostante restrizioni e quarantene. Glovo, così come altri player ha continuato a consegnare anche quando le merci scarseggiavano e le code ai supermercati si facevano di due ore. L’abitudine di ordinare non si è persa con l’allentamento delle restrizioni, anzi il panel di consumatori ha continuato ad aumentare e dal 2020 non si è ancora arrestato. Si può dire che la pandemia ha aumentato l’awareness delle persone verso la possibilità di ordinare i prodotti da far arrivare a casa.

 

Non solo grandi player: ecco i “piccoli italiani” presenti sul nostro territorio

 

I grandi leader di settore citati precedentemente, non sono gli unici presenti, molte, anche se in misura minore, sono le startup Made in Italy con le loro vantaggiose peculiarità: maggiore sostenibilità, presenza in luoghi che i grandi player spesso lasciano in secondo piano, la valorizzazione del prodotto tipico e il rispetto per i riders.

 

Tra questi troviamo Alfonsino: la startup, nata a Caserta nel 2016, che ha come mission il portare il food delivery nei piccoli centri abitati soprattutto del sud Italia, zone normalmente lasciate indietro dai big player che puntano ai ricavi e alla facilità di consegna dati dalle grandi città dense di potenziali clienti. La startup campana ha chiuso il 2020 con ricavi da 3 milioni di euro e i suoi numeri parlano chiaro: circa 300 piccoli centri abitati serviti in sette diverse regioni, 950 ristoranti affiliati e 250mila utenti attivi sulla piattaforma.

 

Assieme ad Alfonsino, startup italiane come: Mymenu, Foodracers, Giusta e Cocai Express, quest’ultima nata dall’idea di quattro ragazzi veneziani per portare il food delivery nella Serenissima, si stanno espandendo sempre di più, per far arrivare questa forma di consumazione in tutto lo Stivale valorizzando l’eccellenza italiana.

 

Criticità dietro il food delivery: la sicurezza dei riders e la questione igiene

 

Dietro al food delivery sono presenti delle criticità che spesso vengono sollevate dai media: in primis la questione dei riders.

Ad oggi, non tutti sono tutelati come la legge italiana prevede, in quanto non riconosciuti come dipendenti bensì come lavoratori autonomi. Senza assistenza nè assicurazione, lavorando a cottimo, i professionisti di questo settore rischiano tanto, tutti i giorni, soltanto per offrire un servizio, a detta di molti, “non indispensabile e dettato dalla pigrizia”.

La situazione è peggiorata con la pandemia in quanto molte delle multinazionali precedentemente citate non forniscono ai loro collaboratori su due ruote, nemmeno la mascherina per proteggersi dal Covid-19, situazione che li ha portati a scioperare lo scorso marzo.

 

Il quadro peggiora se si pensa che i ciclofattorini vivono ogni giorno una condizione simile ad uno Squid Game della vita reale: turni anche di 15 ore per soli 20 euro, rischio altissimo di incidenti mentre si vola nel traffico, “controllati” da un algoritmo che li posiziona in un ranking e se l’ordine dovesse andare male per qualsiasi motivo anche non dipendente dal lavoratore, la piattaforma segnala l’errore e questo ha serie ripercussioni.

 

Come se non bastasse, un nuovo incubo si è aggiunto: le rapine subite a causa del GPS. In alcune località si sono verificati dei veri e propri furti di soldi e mezzo di trasporto dei riders che sono stati seguiti e circondati.

Presto, tuttavia, queste piattaforme dovranno sistemare i conti: il Procuratore di Milano ha chiesto la regolarizzazione contributiva e dei contratti di 60 mila riders in tutta Italia.

 

Un’altra dubbia questione riguarda l’igiene di questi cibi trasportati. Un’indagine di Altoconsumo in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta ha rivelato che: “al momento dell’ordine, risulta piuttosto complesso, se non a volte impossibile, individuare la presenza di allergeni nei menù: nel 25% dei casi non è presente una lista di ingredienti utilizzati per le ricette, nell’85% non è possibile deselezionare gli ingredienti solo due ristoranti evidenziano gli allergeni sul menù della piattaforma come previsto dalla legge. Sui 60 ordini, eseguiti in fase di test, in cui si è provato a segnalare le allergie a uova e soia, è stata rilevata comunque la presenza di questi prodotti, come ingredienti o in tracce per contaminazione, 18 volte. Come se non bastasse, Al momento della consegna, è stata analizzata la temperatura degli alimenti. Per una corretta conservazione, si consiglia che i piatti freddi non superino i 10°C e i caldi non dovrebbero scendere sotto i 60°C. Meno problematici i piatti caldi, che in 1/3 dei casi sono arrivati a destinazione ad una temperatura superiore ai 60°C. Tutt’altro che buoni, invece, i dati sui piatti freddi: la temperatura media delle consegne rilevata è di 23.5°C arrivando fino ad oltre 30°C in due ordini. Quanto a sicurezza microbiologica, nel 38% dei casi non è stata raggiunta la sufficienza”

 

Dove si sta andando: ristoranti online e sempre più veloci

 

La prossima generazione di food delivery sarà probabilmente quella in cui il ristorante si “dematerializza”, diventando totalmente virtuale (il metaverso di Zuckerberg giocherebbe un ruolo fondamentale), i cibi potrebbero essere preparati nei dark stores e consegnati dai riders, vivendo l’esperienza con un visore indosso.

 

Scenari distopici a parte, quello su cui si sta puntando parecchio, nonché business model del nuovissimo player Gorillas, è proprio la rapidità di consegna. Gorillas, fondata a Berlino solo un anno fa, è diventata famosa per essere la startup più veloce di sempre in Europa a raggiungere lo status di Unicorno (startup che raggiungono la valutazione di mercato di un miliardo di euro), ma soprattutto per la sua capacità di recapitare la spesa in dieci minuti contati.

 

La realtà, appena sbarcata in Italia, si sta capillarizzando velocemente, continuando ad assumere un esercito di riders pienamente tutelati. Per far ciò si basa su un’infrastruttura per la consegna più rapida di prodotti essenziali nell’ultimo chilometro. Gli utenti dell’app hanno accesso a oltre un migliaio di prodotti essenziali agli stessi prezzi del supermercato per una tariffa di consegna di 1,80 €. Le metodologie e tecnologie necessarie per il quick commerce di Gorillas sono: il modo con cui viene costruito il layout del magazzino, l’app usata internamente e l’app per i bikers che consente loro di avere sempre i tragitti più brevi e una comunicazione rapida con il cliente.

 

In futuro probabilmente continueremo a battere i record di consegna più rapida, e mentre aspettiamo il rider contando i secondi che sono passati da quando abbiamo ordinato sull’app, troveremo il tempo di chiederci se tutta questa velocità ci serve davvero?

 

< Torna indietro
Marketing & Social Media

Creare una startup ad alto impatto sociale: intervista a Nicolò Santin

Co-founder e CEO di Gamindo, la piattaforma per donare soldi giocando ai videogiochi, Forbes Under 30, LinkedIn influencer, TedX speaker e amante dei progetti ad alto impatto sociale, abbiamo deciso di intervistare Nicolò Santin, un riferimento nel panorama imprenditoriale italiano che ci ha raccontato la sua incredibile storia dalle mille avventure.

Ciao Nicolò, ci racconti un po’ com’è nata l’idea della tua startup Gamindo e la storia che c’è dietro?

Partendo dal fatto che io sono sempre stato molto appassionato di videogiochi, quando ho scoperto l’esistenza degli advergame in un esame di marketing all’università, sono rimasto molto incuriosito. Ricordo ancora che si faceva l’esempio di Redbull: “se prendi delle lattine, le disponi su un tavolo e fai la foto dall’alto, a seconda di come le hai disposte, creerai un circuito in cui potrai correre con la macchinina”, quando l’ho vista me ne sono innamorato e ho pensato che prima o poi ci avrei fatto qualcosa. In quel periodo, inoltre, è diventata famosa la canzone Gagnam Style e ho saputo che il cantante aveva ricevuto diversi milioni di revenue dopo aver totalizzato il miliardo di visualizzazioni su You Tube. Allora ho pensato bene di creare un video che totalizzasse tantissime visualizzazioni così da donare i soldi in beneficenza. L’idea era fantastica sulla carta, ma nella pratica molto meno, perché io stesso non mi sarei mai messo a guardare un video solo per l’idea di donare una minima percentuale dovuta alla mia visualizzazione, inoltre, per dirla tutta, non sapevo nemmeno il contenuto quale sarebbe stato. Sarebbe stato sicuramente meglio trovare qualcosa di molto più coinvolgente: ho sommato la scoperta degli advergame e il poter donare senza spendere, arrivando all’idea di “Ofree”, quella che poi è diventata Gamindo. La storia che c’è dietro, in milestones, è stata una lunghissima tesi universitaria proprio su questo progetto, la fortuna di conoscere Matteo, il mio socio, senza il quale ora non saremmo qui, perché da solo non avrei realizzato nulla. Solo successivamente è arrivato il primo prototipo della piattaforma sviluppato interamente da noi due, la partecipazione alle competizioni per startup che ci hanno permesso di entrare in questo mondo di cui non sapevamo nulla: non avevamo idea di cosa volesse dire, ad esempio, fare un pitch o un foundraising. Poi ci si è presentata l’opportunità di andare in Silicon Valley e siamo stati tre mesi in Plug and Play, dietro a questo viaggio c’è una storia da film di due ragazzi senza soldi che pur di riuscire a stare tre mesi nella carissima San Francisco, avrebbero dormito pure sotto i ponti. Alla fine, non è successo, perché il responsabile dell’acceleratore, conoscendo bene il problema dei senzatetto nella metropoli californiana, ci ha fatto giurare di trovare un tetto e di riuscire a sopravvivere almeno il tempo del visto. Abbiamo aperto una raccolta fondi, dove regalavamo dei video personalizzati ai donatori, perché non ci bastavano i risparmi, ma alla fine ce l’abbiamo fatta e abbiamo vinto un premio da 25 mila dollari che ci ha permesso di vivere lì per un po’. Ovviamente siamo dovuti entrare nell’ottica di risparmiare su tutto, ad esempio, per partecipare ad un evento pazzesco quale la Game Developer Conference, ci siamo recati dal console italiano a chiedergli se ci avrebbe fatto entrare, altrimenti l’avremmo fatto noi a tutti i costi facendoci arrestare e lasciandolo con due ragazzi sulla coscienza. Alla fine, Lorenzo Ottona, ormai ex console, ci ha trovato dei biglietti scontati che ci hanno permesso di entrare e noi lo ringraziamo ancora oggi. Quel periodo ci ha lasciato il mindset di non “accomodarci” troppo e anche adesso che abbiamo i fondi, ci obblighiamo a viaggiare sempre nella classe economy di Italo e rimanere con i piedi per terra.

Successivamente, quando siamo tornati, abbiamo costituito il team e abbiamo iniziato a vendere il progetto alle varie aziende, attualmente sta andando molto bene perché sono entrate grandi realtà come Google, Coca Cola, Barilla e Lavazza che erano un sogno fino a poco tempo fa.

Abbiamo appena chiuso il round da mezzo milione di euro che ci serve per assumere persone e proprio l’altro ieri abbiamo assunto 4 sviluppatori di videogiochi, ovviamente abbiamo in mente grandi cose per il futuro.

A livello di scelta, oltre ai giochi che devono essere ad impatto sociale, come scegliete le realtà con cui collaborare e a quanti giochi siete arrivati?

In questo momento siamo in una fase di riflessione, nel senso che stiamo notando che a moltissime aziende interessa il videogioco, ma non a tutte interessa la parte di charity. Questo non perché siano aziende cattive, ma perché essendo molto strutturate, sostengono che il reparto marketing sia una cosa e quello di responsabilità sociale, un’altra. Per loro diventa molto complesso mettere su una campagna che integri le due cose e quindi preferiscono donare mezzo milione a Save the Children piuttosto che creare un gioco dove ne doni cinquemila, e li posso tranquillamente capire.

Il ragionamento che siamo arrivati a fare in questo primo anno e mezzo è stato: “per crescere velocemente, siamo disposti a fare dei giochi senza charity?” Dopo le dovute riflessioni, la risposta è stata “sì”, perché, ad esempio, fare il gioco di Chiara Ferragni senza la charity ci ha permesso di parlare con alcune delle più grandi aziende al mondo di fashion e beauty che, senza la case history di Chiara, non saremmo mai riusciti a raggiungere. Ad oggi siamo arrivati a più di 40/50 giochi e abbiamo avuto donazioni importanti di anche 20/30 mila euro.

Qual è stata la parte più difficile di mettere in piedi un progetto così grande e come l’avete affrontata?

La parte più difficile è stata, ed è tutt’ora, quella di creare il team di persone. All’inizio la difficoltà principale è il non avere soldi per retribuire i tuoi collaboratori; quindi, c’è la necessità di trovare qualcuno estremamente motivato da voler dedicare il weekend al progetto o addirittura da dimettersi dal suo lavoro per dedicarsi full time, consapevole del fatto che per un certo periodo di tempo non percepirà uno stipendio. Per farcela in questa fase devi puntare sul lato emotivo della persona perché a livello razionale è una stupidata. Allo stesso tempo, ora che abbiamo i soldi e ce la stiamo facendo, è difficile trovare persone che non solo siano disposte a lavorare, che ce ne sono un sacco, bensì trovare coloro che abbiano i tuoi valori, la tua visione e l’interesse a realizzare quello che vuoi fare te. È davvero complicato, considerando che si parla tanto di startup, tecnologia e videogiochi, ma quello che ci sta sotto, in fin dei conti, sono le persone, è anche più difficile di portare a bordo grandi clienti, che alla fine, se stai ascoltare e capire, decidono di contare su di te.

Parlando di progetti futuri di Gamindo, abbiamo visto il metaverso di Zuckerberg, in cui c’è ampio spazio anche per i videogiochi, avete intenzione di svilupparne anche dei vostri sempre per beneficienza?

Partendo dal fatto che io sono molto della filosofia: “mai dire mai”, è una cosa che stiamo valutando, sia il metaverso che tutto il mondo web 3. Per dare un contesto, nel web 1 potevi limitarti a leggere informazioni, nel web 2 è subentrata la possibilità di commentare, nel web 3 si è aggiunta la possibilità di possedere digitalmente aprendo il mondo dei collettibles, NFT, blockchain eccetera. Quest’ultimo è un mondo che sta davvero esplodendo, che sarebbe sbagliato non studiare e quindi stiamo cercando di avere le competenze interne per gestirlo. Per quanto riguarda il metaverso in particolare, lo sto studiando poiché è una cosa che mi interessa moltissimo e personalmente stimo molto Facebook che pur essendo una realtà enorme e consolidata, ha preso una posizione decidendo persino di cambiare nome: questo per me vuol dire innovare, non quando sei disperato, ma farlo in anticipo. Diciamo che, di tutto questo, mi spaventa un po’ il ready player one, il digitale ci dà tantissime opportunità ma credo che sia estremamente difficile replicare l’emozioni tramite dei pixel, l’emozione che hai nel toccare una persona è unico.

Quali sono le competenze trasversali che hai acquisito e che ti sono state più utili in startup?

L’elemento principale in startup è il team, credo che le soft skills più importanti che ho acquisito siano appunto il riuscire a lavorare e relazionarsi con il team. Un’altra fondamentale è quella della negoziazione, o meglio, della buona comunicazione in generale: riuscire ad ascoltare, perché molto spesso tendiamo a partire “a razzo” dicendo mille cose, ma prima dovremmo stare zitti e ascoltare attentamente per capire chi c’è dall’altra parte e come ragiona. È un aspetto che viene frequentemente sottovalutato, ma è utile sia che tu stia parlando con un amico, sia che stai cercando di vendere o raccogliere soldi da investitori.

Spostandoci sul lato divulgativo, che è una parte importante della tua vita, tu sei uno dei pochi italiani con il profilo verificato su LinkedIn, ci racconti come hai iniziato e come portare davvero valore alle persone online?

Non so bene dirti con precisione quando ho iniziato su LinkedIn, ho un vago ricordo di una volta che mi trovavo in treno diretto a Milano e stavo leggendo la storia del sito che aveva venduto un milione di pixel per un dollaro ciascuno e la stessa mente creativa che lo aveva ideato, aveva in realtà inventato altri esperimenti online di questo tipo. Ad esempio, un gioco che davanti ad un timer sul PC, ti costringeva a non muovere il mouse per due interi minuti. Io ci ho provato e come la maggior parte delle persone ho fallito, a dimostrazione del fatto che al giorno d’oggi non riusciamo a stare fermi davanti al computer senza fare nulla. L’ideatore, a partire da questo concetto, ha creato una startup chiamata “Calm” per la meditazione e sta facendo numeri da paura. All’epoca ho pensato che la storia fosse davvero curiosa e che avrei voluto trovarla in giro, quindi ho deciso di scriverci un post. Poco dopo mi sono recato ad un web summit e ho ascoltato la storia assurda di Shazam, partita da una serie di audio in diretta e anche questo l’ho raccontato in un altro post, proseguendo per un pò. Poi, secondo me, l’evento che mi ha dato più tempo e voglia è stata la pandemia, da febbraio 2020 mi sono trovato in casa a non dover più fare ore di auto o treno per spostarmi e in generale a risparmiare tanto tempo su certe attività; quindi, alla sera mi dilettavo a leggere delle novità e poi a scrivere regolarmente i contenuti. A livello operativo, mi segno su Trello o su Word ogni volta che leggo qualcosa che desta la mia curiosità e poi alla sera mi metto lì e decido di cosa ho voglia e tempo di parlare. Quando scrivo cerco di inserire un mix di cose: storie di persone, ma anche esperienze mie personali, sia che vanno bene sia che vanno meno bene. Voglio essere sincero, è una cosa molto spontanea che faccio perché mi fa stare bene e mi fa scoprire ogni giorno cose nuove, lo faccio per me e per Gamindo, non per i like o i follow.

Arrivando al tema scuola: tu hai appena partecipato ai Digital Innovation Days come speaker riguardo all’argomento educazione e tecnologia, hai parlato di come i videogiochi possono anche educare, secondo te quale può essere un modo per integrare maggiormente i videogiochi a scuola?

Questa è una bella domanda, io sono convinto che un ricambio generazionale dei professori aiuterà molto, ma mettendomi anche nei panni del professore di 65 anni che ha difficoltà a comprendere le potenzialità, com’è normale che sia dato il tipo di generazione, secondo me la cosa migliore è calarla maggiormente nel pratico piuttosto che limitarsi alle sole spiegazioni teoriche. Intendo che, cambia molto se si mostrano le case history raccontando come lo stanno applicando in scuole dall’altra parte del mondo, piuttosto che dire: “si è scoperto che la capacità di memorizzazione in un gioco è 10 volte superiore dell’apprendimento canonico”, che è bello sapere ma non ti lascia nulla. Se io invece ti mostro degli esempi di come i ragazzi imparano una lingua tramite Duolingo che è completamente gamificata, capisci che c’è del margine di crescita. La mia visione non è assolutamente quella avere gli studenti che vanno a scuola e giocano ai videogiochi tutto il giorno, ma una giusta via di mezzo tra il digitale e il cartaceo: a me, ad esempio, sorprende il fatto che a scuola non si usi ancora il computer, ma si scriva sempre e solo sul quaderno.

Sempre riguardo al tema di educazione scolastica, tra tutte le altre cose stai portando avanti anche un progetto di supporto e divulgazione con “Consigli di classe” su YouTube, ci racconti cos’è e qual è il suo scopo?

Consigli di classe è un side project interessante, ma che richiede molto tempo e che a livello di priorità sto mettendo in secondo piano dopo Gamindo e LinkedIn, ovviamente per questioni di tempo. Ho deciso di crearlo perché il me diciottenne avrebbe tanto voluto un posto che non mi dà una risposta, bensì mi fa nascere delle domande, un luogo dove posso leggere non solo di teoria ma anche di pratica, di casi concreti. Ad esempio: “questa persona che adesso studia medicina, come è arrivata a sceglierla e cosa ha fatto prima?” Quindi sono partito da persone a me vicine e ho chiesto loro di raccontare la loro esperienza in video di massimo 5 o 10 minuti, mettendomi nei panni dei ragazzi indecisi che si trovano a dover scegliere un percorso importante. Lo sto facendo a zero scopo di lucro, per le persone, sperando che anche solo un ragazzo o una ragazza là fuori possa ascoltare una storia e trovare la propria strada. La cosa bella di YouTube è che ha una coda lunga e il contenuto rimane anche per anni; quindi, lo faccio con molta calma sperando possa crescere.

< Torna indietro
Ambiente, società e tecnologia

Toba(n)cco: la nuova frontiera della nicotina

Gli anni venti del nuovo Millennio si aprono con un’ambizione degna di Napoleone: smettere di fumare.

 

Per oltre cento anni il consumo di tabacco è passato inosservato dalle politiche pubbliche, non ritenendolo un fattore abbastanza importante da meritare attenzione nell’agenda delle priorità dei governi. La società non ha mai trattato i fumatori come dei soggetti con dei problemi di dipendenza come ad esempio chi fa uso di sostanze stupefacenti, pur consapevole che la nicotina sia LA dipendenza per eccellenza.

 

WHOOECD, l’Unione Europea e anche pubbliche istituzioni come il Ministero della salute e il U.S. Department of Health & Human Services,  ci forniscono dati precisi che dovrebbero fare riflettere riguardo la dipendenza da nicotina.

 

Il 21% della popolazione mondiale, pari ad oltre un miliardo di consumatori, fa uso di tabacco. Il mercato delle sigarette vale 818 miliardi di dollari.

 

La partita a Risiko è contesa tra i migliori cinque: China National Tobacco Corporation, Philip Morris International, British American Tobacco, Japan Tobacco International e Imperial Tobacco Group.

 

Le sigarette stanno diventando sempre meno un fenomeno di tendenza, ed è chiaramente desumibile dal netto calo dei consumi di tabacco.

 

Come spiegare ciò?

 

Entrano in gioco fattori politico-economici come il rincaro dei prezzi e la crescente regolamentazione delle sigarette: dal 2014 l’Unione Europea ha cominciato una manovra che prevede regole sempre più stringenti, come l’abolizione dei pacchetti da 10 sigarette, il divieto di utilizzare aromi particolari per la produzione di sigarette come menta ed erbe, il divieto di fumare in auto quando presente un minore o una donna in gravidanza.

 

L’aumento del prezzo delle sigarette ha causato un diretto aumento dei traffici illegali spiegati dalla correlazione diretta tra forti aumenti legati alla pressione fiscale e vendite illecite.

 

Sappiamo che l’industria del tabacco garantisce entrate stabili per i governi di tutto il mondo.

 

Ma anche cambiamenti di tipo sociale: dalla generazione Z in poi il tabagismo sembra non attirare più i ragazzi. Forse hanno imparato la lezione dalle generazioni precedenti e non sembrano voler scendere a compromessi con tutte le conseguenze, dalle più frivole come l’odore sui vestiti, al cancro ai polmoni.

 

L’ONU entra in nostro soccorso con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile in tema di salute e benessere specificando, nel terzo dei diciassette punti, di  “rafforzare l’attuazione della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità sul controllo del tabacco in tutti i paesi, a seconda dei casi”.

 

Movimenti come Fridays for Future riportano in auge i valori della lotta per l’ambiente, sensibilizzando l’opinione pubblica ed incoraggiando uno stile di vita ecosostenibile a base di riduzione degli sprechi, prodotti km zero e attività fisica. Fumare si dimostra incoerente coi valori alla base di questo tipo di lifestyle.

 

Abbiamo ampiamente preso coscienza del fatto che il fumo nuoce gravemente alla salute di se stessi e degli altri. Qual è il prossimo passo verso un futuro migliore?

 

“We can see a world without cigarettes. And actually, the sooner it happens, the better it is for everyone. Cigarettes should be treated like petrol cars and banned within a decade”

 

Queste sono le parole rilasciate dal CEO di Philip Morris, Jacek Olczak, durante un’intervista rilasciata a luglio 2021, in cui l’azienda ha espresso l’intenzione di interrompere la vendita di sigarette tradizionali nel Regno Unito entro i prossimi dieci anni.

 

Il CEO parla anche di dare una possibilità alle nuove sigarette elettroniche da intendersi come un primo passo per allontanarsi dalla dipendenza dal tabacco.

 

Stiamo assistendo ad una diversificazione dell’offerta che gradualmente sta lasciando il porto sicuro dal tradizionale tabacco combustibile.

 

I prodotti a riscaldamento del tabacco (THP) e le e-cig ne sono una prova. Non a caso, IQOS è presente nelle nostro vocabolario di uso comune ed è oggetto di veri e propri dibattiti tra gli amanti dello svapo e gli assidui sostenitori del tabacco tradizionale.

 

Questi prodotti non ricreano fedelmente l’esperienza della sigaretta, ma si inseriscono come una alternativa laddove il tabacco combustibile non è più permesso o socialmente accettato.

 

Diventano un surrogato del tabacco tradizionale anche perché il percepito da parte degli utenti è la possibilità di concedersi un vizio limitandone il più possibile i rischi.

 

Il luogo comune, si troverebbe nell’assunto che le e-cig conterrebbero nicotina, ma senza tutte le altre sostanze nocive presenti all’interno delle sigarette quali il catrame.

 

Sappiamo la nicotina essere l’elemento che crea dipendenza, ma ciò che si demonizza delle sigarette tradizionali è l’azione di combustione del tabacco e tutti gli additivi presenti nel processo di fabbricazione della sigaretta come quelli utilizzati per trattare le cartine.

 

L’innovazione tecnologica permette all’utente di personalizzare l’esperienza delle e-cig in base ai propri gusti; dal colore, al packaging, al sapore, ai gadget, alle opzionali quantità di nicotina presenti.

 

Cosa si nasconde dietro alla dichiarazione di Philip Morris?

 

L’azienda nel 2016 ha subìto un cambio di purpose con un controverso slogan: “Delivering a Smoke-Free Future

 

Nel suo statement of purpose l’azienda parla di questo cambiamento come una mossa volta a convincere i fumatori a cambiare e che le alternative da loro proposte li aiuteranno. Si impegna a raggiungere questo obiettivo insieme all’aiuto dei governi che dovranno promuovere policy che vertono nella stessa direzione.

 

L’acquisizione, da parte della madre delle Marlboro, di due importanti gruppi nel settore farmaceutico: la britannica Vectura e la danese Fertin Pharma sembrano essere in linea con questi nuovi valori.

 

Così facendo il gruppo ha a disposizione tutto il know-how necessario per mettere a punto terapie inalatorie complesse, creare prodotti ibridi a metà tra un farmaco ed una e-cig, dando una forte spinta verso il futuro e dimostrare al mondo, il cambio di rotta verso il settore healthcare e wellness.

 

Philip Morris stupisce ancora una volta ponendosi come obiettivo di ottenere entro il 2025 metà dei propri ricavi tramite la vendita di prodotti senza combustione, con la “beyond nicotine” strategy.

 

Conseguenza o causalità?

 

Una vita senza sigarette è un obiettivo che la società sogna da anni; tutti sappiamo che per far sì che un cambiamento perduri nel tempo, deve avvenire tramite piccoli passi, allontanandosi il meno possibile dallo status quo.

 

Il 2003 è l’anno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità stipula la “Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco (FCTC)” il cui obiettivo è fornire ai governi linee guida per ridurre l’uso del tabacco. I rappresentanti si riuniscono ogni due anni per discutere delle evoluzioni e delle strategie migliori da adottare per continuare la battaglia contro le sigarette.

 

In gergo si chiama cooperation of parties (COP) e l’ultima si è svolta lo scorso 13 novembre.

 

Durante COP9 si è parlato del calo del numero di fumatori, da 1.32 miliardi (nel 2015) a 1.30 miliardi nel 2021 e dell’esigenza di fondi per continuare la campagna contro la prima prevenibile causa di morte nel mondo. Ha scatenato non poche controversie l’ultima Cop perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità si schiera contraria contro ogni tipo di vape.

 

Nel 2019 il Governo inglese emana il Prevention Green Paper dichiarando la UK smoke free entro il 2030.

 

Il documento pone le attività di prevenzione della salute al centro delle nuove policy inerenti alla sanità del paese, a livello locale e nazionale.

 

L’ambizione sarebbe quella di fermare sul nascere i comportamenti che provocano uno stile di vita dannoso per i cittadini, con la volontà di instillare consapevolezza dei rischi alla salute, legati all’abuso di determinate sostanze e in generale legati alla sfera del benessere individuale, anziché dare priorità al trattamento e alle cure delle malattie.

 

Appare così evidente che il mondo si sta attivando, in maniera quasi aggressiva, per bandire il tabacco dalle nostre abitudini.

 

Rimane del mistero attorno alle e-cig; sembrano un surrogato delle sigarette ma anche una via di fuga dalle stesse.

 

Alla luce di queste informazioni, come spiegare la nascente industria del vaping? Quali saranno le prossime mosse dei produttori di tabacco?

< Torna indietro
Ambiente, società e tecnologia

Come l’innovazione digitale migliora il mondo del cibo: il “FoodTech” ai Digital Innovation Days

Che cosa ci viene in mente quando pensiamo al digitale? Dopo quasi due anni di pandemia, sicuramente il lavoro e la didattica a distanza, poi il mondo dei social media, la finanza high-tech e molto altro. Penseremmo mai alla mela che sgranocchiamo come spuntino come ad un esempio di innovazione digitale? Se la risposta è no, continuando a leggere cambierete idea: nella sala tematica dedicata al FoodTech durante i Digital Innovation Days si è parlato di come l’intelligenza artificiale (AI), l’automazione, la tecnologia blockchain e le piattaforme social possano essere messe a servizio della produzione del cibo. Queste tecnologie permetteranno sempre di più sia di assicurare qualità e sicurezza dei prodotti, sia di ottimizzare operazioni e processi per evitare gli sprechi e ridurre i consumi.

Si parte allora per un viaggio che inizia in campo aperto, per arrivare all’esperienza che i clienti ricercano nella relazione con i brand.

 

Parola d’ordine? “Dati”: dalle serre verticali ai biosensori per il latte vaccino

 

Le esigenze del settore sono chiare quanto urgenti. La popolazione mondiale aumenterà ed è auspicabile che sempre più persone possano richiedere sicurezza e qualità del cibo; tuttavia gli eventi climatici estremi sempre più frequenti e la scarsità di suolo e acqua sono ostacoli importanti posti di fronte a questo obiettivo. Una tra le soluzioni possibili è “l’agricoltura in ambienti controllati”, così come la definisce Daniele Benatoff, CEO di Planet Farms. Le piante vengono coltivate su più livelli, in un sistema caratterizzato da due elementi fondamentali: l’automazione e il controllo e il monitoraggio costante di tutte le variabili ambientali. Il digitale permette così di avere accesso a una vasta gamma di informazioni collegate alle migliori condizioni possibili di crescita (che altrimenti non potrebbero essere reperite) e di modificare di conseguenza temperatura, intensità della luce e non solo.

 

Non tutte le specie vegetali però possono essere coltivate in ambienti controllati: l’agricoltura in campo aperto rimane imprescindibile e può essere resa più produttiva e sostenibile grazie a soluzioni digitali integrabili su macchine agricole e trattrici, anche non di ultima generazione, come ha spiegato Paolo Cesana, responsabile Smart Farming e Automazione presso SDF. Queste permettono tra l’altro a chi dirige le macchine di poter fare affidamento su sistemi di guida smart che aumentano la precisione di tutte le operazioni che svolge, evitando sprechi e costi aggiuntivi.

 

Invece, come si rende digitale il settore dell’allevamento? Durante il panel Paolo Bulgarelli, responsabile qualità di Parmalat Italia, ha illustrato in cosa consiste il progetto europeo MOLOKO: alla base c’è un sensore miniaturizzato in grado di rilevare piccole concentrazioni di sostanze indicatrici della qualità del latte; grazie ai dati raccolti è possibile scartarne solamente la parte che non soddisfa i requisiti quando ancora si è in fase di mungitura, evitando così contaminazioni nel resto della produzione giornaliera.

 

Come si ottimizzano i processi e si controlla la filiera, grazie ai prodotti digitali delle startup

 

Il cibo sta per entrare in fabbrica: come prevedere i costi energetici dei processi trasformativi e così ottimizzarli? Rebecca, l’AI sviluppata dalla startup MIPU, permette di raggiungere il modello di fabbrica predittiva, unendo l’esperienza e la conoscenza di chi opera in fabbrica, i dati sui consumi energetici e la possibilità utilizzare una piattaforma di programmazione codeless. Rebecca è in grado di elaborare modelli di funzionamento delle macchine e di confrontarli con quelli costruiti sulla base dei dati raccolti in produzione: se si osserva una discrepanza, può identificarne la causa e rivelare malfunzionamenti o persino predire guasti. È proprio il caso in cui, come vuole il proverbio, “prevenire è meglio che curare”, perché la capacità predittiva concessa dal digitale è una valida alleata della sostenibilità, sia ambientale sia economica, delle aziende che su di essa fanno affidamento.

 

Il viaggio del cibo prosegue, ma chi può assicurare un controllo qualità lungo tutta la filiera? Come si può mettere in comunicazione ogni suo punto e al contempo dare certezza al consumatore? La startup ConnectingFood ha sviluppato una piattaforma condivisa basata sulla tecnologia blockchain (di cui abbiamo parlato qui) e una web app che permette alle persone che acquistano un prodotto di scannerizzare uno specifico QR presente sulla sua confezione: i dati coinvolti in tutto il processo permettono da un lato di garantire la tracciabilità dei lotti e di accorgersi rapidamente di un errore, dall’altro danno sicurezza al consumatore grazie a informazioni accessibili e trasparenti.

 

Come coinvolgere i clienti nell’era del digitale

 

Siamo arrivati finalmente ad un prodotto pronto a essere lanciato sul mercato: quali strumenti hanno i brand per comunicare la qualità e i valori nascosti nel cibo? Una strategia che integri l’interazione social e gli user generated content assieme al il desiderio di vivere esperienze fisiche, oggi urgentepiù che mai, sembra vincente a tutti i rappresentanti dei brand che hanno partecipato alla sala “FoodTech”. Aperol ha scelto di lanciare l’iniziativa “Together we can cheer”, una catena di brindisi virtuali per coinvolgere i clienti in tempo di restrizioni, per poi trasformarla in eventi in cui i visitatori potessero interagire sia fisicamente sia digitalmente con le diverse attrazioni: tutto questo ha permesso di generare più di 10000 contenuti social da parte degli utenti.

 

Il gruppo Sabelli, operante nel settore lattiero caseario, era invece consapevole di dover creare una campagna che permettesse ai clienti di potersi identificare in valori spesso difficili da ritrovare intrinsecamente in un prodotto come una mozzarella: ha quindi deciso di lanciare una nuova marca, “Natura Sincera”. Il target di questo test di mercato sono i giovani che per le prime volte si trovano ad essere indipendenti dalla famiglia e che per questo devono occuparsi della spesa e della cucina, pur essendo alle prime armi: per ingaggiarli hanno deciso di sfruttare post su Instagram molto simili ai meme.

 

La “rivoluzione culturale” e il valore delle soluzioni tradizionali

 

Il cibo è ormai pronto per essere comprato e gustato, ma occorre fare molti passi indietro per riflettere sui presupposti che dovrebbero esserci alla base di un’efficace integrazione del digitale nel settore. Come ha affermato Paolo Cesana durante il panel “AgriTech”, è necessaria una “rivoluzione culturale”, in parte già in atto. La filiera agroalimentare dovrà infatti essere sempre più supportata e guidata da grandi quantità di dati puri, affidabili e ben organizzati, perché saranno indispensabili per prendere decisioni dall’impatto positivo, più di quanto potrebbero esserlo se l’unico metro di giudizio fossero le sensazioni e le impressioni dei singoli produttori. Per far sì che ciò accada saranno proprio questi ultimi a dover comprendere il valore dell’innovazione digitale e investire nella loro implementazione. Parallelamente dovranno essere valorizzate nuove figure professionali, come quella del data scientist e dello sviluppatore blockchain.

 

Non bisogna dimenticare però, travolti dal giusto entusiasmo per il digitale, il valore dei prodotti che già esistono e che potrebbero entrare a far parte della rivoluzione produttiva: l’intervento di Alessandro Nasini, cofondatore di FOODENDI, ha fatto riflettere su come la maggior parte delle startup italiane nel settore FoodTech non sia basata sul prodotto e su come il riconoscimento e lo sfruttamento di varietà vegetali dalle particolari caratteristiche (per esempio, la resistenza a un clima molto caldo) possano essere una delle soluzioni applicabili, assieme a una migliore gestione del territorio.

 

Il digitale rappresenta lo strumento per la rivoluzione del settore agroalimentare, mentre i suoi obiettivi devono continuare a essere le persone e la loro relazione con il cibo.

< Torna indietro
Marketing & Social Media

Pillole di Brand Journalism: Intervista a Paolo Sangalli

Durante il Web Marketing Festival, abbiamo avuto modo di scoprire una tecnica di content marketing che unisce due mondi all’apparenza lontani: giornalismo e marketing.

 

Grazie a Paolo Sangalli abbiamo la possibilità di approfondire questo argomento, e scoprire anche qualche curiosità.

 

Perché il Brand Journalism può essere confuso con il marketing? Più precisamente, che differenze ci sono tra BJ e content marketing?

 

“Il Brand Journalism è una tecnica di content marketing e per capire la relazione tra i due concetti è necessario partire dalle basi; il content marketing consiste nella produzione e promozione dei contenuti del brand.

 

Tra le varie tecniche di Content Marketing c’è il Brand Journalism.

 

Usiamo le parole del CMO di McDonald’s, Larry Light, che nel 2004 definì così questa tecnica di marketing come “la cronaca degli eventi che accadono nel mondo di un brand attraverso i giorni e gli anni. Così creiamo per il brand un reale valore percepito dal cliente.”

 

Dobbiamo trasformare le storie del brand in notizie e costruire una storyline articolata nel tempo, questa è la chiave per attivare una relazione con i pubblici di riferimento.

 

In questa definizione le cose importanti sono:

  • La cronaca degli eventi ossia l’intenzione di raccontare sotto forma di notizia gli eventi più rilevanti che accadono nell’universo del brand.
  • Attraverso i giorni e gli anni perché il Brand Journalism è un processo lungo ed articolato nel tempo, non è un’attività di advertising tattica da attivare spot in concomitanza di lancio prodotto o un’attività di marketing.

 

Perché e come il BJ creerebbe valore all’impresa?

 

Raccontare è una cosa potente, sensazioni personali e studidimostrano come il cervello e il cuore vengano attivati ecoinvolti da un racconto interessante, appassionante, dinamico”.

 

Le aziende hanno l’opportunità di raggiungere mente e cuore dei loro pubblici attraverso il brand journalism. Questa tecnica infatti ci permette di creare valore attraverso 3 pilastri fondamentali; qualità purpose e relazione.

 

Qualità dei contenuti: rappresenta la base per costruire il  trust verso il mio pubblico di riferimento.Contenuti di qualità rafforzano la relazione con l’utente.

 

Per massimizzare la qualità devo partire sempre dall’analisi dei dati, utilizzare le tecniche giornalistiche, basare tutto sui fatti, sfruttando tutte le opportunità dei formati multimediali per consentire un’esperienza coinvolgente a 360° a seconda di ciò che vogliamo raccontare.

 

Purpose: I brand non possono più solo comunicare la loro mission e i loro prodotti, devono abbracciare, rappresentare, mettere a terra con le loro azioni e comunicare i valori in cui credono. In questo modo creiamo valore per i pubblici di riferimento.

 

Creo fiducia e relazione con il pubblico se ho uno scopo chiaro come azienda, se rappresento determinati valori, che sono gli stessi in cui il target si rispecchia Il brand journalism entra in gioco per trasferire questi valori e queste attività ai consumatori.

 

Facciamo un esempio:

 

Pensiamo a grandi love brands, Red Bull; chi ama lo sport, l’outdoor, chiunque ami le attività adrenaliniche si sentelegato a questo brand che approccia con i suoi valori ogni attività che fa, che sia di brand, di comunicazione o finanziaria.

 

Questa è la mentalità da seguire.

 

La purpose è una leva anche per le realtà più piccole, agendo e comunicando i valori ed obiettivi possono diventare love brand per il loro pubblico, che sia di massa o di nicchia.

 

Basti pensare a The Furrow, magazine dedicato all’agricoltura, creato dall’azienda John Deere. Questo è il primo esempio di brand journalism, esiste ancora oggi è tradotto in 14 lingue e letto da 2 mio di lettori circa. Il focus editoriale non è sulle macchine agricole; si raccontano storie di uomini, lavoro, innovazione sul mondo dell’agricoltura. Anche se si vendono macchine agricole si può diventare un love brand, ingaggiando costantemente il tuo pubblico di riferimento.

 

Relazione:Diamo la possibilità all’utente di avere un rapporto continuativo con il brand, un rapporto two-way simmetric dove entrambi si ascoltano e interagiscono.

 

Come farlo? Oggi ildigital e i social network aiutano molto, è fondamentale intercettare tutti i feedback degli utenti edutilizzarli per ottimizzare la storyline.

 

Gli utenti sempre di più vogliono interagire con le marche, il brand journalism consente di creare un canale esperienziale che accompagna l’utente a scoprirne l’intero universo.

 

Tutte le organizzazioni possono utilizzare questa tecnica oppure è destinata ad una tipologia specifica di attori (PA, ONG, B2B, B2C)?

 

Il brand journalism è adatto a qualsiasi settore, il focus va posto sul perché usiamo questa tecnica di content marketing.

 

Se l’obiettivo è quello di fare una conversione immediata, il brand journalism non è la tecnica ideale. Se invece vogliamo costruire occasioni di approfondimento, ascolto e quindi relazione è questa la tecnica che fa al caso nostro

Facciamo l’esempio per la Pubblica Amministrazione, gestiamo la comunicazione di un bellissimo borgo italiano.

 

Per le comunicazioni più istituzionali il brand journalism sarebbe utile ma richiederebbe molto budget, lasciamo questo aspetto declinato ad una comunicazione più istituzionale. Spostiamo il focus sulla dimensione culturale, naturalistica ed enogastronomica del comune.

 

Con un occhio attendo al budget a disposizione,si potrebbero creare podcast dedicati alle bellezze paesaggistiche del luogo, oppure un video in graphicmotionper raccontare le bellezze artistiche presenti nel borgo.

 

Il brand journalism non è legato a vendere nell’immediato prodotti o servizi, lavora nella parte alta del funnel. È utilizzabile in tutti i settori e su tutte le dimensioni aziendali.

 

 

Ci sono delle linee guida per svolgere questa attività in modo etico? Qual è il confine tra BJ e pubblicità occulta?

 

“L’assunto fondamentale è, che come un qualsiasi tipo di advertising, anche i contenuti dibrand journalism devono sempre essere segnalati.

 

Inseriamo la label “contenuto sponsorizzato” perché siamo fair, non vogliamo assolutamente ingannare il consumatore o in questo caso il lettore.

 

Se c’è l’intenzione di ingannare l’utente, vengono a meno i tre pilastri di cui parlavamo in precedenza.

 

Non ci servono questo tipo di pratiche, se parliamo di qualcosa che interessa ai nostri pubblici di riferimento, reagiranno positivamente perché interessati ed il contenuto riceverà comunque ingaggio anche se riporta “contenuto sponsorizzato”.

 

Gli utenti sono sempre interessati a contenuti di qualità, aderenti ai loro interessi e valori sia che arrivino da un editore o da un brand.

 

Questa risposta spinge a riflettere sulle varie polemiche nate attorno al mondo dell’influencer marketing.

 

Questa è la differenza tra un advertising di facciata basato sull’immagine ed un advertising di contenuto basato sull’approfondimento.

 

Da una parte abbiamo una comunicazione visivatotalmente basata sull’associazione di un prodotto o di un servizio ad uno stereotipo, dall’altra c’è la fatica, studio, analisi dei dati per la costruzione di contenuti multimediali di qualità .”

 

Quanto è importante fare brand journalism in un azienda?

 

“Già da qualche anno le aziende vogliono diventare delle media company; c’è la volontà da parte dei brand di produrre contenuti originali.

 

Non bastaperò costruire un hub di produzione di contenuti, bisogna creare una strategia di comunicazione e di marketing che non solo produca contenuti, ma che sia anche in grado di portare fuori quello in cui l’azienda crede; ciò che fa e ciò che è in grado di offrire al proprio pubblico.

 

Per raggiungere l’obiettivo è necessario costruire una strategia di brand journalism che risponda in primis, alla purpose e alla mission dell’azienda, alla strategia di comunicazione e marketing e agli obiettivi di business dell’azienda. Non ci può essere distacco tra questi elementi.

 

Rispondendo alla tua domanda: se in azienda l’obiettivo è migliorare il posizionamento, la reputazione, l’inclusione e il rapporto col proprio pubblico allora il brand journalism è una leva fondamentale.

< Torna indietro
Marketing & Social Media

Twitch: l’importanza della community

Qui su iWrite abbiamo già parlato di Twitch e delle sue potenzialità, per questo non avremmo potuto non scrivere dell’open talk che si è tenuto ai Digital Innovation Days tra Nicoletta Besio, sales director di Twitch Italia, e Alessandra Sangalli, media & PR manager presso L’Oreal.

Durante la chiacchierata, Besio ha descritto Twitch come una piattaforma difficile da definire in maniera univoca: basilarmente, si può affermare che Twitch è la piattaforma di live streaming leader mondiale, e lo è diventata offrendo contenuti che spaziano dai videogame allo sport, fino alla musica. Nonostante, infatti, Twitch sia nata come piattaforma dedicata al gaming, oggi è più corretto definire il sito come una piattaforma d’intrattenimento generico.

 

Parlando di numeri, Nicoletta Besio afferma che mensilmente, a livello globale, 7 milioni di creator producono contenuti per la piattaforma e che 30 milioni di utenti giornalieri si connettono al sito. Per testimoniare il successo di Twitch negli ultimi anni, Besio fa notare come, dal 2011 a oggi, gli spettatori siano cresciuti di più di 86 volte.

 

Tuttavia, il pillar fondamentale di Twitch rimangono le community di utenti e creator. Twitch, infatti, non ha alcun controllo a monte sui contenuti che vengono proposti sulla piattaforma, ma sono gli streamer e la community che decidono di portare le loro passioni e i loro interessi. L’interazione tra gli streamer e gli spettatori è, infatti, il vero cuore dell’esperienza di Twitch: basti considerare che circa il 70% dei viewers interagisce con la chat portando benefici anche ai brand che scelgono di investire sulla piattaforma.

 

Come possono, quindi, i brand orientarsi in un contesto simile? Secondo Besio, Twitch è una grande opportunità per i brand, soprattutto per la community e le funzionalità della piattaforma. I brand possono entrare all’interno del contenuto e raggiungere i target cosiddetti “irraggiungibili” come i millennial e la genZ. Quest’ultimi, infatti, accettano più di buon grado i contenuti pubblicitari sapendo che sono un mezzo per sostenere i propri streamer preferiti. Non è un caso che, sia a livello globale che in Italia, molte aziende, sia legate al mondo gaming che non, stiano investendo in pubblicità su Twitch. Besio, per fare un esempio, ha citato le campagne di Pringles, Porsche che ha presentato la formula e sulla piattaforma, e Burberry che ha tenuto un’intera sfilata interattiva in live.

Non è, quindi, importante avere a che fare con il gaming quanto, piuttosto, voler creare un dialogo con l’audience di Twitch (che, ovviamente, è diversa da quella di altri media).

Anche lato creator, è importantissimo per i brand riuscire a creare un rapporto fiduciario con gli streamer e capire qual è il loro linguaggio e i loro modi di rapportarsi con la community. Questo per evitare di snaturarli e rendere l’adv poco credibile. Inoltre, bisogna tenere presente che, spesso, le community più “piccole” possono ripagare maggiormente a livello di engagement e, per questo, non dovrebbero essere sottovalutate quando si sta prendendo in considerazione una campagna su Twitch.

 

Infine, parlando del futuro di Twitch, Nicoletta Besio si dice fiduciosa riguardo l’obiettivo di rimanere il posto migliore dove gli streamer possano creare le loro community e dove le persone si possano sentire a casa nel condividere le loro passioni. Anche se, come è giusto che sia, tutto rimarrà nelle mani degli streamer, delle community, e della strada che vorranno intraprendere.

< Torna indietro
Ambiente, società e tecnologia

Il ruolo della marca nel mondo post digitale: intervista a Giuseppe Mayer

Oggi come non mai in molti contesti vengono utilizzati termini come brand strategy, brand identity, personal brand e altre espressioni simili. Confusione? È comprensibile, motivo per il quale se oggi si vuole lavorare nel mondo del marketing, dell’economia e del commercio (ma non solo) è necessario fare chiarezza su cosa si intende quando si parla di brand.

 

Giuseppe Mayer, partner di Antifragile, ha alle spalle moltissimi anni di esperienza nel mondo delle agenzie pubblicitarie: tra le aziende con cui ha collaborato in passato possiamo citare Wpp, Publicis, Dentsu e Gruppo Armando Testa.

Oggi è imprenditore, digital advisor, autore e investitore con 20 anni di esperienza nel mondo delle strategie di brand e marketing digitale.

Ha scritto dei libri, tra cui l’ultimo intitolato “Branding by Design” – gli otto caratteri della marca nel mondo post digitale” di cui potrete scoprire qualche dettaglio nel corso dell’articolo.

Lo abbiamo intervistato e abbiamo parlato di marca, transizione e trasformazione nel mondo digitale, tendenze del mondo digitale e molto altro.

 

Giuseppe, per iniziare, perché oggi più che mai il brand è tornato a essere così importante?

“Questa è già una domanda che ne contiene altre ventimila! La premessa che va sempre fatta non è per quale motivo oggi il brand è importante, ma per quale motivo il brand esiste: le marche esistono nella vita delle persone per ridurre il loro livello di incertezza. Il motivo per cui per gli esseri umani è fondamentale avere a che fare con gli elementi che noi chiamiamo marca è perché viviamo in un mondo estremamente complesso, ricco di alternative e di scelte.

Ci sono infatti delle statistiche molto interessanti degli Stati Uniti che indicano quanto la capacità di scelta delle persone durante il giorno sia limitata; ecco che la marca ha una funzione incredibile da questo punto di vista perché permette alle persone di navigare in un contesto di grande incertezza e in un mare dove ci sono infinite alternative e di orientare le proprie scelte.

Nel mondo in cui viviamo oggi i segnali esterni sono estremamente ricchi perché abbiamo tantissime opportunità di scelta: si dice che siamo passati da ricevere e visionare 4.000 messaggi al giorno a visionarne almeno 40.000, per cui è chiaro che la quantità di stimoli sia diventata ancora più alta e quindi il ruolo della marca, di conseguenza, sia diventato ancora più importante

Il motivo per cui oggi è più importante che in passato è dovuto al cambiamento degli strumenti che servono per creare una marca di valore.

Se la marca è il sistema che permette alle persone di ridurre il loro livello di incertezza, qual è il ruolo delle persone? Il ruolo è riuscire a creare quelle associazioni intangibili che permettono di dire “riconosco quella particolare offerta, mi piace e quindi la preferisco rispetto a un’altra”.

Prima del digitale, per costruire queste associazioni bastava guardare la televisione, ascoltare la radio o leggere il giornale, e quindi le aziende dovevano creare messaggi di comunicazione che fossero il più possibile efficaci e impattanti e veicolare quei messaggi e storie su questi canali. Oggi invece le persone utilizzano maggiormente lo smartphone, oggetto che permette di fare molto di più, come commentare, interagire e partecipare al messaggio di marca delle aziende.

Non basta più creare delle storie e metterle a disposizione delle persone, ma bisogna trovare dei modi intelligenti per far parte della vita delle persone.

Quello che infatti fanno le aziende non è più solo raccontare storie ma anche permettere alle persone e abilitare le persone a vivere la promessa di marca, non soltanto trasmettendo un racconto generico ma diffondendo qualcosa di molto più concreto.

Nonostante il fatto che negli ultimi 20 anni ci siano state delle realtà che molto di più delle marche tradizionali hanno aiutato a ridurre i livelli di certezza, come per esempio il motore d ricerca di Google o i social network, c’è ancora un enorme spazio per le marche per avere un ruolo impattante nella vita delle persone, ma solo se riusciranno a capire che ormai il loro ruolo non è più solo quello di raccontare delle storie ma far partecipare attivamente le persone”.

 

 

Quali sono gli otto caratteri della marca post digitale di cui ha parlato nel suo ultimo libro?

“L’idea segue il ragionamento di prima: le marche oggi sono ancora importanti, anche in un contesto dove c’è un utilizzo maggiore del digitale e in cui ci sono Facebook e Google che semplificano notevolmente molte attività, ma per esserlo devono trovare il loro modo per diventare parte integrante della vita delle persone.

La differenza tra il mondo che precede il digitale e quello che lo succede è che mentre prima bastava creare e raccontare una storia che impattasse la vita delle persone, adesso l’obiettivo è creare una relazione con le persone, cosa che gli strumenti digitali permettono di fare.

Un altro aspetto interessante che oggi dà un’enorme opportunità dal punto di vista della marca è puntare non più allo share of voice ma allo share of time, cioè trovare gli strumenti digitali che permettono di aumentare la quantità di tempo che le persone passano con la marca anche indipendentemente dal momento del consumo.

Prima del digitale il mondo era fatto in modo tale per cui il ruolo della marca nella vita del cliente era quello di vederlo come un consumatore e nulla di più; quindi, il motivo per cui si comunicava con esso era quello di convincerlo a consumare il prodotto, ma questo perché prima del digitale non c’erano altre opportunità per entrare io relazione con lui. Oggi invece è possibile, anche prima di cominciare a pensare il prodotto, chiedere al consumatore di che cosa ha bisogno, accompagnarlo durante l’esperienza d’acquisto e infine rafforzare la convinzione che l’offerta sia la migliore del mondo con dei i servizi post-vendita.

Il punto è che ormai non ci si focalizza soltanto sulla creazione di esperienze di valore nella fase precedente alla pubblicità, ma si cerca attraverso il digitale di creare delle relazioni di lungo periodo.

È lì che entrano in gioco i caratteri della marca.

Gli 8 caratteri della marca, quattro razionali e quattro emozionali, servono a identificare quel carattere unico, distintivo, speciale che la marca ha, per cui crea un rapporto quasi umano con le persone mediato dal digitale.

Il paradosso è che il digitale con i suoi strumenti, con la sua possibilità di tracciare le informazioni, e con la possibilità di creare delle narrazioni One to One che sembrano veramente dei dialoghi, permette di creare un rapporto più umano con i clienti.

Ci sono tanti esempi che vengono fatti con gli otto caratteri, che non vanno visti come uno alternativo all’altro, ma di fatto è come se fossero in un grande mixer in cui bisogna capire qual è la miscela unica, speciale e particolare che la marca vuole mettere in funzione.

Per esempio, uno dei caratteri è l’empatia: essere empatici vuol dire saper ascoltare e condividere la propria visione del mondo. Il digitale con l’ascolto delle conversazioni permette in tempo reale di ascoltare quello che le persone dicono della marca, di percepire quali sono i loro bisogni e sulla base di questo chiaramente di entrare nella conversazione

Un altro carattere che c’è nel libro, uno dei primi che poteva essere realizzato con il mondo del digitale, è quello personale, perché, per esempio, con il digitale si possono inviare 10 milioni di mail a tutti i clienti ma ognuna potrebbe iniziare con un “ciao” seguito dal nome della persona. Oggi è possibile personalizzare ancora di più il messaggio ma anche il prodotto, per esempio mostrando un prodotto diverso a seconda del cliente.

Un altro carattere fondamentale è l’empowering: un esempio è Nike, il quale non vende solo prodotti, abbigliamento e scarpe sportive ma per esempio ha creato un’applicazione all’interno della quale inserisce contenuti e informazioni per migliorare le proprie performance, e per scaricarla non serve una prova d’acquisto, questo perché quello che Nike vuole è una relazione di lungo periodo e il tempo che la persona condividerà con lui.

Gli otto gli 8 caratteri servono quindi proprio a capire come è possibile creare una personalità distintiva, unica e riconoscibile per la marca attraverso il digitale. Una personalità riconoscibile con cui le persone hanno voglia di passare del tempo al di là del momento del consumo”.

 

In questo periodo di continua trasformazione digitale, i brand stanno cercando di sviluppare diverse strategie di comunicazione innovative, come crede che ci si debba muovere in un contesto del genere per potersi distinguere dai competitor? Conosce qualche azienda che secondo lei sta facendo un buon lavoro?

Il digitale è diventato ormai parte integrante del nostro modo di pensare, non si può più pensare che ci siano ambiti in cui non esista il digitale.

Una delle caratteristiche del mondo post digitale è che le aziende si mischiano sempre di più, non ci sono più categorie fisse.

Questo è possibile in tutti i settori, per esempio, nel mondo dell’agenzia di comunicazione, dato che una volta c’erano le agenzie di pubblicità e le società di consulenza, oggi invece le agenzie di pubblicità fanno anche consulenza.

Anche nel mondo dello sport: Nike dovrebbe vendere scarpe, ma in realtà fa molto di più perché accompagna le persone anche in un percorso di miglioramento delle performance. Stessa cosa per quanto riguarda Apple che dovrebbe vendere semplicemente computer, strumenti che ci monitorano e ci offrono altri servizi, ma invece per i suoi messaggi di marca fa leva sulle emozioni.

In un mondo post digitale i confini tra le aziende si ridefiniscono.

Un esempio è il mondo dei social media, all’interno del quale tutti competono con tutti.

Le aziende che vogliono essere su un social devono competere non solo con i competitor diretti all’interno della propria area di riferimento, come potrebbe essere una banca con un’altra banca, ma competono con i contenuti creati da altre persone per guadagnare l’attenzione degli utenti.

Dobbiamo renderci conto che la voce delle aziende non viene più ascoltata in quanto brand, di conseguenza più interessante rispetto alle persone. Anzi, su Tik Tok, ma ormai su tutti i social, la voce delle persone è più importante rispetto alla voce dei brand.

Molte aziende, infatti, oggi fanno partecipare le persone nel loro messaggio di marca, un esempio è WeRoad: questa realtà si occupa di realizzare viaggi, ha un prodotto che di per sé piace molto, ma soprattutto ha scelto di mettere al centro del proprio messaggio di comunicazione e attività di branding non solo contenuti creati da loro, ma quelli creati dai loro clienti. Le foto che fanno gli utenti diventano gli oggetti della campagna di comunicazione fatta da WeRoad.

Il digitale può essere anche utilizzato per allargare la propria sfera di competenza, dato che secondo me nei prossimi anni avremo due tipologie di aziende: le data managed company o le data company.

Le data managed company sono le aziende che usano i dati per migliorare il proprio lavoro, quindi, tutte le aziende che riescono a recuperare i dati dei loro clienti per poi migliorare il proprio modo di lavorare e i processi operativi.

Le data company sono invece le aziende che riuscendo a capire il valore della trasformazione digitale mettono i dati al centro del proprio business.

Un esempio è Deliveroo, che non è semplicemente un’azienda che vende servizi di trasporto portando i beni e i prodotti da un punto A a un punto B, ma è un’azienda che è in grado di “vendere” ai propri clienti finali il servizio di consegna a domicilio nel modo più efficace ed efficiente possibile, cioè facendo in modo che il cliente non ordini da ristoranti troppo lontani e che il prodotto arrivi a casa in buono stato e pronto da mangiare. È una data company anche a lato ristorante perché fornisce ai ristoranti informazioni, dati e intelligence che servono ad essi per migliorare le proprie performance.

Quindi, credo che in questo momento di transizione del digitale i dati saranno al centro di ogni attività e nel futuro avremo due tipologie di aziende: le aziende che saranno in grado di ottimizzare il proprio business attraverso i dati e quelle che metteranno il dato al centro del proprio modello di business”.

 

Quali sono i trend che secondo lei stanno funzionando oggi? E quelli che vedremo in futuro?

“Ce ne sarebbero decine ma secondo me i più importanti sono due.

Una prima tendenza molto interessante è quella della transizione dai social media a social commerce.

In passato era necessario coinvolgere interessare gli utenti attraverso i social media ma oggi con essi è possibile fare molto di più: gli strumenti che social network come Facebook e Instagram mettono a disposizione sono delle vere e proprie piazze virtuali in cui oggi si può anche acquistare dei prodotti. Si parla infatti di passaggio dalla conversazione alla conversione. Questo trend è molto interessante soprattutto in Italia perché riguarda le PMI e le realtà che hanno bisogno di provare nuovi strumenti per riuscire a convertire.

Un domani si potrebbe iniziare a conversare e contattare influencer in base alla loro capacità di vendere un prodotto.

Un’altra tendenza molto importante su cui secondo me in Italia si è un po’ in ritardo è il trend del gaming; il mondo di Twitch ma soprattutto il mondo di Roblox che è secondo me un esempio molto interessante, perché per certi versi ricorda Instagram qualche anno fa, dato che anche Roblox è in grado di raccogliere una quantità molto grande di ricchezza informativa.

 

Io ho approcciato il mondo della pubblicità ormai vent’anni fa e all’epoca le persone potevano essere trovate principalmente attraverso la televisione; oggi invece le persone sono su queste piattaforme, per cui per raggiungerle è fondamentale per le aziende esservi presenti”.

Quali sono le figure professionali che oggi non possono mancare in un’azienda per poter sviluppare una brand strategy efficace?

“Riprendendo il discorso di prima, sicuramente un data manager o un data insightuna persona che si occupi di dati, capace non soltanto di raccogliere quelli che arrivano tramite il digitale ma anche tutti quelli che arrivano attraverso altri possibili touch point.

Fare branding significa occuparsi delle esperienze, e le esperienze sono la somma delle interazioni delle relazioni che hanno con le tecnologie delle marche.

Per tracciare nel modo corretto queste interazioni, c’è bisogno di qualcuno che sappia analizzare i dati e ascoltare ogni singola interazione.

Un’altra persona fondamentale è il social media manager che è una figura in evoluzione, una persona capace di utilizzare i social, fare contenuto e molto di più.

Anni fa, inoltre, in una mia agenzia avevo dato spazio a un antropologo; secondo me oggi c’è spazio per essere più creativi nei profili che inseriamo all’interno delle aziende; prima abbiamo parlato del fatto che oggi bisogna raggiungere le persone sulle piattaforme di gaming e che il loro modo di interagire con i contenuti è cambiato, credo quindi che sia fondamentale cercare di capire i loro comportamenti da un punto di vista antropologico, e per farlo abbiamo bisogno di una figura in grado di capire questi comportamenti.

Tante figure che in passato abbiamo visto poco interessanti poco rilevanti potrebbero tornare molto di moda ed essere estremamente utili, tra questi sicuramente anche l’antropologo.

Per concludere, anche il mondo delle STEM è importante.

Io faccio sempre l’esempio del dolore provocato da un dente e del medico che può fare due cose: far passare il dolore e sistemare il dente attraverso un metodo e degli strumenti oppure con un pugno in faccia.

Ecco che anche i programmatori devono avere una strategia chiara del brand e dell’azienda, per non fare solo succedere le cose ma fare in modo che le situazioni vengano risolte nel modo più sano e possibilmente indolore possibile”.

 

iBicocca