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Economia, StartUp e Fintech

Investimenti sostenibili e rating ESG

La sostenibilità della finanza viene da tempo studiata e analizzata ma è solo di recente che è diventata argomento frequente di discussione, complice la maggiore attenzione che viene posta sul rispetto dell’ambiente e il raggiungimento di determinati obiettivi di inquinamento entro scadenze fissate a livello globale. Sempre più imprese dichiarano di svolgere attività sostenibili e attente all’ambiente ma non solo, crescono di importanza il rispetto dei diritti dell’uomo, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e l’adozione di criteri etici di gestione aziendale.

 

Come sono legate la finanza e la sostenibilità, e in particolare i criteri ESG dei quali sentiamo spesso parlare?  Innanzitutto, i criteri ESG (Environmental, Social, corporate Governance) permettono di valutare l’impatto a livello ambientale, sociale e di governance di un’attività; tali valutazioni vengono assegnate a titoli, fondi di investimento ed emittenti per misurarne appunto la sostenibilità e permettere agli investitori di poter fare scelte responsabili. Esempi di indicatori ESG possono essere le emissioni di COdi un’azienda per il pilastro “E”, le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro per il pilastro “S” o il numero di donne presenti nel consiglio di amministrazione per il pilastro “G”.

 

A livello nazionale Borsa Italiana ha recentemente annunciato l’avvio del progetto ESGeneration Italy, insieme alla Federazione Banche Assicurazioni e Finanza e il Forum per la Finanza Sostenibile, che ha l’obiettivo di condurre l’Italia in una posizione emergente e in un ruolo attivo all’interno del panorama internazionale della finanza sostenibile. Come riportato sul sito ufficiale tale progetto è ispirato ai principi di promozione dei criteri ESG, di trasparenza e di prospettiva di medio-lungo termine, i medesimi che sono alla base dell’atto costitutivo di un investimento sostenibile e responsabile della finanza italiana firmato da tre associazioni tra cui l’Associazione Bancaria Italiana.

 

Il 18 ottobre 2021 Euronext, il principale mercato finanziario nell’Eurozona, ha dato il via all’indice di borsa MIB ESG che è il primo indice ESG dedicato alle blue-chip italiane (le società con la maggiore capitalizzazione) con l’obiettivo di evidenziare quelle con le migliori prestazioni e quindi con un più alto punteggio (rating ESG). Tale punteggio viene assegnato sulla base di 38 criteri suddivisi in 6 aree principali legate alle responsabilità ambientali, sociali e di governance delle aziende; in particolare ad ogni azienda viene assegnato un punteggio da 1 a 100 che è rivisto ogni tre mesi.

 

Sono sempre più frequenti gli annunci di banche e altre istituzioni finanziarie che invitano a investire in maniera responsabile e scegliere di supportare imprese con alti rating ESG. Amundi, società di gestione del risparmio, ha creato un mini-sito in cui espone il suo piano triennale per diventare 100% ESG e le azioni intraprese per far sì che tutti i loro fondi di investimento abbiano alti rating ESG senza sacrificare i rendimenti finanziari degli stessi. Le due cose non si escludono: come rivela uno studio di Amundi gli investitori che indirizzano i propri risparmi in fondi ESG ottengono rendimenti più alti; la stessa informazione la troviamo in un articolo de il Sole 24 Ore che riporta come l’andamento dei titoli in borsa di società con rating ESG più alto sia maggiormente favorevole, considerando il medio-lungo termine.

 

Il problema risiede piuttosto nella corretta valutazione dell’effettivo rispetto dei criteri ESG da parte delle società, soprattutto dal punto di vista ambientale per via di comunicazioni scorrette ad esempio, che non corrispondono a impegni reali di riduzione dell’inquinamento. Un recente report dell’OCSE inoltre analizza le pratiche di mercato  e i principali problemi di investimenti ESG e transizione climatica, fornendo alcune soluzioni. I problemi evidenziati riguardano la scarsa comparabilità attuale dei diversi sistemi di rating ESG e la qualità dei dati utilizzati per le decisioni di investimento, risolvibile mediante un intervento più ampio e incisivo delle autorità regolatrici; il disallineamento tra il criterio ambientale dei rating ESG e la transizione ecologica, questione che richiede una maggior trasparenza e un maggior dettaglio dei punteggi usati per i rating ESG; infine il report indica la necessità di <<rafforzare l’integrazione dei rischi e delle opportunità della transizione climatica in strutture di mercato e prodotti in modo che migliori l’efficienza del mercato per supportare un’ordinata transizione a basse emissioni di carbonio>>.

È urgente la collaborazione tra paesi e la definizione di precise pratiche comuni per permettere una reale transizione verso la sostenibilità e permettere a tutti di collaborare, perché ognuno con le proprie scelte può fare la differenza.

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Marketing & Social Media

Intervista a Fabrizio Francato di Mangasenpai: cosa sono i “manga europei”?

Quando si sente parlare di “manga” è logico pensare subito al Giappone, essendone la terra natia. Tuttavia, da diverso tempo, sta emergendo una “variante” europea del classico formato giapponese che sta riscuotendo un buon successo nel nostro Paese proponendosi anche in formato di rivista. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Francato di Mangasenpai.

 

Ciao, Fabrizio! Per iniziare, potresti spiegare ai nostri lettori di cosa ti occupi e cos’è Mangasenpai?

Mangasenpai è una casa editrice che si occupa principalmente di manga europeo, anche se nel nostro catalogo abbiamo anche manga di origine giapponese. Io mi occupo di gestire a tutti i livelli questa “creatura” che di giorno in giorno cresce sempre di più.

 

Pensi che le opere “nostrane” abbiano il potenziale per farsi apprezzare anche in Giappone?

Non lo so, onestamente. Credo che ci siano autori davvero bravi, ma sono più che certo che, al di là di un loro possibile futuro successo in Giappone, se ben guidati possono anche ottenere qui nel vecchio continente il giusto riconoscimento di pubblico. Le cose stanno cambiando e, anche grazie alle riviste di manga, un pubblico sempre più ampio sta apprezzando i mangaka europei.

Da qualche mese è iniziata la serializzazione di SenpaiPlus, la vostra rivista-contenitore dedicata al manga europeo, potresti parlarci di più di questo progetto? Da dove nasce l’idea e quali credi possa essere il suo futuro?

L’idea nasce dalla necessità di svecchiare il paradigma secondo cui “i manga sono pubblicati in occidente in volumetti, quindi anche i mangaka europei che vogliono cimentarsi con questo linguaggio narrativo e tecnico devono fare un volume di almeno 200 pagine”. Un volume di quel numero di pagine, per un solo autore, corrisponde però al lavoro di un anno (quando va bene) e fin troppe volte ho visto autori in questi anni, anche molto validi, mollare per via della massa di lavoro necessaria a fronte di un mercato che rischia sempre di essere troppo piccolo o assorbente. SenpaiPlus nasce per invertire questo paradigma. Mi sono chiesto: “Può un contenitore di fumetti manga essere il punto di partenza di tutta la filiera? Potrebbe avere successo?” Beh, i numeri sembrano dirci di sì… Quindi da oggi i manga della Mangasenpai (e speriamo anche tutti i manga delle altre case editrici che operano nel settore) nascono su rivista, vengono votati e amati dal pubblico e, solo alla fine, raccolti in volumetto. In questo modo a comprarli saranno persone molto soddisfatte, curiosi, e il passaparola volerà alto. E se questo sistema sarà virtuoso non sarà più necessario, come lo è oggi, essere “famosi” o “conosciuti” su qualche social per vendere delle copie e garantirsi un compenso per il proprio lavoro… ma basterà (anche se non è semplice) essere stati bravi, aver raccontato bene e aver coinvolto il proprio pubblico tutti i mesi sul magazine! E tra le altre cose anche la qualità media dei volumetti pubblicati nel nostro paese sicuramente si alzerà. Io dico che bisogna diffidare da ciò che non ha prima vissuto su rivista, né è stato editato…

 

 

Invece, per quanto riguarda il processo creativo dietro SenpaiPlus, come avviene la selezione delle storie da pubblicare? Quanto saranno influenti i feedback dei lettori sulle future pubblicazioni?

La selezione delle storie è piuttosto complessa; infatti i criteri che usiamo non sono solo quelli della qualità tecnica. A volta ad un autore servono due o tre capitoli per rodare ed arrivare al livello necessario. Noi consideriamo il novero dei titoli al momento della richiesta: valutiamo sempre se una certa proposta sarebbe un doppione di un altro titolo, per esempio, o se una certa serie può essere adatta alla nostra tipologia di pubblico. I feedback sono fondamentali, come ho già detto l’intera macchina parte da lì. Stiamo cercando di costruire una filiera costruita sul consenso, sulla qualità, sul valore fumettistico delle serie e non più sulla popolarità degli autori. Può forse andare bene nel mondo del fumetto tradizionale, ma nel manga, dove l’asticella della qualità che arriva dall’oriente è sempre molto, molto alta, non possiamo permetterci scivoloni. Il Giappone corre, e l’Europa ha il dovere di stargli dietro. Essere accusati di “scimmiottare” non è mai bello… soprattutto quando chi lancia queste accuse in qualche specifico caso, un po’ di ragione ce l’ha.

 

CPer concludere e parlando più in generale, negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita enorme del mercato dei manga in Italia, a cosa credi sia dovuto il loro successo? Pensi che si tratti di una “bolla” o che sarà sempre più comune vedere dei manga in cima alle classifiche editoriali?

Stiamo vivendo una seconda età dell’oro che sicuramente, presto o tardi, si sgonfierà. Accadrà quando le 300/400.000 persone attratte dal colorato mondo degli anime durante la pandemia cresceranno, abbandonando questo universo. Proprio come accadde anche a me, che figlio della prima età dell’oro (comprai in edicola il primo numero di Zero della Granata Press) smisi dopo dieci anni di leggere manga. Se vi va, racconto questa storia nell’editoriale di Senpai Plus numero 4…

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Ambiente, società e tecnologia

I Reel sbarcano anche su Facebook: i brevi video di cui i social non fanno più a meno

Sapevamo che prima o poi sarebbe successo e Facebook non si è fatto troppo attendere: lo scorso 29 settembre il social network di Mark Zuckerberg ha ufficialmente introdotto i Reel sia per iOS che per Android, per il momento solamente negli Stati Uniti.

 

Questi formati video, ormai indispensabili per aziende e creator che vogliono farsi conoscere sui social, sono stati introdotti per la prima volta su Instagram il 5 agosto 2020, considerati all’inizio come una brutta copia dei famosi video di un altro social di successo, Tik Tok.

 

In questa occasione Instagram aveva presentato il nuovo format come dei brevi video, inizialmente lunghi non più di 15 secondi, come le Instagram stories, attraverso i quali si potevano caricare i propri filmati o crearne di nuovi direttamente da Instagram aggiungendo effetti attraverso diversi tool.

 

Il vantaggio che avrebbero ricavato gli utenti dall’utilizzo di questi Reel era ed è tuttora soprattutto uno: la possibilità di aumentare in maniera esponenziale la copertura dei propri video, ovvero il numero di visualizzazionie di finire così nella sezione “Esplora” di Instagram, quella che permette a chiunque di essere scoperto da molte più persone sulla base dei temi dei contenuti e degli interessi di chi li vede.

 

Quindi, quali sono gli ulteriori vantaggi che dovrebbero spingere le persone a utilizzare i Reel e per quale motivo questo format funziona così tanto?

 

Il motivo principale che ha spinto innanzitutto Facebook a introdurre recentemente i Reel è stato svelato dall’azienda stessa in un articolo del suo blog, e consiste proprio nell’aiutare i creator di Instagram, coloro che avevano già iniziato o stanno iniziando a creare contenuti con questo format e soprattutto su questo social, ad aumentare le visualizzazioni, raggiungere nuovi utenti e aumentare così la propria audience.

 

I Reel di Facebook come strumento per connettersi con più persone

 

Secondo Facebook, i Reel sono uno strumento che qualsiasi utente della piattaforma dovrebbe essere incentivato a utilizzare per esprimere la propria creatività e raggiungere più persone possibili.

 

Questi video sono infatti particolarmente amati dagli utenti dalla piattaforma e apprezzati sempre di più proprio per la loro caratteristica principale che consiste nel raggiungimento di un numero esponenziale di persone, magari anche grazie all’utilizzo di qualche trucchetto in più come gli hashtag specifici e coerenti con il contenuto o la scelta di una canzone di tendenza come sottofondo del video.

 

Ma soprattutto come spiegato da Facebook, i Reel sono fondamentali non solo per essere scoperti da nuove persone, ma soprattutto da utenti in target con quello che si sta comunicando nel video: infatti è molto probabile che chi guardi un determinato Reel creato per parlare di uno specifico argomento o tema, sia veramente interessato ad esso, e quindi abbia un maggiore interesse nel consumare il contenuto.

 

Facebook ha previsto altri due strumenti molto utili per aiutare gli utenti che vorranno creare i Reel: il primo è la creazione di gruppi che avranno in comune interessi e temi dedicati però solo ai Reel, all’interno dei quali gli utenti della piattaforma avranno la possibilità di entrare in contatto soltanto con contenuti formato video coerenti con i propri interessi, in modo tale che gradualmente si creino delle vere e proprie community. È stato specificato da Facebook che sarà possibile parlare di un unico tema, in modo tale da non creare confusione soprattutto all’algoritmo.

 

Sarà inoltre molto più semplice raggiungere nuove persone grazie alla multicanalità tra Instagram e Facebook, dato che sarà possibile condividere anche i propri Reel da una piattaforma all’altra, così com’è sempre stato possibile anche per post e video normali da quando Facebook e Instagram appartengono alla stessa società.

 

Le altre piattaforme che hanno adottato questo formato (cioè tutte)

 

Facebook è in realtà una delle ultime piattaforme ad aver introdotto i Reel.

Il primo è stato appunto Tik Tok, social network competitor dell’ecosistema Meta che proprio nelle ultime settimane ha raggiunto l’importante traguardo di 1 miliardo di iscritti.

 

Anche Youtube, piattaforma dedicata ai video per eccellenza, ci aveva già pensato ormai due anni fa quando in seguito all’introduzione delle storie ha deciso di inserire questo formato di video.

 

Si chiamano Shorts e sono praticamente identici ai Reel o ai Tik Tok.

 

Erano stati introdotti in seguito alle storie come video simili ma con la differenza che non sarebbero spariti dopo 24 ore ma sarebbero rimasti sui profili degli utenti.

 

Facebook e Instagram hanno imitato il format dei brevi video su Tik Tok così come anni fa avevano copiato le stories di Snapchat, proprio per riuscire a contrastare il successo dei suoi principali competitor, che al giorno d’oggi hanno il video come format centrale, e che ogni giorno crescono sempre di più.

 

Guadagnare facendo Reel? Facebook dà la possibilità di farlo

 

Era già successo la scorsa estate con Instagram, il quale aveva deciso di premiare i creatori di Reel della piattaforma regalando una percentuale in denaro in base alle visualizzazioni raccolte dei Reel, in modo tale da sostenerli economicamente per la loro creatività e il loro lavoro per popolare la piattaforma di contenuti virali. Questa scelta ha sicuramente incentivato la creazione e il conseguente maggiore utilizzo dei Reel.

 

In seguito al nuovo lancio, Facebook ha annunciato di aver previsto un ulteriore programma per aiutare i creator e farli guadagnare somme di denaro in base alle visualizzazioni dei Reel: l’obiettivo è infatti quello di investire oltre un miliardo di dollari nei creator di Instagram o Facebook durante il 2022 e anche ulteriori bonus. Lo scopo? Semplicemente far crescere la quantità di contenuti sul social.

 

Facebook, inoltre, si sta impegnando sempre di più nell’elaborazione di nuovi metodi per aiutare i creator di tutto il mondo a monetizzare i propri contenuti, come, per esempio, l’introduzione di sticker ads e banner ads all’interno degli stessi Reel.

 

Un altro metodo pensato sempre da Facebook per incentivare l’utilizzo dei Reel e permettere la loro monetizzazione è quello di introdurre l’advertising tra un Reel e l’altro in modo tale da dare la possibilità alle aziende di sfruttare lo spazio tra i video, che gli utenti vedranno sicuramente durante lo scorrimento, questo allo scopo di raggiungere molti più utenti e di conseguenza potenziali clienti.

 

Tik Tok ha già ideato in passato queste strategie di monetizzazione, per cui tutto ciò che Facebook sta introducendo adesso possiamo affermare che sia già stato creato e testato da altri, e che funzioni.

 

Ma per quale motivo Facebook e altri social network pagano letteralmente i creatori di contenuti in modo tale da incentivarne la realizzazione?

 

Yari Brugnoni, founder di Not Just Analytics, ha spiegato che l’obiettivo principale di queste piattaforme è quello di far trascorrere più tempo possibile agli utenti sui social, in modo tale da poter vendere spazio pubblicitario.

 

I Reel, infatti, permettono di aumentare il tempo di permanenza degli utenti sulla piattaforma, in quanto lo scorrimento dei video ad essere attaccati al telefono in quanto mentre si guardano i video di questa sezione, non ci si può aspettare quale sarà il contenuto successivo, motivo per il quale facilmente si perde la cognizione del tempo.

 

I video non lasceranno più spazio alle immagini?

 

Ormai qualche mese fa, nello specifico lo scorso 30 giugno 2021, Adam Mosseri, head of Instagram che regolarmente condivide sulle sociali informazioni riguardanti la piattaforma per cui lavora, ha annunciato sul suo profilo che quest’ultimo si sta spostando sempre di più verso una piattaforma che darà più spazio ai formati video piuttosto che alle immagini, questo a causa della forte competizione con le altre due principali piattaforme, ovvero TikTok e Youtube.

 

Proprio questo mese, l’8 ottobre, ha pubblicato anche un altro video per parlare di una novità riguardante Instagram, secondo la quale i video IGTV e i video dei feed entreranno in un’unica categoria chiamata Instagram Video.

 

 

 

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Il motivo? Secondo Instagram i video sono contenuti attraverso i quali è possibile esprimersi maggiormente: i video infatti, secondo Mosseri, sono puro intrattenimento ed è ciò che in questo momento le persone cercano ed è ciò di cui hanno bisogno.

 

I Reel di Instagram, e di conseguenza quelli di Facebook, sono immersivi, occupano tutto lo schermo del telefono e sono divertenti.

 

Al momento i formati video stanno facendo crescere moltissimo le piattaforme online e dietro vi è un enorme potenziale che dovrebbe essere sfruttato, ed è proprio per questo motivo che Instagram e Facebook non possono fare altro che cercare di adattarsi a questo cambiamento.

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Ambiente, società e tecnologia

Agricoltura intensiva e sostenibile: è davvero un paradosso?

Immaginate un contadino che, con il solo supporto della sua esperienza e seguendo i cicli stagionali, autoproduca le risorse necessarie per lui e per la sua piccola comunità. Collochiamo quest’immagine mentale in un paesaggio minimamente modificato dall’intervento umano: se vi dicessero che questo modelloelevato ad unico paradigma produttivo, non sarebbe affatto sostenibile? L’agricoltura contemporanea, e ancora di più quella futura, non potrà prescindere dal garantire benessere alimentare ad una popolazione in rapida crescita, che si stima potrebbe raggiungere i 10.9 abitanti entro il 2100, ma che non potrà contare su un aumento altrettanto significativo della terra coltivata e coltivabile. L’insieme di concetti, tecniche e soluzioni possibili che cercano sia di far fronte al problema di garantire un maggior numero risorse sicure per tutti in modo efficiente, sia di arrecare il minor danno possibile all’ambiente, viene definito intensificazione sostenibile.

 

Qual è il significato di “intensificazione” e di “sostenibilità”?

 

Il concetto di sostenibilità ha almeno tre risvolti fondamentali: l’impatto ambientale di una certa tecnologiale esigenze economiche alla radice del suo impiego e il suo impatto sulla vita delle persone. L’intensificazione agricola risponde in primo luogo alla seconda, e in parte alla terza, tra queste necessità: come afferma AISSA in un paper redatto nel 2019 e incentrato su questo tema, mette in campo grandi risorse, sia materiali sia energetiche, concentrandole in uno spazio e in un arco temporale ristretti, per ottenere grandi rese. La sfida, che riguarda soprattutto la sostenibilità ambientale, è raggiungere ciò senza alterare l’equilibrio, già precario, dell’ecosistema in cui una pratica agricola è inserita.

 

Non basta però aumentare l’energia e le sostanze utili alla crescita e alla salute delle piante, perché ciò che deve essere intensificata è anche la raccolta di informazioni per unità di superficie coltivata, cioè di dati che possano poi usati per definire indicatori utili a uno sfruttamento intelligente delle risorse. Conoscere nel dettaglio la composizione di porzioni sempre più piccole di suolo, e non solo la media di quelle in un intero campo, consentirebbe infatti di prevedere quali zone saranno più povere di nutrienti, e così di fertilizzare in modo differenziato.

 

Il miglioramento genetico a servizio della sostenibilità

 

Intensificare significa anche scegliere tipi genetici ad alto potenziale, ovvero con elevate produzioni del singolo organismo” (AISSA). La genetica però non influenza solo questo aspetto: anche se in Italia non è ancora possibile coltivare organismi GM, ovvero geneticamente modificati tramite l’utilizzo di tecniche di ingegneria genetica, l’intervento mirato dell’essere umano nella scelta delle piante da incrociare e delle proprietà più utili da selezionare è indispensabile per proteggerle da parassiti e da condizioni climatiche sfavorevoli. Se si riduce l’uso dei prodotti fitosanitari, sia per risparmiare materiale e denaro, sia per evitare imprevedibili danni alle altre specie, è necessario che alle piante sia fornita “un’armatura” alternativa altrettanto efficace, se non migliore. Questa potrebbe essere costituita proprio da specifici geni, piccole porzioni di DNA che vengono attentamente studiate per essere, per esempio, inserite nel patrimonio genetico di un’altra pianta e che le permetterebbero di esprimere resistenza agli attacchi di altri essere viventi, al caldo e alla siccità o al freddo.

 

Una strada per certi versi più complessa è la coltivazione in un sistema chiuso e perfettamente controllato, come una serra che sfrutti la coltivazione in verticale: si possono escludere dall’ambiente in cui le piante vivono quasi tutti i rischi citati precedentemente, si può ridurre al minimo la dispersione di acqua e massimizzare la resa risparmiando suolo prezioso, ma a costo di un grande dispendio energetico, particolarmente problematico se sostenuto da fonti ad alte emissioni.

 

Due modelli di intensificazione sostenibile: l’agro-silvicoltura multistrato e i sistemi integrati agro-silvo-pastorali

 

L’agro-silvicoltura a più strati, più tipica delle zone tropicali, è una tecnica tramite cui si cerca di ricreare i diversi strati tipici di una foresta: procedendo dal basso verso l’alto, i primi sono occupati da uno o più tipi di piante direttamente coltivate per fornire cibo alle persone (in particolare, vengono cresciute in questo modo piante di caffè e di cacao), poste all’ombra di alberi più alti che formeranno la cupola di una vera e propria foresta artificiale. Può essere aggiunto un ulteriore strato grazie all’allevamento e alle colture destinate all’alimentazione animale per avere un sistema ancora più completo, chiamato agro-silvo-pastorale.

 

Il suo scopo è riuscire a coniugare i bisogni degli esseri umani e quelli di tutti gli altri abitanti dell’ecosistema, conservandolo il più possibile: la foresta artificiale può essere un habitat adatto per tante specie di uccelli (e non solo) che altrimenti non avrebbero un posto dove nidificare. Siccome il terreno può perdere parte dei suoi nutrienti se sfruttato per monocolture intensive, un sistema che riunisca molte specie diverse argina il problema. Inoltre è economicamente vantaggioso perché permette, a chi se ne occupa, di disporre di risorse tanto diversificate quanto più numerosi sono gli elementi che entrano a far parte della foresta.

 

Le innovazioni applicabili non si esauriscono qui ed è auspicabile che ne vengano scoperte sempre di nuove: come spesso viene ricordato quando si parla della sfida posta dal cambiamento climatico, non può essere identificata una soluzione unica che risponda ad uno tra i problemi più complessi e pervasivi della nostra epoca. L’intensificazione può essere un valido aiuto, ma rimarranno comunque territori che potranno essere valorizzati al meglio solo da tecniche estensive: questi approcci differenti avranno un impatto positivo tanto più forte quanto più saranno tra loro complementari.

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Ambiente, società e tecnologia

Meta: l’inizio della rivoluzione di Facebook

Giovedì 28 ottobre, in occasione dell’evento annuale Facebook Connect 2021, Mark Zuckerberg, founder e CEO di Facebook, ha annunciato ufficialmente il nuovo nome della sua società: Meta.

 

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Per fare chiarezza, Meta è il nome della società, non di Facebook in quanto social network, e nemmeno delle altre piattaforme come Instagram, Whatsapp e Messenger, come viene spiegato brevemente anche da Whatsapp in un ironico post su Facebook:

 

 

Ma perché Meta è il nuovo nome e che cosa significa? Questa parola deriva da metaverso, ovvero la nuova ambiziosa direzione nella quale la società ha intenzione di muoversi nei prossimi anni, attraverso la creazione e l’utilizzo di una realtà parallela alla nostra, quella virtuale.

 

Che cos’è il Metaverso?

 

Metaverso è una parola che potrebbe far venire in mente un film fantascientifico, ma si tratta in realtà di qualcosa al quale si sta già lavorando da diverso tempo. Ne avevamo già parlato in questo articolo focalizzato sulle opportunità e gli utilizzi futuri della realtà immersiva.

Il metaverso è una dimensione, uno spazio all’interno del quale realtà virtuale, realtà aumentata e la nostra realtà convergono e formano qualcosa di unico.

Le persone pensano che sia qualcosa di astratto solamente perché si tratta di una dimensione diversa dalla nostra, ovvero quella virtuale, con la quale non possiamo interagire fisicamente, ma questo non significa che non sia reale, al contrario.

 

Lavorare con i propri colleghi o fare un gioco da tavolo con amici che si trovano in quel momento in luoghi diversi nel mondo ma con la possibilità di ritrovarsi tutti riuniti nella stessa stanza; brevemente è questo quello che dobbiamo aspettarci dall’era del metaverso.

“Immaginate di poter comunicare con un vostro familiare che abita dall’altra parte del mondo, di guardare insieme un film e di poter interagire non attraverso uno schermo piatto, ma avendo l’altra persona accanto a voi sul divano, con la possibilità di commentare le scene e anche di vedere le sue reazioni durante la visione del film”.

Non si tratta della descrizione di un episodio di Black Mirror, famosa serie televisiva che racconta episodi immaginari di un futuro distopico legati alle perplessità sul mondo della tecnologia, ma di quello che Adam Mosseri, head of Instagram, ha detto che in un futuro ormai non troppo lontano saremo veramente in grado di fare. 

 

Il cambiamento sostanziale che porterebbe questa dimensione virtuale sarebbe quello di abbattere ulteriormente il divario tra realtà fisica e quella digitale, permettendo così agli utenti di avere la sensazione di trovarsi quasi fisicamente a contatto con una persona, avendola veramente nella propria stanza e senza la barriera rappresentata dallo schermo piatto di uno smartphone.

 

Come più volte è stato sottolineato nel corso del Connect 2021 durante il quale è stato annunciata ufficialmente la nuova direzione di Facebook, passeremo sempre di più da stare su Internet a stare in Internet.

Come? Grazie ai nostri avatar che “abiteranno” nei feed su Facebook e su Instagram e che potranno interagire con gli altri come se si trovassero all’interno di un videogioco. Il risultato sarebbe sicuramente un’esperienza ancora più immersiva rispetto a quella che siamo abituati a vivere oggi sui social network, tanto che forse il mondo virtuale potrebbe sembrarci reale quasi quanto l’unico che conosciamo oggi.

 

Rebranding e l’inizio di una nuova era

 

Quello che è accaduto si tratta di un’attività di rebrandingovvero l’azione che un’azienda compie nel momento in cui decide di cambiare il proprio nome o dare una nuova identità al proprio brand.

Per quali motivi una società sceglie di adottare un nuovo nome? Le ragioni sono numerose: per mostrare un cambiamento di direzione, posizionarsi in modo diverso rispetto al passato, riportare l’attenzione su di essa, dichiarare in maniera marcata l’inizio di un nuovo percorso, guardare al futuro.

 

L’insieme di tutte queste motivazioni ha sicuramente spinto Facebook a ideare e creare un logo e un nome completamente nuovi e soprattutto coerenti con quello che ha intenzione di fare in futuro.

La società però non è cambiata completamente, infatti la mission di Facebook “dare alle persone il potere di costruire community e portare il mondo più vicino” è rimasta la stessa; è cambiato “solamente” l’approccio con il quale Facebook vuole lavorare per raggiungere la propria mission, ovvero per connettere le persone si impegnerà a sviluppare e portare in vita questa nuova dimensione e realtà chiamata metaverso.

 

La scelta del logo e del nome sono state studiate in maniera molto accurata e il risultato è sicuramente efficace: il nuovo logo, infatti, simbolizza la connessione infinita e senza limiti tra le persone, mentre la parola “meta” in greco antico significa oltre.

Per Zuckerberg, questa parola è simbolo del fatto che ci sia sempre qualcosa di più da costruire e che c’è sempre un nuovo capitolo nella storia di qualcosa, in questo caso di Facebook. Il founder del colosso mondiale ha inoltre spiegato che Meta ha intenzione di lavorare “oltre i limiti imposti dagli schermi, oltre i limiti spaziali e fisici e verso un futuro in cui tutti potranno essere più connessi gli uni con gli altri, per creare nuove opportunità ed esperienze e costruire un futuro che va oltre un’azienda e che sarà formato da tutti noi”.

Ha inoltre sottolineato il suo coinvolgimento totale nel progetto e ha promesso che il futuro che ci aspetta sarà al di là dell’immaginabile.

 

Cosa cambierà con il metaverso?

 

 

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Il commento di Adam Mosseri non si è fatto attendere, ed è partito con un appello a tutti gli utenti ma soprattutto ai creator di Instagram, coloro che creano abitualmente contenuti sui social, per aiutare a costruire tutti insieme il metaverso.  

Secondo Mosseri, in passato e al giorno d’oggi le persone riescono a connettersi tra di loro in maniera letteralmente piatta, a causa del limite fisico imposto dallo schermo materiale degli smartphone.

Grazie all’ispirazione presa soprattutto dal mondo del gaming, quindi grazie a piattaforme come Fortnite e Roblox, si è capita la necessità di creare esperienze ancora più immersive e di conseguenza più ricche per gli utenti.

Le due ragioni principali per cui le persone oggi usano Instagram sono per trovare intrattenimento nei contenuti e per connettersi con le persone: Whatsapp e Instagram danno la possibilità alle persone di restare collegate attraverso le videochiamate, ma rimane sempre il problema dello schermo piatto che non permette un vero contatto con gli altri; in futuro, invece, sarà possibile parlare e interagire con i propri cari trovandosi tutti insieme in una stanza.

Sempre secondo Mosseri, indipendentemente dal cambiamento di nome della società il mondo sta andando in questa direzione, e nei prossimi 10 o 5 anni Internet potrebbe essere completamente diverso da come lo conosciamo oggi.

 

Anche Mark Zuckerberg oltre ad aver organizzato la diretta ha deciso di comunicare con gli utenti scrivendo una lettera per spiegare ulteriormente l’introduzione di Meta, e ne ha parlato come l’inizio di un nuovo importante capitolo per la società ma anche per Internet.

La piattaforma che Zuckerberg sogna di realizzare permetterà di rendere ulteriormente gli utenti i veri protagonisti dell’esperienza sui social e non solo degli spettatori. L’unica differenza sarà che il mondo immaginato da Zuckerberg non avrà al suo interno corpi e oggetti costituiti da materia, ma da ologrammi: le persone diventeranno infatti avatar personalizzabili e gli oggetti con cui si potrà interagire saranno sempre degli ologrammi creati da creator e aziende di tutto il mondo.

Questo sarà possibile attraverso una serie di strumenti fisici che permetteranno di farlo, come, per esempio, potrebbero esserlo degli occhiali che grazie alla realtà aumentata e alla realtà virtuale faranno vivere le persone sia nel mondo fisico che in quello virtuale nello stesso momento.

 

L’importante è che tutte le persone vengano coinvolte all’interno di questo percorso di sviluppo del metaverso, e per farlo dovranno essere a conoscenza delle modalità con le quali questo avverrà, motivo per il quale Facebook si impegna sempre a rendere note tutte le informazioni attraverso gli articoli del proprio sito.

 

Vantaggi per aziende e soprattutto per i creator

 

Le reazioni delle persone in seguito alla scoperta della notizia si sono divise tra entusiasmo e perplessità, ma la verità è soltanto una: questa rivoluzione è già in atto e ormai non c’è alcuna possibilità di retrocedere.

L’unica cosa da fare è reagire, adattarsi a questo nuovo approccio tecnologico e cercare di costruire insieme questa nuova dimensione, dato che farlo non è un’opzione ma una necessità se si vuole avere successo o almeno essere presenti nel mondo del lavoro in futuro e per non restare tagliati fuori.

 

Secondo Zuckerberg i creator, creatori di contenuti, e gli sviluppatori informatici saranno fondamentali per questo processo di costruzione del metaverso: Facebook e tutti gli altri social sono infatti costituiti da persone e sono proprio le persone a dare vita alle piattaforme, dato che in caso contrario morirebbero.

I creator inoltre serviranno soprattutto per rendere un po’ più reale una dimensione completamente diversa dalla nostra realtà e alla quale non siamo ancora abituati, e dato che di reale ci sarà poco, gli utenti si sentiranno sicuramente rassicurati dal fatto che le piattaforme verranno almeno popolate da persone in carne ed ossa come loro.

 

Il metaverso sarà quindi principalmente costituito da avatar, che proprio come quelli di Fortnite, probabilmente avranno anche essi bisogno delle loro “skin” personalizzate.

Si potrebbe quindi pensare a numerose possibili collaborazioni anche tra brand di abbigliamento e Facebook in modo tale da poter costruire un business attorno a questa necessità. Magari in futuro, si potrebbe pensare a un maggiore acquisto di abbigliamento digitale anziché di quello materiale.

Anche in moltissimi altri settori ci saranno importanti cambiamenti: è probabile che nascano nuovi mercati, nuovi prodotti, nuovi servizi e che molti di quelli attualmente esistenti cessino di esistere.

Inutile dire che Facebook abbia oltretutto voluto sottolineare il positivo impatto ambientale che questo metaverso sarebbe in grado di portare, soprattutto grazie al fatto che in questo modo diminuirebbero numerosi consumi di beni materiali e di conseguenza sprechi e utilizzo di risorse limitate.

 

Trend e sviluppi futuri

 

Durante il Facebook Connect 2021 non si è parlato soltanto del cambio di nome della società, ma Zuckerberg e i suoi collaboratori hanno presentato diversi strumenti di supporto a questo mondo virtuale che stanno costruendo, tra cui Horizon Home, una piattaforma utile per aiutare le persone a interagire tra di loro all’interno del metaverso; si tratta di un primo sguardo a come potrebbe essere il mondo virtuale all’interno del quale le persone in futuro potrebbero trascorrere gran parte del loro tempo.

 

 

Oltre agli strumenti, ci sono diversi trend e contesti che Meta ha intenzione di sviluppare attraverso il metaverso, come, per esempio, il mondo del gaming, una tendenza che sta diventando sempre più importante e che nei prossimi anni ci accompagnerà sempre di più, il fitness, attività che presto verrà svolta maggiormente soprattutto da casa, il modo di lavorare e molti altri che Facebook ha raccontato in maniera completa all’interno di un articolo.

 

Che cosa ci possiamo aspettare dal futuro più prossimo? In questo articolo abbiamo spiegato che già qualche mese fa Zuckerberg aveva annunciato con entusiasmo la collaborazione tra Ray-Ban e EssilorLuxottica per la creazione di occhiali intelligenti utili a supportare e introdurre il mondo virtuale nelle nostre vite, cosa che però non è ancora accaduta dato il metaverso è ancora in costruzione.

 

La realtà è che la direzione in cui ci stiamo muovendo è questa e che il cambiamento è imminente.

In passato le persone si sono dovute adattare a cambiamenti importanti dovuti all’introduzione di innovazioni tecnologiche, come la radio, la televisione e lo smartphone, e quindi il metaverso non è altro che uno step successivo verso un ulteriore sviluppo tecnologico che nessuno può fermare.

 

Dobbiamo quindi attendere nuovi sviluppi, oppure, come vorrebbe Facebook, prendere parte a questo cambiamento e prepararci al fatto che molto presto saremo costretti non solo a navigare su Internet, ma a vivere in Internet.

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Ambiente, società e tecnologia

Che cos’è la COP26? Storia, protagonisti e obiettivi della conferenza di Glasgow

Rinviata al 2021 a causa della pandemia, la COP26 si sta svolgendo in questi giorni a Glasgow: è iniziata il 31 ottobre e terminerà il 12 novembre. Ma perché è un evento così importante? COP è acronimo di Conference Of Parties, ovvero la Conferenza delle Parti sul clima che riunisce tutti i leader mondiali, gli attivisti e i maggiori esponenti esperti di tematiche ambientali all’interno della comunità scientifica. L’obiettivo ultimo della COP26 è raggiungere un accordo sulle strategie da adottare per riuscire a contrastare gli effetti del cambiamento climatico da qui fino al 2030 e poi fino al 2050: questo decennio sarà determinante per il futuro del pianeta, perché rappresenta l’ultima possibilità per l’umanità di agire prima che sia troppo tardi.

 

Alla presidenza della COP quest’anno c’è il Regno Unito che insieme all’Italia si è posto come guida per contrastare l’emergenza climatica assumendo la presidenza anche di G7 e G20. L’accordo di partenariato tra la Presidenza italiana e la Presidenza britannica per la COP26 si è tradotto con l’organizzazione della pre-COP e dell’evento Youth4ClimateDriving Ambition a Milano tra il 28 settembre e 2 ottobre.

 

Ma come si è arrivati alla COP26?

La prima edizione della COP si tenne a Berlino nel 1995 e da allora rappresenta il principale strumento attraverso cui le parti dell’UNFCCC discutono e prendono decisioni riguardanti il cambiamento climatico. Durante la COP3, due anni dopo, venne adottato il Protocollo di Kyoto: fu uno dei primi tentativi di stabilire degli obiettivi chiari, condivisi e a lungo termine (dato che il periodo entro cui raggiungerli avrebbe dovuto essere il 2012) per i paesi industrializzati, a cui veniva attribuita una responsabilità maggiore nella riduzione delle proprie emissioni rispetto a quella dei paesi in via di sviluppo.

Nonostante queste premesse, il possibile impatto di questo strumento giuridico e politico è stato smorzato sia dalla decisione presa dagli USA di non ratificarlo, sia dalla sua entrata in vigore effettiva diversi anni più tardi, nel 2005. I problemi a cui bisogna rispondere sono in parte cambiati nel tempo: oggi un accordo del tutto simile a quello di Kyoto non attribuirebbe la giusta responsabilità ai paesi che hanno iniziato solo in tempi recenti a sfruttare intensivamente le fonti fossili per la loro industrializzazione, come la Cina, ma le cui emissioni annue rappresentano una fetta consistente del totale (il tema della “responsabilità condivisa ma differenziata” e della sua interpretazione attuale, soprattutto per quanto riguarda la Cina, è stato trattato anche qui).

 

Negli anni l’esigenza di un cambiamento radicale nel sistema produttivo per la riduzione delle emissioni e per il contrasto all’emergenza ormai in atto si era fatta sempre più evidente. Solo nel 2015 però, la COP21 adottò l’accordo di Parigi, poi entrato in vigore nel 2016, che sancisce l’impegno, anche a livello giuridico, nel contenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2°C, con l’obiettivo di limitare l’aumento non oltre 1,5°C. Uno strumento importante adottato insieme all’accordo è il GFC, il Green Climate Fund: un fondo destinato a raccogliere e indirizzare risorse finanziarie indispensabili per i paesi in via di sviluppo in vista di una crescita industriale, economica e sociale che sappia adattarsi ai cambiamenti in atto e a quelli ancora più destabilizzanti che avverranno nei prossimi anni. Per ora sono sotto implementazione progetti per 6,1 miliardi di dollari, ma l’obiettivo è arrivare a raccoglierne 10 miliardi.

 

Appuntamento a Glasgow: i grandi protagonisti

 

L’ultima Conferenza delle Parti, la COP25, si è tenuta nel dicembre del 2019, in un clima pre pandemico completamente differente da quello odierno. Allora, erano poco più di 190 i Paesi riuniti a Madrid e anche quest’anno c’è stata una conferma circa i numeri dei partecipanti; ciò che è cambiato è il ruolo e l’impegno degli Stati.

 

Nonostante il ben nutrito gruppo di rappresentanti, la scorsa COP si è conclusa con un nulla di fatto, complici anche le tensioni interne presenti all’interno di Cina, Cile, Francia e India: le prime tre erano alle prese con delle proteste civili mentre l’India, per la prima volta dopo molto tempo, si trovava a fronteggiare un momento di stallo economico.

 

Tra i partecipanti, quelli che si sono messi maggiormente in risalto sono stati gli Stati Uniti. La loro rilevanza è legata  alle dichiarazioni sul rientro degli USA nella High Ambition Coalition ossia un gruppo informale di circa 61 paesi sviluppati e in via di sviluppo che all’interno della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si dichiara impegnato a portare avanti proposte più ambiziose rispetto ai target comunemente stabiliti. Altro protagonista indiscusso sarà il Regno Unito che annovera nella sua schiera sia Boris Johnson che il Principe Carlo. Il Regno Unito, essendo il paese ospitante, avrà un ruolo di spicco in tutta la rassegna e sarà chiamato a smussare i disaccordi in modo da poter scongiurare un nuovo fallimento.

 

All’appuntamento di Glasgow ci saranno anche dei grandi assenti. Non hanno risposto all’appello la Cina e la Russia che hanno mancato anche il G20 tenutosi nella settimana precedente alla COP. Tuttavia, fonti vicine ai rispettivi presidenti hanno fatto sapere che, sebbene i loro leader non saranno presenti fisicamente, entrambe le nazioni hanno inviato a Glasgow, in rappresentanza, alcuni delegati. Inoltre, pur non sedendo ai tavoli di discussione, il presidente cinese ha fatto pervenire in sede le proprie considerazioni in forma scritta.

 

La parziale assenza di questi due grandi del mondo incute timore in tutti coloro che guardano alla COP26 come l’ultima chiamata all’azione contro l’ormai imminente crisi climatica. Timore non infondato dato che sia la Cina che la Russia, in passato, hanno assunto dei comportamenti atti ad ostacolare il fronte comune internazionale.

 

Gli obiettivi della COP26

 

Le strategie di azione possono essere ricondotte a due principi nella lotta all’emergenza climatica: adattamento e mitigazione. Come due facce della stessa medaglia, sono interconnessi tra loro. Introdotto con l’Accordo di Parigi adattamento significa mettere in atto azioni che mirino a limitare i danni causati dal cambiamento climatico, agendo direttamente sul problema adeguandosi ad esso. Il termine mitigazione, invece, fu introdotto nel Protocollo di Kyoto, e significa attuare misure affinché si possa contrastare questo cambiamento.

 

Questi principi sono ispiratori dei punti per cui dovranno essere negoziati accordi e strategie durante la COP26:

 

  • Azzerare le emissioni nette a livello globale e limitare l’aumento delle temperature 1,5 °C entro il 2050. Per fare questo tutti i Paesi dovranno impegnarsi nella riduzione della deforestazione, accelerare la transizione ecologica, abbandonando le fonti fossili e investendo in quelle rinnovabili.
  • Salvaguardare gli ecosistemi e le comunità umane nei luoghi dove il cambiamento climatico sta avendo il suo maggiore impatto e anche nei luoghi in cui avrà conseguenze in futuro: il cambiamento, infatti, è già in atto e provocherà effetti devastanti anche “azzerando le emissioni domani”. Bisogna dunque mettere i paesi colpiti nelle condizioni di essere in grado di proteggere e ripristinare gli ecosistemi ma anche costruire strutture più resilienti, per contrastare la perdita di infrastrutture, mezzi di sussistenza e vite umane e per limitare le migrazioni climatiche.
  • Mantenere la promessa, fatta dai Paesi sviluppati, di mobilitare almeno 100 miliardi di dollari l’anno tra finanza pubblica e privata per il clima entro il 2020 affinché si possano raggiungere i primi due obiettivi.
  • Lavorare insieme, adottando il “Libro delle Regole” per rendere realmente operativo l’Accordo di Parigi e rafforzando gli impegni tra tutti i membri della società, i governi ma anche i singoli cittadini.

 

La collaborazione tra tutti i componenti della società è anche ciò che chiedono le nuove generazioni. Durante l’incontro Youth4Climate, più di quattrocento giovani rappresentanti hanno redatto il manifesto per il clima consegnato poi ai leader mondiali. Dal manifesto emerge il tema della partecipazione dei giovani e in particolare, anche di tutti gli organi non statali della società, che dovrà essere sempre più consapevole dell’emergenza climatica e impegnata in una ripresa sostenibile dopo la pandemia. I  giovani sono infatti quelli più minacciati dal cambiamento climatico poiché il loro futuro è a rischio.

 

Quelli della COP26 sono obiettivi molto ambiziosi, ma non è più possibile che l’Homo Sapiens si sottragga dalle responsabilità che ha verso il Pianeta. Le conseguenze dei cambiamenti climatici, che conosciamo bene, riempiono già i notiziari e non possiamo lasciar correre altro tempo, perché  i “BLA BLA BLA” non salveranno la vita di miliardi di persone: occorre agire e occorre farlo ora.

 

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Ambiente, società e tecnologia

Perché si dovrebbe continuare ad essere contro il nucleare. Intervista a Gian Piero Godio

Il tema del nucleare in Italia potrebbe essere assimilato all’immagine di un fuoco che continua a bruciare sotto le ceneri. Sono due i referendum che nella storia del nostro paese hanno bocciato sonoramente l’energia dell’atomo eppure, di tanto in tanto, questa tematica torna a conquistare le luci della ribalta spaccando in due fazioni nette l’opinione pubblica.

 

Da qualche mese l’argomento è tornato ad essere particolarmente caldo soprattutto a seguito di una serie di dichiarazioni, poi in parte ritrattate, fatte dal Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani. In particolare, l’invito del Ministro è stato quello di accantonare le vecchie ideologie e di guardare alle nuove tecnologie nucleari come al mezzo per raggiungere gli obiettivi europei di neutralità climatica. Per fare chiarezza sull’argomento abbiamo invitato nella nostra redazione Gian Piero Godio di Legambiente e Pro Natura del Vercellese, la zona più nuclearizzata di tutta Italia.

 

Gian Piero Godio, benvenuto nella nostra redazione, la prima domanda che le faccio arriva direttamente dal discorso del Ministro Cingolani. Può il nucleare essere la chiave di volta per il raggiungimento degli obiettivi internazionali di azzeramento delle emissioni?

 

Innanzitutto oggi in Italia non abbiamo certo bisogno di cercare i pro e i contro del nucleare sull’enciclopedia.

 

Infatti è di dominio pubblico che le quattro centrali nucleari italiane di Trino (VC), Caorso (PC), Latina, e Sessa Aurunca (CS), in tutta la loro esistenza, hanno complessivamente prodotto energia elettrica per 91 miliardi di chilowattora. Sembrano tanti, ma occorre tenere presente che gli impianti fotovoltaici esistenti in Italia, solo negli ultimi quattro anni, ne hanno prodotti oltre 95 miliardi.

 

In compenso queste quattro centrali nucleari hanno lasciato rifiuti radioattivi che resteranno tali per migliaia di anni e che ad oggi nessuno sa ancora dove collocare in condizioni di relativa sicurezza: anche le prime risultanze del seminario organizzato da Sogin attualmente in corso per l’individuazione del Deposito nazionale per le scorie testimoniano che nessuno, in Italia, vuole avere materiale radioattivo sul proprio territorio.

 

Per non parlare delle emissioni climalteranti e dei costi dovuti a quei pochi chilowattora di origine nucleare, perché, per ogni chilowattora, vanno calcolati il costo e l’inquinamento dovuti all’estrazione del minerale contenente uranio, quelli dovuti alla sua raffinazione, all’arricchimento, alla costruzione e gestione della centrale, al suo smantellamento, e infine, alla conservazione delle scorie radioattive per migliaia di anni.

 

Insomma, il nucleare, di qualsiasi tipo, è l’alternativa peggiore!

 

Introdurre oggi il nucleare in Italia sarebbe una scelta economicamente sostenibile?

 

Non è questo l’aspetto che più mi interessa, ma in ogni caso l’esigenza di dotare il nucleare di un numero sempre maggiore di dispositivi al fine di cercare di contenere almeno in parte i rischi che ne derivano ha fatto sì che i costi siano saliti a livelli tali da rendere il nucleare insoddisfacente persino dal punto di vista economico, come dimostra la scarsa penetrazione di questa tecnologia il cui contributo in termini di energia primaria a livello mondiale nel 2020 è stato del solo 4,31%, come si rileva dalla prestigiosa pubblicazione, non certo di fonte ambientalista.

 

 

Partendo dal presupposto reale che il “rischio zero” non esiste. C’è davvero un problema di sicurezza legato alle centrali nucleari? E qual è il rischio legato al conferimento delle scorie?

 

Non è solo questione del pessimo rapporto tra i benefici (pochi) e i rischi e i costi (tanti, in proporzione). Infatti, come scriveva Giuliano Martignetti nel suo Dizionario dell’Ambiente (ISEDI 1995), “il “nucleare”, al di là della sua realtà concreta, è venuto assumendo nel corso degli anni un valore fortemente simbolico, discriminante fra due idee antitetiche dell’uomo e del suo futuro nel mondo: da un lato l’uomo faustiano, teso al dominio dell’ambiente naturale, convinto di potere, con la sua tecnica e la sua industria, forzare indefinitamente i limiti dello sviluppo, dall’altra l’“uomo nuovo” ecologico che prende atto della sua appartenenza alla natura e della necessità di ristrutturare in armonia con essa la propria società e la propria economia”.

 

Specificamente poi per quanto riguarda i problemi di sicurezza delle centrali e dei depositi nucleari basterebbe pensare che il territorio italiano è stato recentemente esaminato sulla base dei criteri di esclusione fissati da ISPRA, per ragioni appunto di sicurezza, sulla base della esperienza internazionale, e dall’esame è risultato già escluso da subito oltre il 99% dei Comuni.

 

Poiché l’uranio presente in Italia sarebbe insufficiente per sostenere un apparato nucleare. Ha senso parlare di fine della dipendenza dai paesi esteri?

 

Forse chi parla di “fine della dipendenza dai paesi esteri” si riferisce alla fusione nucleare, cosa fisicamente completamente diversa dalla “fissione nucleare” utilizzata fino ad ora, ma non per questo tanto migliore per quanto riguarda il problema dei costi, dei rischi e del potenziale utilizzo militare.

 

Effettivamente questa tecnologia non utilizza l’uranio, ma non è per nulla esente da problemi di radioattività, in quanto i neutroni generati dalla fusione renderebbero radioattive le strutture e genererebbero quindi scorie radioattive, certamente diverse da quelle derivanti dalla fissione, ma pur sempre radioattive per tempi dell’ordine di “solo” trecento anni, e che dentro la centrale nucleare  a fusione si riformerebbero giorno per giorno mettendo quindi in continuazione a rischio i trecento anni successivi.

 

C’è davvero la possibilità, secondo lei, di aprire nuovamente un referendum per il nucleare? E qualora avvenisse quali sono i suoi motivi per ribadire il no?

 

In Italia la contrarietà all’utilizzo del nucleare è stata democraticamente e ufficialmente stabilita in ben due referendum, che si sono svolti nel 1987 e nel 2011, in occasione dei quali, proprio nei luoghi dove il nucleare era ben conosciuto e rappresentava anche una rilevante fonte di occupazione, quali Saluggia e Trino, in Piemonte, la maggioranza assoluta dei cittadini aventi diritto al voto si è pronunciata contro questa tecnologia.

 

In risposta a chi – anche allora – proponeva il nucleare per contrastare l’alterazione del clima, l’inquinamento dell’aria ed i conflitti dovuti al controllo sul petrolio in esaurimento, i volantini di Pro Natura e di Legambiente dicevano testualmente: “Diciamo SÌ all’efficienza, SÌ all’energia solare, ma diciamo NO al nucleare, perché le centrali nucleari:

 

  • rappresentano la soluzione più pericolosa ai problemi creati dai combustibili fossili, sia in termini di sostanze tossiche che vengono create per ogni chilowattora di energia elettrica prodotta, sia ancor più in termini di sostanze tossiche che vengono create per ogni chilogrammo di CO2 evitata;
  • nell’azione di rallentamento dei cambiamenti climatici sono poco tempestive e scarsamente efficaci, a causa dei lunghi tempi di realizzazione e delle notevoli emissioni prodotte nella costruzione, nello smantellamento ed anche nell’approvvigionamento dell’uranio, specie se si dovrà utilizzare minerale povero;
  • le riserve di uranio vantaggiose sono limitate, mentre l’utilizzo del minerale povero comporta alte emissioni e alti costi; il riciclo dell’uranio comporta il riprocessamento con alti rischi ambientali e pericolo di proliferazione del plutonio per le bombe; l’autofertilizzazione comporta un ulteriore aumento dei rischi ambientali e di proliferazione;
  • durante il funzionamento producono al loro interno rifiuti altamente radioattivi che in caso di incidenti possono essere proiettati all’esterno e che, in ogni caso, rimangono pericolosi per migliaia di anni;
  • emettono, durante il loro normale funzionamento, rifiuti radioattivi liquidi e gassosi che sottopongono i cittadini ad esposizioni ufficialmente definite “basse”, ma non per questo meno pericolose in termini collettivi;
  • possono, insieme ai depositi nucleari e agli impianti di riprocessamento, essere un tragico bersaglio per atti terroristici devastanti;
  • comportano la produzione di plutonio e uranio impoverito, che possono avere impiego nel settore militare;
  • non hanno un costo competitivo, specie se il minerale da cui si ricaverà l’uranio sarà sempre più povero, se si dovranno costruire gli impianti di riprocessamento e di autofertilizzazione, e se si considera anche il costo dello smantellamento e della custodia millenaria delle scorie radioattive;
  • sottraggono ai cittadini la possibilità di essere essi stessi produttori di energia, relegandoli ad essere solo consumatori passivi di energia prodotta centralmente;
  • subordinano la sicurezza di approvvigionamento elettrico alle disponibilità di Uranio e, anche in caso di riprocessamento e/o di autofertilizzazione, a tecnologie complesse di difficile controllo democratico e di difficile mantenimento in situazioni di difficoltà sociali o belliche;
  • costringono ad una militarizzazione del territorio, per prevenire i terribili effetti di eventuali atti terroristici;
  • richiedono investimenti ingentissimi, che vengono così sottratti alle fonti energetiche rinnovabili e pulite, quali l’efficienza e il solare”.

Continuiamo a pensarla così anche oggi!

 

Uno slogan molto in voga è “se non sei a favore del nucleare non sei davvero ambientalista”, come replicherebbe?

 

Per prima cosa chiederei al mio interlocutore di qualificarsi e di spiegare la ragione per la quale si sente abilitato a conferire patenti di ambientalismo!

 

Oggi si vede bene che, come ricorda il professor Angelo Tartaglia, fisico e ingegnere, già docente del Politecnico di Torino, “dietro questi ritorni di fiamma verso il nucleare c’è la mitica aspirazione a una fonte d’energia a buon mercato e soprattutto “inesauribile”, cioè il sogno di chi preferisce inseguire le favole, travestite da miracolo tecnologico, piuttosto che dismettere il dogma dell’assoluta priorità dell’egoismo individuale come motore di un mitico progresso fondato sulla infinita crescita di qualsiasi cosa”.

 

E pur di non rinunciare a questo mito, ecco comparire nuovi tipi di nucleare, a partire da quello originale, detto di prima generazione, per passare a quello di seconda generazione, poi di terza, e oggi di quarta generazione, in una sorta di accanimento terapeutico che tenta di tenere in vita una tecnologia che è ormai deceduta a causa dei suoi problemi di sicurezza, di costi e di possibile utilizzo in campo militare.

 

Così vengono via via proposti vari reattori che sono, ad esempio:

 

  • di taglia più piccola (così però ne sarebbero necessari più tanti, con un rischio complessivo maggiore);
  • raffreddati con una miscela di bismuto e piombo fusi (che vedrebbe inevitabilmente il bismuto trasformarsi nel pericolosissimo polonio radioattivo);
  • a fusione, anziché a fissione (ma i neutroni generati dalla fusione renderebbero radioattive le strutture e genererebbero quindi scorie radioattive, certamente diverse da quelle derivanti dalla fissione, ma pur sempre radioattive per tempi dell’ordine di “solo” trecento anni, e che dentro la centrale si riformerebbero giorno per giorno mettendo quindi in continuazione a rischio i trecento anni successivi);
  • oppure quelli le cui scorie radioattive verrebbero trasmutate in prodotti a rapido decadimento (con processi però molto complessi che aumenterebbero rischi e costi).

 

Insomma, il nucleare sicuro, pulito, pacifico ed economico è un vero e proprio ossimoro, ossia una contraddizione in termini, come il SUV ecologico, l’inceneritore pulito, la caccia sostenibile, eccetera.

 

In questo ci conforta anche il parere del professor Giorgio Parisi, proclamato Premio Nobel per la fisica pochi giorni fa, il quale da sempre ha fatto rilevare l’inadeguatezza e la pericolosità del nucleare, come possiamo vedere nelle interviste da lui rilasciate ad esempio in occasione del referendum sul nucleare del 2011.

 

Infine gli farei notare che forse è meglio lasciare il nucleare sul Sole, dove la fusione avviene naturalmente e senza rischi per gli abitanti della Terra, e utilizzare invece l’energia solare nelle sue varie forme, dirette e indirette, che da qualche anno sono diventate convenienti anche dal punto di vista economico.

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Ambiente, società e tecnologia

Perché l’energia nucleare è una risorsa per un futuro sostenibile

Intervista a Luca Romano, fisico e divulgatore scientifico pro-nucleare

A favore dell’energia nucleare, contro l’energia nucleare: se da una parte c’è consenso sui vantaggi che questa fonte potrebbe portare come forte contributo alla decarbonizzazione del settore energetico e di molti sistemi produttivi, dall’altra persistono forti dubbi sulla sua fattibilità in Italia e sulla sua accettazione da parte dell’opinione pubblica.

 

Le ragioni per essere pro-nucleare stanno emergendo nell’ambito della comunicazione della scienza grazie anche a progetti come “l’Avvocato dell’Atomo”: abbiamo intervistato Luca Romano, fisico e divulgatore scientifico, per parlare del perché si dovrebbe ricominciare a discutere un progetto di sviluppo nucleare per l’Italia e del perché non sia troppo tardi per ripensare la nostra posizione collettiva sul tema, anche a seguito dei due referendum del 1987 e del 2011.

 

Partiamo da uno dei dubbi che più suscita preoccupazione tra chi si avvicina a questo tema: qual è la probabilità reale che incidenti gravi come quelli di Chernobyl e Fukushima possano ripetersi?

Ci sono dei rischi legati alle centrali, anche minori, che non possiamo escludere e che vanno necessariamente considerati nella valutazione dei costi e dei benefici?

La probabilità è molto difficile da calcolare, ma posso darti un numero: i reattori di ultima generazione hanno delle core damage frequencies di circa  eventi per anno, il che significa che un incidente in grado di danneggiare il nocciolo del reattore si verificherebbe, in media, ogni dieci milioni di anni. Questo però non significa ancora un danno grave all’esterno: ci sono stati casi di reattori che hanno avuto problemi al core che non hanno causato alcuna dispersione radioattiva (come quello di Lucerna o di Three Mile Island) per cui ci si attesta su probabilità infinitesime. Questa percezione alterata del rischio potrebbe essere paragonata a quella di chi nel passato si preoccupava di poter entrare in contatto con il virus Ebola, ma fumava venti sigarette al giorno.

 

L’energia nucleare è sostenibile da un punto di vista economico, in particolare in Italia?

 

La sostenibilità dal punto di vista economico dipende in larghissima parte dal meccanismo con cui si decide di finanziare la costruzione di una centrale: il nucleare ha i suoi costi distribuiti in maniera molto diversa rispetto ad altre forme di energia. In sostanza, quando costruisci una centrale nucleare si paga “tutto” subito perché il costo della centrale e gli interessi del finanziamento costituiscono quella che sarà poi la grandissima parte del costo dell’energia. I costi operativi invece sono molto bassi, principalmente perché l’uranio costa molto poco rispetto all’energia che produce: dipende tutto dall’avere un buon piano di finanziamento e un buon piano di rientro degli investimenti.

 

Il nucleare richiede stabilità e convergenza politica: se oggi decidiamo di costruire una centrale, significa investire parecchi soldi; se questa centrale viene terminata dopo aver fornito energia per sessanta o settant’anni, si può rientrare nei costi e anzi, questa fonte diventa molto redditizia. Se invece il governo successivo cambia direzione e la centrale chiude dopo soli cinque anni di operatività, si perdono miliardi. Allo stesso modo, se lo Stato garantisce o finanzia parte della costruzione i tassi di interesse si abbassano, mentre se l’investimento è lasciato tutto ai privati c’è un profilo di rischio più alto e i tassi di interesse si alzano. Sono questi gli aspetti che rendono il nucleare costoso e moltissimo dipende da quanto un paese è serio nelle sue prospettive di investimento sul nucleare.

 

L’energia nucleare è una valida alleata per un programma di riduzione delle emissioni? Ma soprattutto, siamo in tempo per contribuire alla decarbonizzazione con le centrali nucleari, in vista dell’obiettivo “Net 0”?

 

L’energia nucleare è tra le fonti energetiche a emissioni più basse e generalmente ad impatto ambientale più basso di tutte. A differenza delle fonti rinnovabili è in grado di fornire energia in maniera continua, con un capacity factor molto alto, superiore al 90%. Questo la rende ideale per fare da complemento, assieme alle rinnovabili, per la parte fissa del carico di rete, che viene definita carico di base.

 

Abbiamo tempo? La risposta è sì: una centrale richiede tra i cinque e i sei anni per essere costruita (alcune hanno richiesto più tempo, ma sono state l’eccezione e non la regola). L’energia nucleare ha assolutamente un ruolo da giocare: lo si può vedere guardando l’elenco dei paesi europei che emettono di meno, perché sono sostanzialmente quelli che utilizzano più nucleare (Francia, Svezia, Finlandia e Norvegia, che può contare molto sull’idroelettrico e quindi riesce a fare a meno del nucleare). Guardando le emissioni per punto di PIL si nota che, rispetto agli altri paesi occidentali, la Francia si distacca nettamente verso il basso proprio perché utilizza moltissimo il nucleare, dato che possiede quasi un reattore per ogni milione di abitanti. Il nucleare deve far parte delle strategie per arrivare a Net 0 nel 2050, e per questo abbiamo tempo. Se invece parliamo delle strategie per il 2030, allora no, non potremo contare troppo sul nucleare, soprattutto qui in Italia.

 

La domanda precedente nasce proprio dal fatto che anche chi è a favore del nucleare come fonte di energia sostenibile pensa che ormai sia troppo tardi per l’Italia…

 

Al momento non ci sono molte alternative. Se una persona non vuole il nucleare perché “non abbiamo tempo”, che cosa propone? Le energie rinnovabili non bastano perché ad oggi la loro tecnologia non è sufficiente a coprire il carico di base. La scelta è tra provarci con il nucleare, magari arrivando in ritardo, o non provarci neppure. Per il 2030 abbiamo obiettivi di riduzione di più del 50% rispetto alle emissioni del 1990 e che si possono raggiungere anche senza il nucleare, in parte sfruttando le rinnovabili, ma soprattutto puntando su un significativo efficientamento energetico e sulla conversione della mobilità verso l’elettrico. Dal 55% all’azzeramento delle emissioni nette, per cui la data è fissata al 2050, il tempo per il nucleare c’è e in abbondanza.

 

Quale dovrebbe essere il ruolo ideale per questo tipo di energia?

 

Il suo ruolo primario inizialmente sarà la produzione di energia elettrica per il soddisfacimento del carico di base, ma potrà essere utilizzata per il teleriscaldamento, per produrre idrogeno, per decarbonizzare una altri settori che oggi sono ancora molto carbon-intensive, ovvero ad altissime emissioni (come quello dell’acciaio e del cemento). Abbiamo energia nucleare da circa settant’anni, un domani le possibilità potrebbero essere moltissime. Pensiamo ai combustibili fossili: oggi riusciamo a sfruttarli in modi che nel diciottesimo secolo non saremmo mai riusciti a immaginare. Per il nucleare vale lo stesso discorso: siamo all’inizio della sua “era” e non possiamo ancora immaginare le sue possibilità. Potrei fare un elenco di applicazioni, ma chissà per che cosa verrà utilizzato tra 100 anni!

 

In quali nuove forme potremmo fruirne?

 

Potremmo parlare di SMR, ovvero di small modular reactors: all’inizio della storia del nucleare un reattore piccolo richiedeva lo stesso tempo di costruzione, ma non costituiva un vantaggio economico rispetto a uno grande. Oggi li stiamo riscoprendo perché abbiamo la possibilità di produrli in serie in fabbrica, trasportarli dove serve e assemblarli. La serialità e la standardizzazione dei processi produttivi costituiscono allora un vantaggio economico. Il nucleare promette di poter essere una tecnologia meno imponente e più fruibile, ma attenzione: quando si parla di SMR si parla di centinaia di Megawatt di potenza, non potremmo certamente metterli in cantina e alimentare con essi un condominio. Invece di avere una grande centrale da sei o sette Gigawatt, avremmo una serie di centrali più piccole in grado di alimentare una città grande come Torino, Milano o anche Bergamo o Brescia. Avere un reattore più piccolo consente di seguire meglio il carico, di averlo più vicino alla città e quindi di usare il calore di scarto per il teleriscaldamento, oltre ad una serie di altre applicazioni che la centrale grossa non consente. La serialità e l’accorciamento dei tempi consentono modelli di finanziamento diversi che abbattono i costi capitali: invece di impiegare cinque anni per costruire un reattore da 1 GW, ne impiegheremmo uno per costruire un reattore da 200 MW che inizierebbe a produrre energia e aiuterebbe a pagare i costi per gli altri SMR. Per ogni Megawatt di potenza costa meno il reattore grande, ma con gli SMR si finisce per avere un costo minore, perché inizi a ripagare prima gli interessi che in questo modo non si accumulano.

 

Tornando a parlare dell’Italia, il rischio sismico, l’eventuale mancanza di luoghi in cui stoccare i rifiuti, una possibile intrusione della criminalità organizzata sono problemi concreti?

 

Posso darti qualche dato: in Italia, zona sismica, la massima PGA (Peak ground acceleration, ovvero la “misura della massima accelerazione subita dal suolo durante un terremoto”) prevista sulle mappe sismiche è 0.35 g, ciò significa che durante un terremoto la sollecitazione del terreno a cui viene sottoposto il terreno è pari a circa un terzo di quella dell’accelerazione di gravità. Consideriamo che a 0.3 g crolla la maggior parte degli edifici e che a 0.5 g crollano gli edifici antisismici; le centrali nucleari moderne sono fatte per resistere a 0.8 g, con un nocciolo fatto per resistere a 1 g. Praticamente nessun terremoto in Italia sarebbe in grado di impensierire una centrale nucleare, ma se ne arrivasse uno di tale entità il rischio legato alle centrali sarebbe l’ultimo dei nostri problemi, perché crollerebbe tutto il resto nel raggio di centinaia di chilometri dall’epicentro.

 

I siti per il deposito dei rifiuti radioattivi, con le giuste condizioni geologiche e idrogeologiche, ci sono: Sogin, la Società Gestione impianti nucleari, ne ha individuati 67 e il fatto che non si riesca a sceglierne uno è dovuto all’opposizione dell’opinione pubblica. Una condizione che una centrale deve soddisfare è quella di essere situata vicino al mare o vicino a un grande corso d’acqua per il raffreddamento, ma dato che siamo circondati dal mare non si pone il problema.

 

Per quanto riguarda la mafia, questa è un’obiezione difficile da scalfire: dimostrare che non farebbe qualcosa, proprio perché logicamente non si può provare, è impossibile. Si può dire però che il rischio di un’infiltrazione è tutto sommato basso. Una centrale nucleare, essendo una tecnologia complessa, richiede moltissima collaborazione, diversi players e controlli nazionali e internazionali; dunque è improbabile che la criminalità organizzata possa infiltrarsi con la stessa facilità con cui lo fa, per esempio, nella costruzione di un palazzo abusivo, controllata da ditte locali. Se dovessimo costruire in Italia ci rivolgeremmo a EDF, che costruisce i reattori francesi, che a sua volta fa produrre i componenti a diverse parti in tutto il mondo. Credo sia difficile che la mafia possa inserirsi e corrompere centinaia di agenzie internazionali, come IAEA, l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica, e commissioni regolatrici italiane ed europee. Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi, se venissero seppelliti abusivamente verrebbero rilevati molto più facilmente rispetto ad altri tipi di rifiuti tossici proprio a causa della maggiore concentrazione di radioattività.

 

Quanto pesano i dubbi scientifici degli esperti rispetto a quelli generati dalla diffidenza, dalla disinformazione, dalle opinioni personali? E da divulgatore scientifico, come pensi si stia evolvendo la consapevolezza del pubblico?

 

Oggi l’ostacolo ad avere un dialogo politico sul nucleare è dovuto alla presenza di un terrore atavico attorno a questo tema. Un tecnico o uno scienziato contrario al nucleare solitamente non pone la questione sul piano del rischio o della produzione delle scorie, ma soprattutto su quello economico. Le persone spaventate da questo tipo di energia costituiscono però una base elettorale larga a cui nessun politico vuole rinunciare, dunque si tende a parlarne poco.

 

Osservo però, da divulgatore, che la situazione sta cambiando, sempre più persone cominciano a guardare i numeri e a considerare il nucleare come un’opzione: questo si traduce nel fatto che i politici inizino a parlarne; fino a 6 mesi fa ne parlavo io su Facebook, ora se ne dibatte in un ambito più mainstream. La posizione pro nucleare non è ancora vincente ed è portata avanti, secondo me, per le ragioni sbagliate, soprattutto dai partiti di destra: parlo di un discorso di sovranità energetica, che seppur legittimo, è meno importante dell’aspetto ambientale. Con la pazienza e la divulgazione fondata sui dati non si convincono tutti, ma pian piano si convincono sempre più persone.

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Marketing & Social Media

Investire nell’immortalità: la nuova sfida dei miliardari della Silicon Valley

A tutti i problemi c’è un rimedio, tranne che alla morte. O almeno, non ancora. Una startup della Silicon Valley è convinta che riprogrammando le nostre cellule potremmo invertire l’invecchiamento e alcuni miliardari, tra cui Jeff Bezos, ci credono, tanto da investirci.  

 

La questione è nata con l’ibernazione, ma l’industria dell’immortalità vale già miliardi

 

Prolungare il proprio tempo sulla terra, da diventare praticamente immortali, è il sogno di molti, tanto che la letteratura mondiale di ogni secolo ha raccontato molte storie a riguardo. Se prima, tuttavia, si poteva definire una completa utopia, ad oggi la scienza vi si sta avvicinando, con dei sistemi di dubbio funzionamento, ma esistenti.

 

La prima di queste possibili soluzioni è l’ibernazione, una condizione biologica in cui le funzioni vitali sono ridotte al minimo: il battito cardiaco rallenta, il metabolismo si riduce e la temperatura corporea si abbassa. Nel mondo animale è un fenomeno conosciuto come letargo, ma per gli umani la questione è molto più complessa.

 

L’Ibernazione, scientificamente detta sospensione crionica, avviene nel momento in cui una persona appena deceduta, viene sottoposta alla pratica di congelamento, immergendola nell’azoto liquido, nella speranza che, in un prossimo futuro, la medicina abbia trovato le cure necessarie che possano salvare questi corpi dalla malattia per la quale sono deceduti e possano un giorno ritornare in vita.

 

Ad oggi però, la scienza non è in grado di assicurare che i corpi, una volta ibernati, tornino in vita senza danni, in quanto nessuna tecnologia esistente permette la realizzazione di questo complicato e controverso processo.

 

Al momento esistono solo tre centri in tutto il mondo in cui è possibile eseguire la crionica sugli esseri umani: l’Alcor, in Arizona, il Cryonics Institute sempre negli Stati Uniti e fondato da Robert Ettinger, “padre” della crionica e la KryoRus, in Russia.

 

Si calcola che, attualmente, ci siano almeno 350 corpi in questo stato e altri 2000 sono già in lista di attesa, nonostante i costi del processo siano da capogiro: tra i 160 e i 200 mila dollari (anche se non mancano i primi tentativi di abbonamenti mensili per rendere il costo più conveniente come nel caso di Tomorrowbiostasis). Da questi dati si comprende bene come questo tipo di industria valga già centinaia di migliaia di dollari.

 

L’ibernazione, tuttavia, è un sistema che agisce dopo la morte, in un futuro in cui sia possibile risvegliarsi e continuare la propria vita, ma altre società stanno lavorando a soluzioni diverse.

 

Invertire l’invecchiamento: l’idea di Altos Labs è rivoluzionaria

 

Le società biotech che stanno cercando di invertire l’orologio biologico, crescono a vista d’occhio: da Human Longevity che utilizza algoritmi per prevedere, sulla base di un test del DNA, il rischio di sviluppare un cancro e Unity Biotechnology che distrugge le cellule danneggiate grazie al suo prodotto UBX0101, in grado, secondo l’azienda, di aumentare la vita media di un individuo del 24%, fino ad arrivare alla più “artigianale” Ambrosia, che vuole combattere la vecchiaia attraverso trasfusioni di plasma di giovani donatori. I risultati rimangono tutti da dimostrare, infatti, viene definita una società “morta”.

 

Tra le tante soluzioni fantasiose, una delle ultime aziende arrivate è la startup Altos Labs basata nella Silicon Valley, che ha attirato l’attenzione di un pool di miliardari, tra cui Jeff Bezos proprietario di Amazon nonché l’uomo più ricco del mondo, raccogliendo 231 milioni di dollari per sviluppare una tecnologia biologica capace di ringiovanire le cellule. Oltre alla possibilità di rallentare l’invecchiamento, vi sarebbe anche quella di “ripristinare” la giovinezza, invertendo letteralmente il processo di invecchiamento.

 

L’idea può sembrare alquanto folle, ma di diverso avviso sono i numerosi e prestigiosi scienziati che Altos Labs ha ingaggiato per lavorarci. È Shinya Yamanaka lo scienziato senior alla guida del comitato scientifico della startup, premio Nobel nel 2012 per aver scoperto il processo di rigenerazione biologica, con le cellule staminali pluripotenti indotte. Semplificando, la possibilità di riportare cellule adulte differenziate e sviluppate, ad uno stadio simil-embrionale dove potrebbero differenziarsi in qualsiasi tipo di cellula necessaria all’organismo, con forti implicazioni nell’ambito del ringiovanimento.

 

Atri scienziati, diventati famosi per esperimenti controversi, fanno parte dell’equipe. Lo spagnolo Juan Carlos Izpisua Belmonte, il biologo finito alla ribalta per un curioso esperimento che portò alla creazione di embrioni di scimmie contenenti cellule umane. Insieme a lui c’è anche Steve Horvath che ha sviluppato una tecnica per misurare l’età degli esseri umani sulla base di 353 marcatori epigenetici (alterazioni dei tag chimici del Dna, modificazioni che variano l’espressione genica pur non alterando la sequenza del DNA) che modificano il fenotipo, ovvero l’apparire, senza alterare il genotipo, ovvero l’essere, non mostrando dunque i segni del passaggio del tempo sul corpo umano. Una tecnica conosciuta anche come “orologio epigenetico” oppure “orologio di Horvath”. Lo stesso Horvarth, in un esperimento condotto nel 2019, fece assumere a nove volontari un cocktail di ormoni e farmaci per un anno. Al termine, l’età biologica del campione si sarebbe ridotta in media di due anni e mezzo (misurata attraverso i marcatori presenti nel Dna). Un risultato che sorprese lo scienziato stesso.

 

Ma funziona davvero dal punto di vista scientifico?

 

La risposta è abbastanza univoca: per ora non vi è una tecnologia in grado di ritardare l’invecchiamento e di farci aspirare all’immortalità. In Altos Labs, tuttavia, sono convinti di poter trovarla, in un modo o nell’altro e stanno quindi iniziando a realizzare centri di ricerca in tutto il mondo; avviando una campagna acquisti di scienziati da stipendiare, anche lautamente, affinché si dedichino solamente a questa iniziativa.

 

Il DNA è un codice che contiene tutte le informazioni riguardo l’esistenza di ogni singolo individuo, esattamente come il codice di programmazione sta dietro un software. È lecito chiedersi se, come avviene facilmente nel campo dell’informatica, sia possibile “hackerare” questo codice, riscrivendo alcune stringhe, per arrivare a posticipare, se non evitare, l’incombenza della morte. Essendo gli esseri viventi, l’esatto opposto di semplici macchine, la risposta potrebbe non essere così scontata.

 

Uno dei problemi che devono affrontare, come spiegano gli scienziati tra cui, Alejandro Ocampo dell’Università di Losanna per la rivista Technology Review del MIT, è che la riprogrammazione non ringiovanisce semplicemente le cellule, ma cambia la loro identità. Per questo motivo la tecnologia è ancora troppo pericolosa per essere provata sull’uomo. A riprova di ciò ne sono la testimonianza gli effetti collaterali, come la comparsa di tumori, che si sono presentati in alcuni esperimenti precedenti.

 

La questione eticità: potremmo mai diventare un mondo di immortali?

 

Oltre ai diversi problemi tecnici precedentemente affrontati, ce n’è uno che va ben oltre: l’eticità.

 

Quella dell’immortalità potrebbe essere la più grande disuguaglianza che sia mai esistita sulla terra. Nonostante ogni essere umano aspiri a vivere il più a lungo possibile, solo chi avrà il sufficiente benessere economico potrà vivere davvero quanto desidera, andando a creare un manipolo di personaggi eletti a cui è concesso vivere anche il doppio degli altri.

 

Tuttavia, la disuguaglianza tra l’elite degli “immortali” e quella dei “comuni esseri umani”, sarebbe nulla in confronto ai ben più gravi problemi che ne risulterebbero se sempre più persone cominciassero ad arrivare a vivere fino a 200 o 300 anni, in termini di sostenibilità su tutti i fronti e sovrappopolamento.

 

Magari, quando questa tecnologia sarà matura, saremo probabilmente già emigrati su altri pianeti, dove, almeno che per un po’, ci sarà posto per tutti, nel frattempo, non dobbiamo dimenticare che persino Dorian Gray desiderava vivere giovane e bello per sempre, ma alla fine, finì per rovinarsi l’esistenza ed uccidere sé stesso, senza nemmeno accorgersene, bramoso com’era di essere immortale.

 

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Economia, StartUp e Fintech

La comunicazione della BCE oggi tra vignette e post su Instagram

“I banchieri centrali sono conosciuti per il loro linguaggio, che una persona media fatica a comprendere. Spesso viene usato intenzionalmente.”

 

Inizia così una domanda provocatoria di David Rubenstein posta all’attuale presidente della BCE Christine Lagarde durante una recente intervista del David Rubenstein Show.

 

“Lei invece utilizza un linguaggio che sembrerebbe tutti riescano a comprendere, molto semplice e avanti. Non dovrebbe essere una sorta di norma, rendere ciò che comunica comprensibile al cittadino medio?” prosegue Rubenstein. Affermazione facilmente condivisibile se si guarda una delle conferenze stampa della BCE di dieci anni fa, ricca di tecnicismi e difficile da seguire per via della voce dell’interprete inglese che si sovrappone alla voce francese del presidente della BCE di allora. “Sì David, credo sia estremamente importante che le persone comprendano quello che facciamo. Ha a che fare molto con la fiducia: se qualcuno parla con te in un linguaggio completamente incomprensibile, come fai a fidarti? Per me è stato molto importante concordare con il Consiglio Direttivo che avremmo comunicato in una maniera più chiara e semplice.”

 

La BCE ha da poco rivisto il suo linguaggio e tra le strategie vi è quella di utilizzare brevi frasi nelle dichiarazioni sulle decisioni di politica monetaria, rilasciate ogni sei settimane dopo la riunione del Consiglio Direttivo, così che siano comprensibili anche dai meno esperti. Non solo alla BCE, ma anche Jerome Powell della Federal Reserve americana ha lo stesso obiettivo di chiarezza della comunicazione.

 

La comunicazione, una chiara e incisiva comunicazione, è estremamente importante e imprescindibile in molti campi. Per la Banca Centrale Europea è un vero e proprio strumento a disposizione del banchiere centrale per raggiungere determinati obiettivi; fa parte degli interventi cosiddetti non convenzionali tra cui rientrano l’alleggerimento quantitativo (più noto come quantitative easing), il credit easing e appunto la forward policy guidance. Quest’ultima permette alla BCE, mediante i suoi annunci, di condizionare le aspettative dei mercati sui futuri livelli dei tassi di interesse al fine di raggiungere dati obiettivi macroeconomici. L’ex presidente della BCE e attuale presidente del consiglio Mario Draghi fu il primo a utilizzare questo tipo di annunci e ad invitare i colleghi all’utilizzo. Volendo utilizzare i tecnicismi dei banchieri centrali, i loro annunci vengono anche indicati come annunci “delfici” quando sono più impliciti e “odisseici” quando al contrario sono espliciti. Per far sì che le strategie risultino efficaci una Banca centrale deve essere innanzitutto credibiletrasparente, le persone devono riporre fiducia ed essere sicure che la banca metterà in pratica ciò che comunica di fare. Le comunicazioni dei banchieri centrali influenzano i comportamenti e creano aspettative nei mercati che hanno importanti ripercussioni sull’economia reale.

 

Per rendere dunque il suo linguaggio meno ostico e più vicino al panorama comunicativo odierno la BCE ha deciso di utilizzare termini semplici, frasi brevi e maggiormente comprensibili, ed ha recentemente iniziato a comunicare le proprie decisioni di politica monetaria e a pubblicare contenuti informativi nella forma di post su Instagram e LinkedIn affiancati da grafiche. Dopotutto le decisioni hanno conseguenze sulla vita di tutti i giorni, sul prezzo del mutuo in termini di tasso di interesse ad esempio, ed è importante che vengano comprese.

 

Di seguito una delle vignette con cui ha tentato di spiegare il nuovo obiettivo di inflazione per l’area Euro del 2% nel medio termine per cui un’inflazione troppo bassa (deflazione) non è desiderabile quanto un’inflazione troppo alta:

comunicazione bce
Fonte: sito BCE https://www.ecb.europa.eu

Oltre a comunicare la BCE ha affermato di voler interagire con i cittadini e a tal fine ha messo a disposizione dei contatti sul suo sito ufficiale: è possibile mandare una mail, una lettera o telefonare in apposite fasce orarie per porre domande, dare suggerimenti o commenti riguardanti l’attività della BCE. Ricevere feedback, capire le aspettative delle persone e le loro preoccupazioni sul futuro può aiutare la BCE a condurre la politica monetaria in maniera più efficiente ma non solo, il coinvolgimento dei cittadini può far meglio comprendere ciò che fa la BCE e accrescere la fiducia nell’Eurosistema.

 

Nel sito della BCE è presente inoltre la sezione “Facciamo chiarezza” dove è possibile trovare risposte a molti dubbi tra infografiche e video di un minuto tra cui il video “cos’è la vigilanza bancaria europea” o “cosa rappresenta la firma sulle banconote”.

 

Per i più curiosi qui l’ultimo paper del consulente della BCE Gabriel Glöckler intitolato “Clear, consistent and engaging: ECB monetary policy communication in a changing world” (chiara, coerente e coinvolgente: la comunicazione sulla politica monetaria della BCE in un mondo in cambiamento).

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Ambiente, società e tecnologia

Il mondo del lavoro è in continuo mutamento: la risposta è nell’evoluzione sociale

La società moderna, come afferma lo stesso Zygmunt Bauman (sociologo e filosofo del lavoro e della modernità), è come “un mondo che cambia continuamente, rifiutando la verità della conoscenza esistente“.

 

Ne consegue che tale visione interessi anche la sfera lavorativa stessa, al punto che “l’etica del lavoro si svuota del proprio significato, tanto che si perde l’attenzione nei confronti del lavoratore e a sua volta il capitalista viene divorato dal meccanismo della competizione“.

 

Per capire come si è giunti a questo risultato “globale” e così comprendere le dinamiche dietro il cambiamento del settore lavorativo, di seguito verranno analizzati i processi economici, politici e sociali che hanno interessato l’uomo nel momento in cui si è costituito in gruppi di persone.

 

 

In principio: la causa

 

Il periodo interessante per il ragionamento sociologico in atto, si può far risalire a quando gli uomini iniziarono a stabilire delle gerarchie “territoriali” (in base alla supremazia intellettuale o fisica) e a costituirsi in società (per prevenire rappresaglie con uomini dello stesso luogo). Iniziano a condividere le stesse paure e gli stessi pensieri, pena l’esclusione dal gruppo. La paura di cui si parla è quella “cosmica“, coniata dal filosofo russo Michail Bachtin. Si tratta di una paura che nasce in funzione dei limiti umani (cognitivi e pragmatici) e dei fenomeni naturali (ancora inspiegabili); condizioni che innescano reazioni o necessità di sicurezza nelle coscienze degli uomini, appoggiandosi ai poteri forti, gli unici in grado di trovare delle soluzioni ad hoc (anche se la soluzione è plasmare le loro menti e obbligarli a vivere in situazioni di restrizioni).

 

È lo stesso principio su cui viene costruito il paradigma del taylorismo: non a caso la sua attuazione nel campo dell’industria porta il nome di fordismo (ove la stabilità economica, tra l’altro, è ritrovata nel maggior legame tra capitale e lavoro).

 

Ma è proprio la catena di montaggio, questa innovazione tecnologica, a preannunciare l’inizio di uno sviluppo del terziario inarrestabile. Il passaggio dalla modernità alla postmodernitàa causa della globalizzazioneporta con sé nuovi cambiamenti ma anche nuove necessità: “La compressione dell’obbligo spazio e del tempo racchiude le multiformi trasformazioni che stanno investendo le condizioni dell’uomo oggi“.

 

In conclusione: l’effetto

 

E dato che l’uomo si deve adeguare agli avvenimenti che si susseguono e alle possibilità desiderate o meno che l’interazione con l’estero può dare, si aziona una gara al migliore. Da un punto di vista sociale e psicologico si passa anche ad una “paura ufficiale” ovvero ad una paura progettata e costruita a misura d’uomoper portarlo all’individualismol’uomo ha perso ed è stato privato di ogni punto di riferimento, si sente vivere in uno stato di rischio perenne e senza alcuna tutela degli organi preposti.

Per mantenere viva questa paura, viene concessa una libertà mai assaporata prima: i lavoratori, nel caso in esame, diventano arbitri liberi ovvero uomini responsabili della risoluzione di problemi generati da circostanze in continuo cambiamento e responsabili, quindi, delle scelte che ne deriveranno. Una forma di libertà mai assaporata prima, una forma di libertà che viene vista anche come un nuovo modo per mantenere viva la paura ufficiale.

E ovviamente non esistono ricette che sia possibile seguire e che consentano di evitare errori o a cui sia possibile attribuire la colpa in caso di insuccesso.

 

Tutto questo porta alla nascita di lavoratori precari, di “elementi” più facilmente sostituibili nel sistema economico; di conseguenza, non vi è alcun motivo di sviluppare un attaccamento al lavoro o di instaurare rapporti duraturi con i colleghi. Anche le abitudini e i ricordi passati devono venir meno. Devono sempre mutare il ruolo, avere capacità di learning ability; infatti, secondo il report del 2020 del World Economic Forum i lavoratori si sarebbero visti costretti a fare azioni di upskilling e reskilling.

Nel privato si respira la stessa aria: l’incertezza lavorativa non viene condivisa e viene meno la volontà di lottare per una causa comune. Gli stessi legami interpersonali sono fugaci, fluidi, privi di profondità e lo scenario entro cui si realizzano è la rete.

 

Una causa (conseguente e concatenata), la si ritrova nella sfera politica: dal punto di vista politico, il potere diventa extraterritoriale in quanto si sposta in un ambiente globale, lontano dal controllo politico. “Al contrario, le istituzioni politiche rimangono relegate nei propri confini locali restando incapaci di agire a livello planetario. E questa perdita di potere genera le linee di una qualsivoglia azione collettiva, minando le fondamenta sociali della solidarietà“.

 

L’ultimo passaggio chiave dello studio sul cambiamento del mondo del lavoro, risiede nella sfera economica dei suoi strumenti di scambiosi è passati, nel corso delle varie “vicissitudini”, da un capitale solido (che vede uno stretto legame col lavoratore) ad un capitale liquido ove sussiste uno stretto e controverso legame tra capitale e consumatore, più libertà economica degli azionisti ma anche più rischio di esposizione alla concorrenza.

 

Non si parla più di Postmodernità ma, appunto, di Modernità liquida (dall’omonimo libro di Bauman) dove le parole chiave sono velocità, narcisismo, sensation seeking, ambiguità e non definizione, rinuncia al futuro, precarietà, procrastinazione (brevità delle riflessioni e ritardo della gratificazione), consumismo e frustrazione (soprattutto per il povero che cerca di standardizzarsi agli schemi comuni ma non ci riesce).

 

Le aziende di oggi quali azioni compiono?

 

Le aziende, come i lavoratori, a causa della rete e della globalizzazione, si sono trovate di fronte ad un mercato del lavoro sempre più ampio, quasi privo di confini.

Se si aggiungono a ciò, le necessità sorte con l’arrivo della pandemia, la distanza si è ulteriormente estesa arrivando ad interessare  la presenza fisica in sé di aziende e persone: vuoi per i costi, vuoi per praticità o adattamento, il lavoro da remoto è diventato l’unica soluzione (gradita) in questo cambiamento.

 

Ma da remoto è vero anche che viene meno la capacità di cogliere l’essenza vera e propria del candidato (lo schermo, come detto precedentemente, rende tutto impersonale, come se fosse un filtro) e non si può essere certi dell’effettiva veridicità delle parole del candidato (anche in qualità delle capacità tecniche decantate).

 

Così le aziende si sono dovute affidare a prove pratiche quali progetti o game da remoto (riuscendo, tralaltro, a fare una scrematura iniziale).

È innegabile che dall’ingresso della tecnologia, le nuove invenzioni, pensate per far fronte ai cambiamenti in atto, finiscono per produrre soltanto nuovi cambiamenti.

 

 

Ed è possibile che esista già un nuovo modo di fare, cercare e trovare lavoro?

 

È ancora in fase di sperimentazione ma si ipotizza che questa intuizione possa aiutare aziende e lavoratori senza troppi stravolgimenti: l’aiuto arriva proprio da TikTok con la sua estensione “TikTok Resumes“; avente lo scopo di raggiungere il target odierno dei nuovi lavoratori (quelli della Generazione Z). L’idea nasce dal numero sempre più crescente di video dall’#CareerTok, contenenti TIPS e consigli su tutto il mondo del lavoro (dalla creazione di CV originali a come sostenere un colloquio di lavoro).

Questa iniziativa è stata portata avanti solo negli Stati Uniti e aveva come scadenza il 31 Luglio.

 

Il processo di candidatura prevedeva che gli interessati esaminassero su www.tiktokresumes.com le offerte di lavoro delle aziende aderenti al programma (tra le quali TargetSony e NBA) e, una volta scelta la job alert, visionassero esempi di spicco di curriculum video su TikTokprofili di creator con contenuti relativi alla carriera o al lavoro. Infine, una volta creato il video da 3 minuti (con tutte le funzionalità offerte da TikTok), i candidati dovevano aggiungere  l’#TikTokResumes e caricarlo sia su TikTok che sulla pagina della job alert.

 

Lo stesso Nick TranGlobal Head of Marketing di Tiktok, ha ammesso che questa idea voleva rispondere ai cambiamenti tradizionali dei processi di selezione in un modo del tutto nuovo e più affidabile, mostrando direttamente (non solo a parole) capacità di comunicazione, intrattenimento, Problem Solving, competenze tecniche nuove (montaggio video e grafica) e creatività. La risposta al problema, sopra citato, delle aziende.

 

Nonostante le adesioni siano state tante non sono mancate le “polemiche”: la privacy dell’utente non è tutelata; infatti se quest’ultimo ha già un lavoro e vuole cambiarlo, con questa soluzione potrebbe non riuscire a nascondere la candidatura al suo datore di lavoro. Inoltre, ci potrebbero essere discriminazioni di genere e di “popolarità” legate al doversi mostrare (aspetto fisico e orientamento) e al numero di seguito sul proprio profilo.

 

Vantaggi o svantaggi, tale novità è stata solo un test localizzato e il sito non è neanche più disponibile;  voci provenienti dai vertici dicono di aspettare nuove perché ci sarà il prossimo round (infatti il sito ufficiale utilizzato mesi fa, non è più agibile).

 

 

Ma esiste un modo concreto per aiutare aziende e lavoratori a prevenire questi cambiamenti, senza trovarsi sempre impreparati?

 

Come in ogni cosa, ci sarà sempre qualcuno più abile e veloce di altri, che risponde subito al cambiamento e non rimane indietro, ma questo non deve essere motivo di indifferenza.

 

Alla luce dei fatti e come sosteneva Bauman, la chiave è la creazione di un vero dialogo e di una comunicazione più efficace. Parlando e ascoltando con coscienza e attenzione, è possibile rendersi conto e riconoscere il problema: si vive in una società che procede con ritmi malati e che genera irrimediabilmente uno scontro tra infelici, in cui a trarne giovamento sono soltanto i capi politici e i sostenitori dell’odio (da qui anche la cancel culture).

 

Una consapevolezza che deve partire dalla formazione sui banchi di scuola. E il passo verso una trasformazione culturale e locale e la creazione di un nuovo umanesimo, sarà breve: ogni uomo si troverà al centro di ogni decisione e le differenze di ciascuno costituiranno le fondamenta per un nuovo futuro.

 

E per il lavoro? Sarà come ritornare al passato, ai tempi del taylorismo: le aziende dovranno fermarsi ad esaminare e raccogliere tutte le conoscenze presenti in azienda (comprese quelle tradizionali), perché rappresentano il patrimonio aziendale (la riflessione tornerà ad essere un’azione fondamentale). Comprese le conoscenze teoriche, sarà necessario analizzare e osservare  il comportamento dei lavoratori, le loro capacità tecniche, le loro attitudini, oltre che il loro rendimento individuale.

 

Da questi aggiustamenti nelle varie sfere sociali, si arriverà ad una nuova attenzione alla persona, ad un’osservazione interna vera (non solo teorica) e ad un dialogo intenso, empatico.

 

Ma sarà davvero possibile? E quanto tempo potrà richiedere?

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Marketing & Social Media

Realtà immersive tra opportunità attuali e utilizzi futuri

Le realtà estese o immersive, termine spesso utilizzato per indicare l’insieme di virtual reality e augmented reality (per la spiegazione completa sulla differenza, fare riferimento a questo articolo), vengono ancora identificate come tecnologie interessanti e dal grande potenziale, ma con la convinzione che siano ancora troppo acerbe, magari, senza nemmeno aver compreso i diversi ambiti di applicazione e le innumerevoli occasioni in cui queste vengono attualmente già impiegate.

 

Dalla formazione al gaming, dagli eventi alle simulazioni in ambito professionale fino ad arrivare all’arte e la terapia medica. Questi sono solo alcuni degli aspetti di cui si potrebbe parlare, come hanno raccontato alcuni speaker, al Web Marketing Festival, di cui riportiamo un paio di incontri.

 

La VR gamification come strumento di marketing

 

Manuel Bazzanella, Founder e CEO di Digital Mosaik, azienda trentina che si occupa di virtual reality, ha tenuto un talk riguardo all’impiego della VR nel mondo del marketing tramite l’utilizzo della gamification.

 

Cosa sono gamification, VR e a cosa servono

 

Manuel è partito proprio dal termine: per gamification s’intende l’utilizzo delle dinamiche ludiche in contesti non ludici per aumentare coinvolgimento e motivazione. Secondo Manuel, giocare è vivere, poiché le dinamiche sono le stesse: superare le sfide, procedere a livelli, ottenere riconoscimenti. Il gioco è ormai diventato una meccanica motivante con cui si possono rivestire tantissime altre attività e progetti, tra cui, l’ambito del marketing. Il concetto di gaming, inoltre, diviene superiore quando incontra la realtà virtuale e nell’ultimo periodo se ne parla parecchio perché a livello globale si sta andando proprio in questa direzione: intercettare il trend adesso, può portare ad un grosso vantaggio competitivo in futuro.

 

I bambini, sin da subito, vengono istruiti alle dinamiche ludiche: livelli da raggiungere, ricompense e doni, distintivi da esibire. Queste sono le regole dei giochi che si trasportano anche nel caso della VR. La virtual reality include facilmente il concetto di flow, teorizzato dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi. Esso è lo stato particolare di perfetto coinvolgimento, in cui l’attività che dobbiamo svolgere non è né troppo semplice né troppo difficile, sfidante al punto giusto, tanto che diverte, facendo perdere il senso del tempo. Da qui si arriva al motivo per cui la realtà virtuale è così efficace. Secondo alcuni studi, il coinvolgimento è 3,75 volte più elevato, l’apprendimento è per il 275% maggiore perché, secondo il cono dell’apprendimento, facendo, si comprende meglio. Infine, potendo praticare senza distrazioni, la concentrazione risulta essere 4 volte più elevata.

 

Manuel arriva quindi alla VR in sé, che abbiamo detto far parte delle tecnologie immersive, ovvero tutte quelle tecnologie che consentono, all’interno di una sorta di ambiente fisico, ricostruito in 3D, di interagirci, muoversi e toccare ciò che ci circonda. È evidente come, una volta indossato questo, dice il CEO con in mano un visore, “la realtà scompare e si viene teletrasportati in un ambiente completamente diverso. In questo ambiente le situazioni cambiano: la persona diventa protagonista diretta con un forte reazione emotiva e non più ricettore passivo dell’esperienza”.

 

Manuel sottolinea il fatto che sia AR che VR siano dei nuovi mezzi di comunicazione e come tali possiedono un loro linguaggio caratteristico che va compreso fino in fondo, ancora prima di voler impiegare questa potente tecnologia nella propria realtà quotidiana o aziendale, ma soprattutto andrebbe compresa prima che questo diventi prioritario, in un futuro molto prossimo. Rispetto a tutti gli strumenti che conosciamo adesso, la realtà virtuale non va a sostituirli, quanto piuttosto ad integrarli, essendo una tecnologia diversa che permette di compiere svariate attività.

 

Come utilizzare l’unione di VR e gamification

 

Dopo aver compreso i due concetti, ci si chiede come questi possano essere uniti, ma soprattutto come utilizzarle per far sii che risultino fruttuosi commercialmente. Un esempio è quello dell’azienda produttrice dell’aceto balsamico di Modena: prima delle degustazioni, lasciando indossare un visore, mostrando gli ingredienti dell’aceto balsamico come se gli utenti fossero dentro un gioco nel quale avrebbero dovuto partecipare attivamente. Un altro spunto lo dà IKEA che permette di arredare la casa con il visore, vedendo, prima di acquistare, come determinati mobili starebbero in una stanza della casa.

 

Il mercato in generale si divide in B2C e B2B, e quello delle realtà estese non fa eccezione. A livello B2C, ovvero per il cliente diretto, esistono delle piattaforme da cui è possibile scaricare i mondi con i quali interagire, in quello che sarebbe l’equivalente virtuale dell’App store dello smartphone. A livello B2B si possono proporre applicazioni fruibili solo lato business, con visori diversi da quelli client, appositi per aziende. Questi ultimi visori risulterebbero più costosi (anche 1000 euro rispetto ai 300 a cui si può trovare un visore client), ma sarebbero in grado di fornire molte informazioni come le analytics. Dati analitici riguardo l’utilizzo del dispositivo e la permanenza dell’utente su una determinata applicazione, darebbero molte informazioni utili ai responsabili aziendali.

 

Per un’azienda, la convenzione su larga scala è alta, in quanto, questa tecnologia è in grado di sostituire tutta una serie di costi che normalmente vengono dati per assodati, ma che in realtà non lo sono. Lo stesso Elon Musk ha annunciato di voler implementare queste tecnologie per gli acquisti delle Tesla: poter vedere virtualmente la macchina e decidere di comprarla, magari in Bitcoin, senza uscire di casa e doversi recarsi al concessionario, permetterebbe all’azienda di Palo Alto di ridurre i costi, in primis degli immobili. Per le aziende, inoltre, potrebbe essere un ulteriore mezzo per proporre la propria pubblicità, e quindi un’occasione da non farsi sfuggire.

 

La reale dimensione del mercato

 

Manuel arriva infine al tema delle dimensioni del mercato. I dati parlano chiaro: le realtà estese sono in netta crescita, e dovrebbe far riflettere il fatto che Oculus, realtà nata da un ragazzino in un garage americano, sia stata comprata da Facebook che tutti conosciamo come il re dei videogiochi. L’acquisizione può significare solo una cosa: Zuckerberg ha in mente di creare la più grande piattaforma di incontri in realtà virtuale dove poter lavorare, giocare e incontrarsi. Ed è proprio Facebook che durante la pandemia ha aperto Facebook Reality Labs ambiente in cui le varie aziende condividono il sapere per il continuo sviluppo di questa tecnologia.

 

“Ad alcuni può far paura, ma essendo nato in un paesino di 80 abitanti, da sempre immagino mondi fantastici in cui gioco e sono il protagonista principale” ci rivela Manuel.

 

Il metaverso sta arrivando

 

Il talk è stato tenuto da Matteo Favarelli, Co-founder e COO di AnotheReality, azienda milanese specializzata nella realizzazione di contenuti in realtà virtuale con il focus in gaming e entertainment e consulente LBE (location based entertainment).

 

Breve storia dell’evoluzione dei computer e origine della realtà virtuale

 

Matteo inizia il suo discorso con una frase ad effetto pronunciata da uno dei consiglieri del presidente americano: “nei prossimi 15 anni ci saranno più cambiamenti che in tutta la storia umana fino ad oggi” e questo, può voler dire che siamo sulla rampa di lancio di una nuova rivoluzione.

 

La storia dell’evoluzione dei computer viene raccontata come una “storia di evasione”. Dapprima c’è stata l’evasione dei mainframe, i computer giganti che occupavano una stanza intera, dagli scantinati, per arrivare nelle nostre case. Successivamente c’è stata l’evasione dell’informazione dalle librerie che sono finite su Internet. Infine, abbiamo avuto un’evasione dei computer dalle case che sono arrivati nelle tasche di chiunque, rendendo a tutti accessibile qualsiasi informazione. Ora stiamo arrivando alla quarta rivoluzione, quella degli spatial computer con un’evasione dell’informazione dagli schermi per aprirsi ad un mondo spaziale.

 

Ma cos’è uno spacial computer? Tradotto diviene “computer nello spazio”, e non è bellissimo ammette Matteo, ma non è altro che: “quel punto d’interpolazione tra ciò che è la realtà vera e propria e ciò che è digitale”. Di questa famiglia fanno parte realtà aumentata e virtuale, le cosiddette realtà estese o immersive.

 

Da dove arrivano i mondi simulati? Matteo fa un salto indietro nel tempo partendo dal 1700 con la cosiddetta “panorama rotunda”, uno dei primi tentativi di far vivere un mondo diverso con la rudimentale tecnologia del tempo. Non sono stati registrati grandi avanzamenti di questa tecnologia prima del 1929, anno in sono nati i primi simulatori di volo, con i quali si sono allenati migliaia di piloti. Solo alla fine degli anni ’80 si sono potuti vedere i primi veri esperimenti di realtà virtuale con simulatori costosissimi e pesanti che hanno portato all’unico risultato di finire nel “dimenticatoio”. Questo fino a quando, un giorno, un “pazzo psicopatico”, come scherzosamente l’ha definito Matteo, si è accorto che tutti possiedono uno smartphone, un tipo di tecnologia con uno schermo ad alta risoluzione e per giunta, in costante miglioramento. Prendendone un paio e posizionandoli davanti agli occhi, ecco che un ragazzino in un classico garage americano, ha inventato Oculus: il primo visore dei tempi moderni, il primo da poter essere chiamato tale.

 

L’idea è stata talmente innovativa e dall’alto potenziale, che poco dopo Zuckerberg in persona lo ha contattato per acquistare la startup per ben 2 miliardi di dollari. Il fatto che Facebook, una delle big corporate mondiali, che tutti conosciamo come il “re dei social”, si stia interessando a questo tipo di tecnologia, dà un segnale molto chiaro: il social del futuro non sarà un’applicazione sul cellulare, bensì un vero e proprio mondo parallelo. Dopo l’ingente spesa, il fondatore di Facebook ha inviato una lettera agli investitori della società, per giustificare l’acquisto. Cosa c’era scritto in quella lettera è rimasto nella storia: “non abbiamo comprato una startup che progetta dispositivi, noi abbiamo comprato quest’idea, questa nuova tecnologia. Noi abbiamo comprato il futuro”.

 

Dopo Facebook tanti altri giganti del tech hanno annunciato nuove uscite di dispositivi di VR. Questa tecnologia sta crescendo tanto velocemente che un visore diventa obsoleto in media dopo 8-12 mesi. Secondo le stime attuali, game changer sarà l’arrivo di Apple sul mercato: per l’anno prossimo hanno previsto l’uscita di alcuni visori, e come sappiamo, l’azienda fondata da Steve Jobs e Steve Wozniak, entra sul mercato solo quando le tecnologie sono già mature.

 

Perché se ne parla tanto: gli sviluppi potenziali

 

Matteo arriva al perché abbiamo parlato di tutte queste cose: realtà virtuale e aumentata ci permettono di vivere quella che è la convergenza di tantissime tecnologie che ad oggi permettono di vivere in altri mondi. Tutte queste tecnologie ad oggi comunicano in una maniera classica, utilizzando quindi un display, ma le prospettive sono ben diverse. In futuro potremmo avere un avatar, che “vivendo” a fianco a noi, potrebbe utilizzare ogni aspetto dell’Internet passando in maniera sempre più fluida da un mondo all’altro; basterà indicargli di entrare nella “porta di Google” per fare una ricerca, oppure in quella di Amazon per acquistare un capo di abbigliamento, magari usando la Blockchain per pagare. Le prospettive sono quelle di far convergere piattaforme che già utilizziamo in mondi virtuali, creando esperienze sempre più fluide e avendo un’interazione che oggi fatichiamo ad immaginare.

 

A riprova di questo, i mondi virtuali si sono posizionati terzi tra quindici in un elenco di trend futuri stilato da ARK Invest. Per virtual worlds loro intendono: videogame, augmented reality e virtual reality. Ma cos’hanno in comune questi mondi? Vengono sviluppati con le stesse tecnologie.

 

Cosa ne ha permesso lo sviluppo

 

Il merito del perché queste tecnologie oggi sono già in parte pronte è da ritrovarsi nei videogiochi. Essi, infatti, sono stati i primi ad aver creato veri e propri mondi virtuali in cui si è immersi con un avatar che diventa il protagonista attivo dell’azione. Due esempi? “Doom”, un classico sparatutto del 1993 e “Second life”. Anche se molto diversi tra loro, in primis l’accessibilità e la persistenza ovvero il fatto che le dinamiche del videogioco proseguono anche se non si è collegati, entrambi sono stati tra i primi a dare una vera esperienza utente dal punto di vista di chi gioca.

 

A molti, sentendo parlare di videogiochi, potrebbe venir in mente il ragazzino che davanti ad uno schermo nella sua cameretta schiaccia rapidamente i tasti di una console. Ma la realtà è molto diversa: ad oggi il mercato dei videogiochi fa numeri da capogiro, ben 160 miliardi di dollari. Mettendo insieme tutta l’industria musicale con quella del cinema non si arriva nemmeno a metà del mercato dell’industria videoludica.

 

Le corporate hanno compreso il grande guadagno che può derivare da questo mercato in continua crescita e alcune hanno tentato i primi approcci in termini di pubblicità, facendo apparire i loghi oppure creando eventi da loro sponsorizzati. È stato il caso di Fortnite, uno dei videogiochi più amati del momento, in cui è stato organizzato un concerto a cui hanno partecipato migliaia di persone collegate in diverse stanze virtuali una a fianco all’altra, quasi contemporaneamente (la vera contemporaneità non è ancora possibile con la tecnologia attuale. Un altro esempio recente è il fenomeno di Roblox (ne parliamo nel dettaglio in questo articolo), videogioco usato soprattutto dai giovani, dove è possibile costruirsi un proprio mondo personalizzato, con tanto di oggetti ed esperienze precise alle quali possono partecipare anche i propri amici che ovviamente sono collegati da un’altra console, magari dall’altra parte del mondo.

 

Dove vogliamo arrivare?

 

A questo punto Matteo ci pone una domanda intrigante: “dove vogliamo arrivare?”, dandoci subito dopo una risposta altrettanto affascinate. Attualmente il problema è che i mondi virtuali sono indipendenti e scollegati tra loro, ma in futuro diventeranno uno, quello che i futuristi chiamano “metaverso”. Con questo termine si intende un macro-universo dove tutti i piccoli mondi sono interoperabili tra loro e non più delle bolle separate. Essendo uniti in un unico “universo virtuale”, usando lo stesso avatar e la stessa user experience, si potrà navigare in un luogo unico fortemente spazializzato. In questa dinamica si potranno includere anche molte piattaforme che già conosciamo: Google, Amazon, i social network, i videogiochi, i webinar ecc.

 

Il metaverso fa parte da un processo abbastanza lungo di smaterializzazione, con questo termine s’intende il progressivo sostituirsi di oggetti materiali con applicazioni e tecnologie digitali. Nelle prospettive future, probabilmente non avremo nemmeno più bisogno di computer e smartphone sulla nostra scrivania, ma soltanto di un paio di occhiali sempre indosso, che ci facciano vivere un mondo in realtà aumentata attraverso i nostri occhi.

 

Le proiezioni del mercato della dematerializzazione? Una crescita di 1.5 triliardi entro il 2030: la direzione è chiara, non possiamo più ignorare questo fenomeno.

 

Matteo conclude il talk con una sorta di suggerimento, un’altra frase ad effetto: “I mondi virtuali esistono, provateli. La rivoluzione tech in parte c’è già e aumenterà ulteriormente nei prossimi dieci o quindici anni. L’hardware sta raggiungendo velocemente il grado di maturità richiesto. Il futuro è adesso”.

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