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Ambiente, società e tecnologia

Leoni da tastiera e non solo: parliamo di cyberbullismo

Facciamo chiarezza sui termini

 

Il cyberbullismo è una forma di bullismo si svolge attraverso la rete (sms, email, messaggi in community, social) con lo scopo di arginare, deridere o umiliare una persona, con offese che possono riguardare l’orientamento sessuale, razzismo, bodyshaming e altro ancora.

È importante fare una distinzione fra cyberbullismo e cybermolestia: la prima, identifica una forma di molestia che avviene fra minorenni, mentre la seconda si verifica fra adulti o fra un minorenne e un soggetto adulto.

 

Non sono Leoni da tastiera: i reati del cyberbullismo

 

Il fenomeno è vasto e ricopre più reati di quanti molti di noi si immaginano, ognuno dei quali si compone di varie sfumature.

Un elenco delle categorie con il maggior numero di vittime:

Flamming: si verifica quando un soggetto innesca una discussione violenta e volgare sulla rete. L’intento è quello di generare accanimento verso una particolare persona.

Harassment: è un tipo di molestia che consiste nel tormentare un particolare soggetto preso di mira, fino ad isolarlo o cagionargli danni psicologici, simile al bullismo “tradizionale”.

CyberStalking: sono gli atti e persecuzioni volte a far sentire sotto minaccia e non al sicuro la vittima. Intimidazioni anche di violenza fisica.

Denigration: corrisponde alla divulgazione e di notizie non veritiere inerenti alla sfera personale di un soggetto, sostanzialmente una calunnia tramite rete.

Impersonation: identifica l’appropriazione da parte del cyberbullo dell’identità di un’altra persona e mette in atto delle azioni volte a minare alla sua reputazione.

Trycy: consiste nell’ingannare la vittima per guadagnarsi la sua fiducia, fino a farsi inviare da questa ultima del materiale personale che poi utilizzerà per minacciarla o diffamarla in rete.

Happing shapping: significa diffondere video in cui un soggetto viene percosso fisicamente. Questa espressione nasce dall’inglese e la sua traduzione letterale è “schiaffo divertente”.

Doxing: è la diffusione in rete di informazioni sensibili e private di soggetti terzi.

 

La situazione in Italia

Molti pensano che il cyberbullismo sia un fenomeno passeggero e più leggero rispetto al bullismo, ma non è assolutamente così: ad oggi il 34% del bullismo si svolge in rete, dati che sono inevitabilmente destinato ad aumentare.

Con l’aumento dell’utilizzo della tecnologia chiunque può facilmente pubblicare qualsiasi contenuto, in qualsiasi momento e senza controlli. Il cyberbullismo spinge le vittime all’isolamento, alla depressione e nei casi più gravi, al tentativo di suicidio.

Riuscire ad identificare i carnefici ed intervenire, è molto difficile, proprio per la portata di utenti che si possono raggiungere su Internet.

Dai dati raccolti dall’osservatorio “Indifesa”, (l’unico mezzo a disposizione per riuscire a quantificare le vittime di cyberbullismo) nato nel 2014 per raccogliere le opinioni degli adolescenti italiani attraverso un questionario somministrato online attraverso i canali Instagram, ScuolaZoo e le scuole coinvolte nella Campagna “Indifesa”, quasi il 60% dei giovani ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo o  cyberbullismo; più del 20% è stato oggetto di cyberbullismo, di cui il 13% sono giovani donne, contro un 10% di ragazzi.

Il 30% dei casi di cyberbullismo nel nostro Paese si caratterizza da commenti a sfondo sessuale rivolti a donne.

Sei ragazzi su dieci dichiarano di sentirsi in pericolo quando navigano sul Web, temendo di subire fenomeni di cyberbullismo (in tutte le sue forme viste sopra), perdita della privacy, revenge porn e adescamento online.

Possiamo affermare con certezza che la pandemia di COVID-19 ha ulteriormente alimentato questo fenomeno: durante il Lockdown le segnalazioni di reati di bullismo online sono state sei volte maggiori rispetto alla situazione pre-pandemia (dato raccolto dalla Fondazione Carolina), e sono in continuo aumento, peggiorando le situazioni di isolamento e ansia.

 

Chi tutela le vittime?

La legge n. 71 introdotta in Italia nel 2017 ha messo in campo una serie di misure per contrastare i cyberbulli:

I genitori delle vittime con meno di 14 anni, possono rivolgere istanza al gestore dei siti internet o della pagina social, per far rimuovere e bloccare qualsiasi contenuto non autorizzato o offensivo, entro 48h dalla denuncia. Se non verranno rimossi, subentrerà il Garante della Privacy.

Il testo prevede anche una serie d’interventi a scopo educativo da svolgere all’interno delle scuole, sia per gli studenti, che per il personale scolastico: all’interno di ciascun istituto deve essere scelto un referente, che dovrà collaborare con le Forze di polizia e le altre associazioni coinvolte negli eventi; in aggiunta a una serie di misure di supporto per gli i soggetti coinvolti e l’obbligo, per il dirigente scolastico, di informare i genitori dei minori coinvolti.

Se viene presentata un’istanza in questura, nel caso in cui il cyberbullo sia compreso fra i 14 e i 18 anni, può essere applicato l’ammonimento (un richiamo verbale da parte del questore).

La scuola è il luogo in cui intervenire con provvedimenti educativi: prevenire per evitare di curare.

Rendere i ragazzi, fin dalla giovane età, consapevoli della dannosità di certi comportamenti. Educare ad un uso consapevole di internet e dei social media.

Il bullismo in rete esiste anche se non sempre si riesce ad associare un volto e un nome ai mostri da tastiera, che si nascondono dietro ad uno schermo, sfogando cattiveria e frustrazione sulle loro vittime.

Avere uno smartphone fra le mani, non significa sapere come utilizzarlo. Questo è un appello, nella speranza che i governi pongano più attenzione anche alla questione dell’Alfabetizzazione Digitale.

 

Una giornata per ricordare

Il 7 Febbraio è stata istituita la giornata nazionale del bullismo e del cyberbullismo, per ricordarci quante persone (giovani e non), ogni giorno vivono sommersi dall’odio e dalla violenza derivante dai pregiudizi.

L’invito è sempre quello di non rimanere in silenzio: denunciare è fondamentale!

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Entertainment, videogame e contenuti

Fantasanremo: il lato bello del “pubblico ludibrio” – intervista a Giacomo Piccinini

Durante la scorsa settimana si è tenuto il settantaduesimo Festival di Sanremo. Sembrava un’edizione come le altre fino a che uno dei protagonisti in gara non ha concluso la sua performance al grido di “Fantasanremo”. Per alcuni telespettatori deve essere sembrata la recitazione di una strana formula magica mentre per altri è stato solo l’inizio di un emozionante campionato che ha visto scendere in campo, o meglio sul palco, quasi 500.000 fantasquadre che si sono dimostrate pronte a tutto per conquistare la gloria.

A quasi una settimana dalla conclusione del Festival, la redazione di iBicocca ha intervistato Giacomo Piccinini, uno dei creatori del fantagioco del momento.

Come è nata l’idea?

Fantasanremo nasce da un gruppo di musicisti, tecnici, fonici, insomma lavoratori del mondo dello spettacolo, che già da tempo si riuniva ogni anno per vedere il Festival di Sanremo al bar “Corva da Papalina in una piccola cittadina del fermano, nelle Marche. Più che altro ci piace definirci come “un piccolo ma gioioso manipolo di appassionati del Festivàl” e proprio animati da questa passione nel 2019 abbiamo costituito “la Giuria Microscopica” una commissione che, dopo una serie di attentissimi ascolti dei brani in gara, era chiamata a esprimersi sugli artisti prendendo in considerazione vari aspetti delle esibizioni che spaziavano dall’esibizione canora, all’abbigliamento e ai gesti compiuti sul palco. Nel 2020, abbiamo deciso di tentare un “upgrade” di questo punto di ascolto. Da una costola della Giuria Microscopica nasce la Commissione FIF (Federazione Italiana Fantasanremo) che, per l’appunto, elabora il regolamento del Fantasanremo ossia una specie di fantacalcio a tema Festival. Il primo anno era un gioco riservato ai frequentatori del bar, in tutto avevamo una cinquantina di iscritti, ma l’anno dopo a causa del covid siamo stati costretti a sbarcare sul web. All’epoca ci sembrava un bel segnale vista la difficoltà del momento: volevamo poter continuare a sfidarci tra amici pur rimanendo ciascuno a casa propria. In pochissimo tempo, anche grazie al potere dei social, il Fantasanremo è diventato virale e dalle 50 squadre dell’anno precedente sono diventate 50 mila fino a raggiungere il record nel 2022, anno in cui il numero dei partecipanti è praticamente decuplicato.

 

E per chi non lo conoscesse, puoi dirci un po’ come funziona questo Fantasanremo?

Il meccanismo non è diverso da quello degli altri fantagiochi come ad esempio il fantacalcio. Nel nostro caso i giocatori sono gli artisti in gara all’Ariston e ciascun fantallenatore deve comprare cinque artisti con un budget massimo di 100 Baudi, moneta di fantasia dedicata a Pippo Baudo.  Le azioni svolte dall’artista, durante la performance ma anche durante tutta la settimana della rassegna musicale, fanno guadagnare (bonus) o perdere (malus) punti al fantallenatore che lo ha inserito nella propria rosa. I bonus e i malus possono essere legati sia alla prestazione musicale sia a fatti goliardici che possono accadere dipendentemente o indipendentemente dalla volontà dell’artista. Al termine della rassegna vince il fantallenatore che ha totalizzato più punti.

Vi aspettavate tutto questo coinvolgimento da parte degli artisti, sia giovani che meno giovani?

Sicuramente un po’ di coinvolgimento da parte degli artisti ce lo aspettavamo soprattutto perché già lo scorso anno 25 artisti su 26 avevano nominato il Fantasanremo durante le loro interviste e alcuni come Lo Stato Sociale, Random e Colapesce e Dimartino avevano “recitato” la parola magica direttamente in eurovisione. Quest’anno c’è stata una vera e propria esplosione del fenomeno Fantasanremo e crediamo che almeno in parte la “colpa” sia da attribuire a Gianni Morandi che è stato il primo a nominarci sul palco dell’Ariston dimostrando a tutti che era possibile rompere gli schemi e ironizzare sul festival più importante della musica italiana. Morandi ha davvero “aperto tutte le porte” giustificando e spronando la partecipazione anche da parte dei giovanissimi concorrenti.

 

Quest’anno il Festival ha fatto registrare degli ascolti da record, sentite di aver contribuito in qualche modo al suo re-branding? E come avete reagito alle critiche di chi ha accusato di aver “rovinato” il Festival della canzone italiana?

I dati diffusi confermano la straordinarietà degli ascolti oltre al fatto che, per la prima volta, è stato registrato un enorme coinvolgimento da parte dei social. Merito nostro? Questo lo lasciamo dire agli altri. Intanto però abbiamo chi sta analizzando questi dati così da conoscere, a posteriori, se effettivamente il merito è anche di Fantasanremo. Da parte nostra siamo propensi ad affermare che molto del merito va riconosciuto a Amadeus perché grazie alle sue scelte ha avvicinato i giovani alla rassegna. La sua direzione artistica ha aperto il teatro Ariston a mondi che fino a qualche anno fa erano considerati lontani dal Festival; basti pensare che i giovanissimi sono stati inseriti nella categoria dei “big” e che sono stati coinvolti stili musicali completamente diversi da quelli a cui si era abituati. In questa grande ondata di novità il Fantasanremo potrebbe aver contribuito a rendere virale il Festival, rendendolo ancora più fruibile ai giovani attraverso il coinvolgimento social.
Per quanto riguarda le critiche fortunatamente ne abbiamo lette molto poche e quasi tutte riguardanti l’invasività del Fantasanremo: a nostra “discolpa” possiamo dire che mai ci saremmo aspettati un’adesione così importante da parte degli artisti. È vero, il regolamento in generale è stato piuttosto invasivo ma questo non ha ostacolato in alcun modo lo svolgimento delle serate e anzi, ad un certo punto lo stesso Amadeus è stato al gioco tanto da spingere gli artisti a compiere ogni sorta di goliardia potesse permettere loro di portare a casa un bel bottino di punti. Però ecco, non credo che questo abbia rovinato il clima del Festival, anzi ne sono certo, infatti in conferenza stampa sia Amadeus che il direttore di Rai 1 hanno ribadito che non si stava urtando la sensibilità di qualcuno ma anzi, Fantasanremo ha rappresentato un buon pretesto per rompere gli schemi infrangendo quell’alone di chiusura e serietà che ormai da anni caratterizzavano il festival di Sanremo. Ci dispiace sapere che qualcuno ha trovato poco opportuno il nostro gioco ma abbiamo fatto tesoro della lezione e stiamo lavorando già al prossimo regolamento. Per le future edizioni faremo in modo che il tutto sia molto meno invasivo e anche molto meno dipendente dalla volontà degli artisti. Vorremmo tornare a affidarci al caso e vorremmo che tutto sia molto più criptico così che chi non partecipa al Fantasanremo nemmeno si accorgerà di ciò che sta avvenendo sul palco mentre i fantallenatori potranno “gasarsi ancora di più”.

 

Sappiamo che anche quest’anno state già preparando per il Fantaeurovision, pensate di internazionalizzare questo gioco estendendolo anche a altri paesi?

Sì, in realtà per il Fantaeurovision è già quasi tutto pronto e il sito è già multilingua dallo scorso anno. Infatti, già nel 2021 abbiamo coinvolto diversi paesi e la stessa parola “Fantaeurovision” è stata detta da diversi altri artisti partecipanti tra cui ricordo sicuramente i tedeschi e gli islandesi. Data la “storica” rivalità siamo anche rimasti piacevolmente colpiti dall’enorme partecipazione da parte del pubblico di San Marino. Siamo molto fiduciosi nel coinvolgimento delle altre nazioni anche perché, dati alla mano, il Fantasanremo è stato giocato da tutti i continenti escluso l’Antartide e questo, insieme al fatto che lo ospiteremo in Italia, ci fa sperare in una sempre maggiore visibilità che si tradurrà per tutti in un maggiore divertimento.

 

Avete programmi per il futuro? Pensate di estendere questo modello di “fantasy play” anche ad altri eventi?

Il nostro progetto per il futuro è non avere progetti per il futuro. Per ora posso solo dire che continueremo a giocare a vita al Fantasanremo e al Fantaeurovision. Non ci poniamo limiti ma ci interessa continuare a divertire e a divertirci. Tuttavia, arrivati a questo punto è doveroso tenere conto di quanto del nostro tempo dobbiamo dedicare all’organizzazione della macchina del Fantasanremo: noi siamo musicisti e la nostra grande speranza è quella di tornare a fare anche il nostro lavoro che purtroppo attualmente non possiamo fare regolarmente a causa covid. Quindi tra gli auguri che rivolgiamo a noi stessi c’è anche quello di avere poco tempo per creare altri fantagiochi perché saremo tornati a svolgere a pieno il nostro impiego principale.

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Ambiente, società e tecnologia

Rifugiato climatico – o lo status che non c’è

Lo scorso 9 agosto è stato diffuso dall’IPCC il documento “Climate Change 2021: The Physical Science Basis”. Tra i primi grafici che hanno accompagnato la sua presentazione ne è stato mostrato uno che illustra come la temperatura media globale del pianeta, nel decennio 2011-2020, sia stata di 1.09°C superiore a quella del periodo 1850-1900, con un riscaldamento più accentuato sulle terre emerse rispetto all’oceano. Il trend di ascesa delle temperature sembra ormai inarrestabile e presto sarà necessario fare i conti con le conseguenze ambientali, economiche e sociali che ne derivano. Tra queste ve ne è una ancora poco discussa: la migrazione climatica.

Le migrazioni climatiche del futuro

Ma cosa spinge i migranti climatici a lasciare i propri luoghi di origine? In realtà non vi è una sola motivazione, ma si ha a che fare con una concomitanza di diversi fattori: l’aumento della siccità, la diminuzione della produttività agricola e l’innalzamento del livello del mare. Quella appena fatta è un’elencazione, forse, striminzita ma dalla quale emerge con chiara evidenza e altrettanta drammaticità un fattore non immediatamente percepibile dalle narrazioni sulle ragioni dell’immigrazione, vale a dire come le variazioni climatiche impattino, attraverso l’influenza sui mezzi di sussistenza e sulla vivibilità dei luoghi, sulla migrazione delle popolazioni.

Secondo il quotidiano La Repubblica, degli 80 milioni di profughi del mondo, circa 25 sono migranti climatici mentre, secondo l’ultimo rapporto Groundswell della Banca mondiale, sono oltre 216 milioni le persone che potrebbero spostarsi all’interno dei loro paesi entro il 2050 in sei diverse regioni del mondo.

In particolare, i dati forniti dalle loro proiezioni parlerebbero di:

  • 86 milioni di migranti climatici interni per quel che riguarda l’Africa subsahariana
  • 49 milioni per la regione dell’Asia orientale e del Pacifico
  • 40 milioni per l’Asia meridionale
  • 19 milioni per il Nord Africa
  • 17 milioni per l’America Latina
  • 5 milioni per l’Europa orientale e Asia centrale.

Secondo gli esperti, i flussi migratori aumenteranno in maniera più o meno costante ancora per qualche decennio per poi accelerare rapidamente nella seconda metà del secolo. Sebbene i numeri parlino chiaramente di un problema che prima di tutto si presenta all’interno dei paesi che subiscono il cambiamento climatico, anziché all’interno di quelli che ne sono stati storicamente paesi che spesso, in maniera del tutto discutibile, continuano a tapparsi gli occhi innanzi all’evidenza.

Il diritto su carta

Con queste premesse non sembra azzardato affermare che le enormi cifre di cui parlano gli esperti sono un importante campanello di allarme che non può essere ignorato; è necessario iniziare a lavorare fin da ora a un piano sociale, politico e soprattutto normativo per non arrivare impreparati al 2050. Un primo passo potrebbe essere fatto proprio sul piano politico con la concessione dello status di rifugiati per i migranti climatici.

La concezione di rifugiato (o di titolare di diritto d’asilo), il cui riconoscimento di stato garantisce un’elevata tutela all’individuo in quanto obbliga lo Stato destinatario della migrazione ad accogliere il rifugiato e a tutelarne la salute, è stata pensata all’indomani della II Seconda guerra mondiale e, nel tempo, ha subito delle significative evoluzioni.

Secondo la Convenzione di Ginevra, va riconosciuto lo status di rifugiato a ogni persona che si sta avvalendo della protezione di un Paese diverso da quello di origine perché, in questo, ritiene di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale o per le sue opinioni politiche. La definizione fu poi sostanzialmente confermata nel Protocollo delle Nazioni Unite relativo ai rifugiati del 1967, ampliata, nel 1969, a quelli che sono costretti a lasciare il luogo di residenza abituale a causa di aggressioni esterne, occupazione militare, invasione straniera o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico, e quindi, nel 1984 (delineando un concetto che sarà fatto proprio, a partire dal 2011, dallo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR), a chi, trovandosi fuori dal proprio paese, non può farvi ritorno a causa di minacce gravi e indiscriminate alla vita, all’integrità fisica o alla libertà derivanti da violenze generalizzate o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.

Il fatto che sia difficile ricomprendere sotto questa definizione i migranti climatici, non può destare sorpresa, essendo le cause della migrazione sempre imputate a condotte umane, piuttosto che a eventi naturali.

Sessant’anni dopo la conclusione dalla Seconda guerra mondiale, però, i motivi che spingono le persone a migrare sono cambiati radicalmente e, per far fonte alle nuove esigenze, nel 2004, l’Europa ha introdotto la direttiva n. 2004/83/CE in materia di protezione internazionale. Per la prima volta si parla di protezione sussidiaria, che si va quindi ad aggiungere all’ipotesi di rifugiato, ampliando le possibilità di tutela per i migranti “umanitari”. Infatti, la protezione sussidiaria non riguarda più solamente le situazioni di persecuzione individuale riconosciute meritevoli del diritto d’asilo, ma opera a protezione del cittadino straniero nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno e che dunque non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese. Un’ipotesi, come detto, formulata in maniera più ampia, più elastica, più onnicomprensiva degli specifici casi previsti dal diritto internazionale.

A una prima lettura, dunque, si potrebbe pensare che questo principio possa tutelare anche i migranti climatici, ma non è così. Infatti, con “un rischio effettivo di subire un grave danno” si intende: la condanna a morte; la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine e la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Alla luce di ciò si deve concludere che il migrante climatico sia destinato a rimanere ancora fuori della porta.

Uno spiraglio sarebbe potuto essere quello del concetto di “protezione umanitaria” che in Italia si è aggiunto allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria di derivazione internazionale e europea, fino al 2018. La protezione umanitaria fu introdotta con la legge Turco Napolitano e prevedeva che il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno non potessero essere adottati, pur non sussistendo i presupposti dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, se ricorrevano «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano». Poteva, forse, questo bastare a tutelare i migranti climatici? Non precisamente. Ma c’è da rilevare che la dicitura “seri motivi di carattere umanitario”, non facendo riferimento a accadimenti specifici, ben si prestava a una flessibile interpretazione in grado di adattarsi a diverse circostanze.

Il diritto nelle corti

Sebbene i dati visti prima dimostrino la necessità di agire velocemente, la legge scritta presenta ancora una forte reticenza nello scegliere se e quale debba essere la protezione da accordare ai migranti climatici. Fortunatamente diversa (ma non troppo) è l’atmosfera presente nelle corti, dove i giudici sembrerebbero inclini all’elastica interpretazione della normativa a favore di una apertura verso il riconoscimento dello status di migrante ambientale.

Tali affermazioni sono sostenute da ben tre pronunce della giurisprudenza internazionale e italiana. Il primo è noto come “caso Teitiota” e riconducibile alla sentenza 2728/2016, in cui per la prima volta il Comitato Onu ha riconosciuto, a un migrante climatico, il diritto a non essere respinto. Sebbene non vi sia una vera e propria affermazione dello status di rifugiato climatico, viene comunque riconosciuta al migrante una forma di protezione che, per quanto non totalmente definita, ne impedisce comunque il rimpatrio.

In un contesto simile si inserisce il secondo caso, ossia quello riguardante la richiesta di protezione umanitaria fatta all’Italia da un cittadino nigeriano (oggetto della sentenza della Corte di Cassazione n. 5022/2021). Sebbene le corti inferiori avessero negato tale richiesta, la Corte di Cassazione ha successivamente stabilito che la terra di origine del richiedente protezione versasse in una grave condizione di dissesto ambientale, tanto da poter addirittura riconoscere una compromissione del diritto alla vita e ad un’esistenza dignitosa. Proprio quest’ultima motivazione permette al richiedente di vedersi riconosciuta la concessione della protezione umanitaria, garantendo, per la prima volta in Italia, un primordio di protezione a un migrante climatico. Purtroppo, almeno per ora, questa vicenda sembrerebbe destinata a restare un unicum essendo legata alla definizione di protezione umanitaria che dal 2018 non esiste più, essendo stata abolita – o meglio, frammentata – dalle scelte di politica legislativa del tempo.

Un germoglio di speranza, però, sembra venire dalla più recente sentenza n. 25094/2021, sempre della Corte di Cassazione. In questo caso, a richiedere la protezione umanitaria è un cittadino bengalese che aveva perso precedentemente la propria abitazione a causa di un’inondazione. La sentenza si conclude con il respingimento della richiesta in quanto la corte ha decretato che non vi erano gli estremi per garantire l’accoglienza in Italia al richiedente, ma l’importanza, e la singolarità della vicenda giuridica, risiede nel fatto che per la prima (e per ora ancora unica) volta viene utilizzato il terminerifugiato ambientale” per riferirsi a qualcuno che ha dovuto abbandonare la propria terra a causa delle conseguenze del cambiamento climatico. I più fiduciosi guardano all’impiego di questa terminologia come a un timido riconoscimento giuridico di questa figura.

 

Migranti climatici: gli invisibili del diritto

Sicuramente, nell’immediato, è difficile immaginare un arginamento delle migrazioni ambientali, visto che lo sconvolgimento dei sistemi climatici è a un punto di non ritorno e non si riuscirebbe a cambiarne la rotta neppure se si entrasse in azione a partire già da domani mattina. Se a ciò si aggiunge la lentezza con cui si evolvono le fonti del diritto, il rischio è quello di lasciare, entro il 2050, milioni di persone senza alcun tipo di protezione, né materiale né normativa. Proprio per questo, alcuni studenti dell’università di Milano-Bicocca hanno deciso di alzare la voce e lo hanno fatto lanciando una petizione affinché “la normativa italiana venga modificata, andando a concedere lo stato di rifugiato anche ai migranti climatici al fine di garantire loro fin da subito la speranza per un futuro più sicuro e dignitoso”.

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Dietro al caso Amazon Smile: pochi sorrisi e tanta strategia?

Lo scorso Dicembre 2021 il Washington post pubblica la notizia secondo cui Amazon, la più grande Internet Company del Mondo, avrebbe finanziato economicamente gruppi No-Vax.

Per chi non lo sapesse, questa azienda possiede il primo e maggiore Internet market place del mondo. Come?

 

Tramite il programma “Amazon Smile”, lanciato dal fondatore dell’azienda Jeff Bezos, che concede la possibilità agli acquirenti che effettuano gli ordini online sulla piattaforma, di donare lo 0,5% della loro spesa ad alcune organizzazioni No-profit, affiliate a questa iniziativa.

La procedura con cui si fa questa operazione è la medesima di un login tradizionale, l’unica differenza consiste nel portale di accesso, che è smile.amazon e non amazon.com; dopo aver scelto l’ente a cui donare ed effettuato l’acquisto, è Amazon ad effettuare in automatico la donazione.

Gli enti fra cui poter scegliere e a cui devolvere le donazioni sono più di un milione, “Heifer international”, “Austin pets alive” e molte altre, che vanno dall’occuparsi di animali abbandonati ad altre cause umanitarie come l’aiuto ai bambini in difficoltà.

In questo lungo elenco sono emersi anche nomi sospetti, come il “National Vaccine Information Center”, centro fondato nel 1982, diventato famoso per le sue campagne di disinformazione e fake news relative a malattie che alcuni bambini avrebbero contratto in seguito somministrazioni di vaccini (ad esempio quando collegarono il vaccino della pertosse a casi di autismo, anche dove non vi era nessun legame patologico o scientifico).

I soldi donati a queste organizzazioni, che si aggirerebbero fra i 40 e 60 mila dollari (cifre contenute) andrebbero ad arricchire il portafoglio di attività e siti produttori di fake information.

È importante sottolineare il fatto che sulla piattaforma Amazon sono presenti libri che incitano alla cultura No-Vax / No-Green Pass e altro merchandising simile, acquistabile dai più giovani (facilmente influenzabili).

 

La linea sottile fra beneficienza e greenwashing

 

Amazon Smile nasce nel 2013 per volontà di Jeff Bezos, con l’intento di unire lo shopping alla donazione e dare una svolta “verde” e sostenibile all’azienda, pur continuando ad essere la rappresentazione vivente di una società sempre più consumistica.

È davvero etico tutto questo?  Se ripensiamo agli infiniti scandali legati alle condizioni di lavoro massacranti a cui sono sottoposti i dipendenti di qualsiasi logistica Amazon del mondo, costretti a turni e orari di lavoro prolungati soprattutto durante i periodi di Natale o altre festività.

È lecito chiedersi se dietro al progetto Amazon Smile non vi sia solo l’ennesimo tentativo dell’azienda di “ripulire” l’immagine che di morale ha ben poco.

 

 

La risposta che “non risponde”

 

Da quanto riportato da più quotidiani, gli uffici legali e di pubbliche relazioni della multinazionale, hanno risposto confermando l’impegno di Amazon nella diffusione di intense campagne vaccinali interne, rivolte ai dipendenti; per quanto riguarda gli altri interrogativi l’azienda ha preferito astenersi dal prendere posizione contro gruppi No- Vax o altre frange estremiste.

Questa risposta non ha sicuramente reso meno fumosa la questione o i dubbi di molti consumatori, stanchi di sentirsi ingannati.

Inoltre, l’altra domanda che sorge spontanea è: perché in Italia non è ancora presente questa iniziativa?

 

I quesiti rimangono

 

I reali motivi di questo supporto rimangono ancora un’incognita.

Potremmo ipotizzare che siano legati ad una strategia di visibilità e fidelizzazione di alcuni gruppi numerosi, ad esempio le community No- VaX negli USA.

Sono tutte domande alla quale solo i diretti interessati possono rispondere, anche se sappiamo che per diplomazia, le grandi multinazionali evitano di parlare pubblicamente di argomenti scomodi o di mettersi in situazioni scomode che potrebbero compromettere la loro immagine e di conseguenza le vendite.

Dietro a questi comportamenti si cela della strategia di Marketing o la voglia di lasciare libertà di espressione a tutti, essendo Amazon l’immagine di una Nazione democratica e libera come l’America?

Ancora, Governi dovrebbero intervenire punendo e chiedendo maggior sensibilità da parte di questi colossi dell’industria, su certi temi?

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Ambiente, società e tecnologia

Piante pronte al decollo: che cos’è l’astrobotanica

Ricordate la scena in cui Mark Watney, personaggio protagonista del film “Sopravvissuto: The Martian”, scopre che la piccola serra in cui era riuscito a coltivare patate sul suolo del pianeta rosso è stata distrutta a causa di un incidente? Lo scenario evocato è senza dubbio fantascientifico, ma fenomeni e problemi non molto diversi vengono studiati oggi grazie a una particolare branca delle scienze della vita: l’astrobotanica. Grazie a contributi interdisciplinari provenienti dalla fisica, dall’ingegneria, dalla biologia e dalle biotecnologie, l’astrobotanica studia il modo in cui le piante crescono nell’ambiente apparentemente inospitale delle stazioni spaziali o in contesti che simulino le condizioni spaziali. I risultati degli esperimenti che sono stati condotti e sono in corso potrebbero portare in futuro ad un punto di svolta nell’approvvigionamento alimentare per gli astronauti, ma anche a informazioni e modelli utili per migliorare l’agricoltura terrestre.

 

“Houston, abbiamo un problema”: difficoltà e stress ambientali per le coltivazioni spaziali

 

Riuscire a coltivare molte specie vegetali permetterebbe non solo di avere ciclicamente a disposizione alimenti freschi durante viaggi spaziali molto lunghi, ma non solo. Questo sarebbe uno dei molti vantaggi derivanti dal miglioramento tecnologico di quelli che vengono definiti sistemi biorigenerativi, in cui le risorse necessarie alla vita di tutti gli organismi presenti, come ossigeno e acqua, possono essere prodotte all’interno del sistema stesso.

Le difficoltà nell’implementazione delle piante in questi sistemi non mancano: la microgravità, che secondo l’enciclopedia Treccani è la “condizione particolare nella quale un corpo è soggetto a un campo gravitazionale di basso valore”, rende complessa l’irrigazione con l’acqua, distorce l’orientamento che le radici avrebbero normalmente sulla Terra e modifica, spesso danneggiandoli, anche altri tessuti della pianta; inoltre, un’altra criticità sono le radiazioni ionizzanti, a cui le piante sono maggiormente esposte su una stazione spaziale e possono causare mutazioni dannose. Gli esperimenti nel campo dell’astrobotanica hanno come obiettivi sia il tentativo di arginare gli effetti indesiderati che possono derivare da esse, sia il loro sfruttamento per selezionare piante con caratteristiche diverse da quelle che avrebbero potuto sviluppare sulla Terra.

 

Quali esperimenti si stanno conducendo in astrobotanica?

Uno degli ultimi studi tuttora in fase di revisione è stato denominato “TICTOC”: iniziato il 3 giugno 2021 e promosso dalla ISS grazie alla ISS Cotton Sustainability Challenge, ha visto come protagonisti alcune piantine di cotone, un gene (AVP1) e la microgravità. Alcuni semi di cotone, geneticamente modificati e non, sono stati lanciati nello spazio e fatti crescere in piccole camere controllate e dotate di uno speciale substrato per la crescita dei semi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. L’obiettivo degli scienziati è quello di scoprire come le radici delle piantine di cotone geneticamente modificate rispondano in modo differente alla microgravità, e se addirittura questa possa far sì che gli effetti positivi del gene AVP1 sulla resistenza delle piantine (già sperimentati sulla Terra) siano ancora più vantaggiosi. Come emerge dalle stesse parole di Simon Gilroy, botanico a capo del gruppo di scienziati che si è dedicato al progetto, i risultati dello studio potrebbero essere utili per comprendere come migliorare le specie e le tecniche utilizzate per la produzione del cotone sul nostro pianeta.

L’astrobotanica è un campo in evoluzione, che probabilmente non ha ancora potuto esprimere tutte le sue potenzialità: non solo come fonte di ispirazione per narrazioni fantascientifiche coinvolgenti, ma soprattutto come contributo sia all’esplorazione spaziale sia alla vita sulla Terra.

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Economia, StartUp e Fintech

Decentraland: il nuovo mondo degli immobili

D’ora in avanti sarà possibile possedere non soltanto immobili reali: infatti, con l’avvento degli NFT, della tecnologia blockchain e del metaverso, si potranno acquistare e detenere anche immobili virtuali, con tutte le implicazioni introdotte da queste nuove tecnologie, che hanno rivoluzionato i concetti di proprietà e sicurezza. Su questi presupposti si basa l’attività svolta da Decentraland, un servizio online nato nel 2015 per la compravendita di immobili virtuali, che permette di acquistare la proprietà di uno o più terreni tramite la criptovaluta concepita appositamente per la piattaforma: i MANA.

Il funzionamento del sistema

A differenza di precedenti sistemi di compravendita online, la piattaforma di Decentraland è sviluppata tramite la blockchain di Ethereum, che utilizza i cosiddetti “smart contract”, strumenti che certificano in modo inequivocabile la proprietà dei terreni (detti LAND): essi vengono stipulati in modo automatico e senza l’intervento di intermediari, assicurando una maggiore privacy e sicurezza delle informazioni che coinvolgono le parti. Ogni terreno senza proprietario è acquistabile allo stesso prezzo, mentre per gli altri terreni è possibile negoziare prezzi differenti, andando a creare un mercato secondario. Tuttavia, ciò che differenzia veramente questo servizio è la libertà d’azione su ciascun terreno, sui quali è possibile dare vita a nuovi contenuti e idee come, ad esempio, videogiochi, eventi e beni da poter rivendere all’interno del gioco.

Una crescita esponenziale: i MANA

Con una capitalizzazione di mercato di più di 4,5 miliardi di euro la criptovaluta usata nella piattaforma ha avuto un enorme incremento di valore nell’ultimo anno: a far crescere il prezzo non è stato soltanto l’acquisto dei LAND, ma anche tutta l’economia creata all’interno del mondo tramite la compravendita di beni e servizi. Le previsioni di prezzo per i prossimi cinque anni sono tutte rialziste: la fiducia è data non solo dalle plusvalenze derivanti dai terreni virtuali, ma anche dalle diverse opportunità di business che gli utenti potranno sfruttare in futuro.

Le collaborazioni di Decentraland

A dimostrazione delle grandi potenzialità di guadagno legate al mercato immobiliare virtuale, varie multinazionali come Samsung, Adidas e Nike si sono mosse sul metaverso, addentrandosi in un ecosistema vivo e in continua evoluzione. Per quanto riguarda Decentraland, Samsung ha aperto una versione digitale del suo store di Manhattan, permettendo agli utenti di accedere, per un periodo limitato, ad attività interattive al fine di ottenere alcuni NFT gratuitamente; si aggiunge, inoltre, la Virtual Metaverse Fashion Week, l’evento che coinvolge brand della moda di portata internazionale che si terrà per la prima volta online, a prova del fatto che questo settore è tra i più coinvolti dalle recenti innovazioni. Anche Tennis Australia ha stretto un accordo con Decentraland per gli Australian Open: verranno ricreati i luoghi più importanti dell’evento e saranno aggiunti contenuti esclusivi e interattivi per gli utenti. È inoltre stato siglato un accordo con lo Stato delle Barbados per la creazione di un’ambasciata nella piattaforma, che permetterà agli utenti di ottenere visti virtuali e passare liberamente da un metaverso ad un altro: questo sviluppo segue le decisioni prese dal governo di El Salvador non troppo tempo fa in merito ai Bitcoin, andando ad alimentare il dibattito sul legame tra politica e tecnologia.

 

Applicazioni future: la realtà virtuale

In un ecosistema dove il confine tra reale e finzione è sempre più labile, nuove tecnologie renderanno l’esperienza nel metaverso più immersiva e coinvolgente: ne è una dimostrazione lo sviluppo della piattaforma in VR (Virtual Reality), che verrà mostrata al pubblico nell’estate di quest’anno. La realtà virtuale è un progetto finanziato dalla DAO di Decentraland, l’organizzazione decentralizzata e autonoma con funzioni amministrative che viene gestita direttamente dagli utenti, la cui volontà è determinante per le decisioni sul futuro della piattaforma.

Un fenomeno molto più ampio

Quella di Decentraland non è una realtà isolata: la fiducia del mercato ha portato alla crescita di altri progetti, tra cui The Sandbox, il principale concorrente, che propone lo stesso tipo di servizi ma con diversa strategia e finanziatori; benché sia qualche passo indietro nello sviluppo rispetto al concorrente, anche questa piattaforma mostra le potenzialità per un largo utilizzo futuro da parte degli utenti.

Il mercato immobiliare nel metaverso è ormai diventato un fenomeno di ampia portata che si trova ancora all’inizio della sua crescita: nello specifico, per le aziende rappresenta un’opportunità per raggiungere un pubblico più ampio, fidelizzare gli utenti e aumentare le vendite, attraverso attività interattive e di intrattenimento, dopo il calo dovuto alla pandemia.

Dal punto di vista degli utenti, invece, vi è la possibilità di accedere ad un mondo vivo e in continua creazione, potendo loro stessi creare ogni genere di contenuto immaginabile ed esprimere la propria volontà su questioni relative alla piattaforma. Tutti questi elementi rendono Decentraland qualcosa di più di un videogioco o di un qualsiasi altro servizio simile precedentemente creato.

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Marketing & Social Media

Instagram introduce gli abbonamenti a pagamento

Ad alcuni creator è stata data la possibilità di offrire un abbonamento mensile ai follower più affezionati, condividendo contenuti esclusivi a pagamento.

 

Se ne parlava da diverso tempo, e sembra che ora sia diventato realtà: Instagram introdurrà la possibilità di far pagare i contenuti dei creator ai follower.

A dirlo è Adam Mosseri, capo di Instagram dal 2018, il quale ha annunciato su Twitter che l’avvio della nuova funzionalità “Subscriptions” permetterà ai creatori di contenuti di monetizzare il loro lavoro e di avere un rapporto più stretto con i follower attraverso delle esperienze esclusive: potranno condividere dirette e storie a un pubblico selezionato, che sarà contraddistinto da un badge.

 

Per il momento, questa fase test è stata riservata a dieci creator statunitensi l’attore e influencer @alanchikinchow; l’astrologa @alizakelly; la coach spirituale @bunnymichael; il creator @donalleniii;  il creator @elliottnorris; il ginnasta @jackjerry, l’atleta olimpica @jordanchiles;  la ballerina, attrice e modella @kelseylynncook; l’XR (realtà estesa), il creator @lonnieiiv, la cestista @sedona._.

Ognuno potrà scegliere a quale prezzo offrire l’abbonamento in un range da $0.99 a $99.99 ($0.99, $1.99, $2.99, $4.99, $9.99, $19.99, $49.99 o $99.99): gli utenti potranno accedere a dirette e storie a loro riservate, riconoscibili grazie a una cornice viola, e i creatori di contenuti potranno interagire con loro in maniera diretta perché gli abbonati saranno contrassegnati da un badge viola accanto al loro nickname.

 

Mosseri ha affermato che “i creator fanno quello che fanno per lavoro, ed è importante che i loro guadagni siano prevedibili. Gli abbonamenti sono il modo migliore per averli”, al contrario di quanto avviene ora in cui i guadagni sono legati ai risultati dei singoli contenuti pubblicati, che per loro natura sono instabili. Secondo Tech Crunch, Instagram fino al 2023 non tratterrà alcuna percentuale su questi guadagni: ma sarà sempre così?

Nell’attesa, siamo curiosi di vedere se anche nel resto del mondo risponderà positivamente a questa nuova feature.

 

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Ambiente, società e tecnologia

Viaggiare digitale in giro per il mondo: Miravilius, la Netflix dei viaggi

Il settore turistico, tra i più colpiti dalla crisi derivante dalla pandemia da Coronavirus, ha dovuto rimodulare e reinventare le proprie attività per fronteggiare le complessità del nuovo contesto, caratterizzato dalla notevole difficoltà nella pianificazione di viaggi e vacanze in Italia e all’estero.

Tra gli operatori, sfruttando le opportunità offerte dalla tecnologia, c’è chi ha adattato la propria offerta e chi ha, invece, realizzato una nuova idea imprenditoriale.

È il caso di Miravilius, startup italiana nata nel maggio del 2020, che, utilizzando la piattaforma di Live streaming Zoom permette di viaggiare digitalmente da un capo all’altro del pianeta stando seduti comodamente sul proprio divano di casa.

Infatti, acquistando un Live Tour singolo o un abbonamento in stile Netflix da sette, trenta o novanta giorni, ci si collega in diretta con una delle oltre 150 guide turistiche certificate così da farsi accompagnare alla scoperta di una delle oltre 100 destinazioni sparse in giro per il mondo: magari per passeggiare tra i grattacieli di Manhattan o nella splendida Piazza Rossa di Mosca, lungo le Rambla di Barcellona, nella modernissima Tokyo, tra le splendide città d’arte italiane o, ancora, nelle mete meno conosciute e fuori dai tradizionali circuiti turistici.

Tra gli obiettivi di Miravilius, nata con l’intento di supportare e dare linfa al comparto turistico, c’è l’offrire un’ulteriore opportunità lavorativa alle guide turistiche coinvolte e la volontà di rendere il viaggio accessibile a tutti, per esempio agli anziani e alle persone che hanno difficoltà a muoversi liberamente.

C’è un aspetto legato all’utilizzo dei Live Tour a scopi educativi e didattici, come strumenti di conoscenza storica e culturale dei luoghi visitati e mezzi utili per allenare l’ascolto di una lingua straniera.

Sebbene nati come alternativa ai viaggi tradizionale, i Live Tour si candidano quindi a diventare nel prossimo futuro un utile mezzo di pianificazione e d’ispirazione per i propri viaggi e vacanze. In generale, la diffusione e l’utilizzo dello streaming, nelle strategie di sviluppo territoriale, nell’organizzazione di fiere ed eventi e nel settore alberghiero, come strumento di diffusione, valorizzazione e attrazione, oltre a rafforzare il binomio tra il turismo e le esperienze digitali, non più esigenza ma opportunità, conferma il legame sempre più stretto e inscindibile tra comparto turistico e trasformazione digitale.

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Marketing & Social Media

Instagram fa marcia indietro: nel 2022 potrebbe essere ripristinato il feed cronologico

Adam Mosseri, a capo di Instagram dal 2018, l’8 dicembre 2021 ha dichiarato al Congresso che nei prossimi mesi verranno apportate significative modifiche al feed degli utenti, in modo da migliorare la loro esperienza: si potranno scegliere dei profili “Preferiti” e la visualizzazione in ordine cronologico dei contenuti.

Com’era prima e com’è adesso: il cambiamento dell’algoritmo di Instagram

È dal 2016 che il feed di Instagram non è più in ordine cronologico, ma basato sull’engagement, favorendo così la visualizzazione di contenuti che più probabilmente attireranno la nostra attenzione. La tipologia di contenuti da proporre, l’algoritmo lo stabilisce in base alle reazioni degli utenti che ci hanno preceduto (quanti commenti, mi piace e salvataggi sono stati effettuati) e favorendo i profili con cui interagiamo maggiormente. Secondo alcuni studiosi questo ha favorito la viralità di contenuti polarizzanti, violenti e fake news.

Il dirigente è intervenuto a seguito dell’inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal in cui la società Meta è stata accusata di negligenza verso la salute mentale degli adolescenti: in particolare, fra i documenti consegnati dall’ex dipendente Frances Haugen, una nota interna sosteneva che il feed engagement-based, servisse ad aumentare il tempo trascorso dagli utenti sull’applicazione.

Nel corso dell’audizione presso il Congresso, Mosseri ha rivelato sia la novità riguardo il feed, sia le azioni promosse da Meta per salvaguardare i più giovani, come strumenti di controllo parentale e l’essere “più rigorosi su ciò che consigliamo agli adolescenti nella ricerca, esplora, hashtag e account suggeriti”: un grande cambio di direzione, considerando che sul blog aziendale era stato pubblicato lo scorso giugno un articolo per cui, secondo Mosseri, il feed in ordine cronologico “rende impossibile per la maggior parte delle persone vedere tutto, figuriamoci quello che interessa loro davvero”.

Tuttavia, non sarà un vero e proprio ritorno al passato. Come dichiarato dall’account Twitter “Instagram Comms”, ovvero il profilo ufficiale per le pubbliche relazioni di Instagram, non ci sarà un cambiamento obbligatorio per tutti gli utenti, bensì sarà data la possibilità di scegliere dei profili “Preferiti” che avranno la priorità rispetto gli altri, visualizzati in ordine cronologico, in modo da dare il controllo alla singola persona su quella che è la sua esperienza sul social network.

Non ci resta che aspettare i primi mesi del 2022 per scoprire quali novità ci riserverà Instagram.

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Economia, StartUp e Fintech

Doughnut economics: istruzioni per immaginare una “dolce” era post pandemica

Da qualche anno a questa parte i temi della sostenibilità hanno conquistato le luci della ribalta tanto da permeare completamente le nostre vite e influenzarci anche nelle scelte quotidiane. Una delle tematiche più discusse è senz’altro l’economia circolare. E se la circolarità non bastasse più? Affinché sia possibile, per la nostra specie, continuare ad abitare la terra è necessario un modello che non solo sia circolare ma che si sviluppi all’interno di due limiti: una base sociale e un tetto ambientale. Fortunatamente, questo modello esiste già ed è chiamato: economia della ciambella (“Doughnut economics”).

 

I modelli precedenti

 

Era il 1966, quando fu mossa la prima grande critica agli allora “moderni” modelli di consumo. A puntare il dito contro di essi fu l’economista Kenneth E. Boulding che, nel suo articolo “The Economics of the Coming Spaceship Earth, mostrò come l’economia lineare fosse ormai obsoleta e che per sostenere la crescita di un mondo sempre più volto al consumo sarebbe stato necessario un sistema economico in grado di rigenerarsi da solo garantendo la sua sostenibilità nel lungo e nel lunghissimo periodo.  Da allora, il paradigma di “economia circolare” ridisegnò, almeno idealmente, sia il modo di produrre sia quello di consumare. Eppure la nuova visione continuava a ignorare gli aspetti etici indissolubilmente legati al contesto economico.

Ad accorgersi di ciò prima di tutti gli altri è stata Kate Raworth, economista inglese che lavora per l’Università di Oxford, la quale, dopo decenni passati a studiare e analizzare – quella che lei stessa nel libro “Economia della ciambella” definisce – “una teoria economica frustrante” basata su “strane supposizioni circa il funzionamento del mondo”, ha proposto un nuovo modello che sarà in grado di “raggiungere lo sviluppo senza apportare danni alla Terra”. L’idea di fondo è che l’economia del XXI secolo non possa più essere volta solamente alla crescita ma debba essere capace di garantire la prosperità e per farlo, secondo questa impostazione economica, non basta più apportare qualche modifica ai modelli attuali ma occorre ridisegnarli, perché, per usare le parole di B. Fuller, inventore, architetto, designer, filosofo e scrittore statunitense, “Non puoi cambiare le cose contrastando la realtà esistente. Per cambiare qualcosa prepara un nuovo modello che renda obsoleti quelli esistenti”.

 

L’economia della ciambella

 

Il paradigma che si afferma con la “Doughnut economics”, pur non abbandonando la visione circolare, si sviluppa all’interno di due confini: quello interno relativo alle dimensioni sociali e quello esterno relativo ai limiti ambientali. Tra questi due si estende un’area all’interno della quale lo sviluppo può essere categorizzato come equo e sicuro per l’umanità.

Secondo l’autrice, un’economia, per rimanere all’interno del primo limite, dovrebbe garantire a tutte le persone la disponibilità delle risorse di base (cibo, acqua, assistenza sanitaria ed energia) in modo tale che i diritti umani vengano pienamente rispettati. Lo spazio compreso al di sotto di questo confine è quello in cui si sviluppano le condizioni per la privazione umana e, non a caso, graficamente è rappresentato dal buco della ciambella. Allo stesso tempo, l’economia per essere realmente sostenibile, non dovrebbe mai valicare il confine esterno del grafico, in quanto questa incursione produrrebbe gravi stress ai processi naturali della Terra causando, ad esempio, cambiamento climatico, acidificazione degli oceani e perdita di biodiversità. In pratica, la dimensione ambientale forma un confine esterno, superato il quale si realizzano le condizioni di degrado del Pianeta.

 

Vivere nella ciambella

 

Per quanto ancora poco noto, il concetto dell’economia della ciambella è solo relativamente giovane. Infatti, era la fine del 2011 quando fu presentò per la prima volta alla sede ONU di New York, ma solo nel 2020 questa nuova visione ha conquistato una certa popolarità. La nuova ondata di fama è arrivata grazie al vicesindaco di Amsterdam, Marieke van Doorninck, che ha annunciato che la ripartenza della città dei fiori nel post coronavirus avrebbe avuto “il marchio di una ciambella, cucinata ad Oxford”.

La visione ottimistica della “Doughnut economics” si staglia come un luminoso faro nella notte di questi periodi incerti, già preceduti da anni pieni di noncuranza sociale e ambientale nei quali, a lungo si è creduto, di poter crescere infinitamente in luogo che offre solo risorse limitate. Per quanto siano negative le previsioni per il futuro, esiste fortunatamente ancora la possibilità di lasciarsi guidare da una nuova luce.

Quella attuale è la prima generazione che sembrerebbe aver veramente appreso quanto grande è il danno recato al Pianeta dalla chimera di una crescita illimitata e, se da un lato questo getta i più nello sconforto, dall’altro potrebbe trattarsi un grande privilegio: questa potrebbe essere la prima generazione in grado di attuare una rivoluzione volta a costruire un futuro sostenibile a tutto tondo, o forse, sarebbe meglio dire a ciambella.

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Ambiente, società e tecnologia

Velasca: Intervista a Jacopo Sebastio

Velasca è un’azienda italiana con al centro prodotti artigianali che oggi conta 13 botteghe in tutto il mondo.

Nata otto anni fa come una startup, oggi è una vera e propria realtà affermata a livello internazionale che porta nel mondo valori e qualità made in Italy.

Per potersi affermare in questo modo, ha utilizzato strategie innovative in merito alla distribuzione del prodotto e alla comunicazione dei propri valori.

 

Abbiamo intervistato Jacopo Sebastio, co-founder e CEO di Velasca, per farci raccontare dettagli e curiosità su questa storia affascinante e stimolante.

 

Jacopo, per iniziare, la vostra è un’azienda innovativa e di successo a livello internazionale che ha al centro un prodotto made in Italy prodotto da artigiani. Come è nata questa idea?

 

Velasca è una realtà che nasce ufficialmente nel 2013 con l’obiettivo di portare un prodotto di elevata artigianalità direttamente al consumatore finale adottando processi e strumenti innovativi.

L’idea però si è sviluppata nell’estate del 2012 mentre mi trovavo in viaggio con un caro amico, fratello del mio attuale socio, per andare a trovare quest’ultimo in Indonesia, dato che in quel momento lavorava a Singapore. Enrico Casati, il mio socio, aveva bisogno di un paio di scarpe eleganti che non costassero una fortuna e che avessero un bel design; l’abbiamo quindi comprato in una piccola bottega a Milano, messo poi nello zaino e consegnato successivamente su una spiaggia a Bali.

Da lì è nata l’idea: perché non provare a rendere questa azione un modello di business scalabile e raggiungere tutti gli amanti dell’italianità e dell’artigianalità in giro per il mondo, così come avevo appena fatto con il mio socio?

Così abbiamo abbandonato entrambi il nostro lavoro, trovato i primi artigiani, costruito velocemente il primo sito di e-commerce e siamo partiti con le vendite online.

Dopo un anno e mezzo di attività, era novembre del 2014, abbiamo diversificato la nostra offerta e abbiamo aperto il primo temporary store a Milano. Da allora il nostro modello di business non ha più trovato intralci ed è rimasto ben radicato.

L’idea principale era quindi di vendere un prodotto del mondo delle calzature, un prodotto artigianale made in Italy, con una logica omnicanale online e offline in tutto il mondo.

 

Come avete scelto e coinvolto gli artigiani che collaborano con voi?

 

È stato il primo grosso scoglio che abbiamo dovuto affrontare: abbiamo dovuto capire quale distretto potesse servirci. In Italia ce ne sono un bel po’: vicino a Milano, a Parabiago e a Vigevano, vicino a Padova, in Toscana, c’è quello marchigiano, quello pugliese e quello campano. Per la tipologia di prodotto che volevamo portare sul mercato quello marchigiano ci è sembrato il più adatto per noi, sia in termini di qualità che di prezzi.

Abbiamo quindi contattato il consorzio della calzatura, il cui presidente è attualmente uno dei nostri artigiani, e abbiamo provato a convincerli a produrre il primissimo ordine di scarpe Velasca di circa 125 mocassini.

Non è stato facile perché ovviamente era un periodo difficile, un periodo in cui moltissimi artigiani avevano subito la crisi del mercato russo, e quindi erano diffidenti di fronte alla proposta di due giovani alle prime armi, sia da un punto di vista di prodotto che della sua distribuzione, di volere portare un nuovo brand su Internet.

Due di loro ci hanno dato fiducia, così abbiamo iniziato con un mini-ordine e da lì in poi abbiamo scalato il business e siamo arrivati a fare i numeri di oggi.

 

Quali caratteristiche hanno i vostri prodotti e cosa li rende speciali?

 

Un prodotto che è un po’ un pezzo d’arte; la scarpa in cuoio con la doppia cucitura come la facciamo noi rimane sulla forma una settimana, la forma è l’asset sul quale si lavora la pelle e dove si inchioda e si cuce la suola. In una settimana le mani che toccano le nostre scarpe sono tantissime, dal tagliatore, all’orlatrice, a chi sistema le forme, a chi le inscatola.

Quindi è veramente un prodotto bellissimo da raccontare, un prodotto fatto a mano, quindi un prodotto vissuto e che trasuda tradizione e passione.

Inoltre, non c’è mai un prodotto uguale a un altro: le nostre scarpe e accessori non escono identici dalla fabbrica e possono esserci piccole differenze tra un prodotto e un suo gemello, ma è proprio questo il bello.

Per quanto riguarda la componente tecnica utilizziamo il pellame migliore che ci sia in circolazione, una manodopera totalmente made in Italy, persone che hanno sempre lavorato come i propri genitori e i propri nonni con grande passione, che rende il nostro prodotto veramente a chilometro zero e dove l’aspetto etico è per noi fondamentale.

Inoltre, i nostri prodotti durano negli anni sia da un punto di vista di stile, che noi definiamo “timeless”, senza tempo, che di qualità, per quanto riguarda le lavorazioni e i materiali utilizzati.

Cerchiamo di unire anche tutto ciò che non è scarpa per i nostri outfit quando facciamo gli shooting per definire un po’ quello che abbiamo in testa noi, che è un prodotto che trasuda tradizione.

 

Oggi è sempre più importante riuscire a trasmettere i propri valori e la propria passione ai potenziali clienti. Come avete sviluppato la vostra strategia di comunicazione e come siete riusciti a coinvolgere maggiormente le persone?

 

La strategia di comunicazione parte dal concetto basilare del modello di business, un modello diretto al consumatore finale, dove si creano delle situazioni di interazione importanti e molto frequenti con il cliente.

Da subito abbiamo capito che Velasca era un brand che poteva comunicare dei valori; quindi, abbiamo fatto un’analisi introspettiva di noi stessi per capire che cosa volessimo comunicare con il nostro brand e su quali basi valoriali volessimo agire.

Da lì abbiamo costruito un team che ci permettesse di distribuire questi valori e poterli comunicare ai nostri clienti, grazie alle nuove tecnologie che ai tempi erano ancora abbastanza innovative, come, per esempio, la pubblicità su Facebook.

Abbiamo quindi strutturato la parte di marketing e comunicazione in maniera molto selettiva, dove abbiamo individuato le due grosse anime della nostra comunicazione: la creazione di contenuti, dentro la quale oggi lavorano una dozzina di persone, e la parte di delivery, cioè la distribuzione precisa e puntuale, a un target a noi interessante, dei contenuti creati.

Da subito la strategia di comunicazione è stata per noi un grande obiettivo, tanto che il primo collega dopo Enrico è stato Ludovico, direttore creativo della comunicazione di Velasca, che coordina le persone che lavorano sui contenuti.

Quindi da subito abbiamo pensato che fosse fondamentale questo tipo di attività, proprio con lo scopo ultimo di condividere i valori che sono alla base della nostra visione.

 

Che ruolo hanno i contenuti all’interno della vostra strategia? Come avviene il vostro processo creativo?

 

Ovviamente hanno un ruolo fondamentale: nel nostro processo di acquisizione del cliente, nel momento in cui dobbiamo creare una domanda, dobbiamo cercare di dare qualcosa in più al nostro potenziale cliente, dato che ancora non ha provato il nostro prodotto.

Per crearli, il nostro team lavora costantemente, mentre per definire la nostra comunicazione strategica e i nuovi format che vogliamo portare, assieme al nuovo piano editoriale e la nuova calendarizzazione, ci si incontra una volta al mese.

Abbiamo iniziato a produrre contenuti anche per mostrare artigianalità ed eccellenze in settori che non sono esattamente riconducibili al nostro della calzatura, ma che trasudano i valori che il nostro brand vuole trasferire.

Abbiamo intervistato molte belle persone, perché le persone per noi sono sempre al centro, quindi dai caseifici e prosciuttifici dell’Emilia Romagna, ai coltivatori di zafferano in Abruzzo, alle aziende e vetrerie di Murano, a realtà che producono ceramica a Grottaglie in Puglia, a piccole aziende familiari che si occupano della ristrutturazione di gondole a Venezia, ad agricoltori e viticoltori abruzzesi; queste sono strategie che noi mettiamo in campo proprio perché per noi è fondamentale comunicare questi valori in una maniera reale, vera e pulita.

Per noi ovviamente è importante anche avere una comunicazione di stile, adottare anche strategie come l’influencer marketing, ma cerchiamo sempre di dare molto spazio alla comunicazione organica, per esempio, anche attraverso la newsletter informiamo tutti i nostri clienti di tutte le operazioni che facciamo sul territorio.

 

7 anni fa avete aperto la prima bottega Velasca a Milano. Quali sono state le difficoltà di aprire i primi negozi fisici e da allora quali altri importanti traguardi avete raggiunto?

 

Abbiamo aperto il primo temporary store ormai 8 anni fa perché un prodotto come il nostro, di elevata artigianalità e tradizione, ha bisogno di essere toccato con mano, annusato, e calzato.

Questa operazione è stata fondamentale per noi perché ci ha permesso di duplicare il fatturato nella città di Milano in soli quattro giorni. In realtà grazie al digital marketing avevamo raccolto quasi 6000 contatti su sul capoluogo lombardo, numero che però non sembrava rappresentare bene il nostro potenziale su questa città, soprattutto perché tutti erano curiosi del brand ma poi nessuno comprava.

Con l’apertura del negozio abbiamo avuto la possibilità sia di convertire tutte le persone che erano già entrate in contatto con noi online che di dare moltissima credibilità al brand, quindi un posizionamento molto importante, tanto che appena abbiamo aperto quel temporay store abbiamo ricevuto, me lo ricordo ancora oggi, un ordine dal Canada dove il cliente ci aveva raccontato di aver visto le foto dell’evento di inaugurazione e di aver deciso così di comprare e farsi spedire delle scarpe in Canada.

È stato ovviamente un reinventarsi, perché il business digitale si può fare da remoto, la nostra idea era quella di un giorno lavorare dalla Jamaica su una spiaggia con il computer in riva al mare, mentre in realtà poi il retail cambia i programmi: bisogna trovare i negozi, selezionare le persone giuste che facciano da un brand abbassador, bisogna arredarli, studiare dei sistemi di marketing e comunicazione importanti.

È vero anche che noi, essendo molto forti dal lato e-commerce, prima di aprire i nostri negozi abbiamo sempre testato preventivamente il mercato online della città: quando abbiamo aperto a Milano, nel frattempo stavamo già iniziando a collezionare tantissimi clienti online su Roma, clienti che a un certo punto hanno iniziato a chiedere dell’apertura nella loro città. Così quando abbiamo raggiunto i 500 di questi abbiamo deciso di aprire una bottega anche a Roma e questo ci ha permesso di avere successo dal giorno di apertura perché le persone che si sono presentate non vedevano l’ora di venirci a trovare. Questa è sempre stata la nostra strategia.

Quindi ci sono tantissime operazioni diverse rispetto a quelle di e-commerce, ed è anche vero che la conversione dei cittadini nei negozi è molto più grande, l’esperienza d’acquisto è differente rispetto a quella online, che non necessariamente deve essere migliore ma è sempre che meglio che ci sia.

 

Infine, puoi svelarci qualche progetto futuro?

 

Abbiamo da poco riscritto il nostro piano industriale, il nostro business plan, e tra i grossi progetti abbiamo sicuramente quello di scalare il business della collezione donna che abbiamo lanciato un mese fa e che sarà un pilastro importante del futuro di Velasca e del suo successo.

L’idea è quella di far leva sulle nostre competenze di creazione di calzature e dedicarle anche un target diverso rispetto a quello maschile, includendo quindi anche le donne all’interno della nostra offerta di prodotti, che in realtà apprezzavano già il nostro prodotto dato che quando accompagnavano il fidanzato, il fratello o il nonno in bottega chiedevano sempre di scarpe Velasca per loro.

Abbiamo quindi aperto la nostra collezione su un sito dedicato, un account Instagram dedicato, un negozio fisico dedicato perché l’idea è trasferire gli stessi valori di Velasca ma utilizzando un tone of voice e sfumature di comunicazione differenti, proprio per andare incontro a un target diverso senza creare confusione o inutili sovrapposizioni

L’altro progetto che abbiamo in programma è quello di massimizzare uno dei grossi valori del brand Velasca, il database clienti: sappiamo che i nostri clienti sono fedeli al nostro brand, abbiamo creato una community che abbraccia i nostri valori e di conseguenza compra i nostri prodotti e a queste persone non vogliamo semplicemente offrire un prodotto di calzature ma portare molte altre eccellenze del made in Italy, parlando in generale di un Life style italiano e di tutto ciò che è ben fatto nel nostro paese con uno stile ben riconducibile.

Stiamo quindi lavorando su come raccontare altre storie legate ad altre categorie merceologiche e ad altre eccellenze made in Italy.

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Entertainment, videogame e contenuti

Il lancio della biografia di Will Smith è un bell’esercizio di personal branding

L’uomo dietro il personaggio: da questo principio nasce la campagna di lancio del nuovo libro di Will Smith, una biografia che racconta non solo i suoi successi, ma anche le sue insicurezze, le paure e i traumi del passato.

 

Un libro che non si ferma alla figura dell’uomo sempre allegro, ispirato e carismatico, ma che anzi si spinge oltre, attraverso un percorso introspettivo e di auto-accettazione, che lo porterà ad esporre le sue fragilità, passate e presenti.


Un lancio che è anche una storia: come è stata presentata la biografia

 

Will Smith ha sempre cercato di mostrare quanto fosse in grado di spingersi oltre, di non porsi limiti. E dato che il nuovo libro doveva essere annunciato in maniera originale ed efficace, ha pensato di creare un format diviso in sei episodi, diffuso su YouTube in queste settimane. L’obiettivo dello show: perdere circa nove chili in venti settimane, a cinquantadue anni.

 

Performance, ambizione, delusione, distruzione, trasformazione, amore: questi i temi trattati nei sei episodi. L’attore li sviscera in maniera approfondita, sviluppandoli su un duplice piano: una sfida sia sul piano fisico, con un allenamento e un regime di dieta sempre più estenuante, sia sul piano mentale, con la rievocazione dei ricordi, le difficoltà nella scrittura e il conseguente blocco creativo.

 

Il risultato della sfida

 

Lo show ha preso una piega inaspettata soprattutto per il protagonista; trovandosi al limite delle forze, deve prendere una decisione: continuare fino allo stremo, persistendo nel mostrarsi al pubblico come un eterno vincente, o abbandonare la sfida per concentrarsi a pieno sulla stesura del libro.

La scelta fatta è stata quella migliore per la sua salute mentale: arrendersi alla sfida fisica per lavorare soltanto sul suo equilibrio interiore.

La lezione finale, quindi, è accettare il fallimento se questo risulta essere più benefico per sé stessi, sia per il corpo che per la mente.

 

Ciò che ci restituisce la campagna è una nuova immagine di Will Smith: una persona come le altre, che oltre alle innumerevoli vittorie, ha avuto di fronte anche numerosi periodi bui, da cui non vi è mai uscito del tutto. Aprendosi ad una visione più intima di sé, riesce così ad avvicinare ulteriormente la propria community, mostrandosi spontaneo e autentico come mai prima d’ora.

 

Will Smith, secondo le regole del branding

 

Grazie a questo output di assoluta qualità, è possibile evidenziare i tratti fondamentali dell’attore, che si traducono anche nel suo modo di comunicarsi: rilevanza ed emozione. Da un lato, infatti, Will Smith è riuscito a adattarsi nel corso del tempo abbracciando i cambiamenti e mantenendo l’attenzione su di sé; dall’altro i contenuti distribuiti secondo una logica seriale hanno permesso di sviluppare una forte componente empatica, in grado di fare breccia nella mente del pubblico e fidelizzare tutti coloro che lo conoscono, soprattutto, attraverso la sua filmografia.

 

Semplicità, simpatia e adattamento hanno reso la figura di Will Smith unica nel tempo: elementi di differenziazione che si sono rafforzati nel corso degli anni e hanno trovato maggiore forza in questo show, potenziando ulteriormente il suo personal branding.

Come ci mostra (anche) la sua biografia una cosa è certa: la sua carriera non è ancora al tramonto

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