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Marketing & Social Media

Le novità di giugno su Instagram

Il 7 giugno Adam Mosseri, Head of Instagram dal 2018, ha annunciato tramite il suo profilo Twitter due interessanti novità di Instagram che riguardano sia il feed che i Reel.

 

I Reel, che lo scorso anno avevano raggiunto una durata massima di 60 secondi, ora potranno durare fino a 90 secondi e sarà possibile utilizzare qualsiasi audio presente sul dispositivo del creator. Inoltre, sarà possibile in fase di pubblicazione aggiungere degli sticker interattivi, finora riservati alle storie. Come dichiarato da Mosseri, l’obiettivo è permettere ai creator di raccontarsi di più e interagire maggiormente con la loro community.

 

L’altra novità è la possibilità di fissare in alto al proprio profilo fino a 3 elementi, scegliendoli tra post e Reel già pubblicati, in modo che il creator possa personalizzare il più possibile il proprio profilo su Instagram.
Come dichiarato sul profilo ufficiale Creators, questa nuova funzione aiuterà a farsi conoscere meglio dai follower, mostrando loro i post preferiti.

 

Se siete dei creator, affinate la creatività e state pronti: con IG le novità sono all’ordine del giorno!

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Ambiente, società e tecnologia

Come dovranno essere le città del futuro? Intervista al Professor Maurizio Carta

Il termine Antropocene è un neologismo coniato negli anni ottanta del novecento ma che è diventato celebre nei primi anni 2000 quando Paul J. Crutzen, premio Nobel per la chimica, durante un intervento esclamò: “Benvenuti nell’Antropocene”. Il sostantivo tanto dirompente quanto intuitivo piacque subito sia alla comunità scientifica che al grande pubblico.

 

Negli anni successivi la letteratura attorno al tema dell’antropocene fece registrare un’enorme proliferazione così, se volessimo farne un’estrema sintesi, potremmo dire che l’Antropocene è l’era geologica attuale che si contraddistingue dalle precedenti per via delle alterazioni ambientali causate dalla specie Homo Sapiens.

 

Questi argomenti hanno trovato spazio anche nella cornice del Web Marketing Festival di quest’anno” dove abbiamo incontrato Maurizio Carta, urbanista, architetto e docente dell’Università di Palermo che, in un’intervista, ci ha spiegato come dovrebbero essere le città del futuro per fare in modo che il Pianeta rimanga ancora abitabile per la nostra specie.

 

Salve Professore e benvenuto nella redazione di #iWrite, durante il suo intervento al WMF ha introdotto il termine “Antropocalisse”, le andrebbe di approfondire con noi questo concetto?

 

Intanto, volevo ringraziare e sono molto contento di partecipare a questo dialogo con la vostra redazione. Ora, tornando alla domanda, inizio col dire che per me Antropocalisse è un termine necessario. Vent’anni fa Crutzen ha parlato per la prima volta di “Antropocene”, una parola dirompente che andava a segnalare, non solo alla comunità scientifica ma anche al grande pubblico, che stavamo entrando dentro una nuova era tanto dal punto di vista geologico che da quello culturale, sociale ed economico. In questa nuova fase, l’Homo sapiens si presenta come la specie più trasformativa del pianeta. Tuttavia, come accade spesso nella terminologia tecnica, Antropocene si presenta come un termine ampiamente descrittivo ma al contempo potenzialmente neutro: è come se fosse lì per designare una condizione ineluttabile dell’evoluzione umana in cui siamo entrati e non possono essere presenti alternative. Proprio per questo, io preferisco utilizzare “Antropocalisse” che, invece, è volutamente provocatorio. Antropocalisse dichiara esplicitamente qual è il problema da affrontare; rende evidente, fin da subito, che ci troviamo in una condizione di apocalisse antropica. Siamo sull’orlo di un collasso, sul ciglio di un baratro e non solo per la salute del pianeta ma anche per la nostra esistenza. È l’umanità, che essendo diventata la specie più trasformativa della Terra, mette a rischio se stessa producendo effetti nefasti sul pianeta che lo rendono inabitabile per la specie umana. Per questo ritengo sia utile chiarire che ci si trova in una condizione da cui dobbiamo uscire: non ci possiamo limitare a contemplarla con sgomento, a guardarla con timore, siamo chiamati ad agire per cercare di porvi rimedio.

 

Per l’Italia quali sono i dati relativi?

 

L’Italia, come tutto il mondo del resto, è coinvolta dagli effetti dell’Antropocalisse e si trova in una condizione in cui è assolutamente necessario entrare in azione. Ad esempio, ogni persona che nasce nel nostro paese ha “in dote” 135 m2 di cemento. Potrebbero non sembrare molti, in fondo non è una cifra enorme, ma il vero problema è che questo cemento spesso non è rappresentato da superfici occupate da infrastrutture sicure e servizi utili o teatri, musei e altri luoghi che possano in qualche modo contribuire al miglioramento della qualità della vita. Anzi, spesso si tratta di cemento che pesa sulla sicurezza della popolazione e a dircelo sono i dati: ad esempio, l’8% delle scuole non è conforme alla normativa antisismica. Invece, sono 7.300.000 le persone che vivono dentro case esposte a un altissimo rischio idrogeologico. Questo è il cemento che pesa, cemento che per poter migliorare la qualità della vita dovrebbe essere ridotto o per lo meno trasformato. In Italia, abbiamo 15 m2 di verde urbano per ciascun abitante contro i 45 che ha mediamente un cittadino europeo, questo a sottolineare come nel nostro paese ci sia un’evidente mancata proporzione tra le strutture antropiche e quelle naturali. E ancora, il 33% delle persone abita in zone a forte vulnerabilità materiale e sociale: questi sono quartieri che mineralizzano e impermeabilizzano il territorio senza offrire nulla. Oggi le città sono i luoghi in cui sono (stati) resi tangibili gli effetti dell’Antropocalisse e per questo c’è necessità di ripensarle. Si aggiunga, inoltre, che dinanzi a questi numeri drammatici che indicano una condizione di criticità urbana, infrastrutturale e sociale l’Italia spende ancora pochissimo in termini percentuali di PIL (0.41%) per azioni di contrasto a questi fenomeni. Una cifra ancor più irrisoria se confrontata con quella investita da paesi con economie non dissimili che sono in grado di destinare alla causa quasi il quadruplo delle risorse. Quindi, se da un lato dovremmo aumentare le risorse economiche (e questo non è né semplice né veloce) dall’altro possiamo iniziare a agire fin da ora per ridurre il nostro consumo di suolo efficientando l’utilizzo di quella porzione che non possiamo fare a meno di consumare.

 

Quali sono le soluzioni possibili per uscire da questa situazione?

 

Per uscire dall’Antropocalisse, e sottrarsi dalla soglia del baratro, è necessario affrontare cinque rivoluzioni. La prima riguarda il contrasto al cambiamento climatico. Questo significa agire per mitigarne gli effetti e contemporaneamente per ridurre le cause che lo generano, trasformando profondamente i modi con i quali conduciamo la nostra esistenza. La seconda rivoluzione è la necessaria accelerazione della trasformazione digitale, cosa che ci permetterà di utilizzare in maniera ottimale i dati. Sarebbe utile poter costruire, per ciascuna città, un “gemello digitale” che permetta di simulare le trasformazioni calcolando effetti e impatti delle nostre azioni ancora prima di compierle. Un’altra rivoluzione è quella di far tornare le nostre città ad essere policentriche, una tendenza ancestrale ma completamente inversa a quella che si è affermata negli ultimi anni. Le città oggi sono eccessivamente monocentriche, ossia presentano un affollamento di servizi solo in determinate aree con conseguente periferizzazione di tutto il resto. Le città, e in particolare quelle italiane, non sono nate così. Infatti, le nostre città sono fatte di quartieri ciascuno con la propria autonomia e le proprie peculiarità. Questo forniva al nostro sistema socio-economico diversità, equilibrio e ricchezza e per questo faremmo bene a tornare a questi modelli. La quarta rivoluzione è quella legata alla capacità di riattivare il riciclo permanente della città. Parlo di riattivare perché in parte abbiamo mantenuto questa capacità ma il tempo che intercorre tra la dismissione e il riutilizzo della funzione è un tempo decisamente troppo lungo. In questo intervallo temporale vengono accumulati scarti che sono occasione di degrado dei contesti urbani oltre a rappresentare un costo al momento dello smaltimento. La soluzione, in questo senso, potrebbe essere un riciclo programmato: pensare alle funzioni della città perché siano immediatamente e facilmente riutilizzabili. Per fare ciò è necessario non solo sconvolgere la fase di progetto ma anche ammodernare le normative relative. L’ultima rivoluzione è quella per cui dobbiamo rendere le nostre città più femminili e plurali. Dobbiamo iniziare a guardarle con gli occhi delle esigenze delle ragazze, è necessario essere attenti a tutte le esigenze disegnando città conformi a tutte le forme di affettività familiare. Ecco queste sono le cinque rivoluzioni necessarie ma la loro attuazione presuppone un cambiamento poderoso non solo dal punto di vista urbanistico ma anche politico, sociale e culturale.

 

Secondo lei, ci sono già dei progetti, in Italia e all’estero, che possono essere utilizzati come modello positivo?

 

Sì, in realtà ce ne sono molti. Queste città io le chiamo “città aumentate” perché sono città che amplificano le possibilità e le opportunità oltre che aumentare la qualità della vita di chi vi risiede. In giro per il mondo ci sono davvero molti prototipi. Alcuni nomi possono essere Amsterdam, Copenaghen e Barcellona. Quest’ultima sta facendo un enorme lavoro sul policentrismo, invece, Parigi è molto attiva nel costruire “la città dei quindici minuti”. In Germania abbiamo interi quartieri costruiti affinché siano completamente indipendenti dalle fonti fossili per la generazione di energia. Anche in Italia abbiamo esempi virtuosi come ad esempio Milano che in questo momento sta sperimentando l’urbanistica tattica con attenzione alla qualità degli spazi aperti. Bologna, invece, è molto avanzata nel campo della trasformazione digitale. Inoltre ci sono una serie di esempi interessanti anche dal sud come Napoli, Palermo o alcuni esempi di città pugliesi che stanno lavorando nel mettere insieme la rigenerazione urbana e quella sociale. L’unico problema è che questi esperimenti sono ancora troppo pochi per essere incisivi e soprattutto si presentano come fenomeni episodici nati più dall’azione di amministrazioni particolarmente visionarie o dall’entusiasmo di una vivace comunità che da strategie adottate nella gestione sistematica delle città. Ecco, il mio auspicio è che non si tratti più di qualcosa di sporadico, di una serie di esperimenti di avanguardia, ma che il tutto sia trasformato ne “il modo” con cui vengono progettate tutte le città. Solo questo ci permette di entrare in una nuova epoca che io chiamo “Neoantropocene” in cui l’Homo sapiens rimane ancora la specie trasformante ma si trasforma in “Homo urbanus” che apre la strada evolutiva a una nuova umanità che assume su di sé il peso dell’urbanità ma le dà una nuova veste in cui è presente un equilibrio tra le sue esigenze e la natura

 

Può lasciarci qualche consiglio su come ciascuno di può contribuire alle cinque rivoluzioni nominate in precedenza?

 

Molto volentieri, il primo suggerimento è quello di iniziare a pensare in una dimensione che guardi al futuro. Questo significa che è necessario avere uno sguardo lungo e consapevole: alcuni processi hanno bisogno di tempo ma capire da cosa si deve iniziare perché il processo e la lungimiranza hanno bisogno della quotidianità. È necessario pensare con quello che a me piace chiamare “il pensiero dei costruttori di cattedrali medievali” che avevano la lungimiranza dello sguardo quando progettavano la cattedrale ma avevano anche la consapevolezza che quella cattedrale sarebbe stata costruita giorno per giorno da un’intera comunità che nel tempo magari avrebbe anche cambiato un po’ il progetto iniziale per adattarlo alla città e alla cittadinanza. Ecco abbiamo la necessità di imparare a tenere insieme il tempo lungo del progetto e la capacità di realizzarlo. Un altro suggerimento per l’evoluzione verso l’”Homo urbanus” è acquisire una poderosa capacità di cooperazione: tutti dobbiamo essere capaci di coprogettare, cogestire perché questo non è più il tempo dei recinti di competenza. Dobbiamo tornare a esercitare il governo e l’amministrazione del bene comune e dobbiamo iniziare a riprogettare le città proprio dallo spazio pubblico e con spazio pubblico non intendo solo quello di proprietà pubblica ma proprio quello che indipendentemente dalla proprietà rappresenta uno spazio in cui le persone si incontrano e si riconoscono. È necessario tornare alla dimensione della città pubblica ossia quella in cui la comunità esce dalla sua dimensione domestica e agisce nella dimensione propriamente urbana.

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Marketing & Social Media

I “finfluencer”: un po’ broker e un po’ Tiktoker

Secondo un rapporto del CENSIS la pandemia, tra i suoi effetti positivi, ha portato a un boom nell’utilizzo di dispositivi elettronici e social network in tutte le fasce d’età. In generale ciò ha rappresentato una vera e propria salvezza dall’isolamento forzato e allo stesso tempo ha consentito a molte figure professionali di ritagliarsi un nuovo posto sul mercato o di riciclarsi come comunicatori nei più svariati settori.

È questo il caso dei finfluencer, cioè dei broker che sui social spacciano consigli finanziari incassando da 2.500 a 20.000 dollari a post.

Tuttavia spesso non si tratta di reali esperti di finanza. Ad esempio Jack Spencer, un aitante ex istruttore di fitness irlandese, con l’avvento della pandemia ha deciso di dare un taglio alla sua vita precedente ed ha iniziato a pubblicare video a tema finanziario su Instagram. Oppure Mrs Dow Jones, nome di battesimo Haley Sacks, da ospite del David Letterman Show in qualità di comica, ha poi deciso già nel 2017 di dedicarsi al business online creando assieme ad un team super qualificato una vera e propria macchina da guerra capace negli ultimi tempi di far concorrenza ai big della finanza e grazie alla quale firma contratti milionari con colossi come Fundrising.

Per fortuna ci sono on line anche veri e propri esperti di finanza che, stufi di profitti ritenuti non all’altezza del loro profilo, hanno deciso di provare a lanciarsi sul web ottenendo risultati strabilianti. Basti pensare che alcune piattaforme di investimenti ormai se li contendono. La guerra a colpi di post e Tiktok da trenta secondi è tra Austin Hankwitz che collabora con Betterment e Mrs Dow Jones che pubblica per Wealthfront. Entrambe queste piattaforme si propongono come ultima frontiera del roboadvisoring ovvero quella tecnologia che di fatto sostituisce la figura del consulente finanziario con uno strumento di investimento automatizzato basato su calcoli statistici. Appare evidente che però chi sta nella stanza dei bottoni ha comunque bisogno di una figura più o meno professionale per rendere credibili e appetibili gli investimenti proposti. Ed è proprio questo il punto. La chiave per il guadagno risiede proprio nella strategia comunicativa utilizzata dai finfluencer. Spesso si presentano come gente comune che è riuscita ad ottenere ricavi mostruosi dai propri investimenti, arrivando a potersi permettere un parco macchine di lusso ed un patrimonio immobiliare da capogiro. Peccato che spesso si tratti di automobili o ville noleggiate per poche ore, giusto il tempo per girare un video.

Ovviamente il fenomeno si sta diffondendo anche nel nostro paese, soprattutto in quel settore estremamente volatile rappresentato dalle criptovalute. Secondo un’indagine del Sole24ore, il pubblico dei finfluencer è in costante aumento e YouTube rappresenta la piattaforma web di pubblicazione e condivisione di contenuti più utilizzata.

Alcuni social, ad esempio Tiktok, hanno inserito una clausola che impone ai finfluencer farlocchi di non ammantarsi del titolo di consulenti finanziari o di annunciare esplicitamente se uno dei loro contenuti ha scopi meramente pubblicitari. I furbacchioni del web però hanno risposto dirigendo le loro mire su altri canali di comunicazione.

Del resto la regolamentazione delle figure finanziarie pone le sue basi legislative in un’epoca in cui nessuno avrebbe immaginato che potesse generarsi un fenomeno simile. Se vi state chiedendo se qualcuno si è già accorto che è necessario regolamentare l’attività di questi profili nel mare magnum dei social, la risposta è SÍ. Questa volta è l’Australia a fare da apripista. Con una comunicazione che risale a marzo di quest’anno l‘Australian Securities and Investments Commission, una sorta di organo governativo a tutela dei consumatori, ha stilato delle linee guida per proteggere gli investitori e i veri trader. Chi mette a rischio i risparmi dell’utenza social rischia, al momento, fino a 5 anni di carcere.

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Ambiente, società e tecnologia

Sport e tutela dell’ambiente: alla scoperta del Plogging

Se durante una corsetta all’aperto vi è capitato qualche volta di raccogliere dei rifiuti abbandonati lungo la strada, sappiate che, oltre ad aver compiuto una buona azione per l’ambiente, vi siete cimentati nel Plogging, una disciplina sportiva che consiste nel raccogliere i rifiuti mentre si corre.

Presente in Italia già da alcuni anni, nel 2015 si è svolta la prima edizione della Keep Clean and Run, la maratona sportivo-ambientale di sensibilizzazione al littering, l’abbandono di rifiuti di piccole dimensioni in spazi aperti e pubblici. Tuttavia, è nel 2016 che l’atleta svedese Erik Ahlström coniò il neologismo Plogging, formato dalla crasi tra la parola inglese jogging (correre) e il termine svedese plocka upp (raccogliere); il corridore scandinavo, infatti, stanco dei rifiuti presenti sul suo percorso d’allenamento, decise di ripulire il tragitto mentre si allenava, documentando la sua attività sui social network.

Da quel momento la disciplina si è diffusa a livello internazionale, venendo praticata sia in forma individuale che riunendosi in gruppi e associazioni per l’organizzazione di manifestazioni ed eventi sportivi locali, dove integrare i benefici psico-fisici derivanti dal praticare sport con l’obiettivo di fare qualcosa di utile per l’ambiente e per l’intera collettività, ripulendo strade, parchi, sentieri di montagna, fiumi e tutti i luoghi e gli spazi dove si vive e ci si allena.

Ogni anno vengono organizzati eventi locali, ma anche internazionali, come il World Plogging Championship, il primo campionato del Mondo, organizzato dal Comitato Internazionale di Plogging, che si è tenuto lo scorso ottobre in Val Pellice sulle Alpi torinesi; un territorio, quello torinese, scelto per ospitare anche la seconda edizione, in programma sempre in autunno dal 30 settembre al 2 ottobre prossimi, quando nelle Valli Olimpiche un centinaio di atleti si sfideranno per raccogliere il maggior numero di rifiuti trovati lungo il percorso di gara.

L’attività e le iniziative sportive, quindi, sono sempre più utilizzate per comunicare e sensibilizzare al rispetto dell’ambiente e alla lotta all’inquinamento come testimoniato anche dalla stipula nel 2019 della “Carta Internazionale per gli eventi sportivi sostenibili”, un vero e proprio impegno a realizzare e promuovere manifestazioni sportive meno impattanti e più rispettose per la natura. Sono, poi, aumentati anche gli atleti professionisti, tra gli altri la sciatrice olimpionica Federica Brignone o il calciatore norvegese Morten Thorsby, che tramite le loro azioni e iniziative si uniscono a quanti nella società si battono contro l’inquinamento, stimolando sempre più persone ad adottare scelte e comportamenti eco-sostenibili e rispettosi per l’ambiente.

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Ambiente, società e tecnologia

Desertificazione: cosa significa e una possibile soluzione per combatterla

Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha guadagnato ampio spazio all’interno dei media soprattutto quando si è trattato di illustrare i catastrofici scenari che ci si appresterà a vivere in assenza di un significativo cambio di rotta. Tra le conseguenze meno citate dalla carta stampata vi è la desertificazione. Anche se un po’ controintuitivo, la desertificazione non è esattamente la generazione di nuovi deserti (il termine giusto in quel caso è desertizzazione) ma il “degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attività antropiche”.

Le cause

La definizione ufficiale è stata proposta dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta contro la Siccità e la Desertificazione e pone al centro la degradazione fisica, chimica e biologica della matrice ambientale come conseguenza di una serie di alterazioni siano esse naturali o inflitte dall’azione dell’uomo. Tra le cause naturali vengono ricordate l’aridità, la siccità e l’aumento dell’erosività dei fenomeni precipitosi invece tra le cause antropiche annoveriamo principalmente lo sconsiderato uso del suolo e il sovrasfruttamento della risorsa idrica. Tra i driver antropici principali troviamo sia i danni generati dal settore primario che quelli dovuti all’urbanizzazione.

Quando parliamo delle cause naturali è necessaria una precisazione. Infatti, sebbene nell’uso comune aridità e siccità sono termini spesso utilizzati come sinonimi, nelle scienze hanno significati diversi. La prima, ossia l’aridità, è una caratteristica climatica mentre la seconda è un vero e proprio fenomeno e può interessare anche generalmente zone non aride. Una zona è correttamente definita arida quando, nelle situazioni ordinarie, presenta contemporaneamente scarsità delle piogge e forte evaporazione, invece una zona è definita siccitosa quando, in un determinato periodo, le precipitazioni sono sensibilmente inferiori ai livelli normalmente registrati, il che fa sperare che quella della siccità sia una situazione auspicabilmente transitoria.

La situazione

Nel 2018 il Joint Research Centre (JRC), ossia il servizio della Commissione europea per la scienza e la conoscenza, ha pubblicato l’Atlante mondiale della desertificazione. I dati riportati al suo interno sono molto preoccupanti: infatti si stima che ogni anno nel mondo a causa della desertificazione vengono degradati circa 4,18 milioni di km², una superficie che, come si fa notare nell’atlante, per ordine di grandezza potrebbe essere paragonata a quasi metà dell’Unione Europea. Inoltre, si conta che mantenendo costanti questi tassi, nel 2050, il 90% dei territori terresti potrebbe essere già degradato.

I dati illustrati non destano preoccupazione solo a livello ambientale ma anche a livello sociale e economico. Infatti, l’impoverimento e la degradazione delle terre genereranno importanti ondate migratorie: all’interno del documento sopra citato si stima che nel 2050 fino a 700 milioni di persone saranno sfollate a causa di problemi legati alla scarsità delle risorse del suolo ed entro la fine del secolo questa cifra potrebbe toccare addirittura i 10 miliardi. Le notizie non sono migliori per chi decide di restare in queste zone in quanto l’aumento della povertà incentiva situazioni di instabilità politica che si sommano alle difficoltà ambientali.

Secondo Ibrahim Thiaw, segretario esecutivo dell’United Nations Convention to Combat Desertification, il costo globale della desertificazione potrebbe aggirarsi addirittura sui 15 mila miliardi di dollari all’anno mentre per la sola Unione Europea il costo economico della degradazione del suolo è stimato nell’ordine di decine di miliardi di euro all’anno.

Un progetto per difenderci dalla desertificazione

Nel tempo sono sorti moltissimi progetti per poter rallentare la corsa alla desertificazione, tra i più importanti c’è quello della Great Green Wall. La grande muraglia verde non è altro che un’enorme operazione di forestazione che attraverserà ben 11 stati africani e si estenderà per 7000 Km di lunghezza e 15 Km di larghezza. La piantumazione proposta ha come obiettivo quello di arrestare l’avanzamento della degradazione della savana africana oltre che quello di porre un freno sulla accelerazione del cambiamento climatico.

Pur essendo stato lanciato nel 2007 quello della Grande muraglia verde è ancora un progetto in continuo divenire ed è difficile poter parlare già di risultati ma i primi timidi segnali positivi arrivano dal Burkina Faso dove in questi anni è stata riforestata una superficie pari a 30.000 km².

L’inizio dei lavori per l’installazione della muraglia verde è simbolo del fatto che non è più possibile limitarsi a leggere e commentare i dati climatici, è necessario entrare in azione e cercare di profondere tutte le energie possibili perché la rotta non può più essere invertita e per questo non ci resta che limitare i danni.

 

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Ambiente, società e tecnologia

Legge “Salvamare”: tutto quello che c’è da sapere

L’11 maggio è stata definitivamente approvata al Senato la “Legge Salvamare” che promette di avere un impatto significativo sulla salute di fiumi, laghi e mari del nostro paese.

 

Iniziamo con qualche numero per comprendere la dimensione del problema. Ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 300 milioni di tonnellate di materie plastiche e di queste 8 milioni vanno a finire nelle acque di tutto il globo, rappresentando l’85% dei rifiuti ritrovati lungo le coste, sulla superficie e sui fondali marini. Il Mar Mediterraneo ne ospita circa 230 mila tonnellate, mentre nelle acque tirreniche è stata riscontrata la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato.

 

Le conseguenze di questo elevato inquinamento si riflettono sulla fauna marina, la quale può arrivare a modificare la propria catena alimentare con ripercussioni su moltissime specie viventi o addirittura venire danneggiata talvolta fino alla morte. Ovviamente il pescato contaminato può giungere nei nostri piatti e già numerose evidenze scientifiche suggeriscono un impatto nocivo delle microplastiche sull’apparato endocrino umano.

 

Veniamo al DDL approvato pochi giorni fa dalle nostre Camere. Cosa prevede? La sostanziale modifica rispetto alla legislazione precedente riguarda l’inquadramento dei “rifiuti accidentalmente pescati” (RAP) ovvero “i rifiuti raccolti in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune dalle reti durante le operazioni di pesca”. Questi vengono infatti adesso equiparati a veri e propri rifiuti delle navi, quindi a comuni rifiuti solidi urbani. In precedenza i RAP, essendo inquadrati come rifiuti speciali, dovevano essere scaricati nuovamente in mare per non incorrere in pesanti sanzioni o peggio ancora nel reato di trasporto illecito di rifiuti. Quindi, da oggi, i comandanti di pescherecci o natanti che raccoglieranno plastica con le loro imbarcazioni potranno tranquillamente conferirla ai centri di raccolta portuali.

Qualche ombra però si aggira su questa preziosa legge, la prima legata al fatto che il comma 9 dell’art 2 “demanda ad un apposito decreto ministeriale [ … ] l’individuazione di misure premiali, […], nei confronti dei comandanti dei pescherecci soggetti al rispetto degli obblighi di conferimento disposti”. Tale decreto ministeriale verrà emanato entro quattro mesi dall’entrata in vigore della legge e attendiamo di conoscere esattamente che tipo di misure individuerà. La seconda ombra è invece attualmente solo speculativa e deriva da alcune considerazioni legate alla pesca a strascico, probabilmente la tecnica di pesca migliore per raccogliere rifiuti dai fondali, sicuramente la meno costosa e quindi molto redditizia ma al contempo la più dannosa per l’ecosistema marino. Questo tipo di attività è regolamentata da norme abbastanza stringenti ma quello che alcuni gruppi di ambientalisti auspicano è che non ne venga derogata la sua non sostenibilità a favore di una più rapida pulizia ambientale.

La legge “Salvamare” agisce sostanzialmente nell’attuare misure per contrastare i danni già apportati ai nostri mari, ma non affronta il problema alla radice cioè non si pone l’obiettivo di diminuire drasticamente la produzione di tutto ciò che si trasforma nei secoli in materiale inquinante e che possiamo facilmente identificare non solo nella plastica da imballaggi ma anche in quanto viene spesso prodotto dall’industria cosmetica, dalla moda,  dall’usura dei pneumatici e dalle stesse attività commerciali e non legate al trasporto marittimo. A proposito del settore moda e tessuti, non è stata approvata dalla Camera dei Deputati la misura proposta dal Senato sull’etichettatura dei prodotti tessili che rilasciano microfibre.

 

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Economia, StartUp e Fintech

Perché regalare sconti in cambio di follower non è una grande strategia sul lungo periodo

Gli sconti sono una pratica ampiamente utilizzata da aziende operanti in svariati settori, al fine di convogliare l’attenzione del consumatore sull’offerta. Questi vengono in genere affiancati ad una scadenza, in modo tale da creare una sensazione di urgenza: in questo modo, maggiori saranno le probabilità di migliorare la brand awareness nel primo periodo. Nonostante ciò, non è detto che questa strategia porti dei vantaggi consistenti in futuro: in quest’ottica, si può considerare il caso studio di About You, un e-commerce attivo nel settore della moda che ha proposto una sfida al suo pubblico, dando la possibilità di ricevere sconti del 50% sull’acquisto dei prodotti dell’azienda se il profilo Instagram avesse ottenuto 250 mila follower entro il 6 maggio. L’obiettivo è stato ampiamente raggiunto e l’offerta è stata resa disponibile fino all’8 maggio.

In generale, i vantaggi di un’iniziativa di questo tipo sono evidenti: prima di tutto si ha una forte crescita di lead, ossia di persone interessate ad acquistare i prodotti del brand; questo avviene grazie al passaparola, che fa leva su una tecnica molto comune denominata “Buzz marketing”. In seguito, è molto probabile che la maggior parte dei lead diventino clienti a tutti gli effetti, se la promozione e la sua comunicazione vengono strutturate in maniera chiara ed efficace; gli svantaggi, al contrario, si presentano nel momento in cui questi elementi vengono meno, nello specifico se non si studia una strategia di lungo periodo da implementare successivamente. Il problema di fondo si pone quando il brand non mira a rafforzare il rapporto con il suo pubblico, ma ha l’unico obiettivo di aumentare le vendite: allargando la propria audience aumenta anche quella parte di utenza definita “cold”, non legata particolarmente alla marca, che dopo questa iniziativa si ripresenterà soltanto nel momento in cui verranno offerti nuovi sconti. Campagne di questo tipo non comunicano nessun elemento inerente alla storia e ai valori del brand: dato che non si punta a differenziarsi, quando l’offerta termina gli acquirenti non avranno alcun motivo per non comprare anche dai competitor.

Prendendo come riferimento il caso About You, si può notare come questo esempio segua perfettamente le affermazioni dette in precedenza. L’obiettivo dei follower è stato raggiunto con largo anticipo, attraverso grossi investimenti in una pubblicità a volte quasi invadente. I problemi di questa campagna, tuttavia, si mostrano prima di tutto nella mancata costruzione di una relazione solida tra azienda e cliente: le dimensioni degli sconti proposti, in questo senso, rischiano di minare la fiducia dell’acquirente verso la qualità e la validità dell’acquisto. Inoltre, sotto ai post di promozione della campagna il tenore dei commenti rimanda ad alcuni timori legati a malfunzionamenti e ritardi nella conferma dell’ordine. Da considerare poi la mancanza di risposta alle domande degli utenti stessi: oltre ad alimentare la sfiducia verso questa operazione, si va a sviluppare una comunicazione unidirezionale che non giova al rafforzamento della brand identity.

Si può quindi dire che gli sconti siano una buona pratica da utilizzare per coinvolgere prospect e portarli a conoscenza dell’offerta e, in generale, dell’azienda. Questa strategia, se viene però strutturata come nel caso esaminato, non porta risultati importanti nel lungo periodo: è fondamentale mettere al centro la customer care e valorizzare la relazione con ogni singolo acquirente, anche sui social, dove un commento può essere visibile per sempre a tutti e avere delle ripercussioni sull’impresa. Inoltre, bisogna anche considerare la brand reputation, intesa come l’immagine che il pubblico ha del brand: la via migliore è quella di sviluppare uno scambio bilaterale, dove al messaggio inviato dall’azienda si considera il feedback dell’utente, in modo tale da far sentire quest’ultimo valorizzato e rispettato.

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Entertainment, videogame e contenuti

Netflix crolla in borsa: come reagirà il colosso dello streaming?

Lo scorso 20 aprile, Netflix ha perso il 35.1% in borsa e ha visto andare in fumo circa 58 milioni di capitalizzazione di mercato. Considerando che, nel corso del primo trimestre di quest’anno, Netflix aveva già perso 200 mila abbonati (il calo atteso per questo secondo trimestre è di 2 milioni), sembrerebbe sia iniziata la fase di declino per la grande N dello streaming. Ma a cosa è stato dovuto questo crollo? E come ha intenzione di reagire il colosso dello streaming? Ne parliamo in questo articolo.

 

Le cause del crollo

Netflix, ufficialmente, ha addotto come causa di questo crollo la perdita di circa 700 mila utenti in Russia dovuta al ritiro della piattaforma dal paese a seguito della guerra in Ucraina. Ma, in realtà, le cause che possono spiegare questa perdita di valore in borsa sono ben altre. In primo luogo, va considerato il fatto che Netflix ha aumentato il prezzo dei suoi abbonamenti nell’ultimo anno  (di 1 euro per l’abbonamento standard e di 2 per il premium) e ciò, specialmente in un momento di crisi economica come questo, avrebbe potuto portare molti utenti a scegliere di rinunciare alla piattaforma. Inoltre, ulteriori aumenti di prezzo sono previsti nei prossimi mesi: in Irlanda e Regno Unito il prezzo è già ulteriormente aumentato di 2 sterline. Bisogna, poi, considerare che negli ultimi anni la concorrenza nel mercato dello streaming si è fatta sempre più forte. Disney+ e Amazon Prime Video offrono servizi che poco hanno da invidiare a Netflix e decisamente più economici (8.99 euro al mese per Disney+ e 36 euro annuali per l’abbonamento Prime di Amazon). L’effetto Pandemia potrebbe aver anche giocato un ruolo non irrilevante: ora che le politiche restrittive stanno pian piano scomparendo, molti utenti iscritti alla piattaforma durante i vari lockdown potrebbero non sentirne più la necessità. Infine, piaga che da sempre affligge Netflix, è la condivisione degli account. Sebbene, infatti, inizialmente il colosso dello streaming avesse scelto di far “buon viso a cattivo gioco” e consentire la pratica, oggi Netflix si ritrova con circa 320 milioni di fruitori di contenuti a fronte di “soli” 222 milioni di iscritti. Un utente su tre sarebbe, quindi, “a scrocco” di altri utenti e risulterebbe non pagante per Netflix.

 

Le prossime mosse di Netflix

Per cercare di risolvere il problema degli utenti non paganti, Netflix sta già sperimentando in Cile, Perù e Costa Rica l’introduzione di un pagamento aggiuntivo di circa 2 euro per accedere al proprio account fuori casa, a far fede dovrebbe essere l’indirizzo IP. Inoltre, Reed Hastings, ad e co-fondatore di Netflix, ha dichiarato che la compagnia ha intenzione di introdurre un abbonamento low cost con pubblicità, come avviene con le piattaforme rivali Hulu e HBO Max che in media propongono circa 6 minuti all’ora di pubblicità a chi sottoscrive l’abbonamento più economico. Dal punto di vista più aziendale, per contenere i costi, purtroppo, Netflix si è vista costretta a tagliare circa 150 posti di lavoro negli Stati Uniti. Per lo stesso motivo diversi contenuti annunciati sono stati cancellati – per lo più nel campo dell’animazione – tra cui la prevista serie animata di Meghan Markle. Resta, inoltre, da vedere quanto la neonata sezione videogame di Netflix influirà sugli abbonati anche se, al momento, non sembrerebbe aver avuto un impatto positivo sugli iscritti.

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Ambiente, società e tecnologia

La shrinkflation e quel caro mezzo chilo di pasta

La guerra in Ucraina, l’aumento esorbitante dei costi di gas e luce e gli effetti della pandemia sono eventi che hanno indubbiamente impattato in modo determinante sulla vita di ognuno di noi.

Al giorno d’oggi, siamo costantemente bombardati da centinaia di informazioni diverse che ci investono in ogni ambito della nostra quotidianità. Dai social, alla tv, alle sale d’attesa, fino al bagno di casa, ogni nostra azione è sempre accompagnata da una voce narrante che, in sottofondo, ci ricorda che non siamo altro che un minuscolo granello in un Universo in continua trasformazione. Questa overdose informativa ha però un duplice effetto: se da un lato la conoscenza degli eventi ci rende più consapevoli di ciò che accade intorno a noi, dall’altro l’eccesso di news ha l’effetto collaterale di stordirci, nel mare di cambiamenti che sta investendo la popolazione mondiale.

In tutto questo caos infatti, rimaniamo spesso attoniti ed impotenti di fronte al drammatico evolversi degli eventi, assorbendo passivamente il cambiamento.

Se però l’aumento delle tasse, per esempio, rappresenta una manifestazione chiara (ed indigesta) che le cose stiano mutando, la shrinkflation è un processo sottile, al limite dell’impercettibile, che testimonia il continuo rimodellamento delle dinamiche economico-sociali che regolano la nostra vita su questo pianeta (e di cui spesso non ci rendiamo conto).

Per comprender di cosa si tratti questo complesso fenomeno, le cui implicazioni vanno ben oltre il semplice aumento del costo degli ingredienti di una degna carbonara, è opportuno innanzi tutto chiarire qualche concetto.

Cos’è la shrink-flation?

L’espressione è un neologismo che nasce dall’unione di due termini: “shrinkage”, ovvero contrazione, ed “inflation”, cioè inflazione (un rincaro di larga portata). La shrinkflation si configura come una tecnica di marketing molto fine che ha l’obiettivo di aumentare il margine di profitto sul prodotto attraverso un processo di riduzione delle dimensioni del bene di consumo.

Essa si basa essenzialmente sulla “sgrammatura” seriale dei prodotti, cioè la riduzione del contenuto delle confezioni. Questo espediente permette che il prodotto acquisisca una dimensione minore rispetto a quella canonicamente conosciuta dal compratore, mantenendo però lo stesso prezzo.

Questo processo di riadattamento di prezzi e volumi ha impattato in maniera determinante sui beni di largo consumo, sfruttando la familiarità del compratore al prodotto per indurlo a pagare un prezzo più alto senza che, nella maggior parte dei casi, se ne possa accorgere.

Un esempio eclatante di shrinkflation è quello del nuovo pacco di pasta da 400g che ha sostituito il classico e consolidato mezzo chilo ma che viene comunque venduto allo stesso prezzo. Il cliente (che potrei essere io, una studentessa fuori sede che al supermercato ha ben altro a cui pensare che non controllare la grammatura della pastasciutta), in linea generale, possiede una certa familiarità con il prodotto e, proprio in virtù di questa consolidata fedeltà, è tratto in inganno: convinto di acquistare un pacco da 500g, in realtà, si ritroverà nella mensola una confezione di soli 400g, finendo per pagare un prezzo maggiore senza rendersene effettivamente conto.

La strategia di ridurre la dimensione del prodotto pur mantenendo lo stesso prezzo a cui il consumatore è “affezionato”, permette infatti di abbattere notevolmente il rischio di perdita della clientela (rispetto a quanto potrebbe accadere alzando direttamente il prezzo sulla confezione), garantendo di massimizzare il guadagno a scapito del compratore.

Questo meccanismo, che pecca sicuramente di trasparenza, ha suscitato non poche polemiche e rivendicazioni. Attualmente infatti molte Associazioni dei consumatori ed alcune Procure della Repubblica hanno presentato denuncia all’Antitrust per verificare la legalità della pratica e tentare di regolamentarla.

Storia di un consumatore ingenuo

Pensare che gli eventi che accadono lontano da noi non possano ripercuotersi sulla nostra esistenza è frutto di una visione non solo miope ma anche estremamente fallace.

Al contrario degli effetti palesi ed evidenti dei profondi cambiamenti che hanno investito recentemente l’Occidente (e non solo), la shrinkflation è un processo che agisce tra le righe, esercitando una pressione economica (e psicologica) su ognuno di noi senza che, nella maggior parte dei casi, possiamo accorgercene in maniera totalmente consapevole.

Ogni cambiamento comincia con la presa di consapevolezza: solo comprendo che la realtà attorno a noi sta cambiando, infatti, possiamo opportunamente riadattare il nostro comportamento al continuo evolversi delle dinamiche che regolano la nostra quotidianità.

Tale presa di coscienza viene meno nel caso della shrinkflation: essa infatti si basa su un processo di reticenza più sottile e tagliente di quanto non possa sembrare, rendendoci vittime di un meccanismo subdolo e basato sulla nostra stessa ingenuità.

É possibile inoltre notare come questo fenomeno attinga parte dalle sua consistenza dal principio della rana bollita di Chomsky, secondo cui l’essere umano perde la capacità di reagire a situazioni spiacevoli, adattandosi gradualmente e passivamente ai sottili cambiamenti della realtà che lo circonda.

Esattamente come la rana, che viene bollita in una pentola d’acqua senza che possa rendersene conto aumentando gradualmente la temperatura, anche noi diventiamo inerti e passivi di fronte alle evoluzioni della nostra società, accettando le trasformazioni senza cognizione di causa.

In questo modo, la shrinkflation avviene costantemente e ripetutamente sotto il nostro naso, ma non siamo capaci di accorgercene.

Nella botte piccola c’è il vino buono (o forse no?)

Tra i potenziali vantaggi di questa metodica c’è anche l’ipotesi, secondo alcuni, che permetta di tamponare il dislivello presente tra l’eccesso della domanda rispetto alla contrazione dell’offerta.

L’Ucraina, per esempio, è una delle maggiori esportatrici di grano, mais e molti tipi di cereali. A seguito dell’atroce guerra a cui è stata condannata dall’invasione russa, però, la produzione di grano ha subito una contrazione sensibile rispetto alla domanda. Ciò ha comportato, tra i vari effetti, anche un aumento drastico dei prezzi del grano e dei panificati da esso derivati (come pane e pasta). Secondo alcune analisi, sembrerebbe che l’aumento del prezzo dei prodotti e la corrispondente riduzione del contenuto attraverso la sgrammatura possano cooperare per ristabilire un equilibrio tra domanda ed offerta, contribuendo anche a ridurre lo spreco alimentare.

Nonostante il principio possa essere giusto ed auspicabile però, in questo caso, è la modalità adottata ad essere in difetto.

La vendita e la compera dei prodotti, specialmente quando si tratta di beni primari, dovrebbe essere quanto più onesta e trasparente possibile, al contrario di quanto accade attraverso la pratica della shrinkflation, che si basa su un abile gioco al confine tra truffa e marketing ai danni del rispetto per il cliente.

Potrà essere anche è vero che nella botte piccola c’è il vino buono, ma a che prezzo?

Come sfuggire alla shrinkflation? (Spoiler: non è possibile)

Purtroppo, sembra che attualmente questo fenomeno stia dilagando a macchia d’olio, investendo diversi campi del settore produttivo.

Tra gli esempi più tangibili dell’applicazione di questa tecnica, oltre alla sgrammatura (cioè alla diminuzione) dei grammi delle confezioni di pasta, c’è la riduzione del numero di crackers nei pacchetti, che passano da 5 a 4 per sacchetto, accompagnata dalla diminuzione del peso delle mozzarelle (che passa da 125 a 100g per pezzo), fino alla riduzione del volume di molti prodotti liquidi, come dentifrici (da 100 a 75ml), gel o creme, spesso accompagnata da un remodelling del packaging, che consente di mantenere la stessa grandezza della confezione pur diminuendo lo spazio interno effettivamente dedicato al prodotto, impedendo al compratore di percepire la variazione.

Massimiliano Dona, avvocato ed attivista che si occupa principalmente di tematiche legate al consumo, ha recentemente presentato un’Audizione in senato in merito al DDL sulla concorrenza in cui ha parlato di shrinkflation. Dona, oltre a spiegare in maniera estremamente chiara molte dinamiche inerenti al mondo del consumo e alle tecniche di marketing ad esso associate, fornisce anche consigli pratici ed utili per renderci consumatori più informati e consapevoli.

Secondo Dona, una delle tecniche che possiamo attuare per tentare di sfuggire a questa spirale è quella di controllare il prezzo in euro al kg o al litro. Questa pratica però risulta il più delle volte molto laboriosa e spesso si è costretti a rinunciarvi.

L’educazione del consumatore quindi non è generalmente sufficiente a garantire un consumo equilibrato e consapevole. É perciò opportuno che i produttori si prendano le responsabilità comunicative delle loro vendite.

Alla luce di ciò, sarebbe quindi auspicabile prevedere degli obblighi informativi che garantiscano di rendere palese ed evidente la sgrammatura del prodotto rispetto alla dimensione standard, in modo tale che il compratore possa apprenderne la variazione e valutare così i suoi bisogni effettivi.

Sicuramente, in un mondo ormai saturo di stimoli e pressioni, onestà e trasparenza sono elementi imprescindibili, soprattutto quando si parla di beni di prima necessità.

Pur garantendo ovviamente la piena libertà del produttore nel variare e decidere le dimensioni dei beni venduti, è fondamentale preservare il rispetto verso il consumatore e la sua autonomia di giudizio in merito ad acquisti che devono necessariamente essere compiuti nel massimo della trasparenza.

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Ambiente, società e tecnologia

L’industria della moda oggi: quanto manca alla sostenibilità?

Il dibattito pubblico sulla sostenibilità dovrebbe essere esteso a quanti più sistemi produttivi possibili per avere un impatto decisivo. Anche l’industria della moda ne fa parte: secondo il report per il 2022 redatto da McKinsey “The State of Fashion”, oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti di tipo tessile vengono prodotti da questo settore ogni anno a livello globale. Siamo ancora lontani dall’adozione di un modello di economia circolare, dato che solo una piccola percentuale viene riutilizzata o riciclata: infatti, nel mondo, solo l’1% di tutti i rifiuti tessili continua il suo ciclo vitale trasformandosi in un nuovo capo d’abbigliamento, mentre il 75% è destinato alla discarica o all’incenerimento. Il modello della fast fashion è una delle cause che più ha contribuito all’aggravarsi di questa situazione. Nata come mezzo per rendere accessibili a più clienti possibili gli ultimi trend di moda, si tratta di un sistema produttivo in cui risulta pressoché impossibile realizzare condizioni di sostenibilità sociale ed ambientale, a fronte del desiderio di proporre un prezzo finale molto basso e di rinnovare le collezioni ad un ritmo molto più rapido di quello delle tradizionali “stagioni”. È possibile per il settore della moda oggi invertire la sua rotta e quali difficoltà si trova ad affrontare chi propone un rinnovamento nell’ottica della sostenibilità?

Da dove partire per rinnovare l’industria della moda?

In occasione della COP26 di Glasgow è stata rinnovata la “Fashion Industry Charter for Climate Action”: promossa dalle Nazioni Unite e proposta per la prima volta durante la COP24, individua i percorsi e gli obiettivi di sostenibilità che dovranno portare l’industria della moda a raggiungere Net Zero entro il 2050. Il documento ribadisce l’insufficienza delle soluzioni attuate fino ad oggi e l’importanza dell’adesione degli stakeholders: ad oggi aziende e organizzazioni del settore possono volontariamente aderirvi per ricevere le informazioni, il supporto e la rete di contatti necessaria per avviare il processo di trasformazione. Tra i punti principali vengono inserite la necessità di rendere indipendente il settore dal carbone e, successivamente, dalle fonti fossili, il bisogno di individuare strumenti finanziari adeguati e strategie per rendere la transizione economicamente scalabile e sostenibile e la ricerca di materie prime a basso impatto.

Fibre naturali, fibre sintetiche: ma è questo il dilemma?

Secondo la charter sopracitata, un obiettivo fondamentale per l’industria della moda deve essere la scelta di materie prime che siano sostenibili durante tutto il loro ciclo di vita. Spesso nel dibattito vengono contrapposte le fibre naturali alle fibre sintetiche: anche se potremmo associare istintivamente le prime ad un’idea di purezza, sicurezza e sostenibilità maggiori a scapito delle seconde, analizzando i costi e i benefici di entrambe ci accorgiamo che il problema è più complesso. Consideriamo il cotone e il poliestere come esempi, dato che rispettivamente rappresentano circa il 23% e il 52% della produzione globale di fibre tessili: la produzione di cotone infatti, pur non essendo intrinsecamente legata alle fonti fossili come quella del poliestere, comporta un dispendio maggiore di acqua e di suolo. Il punto fondamentale non risiede quindi nella dicotomia sintetico-naturale, che indica solamente la provenienza delle fibre stesse, ma nella valutazione del loro impatto ambientale dall’estrazione fino all’eventuale riciclo.

Uno dei modi possibili per abbattere l’impatto del processo estrattivo e per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili delle fibre sintetiche è ricavare, anche se per ora solo parzialmente, da biomasse. Si otterrebbe così il biopoliestere, identico a quello tradizionale per struttura, la cui produzione pone però un’altra sfida: riuscire ad ottenerlo grazie a biomasse di scarto, così da non togliere risorse preziose all’industria alimentare. Dagli scarti della lavorazione del cotone o da capi diventati rifiuti (anche composti da fibre diverse) può essere invece ricavato biogas grazie a un processo biotecnologico chiamato “digestione anaerobica”. La sfida in questi casi risiede soprattutto nel rendere scalabili queste tecnologie.

Moda rigenerata vs moda second hand

Possiamo confrontare due tendenze principali nel mondo della moda sostenibile che si propongono come alternative alla fast fashion. Da una parte sono sempre di più le aziende e le organizzazioni che propongono servizi di compravendita di abiti usati e/o vintage: possono concretizzarsi in app così come in catene di negozi fisici o in eventi dedicati organizzati da imprese che abbiano una vocazione sociale. Il valore di mercato del settore della moda second hand negli U.S.A. nel 2019 si attestava attorno ai 28 miliardi di dollari: secondo le proiezioni di ThredUp, riportate anche da Forbes, potrebbe raggiungere i 77 miliardi di dollari entro il 2025. Inoltre il second hand ha sperimentato nel 2019 una rapidità di crescita decisamente maggiore rispetto a quella della moda non second-hand. Dall’altra parte assistiamo alla fondazione di start-up e imprese che propongono i propri brand con collezioni di capi prodotti utilizzando fibre rigenerate o che inseriscono tra i loro valori la garanzia di un lavoro equo e socialmente sostenibile.

Quali sono i costi e i benefici delle due alternative, cioè il riuso intrinsecamente legato alla compravendita dell’usato e il riciclo necessario per confezionare capi rigenerati? Se la moda second hand è più accessibile per un cliente dal punto di vista economico, raramente può soddisfare il desiderio di un design innovativo e originale da parte di chi compra. Non tutte le tipologie di riciclo però garantiscono quello che viene definito “upcycling”, cioè un processo attraverso cui è possibile ottenere, da un capo dismesso, un altro capo che abbia una qualità paragonabile, e quest’ultima tipologia di riciclo è poco diffusa (si tratta dell’1% del totale citato all’inizio dell’articolo). Molto più diffuso è il cosiddetto “downcycling”, che comporta la trasformazione di un capo in materiali utili ad altri settori industriali, ma con un’inevitabile perdita di valore rispetto al prodotto originario.

Anche se è difficile immaginare quale alternativa sarà preferita sul lungo termine dal mercato, ciò che è certo è che l’urgenza di un cambiamento nel settore della moda esiste e che le tecnologie oggi a nostra disposizione dovranno essere ancora più diffuse per essere efficaci.

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Marketing & Social Media

Arrivano le reaction su WhatsApp

Dal 5 maggio 2022 su WhatsApp è stata introdotta la possibilità di reagire a un messaggio con un’emoji: l’annuncio è stato fatto direttamente dal fondatore di Meta, Mark Zuckerberg, sulla sua pagina Facebook: “Reactions on WhatsApp start rolling out today 👍❤️😂😮😢🙏”.

Per inserirle basterà cliccare su un messaggio ricevuto e scegliere dal pop-up che comparirà l’emoticon che meglio esprime il nostro stato d’animo.

Disponibili fino a ora solo come test nella versione beta dell’applicazione dalla versione 2.22.8.3, nei prossimi giorni le sei reaction saranno disponibili per tutti e, come specificato da Zuckerberg in un commento, “arriveranno presto altre emozioni”. Will Cathart, Head of Whatsapp del gruppo Meta, aveva già anticipato il 14 aprile questa nuova funzione, specificando che dopo il primo lancio sarebbero state aggiunte emoji con diverse tonalità della pelle.

 

 

Sul blog aziendale viene chiarito lo scopo di questa nuova funzione: Le reazioni sono rapide e divertenti, riducono il sovraccarico nei gruppi e continueremo a migliorarle aggiungendo una gamma ancora più ampia di espressioni in futuro”.

Le novità però non si limitano alle reaction: dai primi giorni di maggio è anche possibile inviare file fino a 2 GB (il limite precedente era fissato a 100 MB): è consigliato utilizzare il Wi-Fi e durante il caricamento e scaricamento del file sarà visibile una stima del tempo di trasferimento. Inoltre,  è in corso di integrazione la possibilità di aggiungere fino a 512 persone a una chat di gruppo.

Non ci resta che aspettare che l’aggiornamento sia disponibile per il nostro dispositivo e scoprire tutte le prossime novità che WhatsApp ha in serbo per noi.

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Economia, StartUp e Fintech

Compra ora, paga dopo: una nuova modalità di pagamento

Il “Buy Now Pay Later” è una modalità di pagamento a rate per servizi di e-commerce rivolta a imprese e consumatori, alla ricerca di opportunità di crescita economica e di un servizio alla clientela comodo e semplice. Questa formula, entrata da anni nel mercato internazionale, ha raggiunto l’apice della sua crescita soltanto nel periodo della pandemia, date le più stringenti condizioni economiche che gravano sui consumatori. Secondo un’analisi dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano, esistono più di 130 società al mondo che offrono un servizio Buy Now Pay Later come intermediarie; inoltre, il 90% di queste sono nate negli ultimi otto anni, a dimostrazione di come questo fenomeno in crescita sia già presente da molto prima del 2020. Attraverso questo sistema l’utente ha la possibilità di acquistare dal sito ed effettuare il pagamento successivamente: in questo modo i consumatori hanno a loro vantaggio un sistema di pagamento più sostenibile, mentre le imprese hanno la prospettiva di un miglior tasso di conversione e di una maggiore fidelizzazione, riducendo l’abbandono dei prodotti inseriti nel carrello. Il servizio è completamente gratuito per i compratori, essendo totalmente a carico delle aziende che decidono di farne uso.

La forma principale è quella online, attraverso la quale aziende come Klarna e Paypal propongono il pagamento in tre rate senza interessi; anche Amazon offre ai consumatori la possibilità di accedere ad un pagamento dilazionato con rate di durata e interessi variabili. Esistono inoltre imprese come Scalapay che propongono anche l’acquisto all’interno dei negozi, attraverso l’utilizzo di codici a barre o QR code. Altre realtà come Soisy propongono un sistema Peer to Peer Lending di prestiti tra privati: i finanziatori anticipano la somma dovuta agli e-commerce e gli acquirenti, in seguito, restituiranno la quota a rate di capitale con gli interessi agli investitori.

Questo strumento deriva dal più longevo credito al consumo, ossia un finanziamento ottenuto da istituti bancari e di credito e anch’esso a breve termine: tuttavia, per poter usufruire di questo servizio è necessario presentare delle garanzie che dimostrino la possibilità per il cliente di sostenere il pagamento. A differenza del sistema a rate tradizionale, il “Compra Ora Paga Dopo” non coinvolge istituti di finanziamento e viene applicato sugli acquisti a breve termine e per importi contenuti, relativamente a categorie di spesa specifiche: dai prodotti per la casa all’abbigliamento, fino ai viaggi e all’intrattenimento.

Le previsioni future indicano che il trend che segue l’applicazione del “Buy Now, Pay Later” sarà in crescita, data l’introduzione di nuove applicazioni e l’adozione da parte di aziende di altri settori. Rimane però da definire con maggior chiarezza il quadro normativo in merito alle regole e alle autorizzazioni che gli erogatori che adotteranno il “Compra ora, Paga dopo” devono possedere: in quest’ottica, infatti, è necessaria una maggior tutela del consumatore da campagne aggressive di marketing e dal rischio di insolvenza a cui è soggetto quest’ultimo. Va considerata, inoltre, la difficoltà a ricevere un rimborso in caso di malfunzionamenti o problemi relativi alla consegna del prodotto, dovendo necessariamente rivolgersi sia al venditore che alla società che offre questo tipo di soluzione.

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