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Economia, StartUp e Fintech

Sostenibilità in azienda: il caso Treedom

Intorno al tema della sostenibilità si è aperto negli ultimi anni un dibattito sempre più intenso, che ha inevitabilmente influito sul modo di fare impresa.

Abbiamo intervistato Anna Ciattini, Head of Corporate Marketing di Treedom, per capire come si sia evoluto negli anni il punto di vista delle aziende nei confronti di questo tema, in un’ottica sia italiana che globale.

Treedom è una realtà ampiamente consolidata, che si è posta come leader di un cambiamento sostanziale all’interno del mondo aziendale, non solo dal punto di vista ambientale.

 

Anna, dopo la tua esperienza universitaria e di redazione, ti sei avvicinata al mondo della green economy. Cosa ti ha spinto a compiere questa scelta?

 

“La mia storia in Treedom è iniziata nel 2014: questo è il mio ottavo anno all’interno di questa realtà. Ho intrapreso questa esperienza professionale all’età di 22 anni, dopo essermi laureata in Scienze Politiche con una tesi all’epoca innovativa, poi diventata una tematica abbastanza conosciuta: l’impact investing. Il mio interesse progressivamente si spostò dalla parte politica a quella economica, mantenendo l’attenzione sulla capacità di generare un impatto sociale o ambientale; in parallelo ero entrata a far parte del Movimento per la Decrescita Felice: benché in seguito siano cambiate le mie visioni, all’epoca ero ispirata dal fatto che il cosiddetto benessere non si misurasse semplicemente dal PIL, ma anche da altri parametri necessari ed essenziali e che lo sviluppo della società non dovesse muoversi verso una crescita spasmodica ma una decrescita, recuperando degli elementi appartenenti al passato. Sono entrata in Treedom con la volontà di iniziare a investire sul mio futuro, pensando di continuare a studiare per poi intraprendere un’esperienza all’estero: dopo aver inviato numerose candidature sono entrata in contatto con questa realtà grazie alla mia tesi, essendo all’epoca un elemento di interesse per la sua innovatività e presumendo che la società potesse essere destinatario di quella tipologia di investimenti. Da quel momento non ho più continuato a studiare, preferendo lavorare direttamente sul campo: ho ricoperto diverse posizioni, occupandomi all’inizio sia della customer care che della parte commerciale, dato che inizialmente le dimensioni dell’organizzazione erano più ristrette; da due anni, inoltre, sono responsabile B2B marketing. Oltre a ciò, da qualche anno sono diventata socia: un modo efficace per connettere, motivare i dipendenti e farli sentire parte di un gruppo coeso e unitario.

 

Possiamo dire quindi che la tua crescita, professionale e umana, è stata parallela a quella di Treedom. Dato che sei coinvolta da anni in queste dinamiche, avrai notato come nell’ultimo decennio il dibattito sulla sostenibilità si sia fatto sempre più intenso, sia a livello sociale che istituzionale. Per quanto riguarda l’ambiente aziendale, com’è cambiata negli anni la percezione sul tema, anche dal punto di vista comunicativo?

 

“A livello internazionale, è stato adottato un approccio variegato rispetto a questo tema. Nel 2014, quando ho iniziato a lavorare a contatto diretto con le aziende, Treedom non aveva ancora la notorietà che ha oggi: all’epoca il nostro lavoro coinvolgeva in misura minore quel target che oggi identifichiamo come le nostre buyers personas. Il tema della sostenibilità era molto meno sentito: lo snodo fondamentale di questo cambiamento si è verificato negli ultimi tre anni, a partire dal periodo antecedente alla pandemia. Ad oggi la sostenibilità è diventata un elemento strategico del managment, per acquisire competitività e credibilità sul mercato. D’altra parte, la comunicazione odierna ha assunto una rilevanza differente rispetto a quella usata in passato: parole come “green marketing” e “green branding” inizialmente non avevano il peso che hanno oggi, dato che possono essere viste, soprattutto all’estero, in un’accezione negativa. La comunicazione, perciò, dev’essere finalizzata a dimostrare che le azioni dell’impresa generano un reale impatto a livello ambientale. Nel concreto s’intende investimenti in sostenibilità che comprendano l’intera filiera produttiva, trasmettendo ai dipendenti la filosofia dell’azienda e permettendo loro di sentirsi ambassador di un vero e proprio cambiamento di rotta. Per quanto riguarda Treedom, l’obiettivo è porsi come uno strumento che permetta di realizzare un impatto sul pianeta in termini sia di persone che di ambiente, nonché di agire come amplificatore di un percorso sostenibile che le persone hanno già intrapreso. Utilizziamo una serie di strumenti, anche comunicativi, che permettono di raccontare la nostra attività al meglio: foto, contenuti di testo, video che possono essere utilizzati da persone e aziende per comunicare il fatto di aver piantato alberi con la nostra azienda.”

 

La sostenibilità si è sviluppata negli anni in tre dimensioni differenti: ambientale, sociale ed economica. Per quanto riguarda Treedom, come siete riusciti a coniugare questi aspetti nelle attività aziendali? Come li applicate nella vostra quotidianità?

 

“Un primo esempio è la scelta dei nostri uffici, coerente con la natura e l’identità della nostra azienda. Ci siamo sempre concentrati sulle modalità di gestione delle relazioni e sul garantire la crescita personale dei nostri collaboratori, cercando di permettere loro di lavorare con la massima flessibilità di luogo e orario lavorativo. Ad esempio, abbiamo introdotto da tempo lo smart working, di cui oggi vi è un maggiore incentivo; supportiamo inoltre la partecipazione a numerosi corsi di formazione, per rendere partecipi alla filosofia aziendale e integrare le culture di persone provenienti da Paesi diversi, cercando anche di favorire l’aggregazione attraverso la creazione di luoghi ed eventi, appositamente previsti al di fuori dell’orario di lavoro. Esiste anche un team che si occupa di proporre le soluzioni più sostenibili da implementare all’interno dell’azienda. Inoltre, per quanto riguarda gli incontri con i clienti cerchiamo di minimizzare gli spostamenti: la situazione dovuta alla pandemia ci ha poi dato la possibilità di trasformare questa pratica in un virtuosismo. Per quanto riguarda i nostri progetti, essi sono sviluppati sulla realizzazione di un duplice impatto, sociale e ambientale: grazie a questo riusciamo a concorrere allo sviluppo di 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Dal punto di vista dell’inclusione di genere, valorizziamo la componente femminile, la quale è molto attiva all’interno di tali progetti: spesso sono le donne che gestiscono i vivai, lavorano agli innesti delle piante o gestiscono porzioni di terreno. Inoltre, le ONG locali creano un ponte di contatto tra noi e i contadini, rendendo questi ultimi gli stessi beneficiari del progetto.”

 

Partendo da questi presupposti, quali fattori vi hanno permesso di diventare una scale-up affermata nel settore e ottenere collaborazioni con partner internazionali?

 

“Prima di tutto considero il fatto di essere partiti prima di altre realtà, affermatesi negli ultimi anni in contemporanea a Greta Thunberg, la COP26 e i movimenti giovanili, che hanno portato alla luce l’importanza di investire sull’ambiente: il tempismo per noi è stato determinante. Inoltre, come già citato in precedenza, la capacità di realizzare un impatto socio-ambientale: la coniugazione di questi due aspetti ha permesso di raggiungere più persone attraverso la sensibilizzazione sull’ambiente. Si può aggiungere inoltre una profonda sinergia con il digitale, che pone Treedom non solo come e-commerce di alberi, ma anche come una piattaforma che attira e coinvolge nel tempo, grazie alla pratica di fotografare e geolocalizzare gli alberi stessi. Importante è stato anche il dualismo B2B e B2C: il B2B è stato, soprattutto all’inizio, un grande motore per ottenere investimenti più consistenti. Decisivi per ottenere delle vendite sono una buona rete commerciale, un prodotto che funziona e un messaggio credibile; il B2C arriva successivamente, dato che il consumatore necessita di più tempo per familiarizzare con il prodotto. Il nostro non è un prodotto fine a sé stesso, al contrario ha una durata prolungata grazie ai continui aggiornamenti che condividiamo in bacheca, garantendo perciò unicità e trasparenza. Fondamentale per raggiungere la scalabilità sono stati gli investitori, che hanno creduto nella nostra idea innovativa soprattutto in ottica di internazionalizzazione, dato che fino a quel momento l’azienda si era mantenuta soltanto grazie alla vendita del proprio prodotto. Un altro punto di forza sono le persone: all’interno di questa realtà ho avuto modo di entrare in contatto con colleghi che hanno sposato a pieno questo progetto, che non viene percepito come un lavoro normale; chi lavora in Treedom, infatti, si pone davvero l’obiettivo di piantare un milione di alberi, divertirsi nel mentre e offrire un prodotto digitale per persone e aziende. La vera fortuna per noi è stata quella di incontrare persone che vivono il nostro non come un lavoro ma come una missione e di trovare non un semplice gruppo ma una famiglia.”

 

In ottica futura, quali scenari vi aspettate per l’azienda? Vi dedicherete a nuovi progetti locali?

 

“L’obiettivo primario è quello di diventare il miglior piantatore di alberi sul mercato, attraverso un’espansione globale che coinvolga persone e imprese: puntiamo a essere un player di riferimento in Europa e nel mondo, orientandoci verso le aree degli Stati Uniti e di Singapore. Per diventare un brand internazionale siamo focalizzati sull’attività di piantagione, ricevendo in parallelo consulenza e supporto dal punto di vista delle metodologie di realizzazione dei progetti, al fine di contribuire al meglio ai Sustainable Development Goals e migliorare il nostro approccio operativo. Cercheremo quindi di coinvolgere un numero maggiore di persone con cui instaurare delle relazioni di lungo periodo, in modo da permettere la loro partecipazione ai nostri progetti futuri.”

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Ambiente, società e tecnologia

Tesla Bot: Elon Musk punta sui robot antropomorfi

Tesla sta lavorando a dei robot umanoidi, con l’obiettivo di liberare completamente umanità dal lavoro fisico in un futuro non troppo remoto.

Perché hanno intrapreso questo ambizioso progetto? Contrariamente all’opinione più diffusa, Tesla non è una casa automobilistica. Infatti, come affermato più volte anche dal CEO Elon Musk, Tesla produce computer su ruote o per dirla meglio robot semi-senzienti. Il core business dell’azienda infatti si basa su robotica, l’intelligenza artificiale e la data analysis.

I Tesla Bot potrebbero prendere il nome di Optimus, e saranno una priorità per quest’anno. Musk è tornato a parlarne durante la conferenza sui risultati finanziari del quarto trimestre 2021 di Tesla sostenendo che gli Optimus diventeranno un mercato nettamente maggiore a quello dei veicoli.

La rete neurale addestrata negli anni per la guida autonoma è già stata montata sui recentissimi Tesla Semi. I primi camion al mondo a guida autonoma, capaci addirittura di creare delle carovane autopilotate. Ora è il momento di usare questa tecnologia con dei robot umanoidi.

Conscio che questi automi in un primo momento potrebbero incutere timori nel cittadino medio, il CEO di Tesla ha scherzato sul fatto che sono stati progettati affinché si possa fisicamente scappare via da loro correndo: infatti, avranno una velocità massima di 8 Km/h e saranno in tutto e per tutto simili alle persone, con un’altezza di circa 173 cm per 57 Kg di peso.

Per renderlo maggiormente antropomorfo, il volto sarà composto integralmente da uno schermo ad alta risoluzione che replicherà espressioni umane stilizzate e mostrerà vari testi informativi.

Optimus si muoverà grazie a quaranta attuatori elettromeccanici che gli consentiranno di sollevare fino a 68 Kg e di trasportarne una ventina. Un singolo braccio in completa estensione avrà la capacità di alzare 4,5 Kg.

Un primo prototipo sarà mostrato al pubblico nel corso del 2022. Molto probabilmente i Bot verranno impiegati, in un primo momento, solo all’interno delle Tesla Factory, prima di essere messi sul mercato. Non è stato ancora indicato il prezzo di lancio.

Bot sarà buono, vivrà in un mondo fatto per gli umani, eliminando compiti pericolosi, ripetitivi e noiosi. Deve essere in grado di eseguire comandi nel modo più naturale possibile. Anche di fare la spesa. […] Penso che essenzialmente in futuro il lavoro fisico sarà una scelta, se vuoi farlo puoi.” così Elon Musk parlò di Tesla Bot durante la presentazione al Tesla AI day.

Nel frattempo Tesla sta cercando voracemente profili.

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Entertainment, videogame e contenuti

Microsoft e Sony: le grandi del mercato console si espandono

Negli ultimi mesi, Microsoft e Sony, i due principali player del mercato console, hanno iniziato una “campagna acquisti” che mira ad espandere le line-up di titoli in esclusiva delle due rispettive console competitor, Xbox Series X e PlayStation 5. In particolare, per ora, si parla di “sole” due grandi operazioni ma che, tuttavia, lasciano intravvedere grossi cambiamenti nel mercato, soprattutto tra gli studi medio-grandi.

Microsoft acquista Activision-Blizzard: un affare storico

Il 18 gennaio, con una mossa che ha stupito molti nell’industria videoludica, Microsoft ha acquisito, con un investimento di circa 70 miliardi di dollari, Activision-Blizzard, la terza società di gaming al mondo per vendite dopo Tencent e Sony.

In questo modo, la compagnia di Redmond è entrata in possesso non solo degli enormi studios della compagnia americana ma anche di tutte le sue celebri proprietà intellettuali. Tra i giochi che in un futuro non troppo lontano potrebbero diventare esclusiva Xbox ci sono quelli delle serie Call of Duty, Crash Bandicoot, Warcraft e Overwatch. Senza considerare che Activision-Blizzard aveva già assorbito, a sua volta, King Digital Entertainment, compagnia dietro i successi mobile di Candy Crush Saga e Bubble Witch Saga. Certo, resta il fatto che al momento Microsoft ha affermato di non rendere i giochi Activision-Blizzard sue esclusive console, ma sembra chiaro che la prospettiva di avere un parco titoli dedicato alle sole console Xbox non può che far gola alla compagnia fondata da Bill Gates. Soprattutto ora che punta sempre di più sul suo Game Pass, di cui vi abbiamo brevemente parlato in questo articolo.

Sony rilancia comprando Bungie: è abbastanza?

Poche settimane dopo la mossa di Microsoft, Sony annuncia di aver acquistato lo studio Bungie, autori del celebre sparatutto-RPG online Destiny e dei primi Halo. L’operazione è costata alla compagnia giapponese circa 4 miliardi di dollari e, nonostante Bungie manterrà la sua indipendenza creativa, renderà tutti i futuri titoli dello studio esclusiva PlayStation.

Ovviamente, l’acquisto di una software house come Bungie non può minimamente essere paragonato all’acquisizione di Activision-Blizzard. Tuttavia rende chiaro come Sony non abbia intenzione di restare a guardare e intenda espandere il suo parco titoli acquisendo altri studios. Tant’è che a Sony, pare, risultino ancora altri 10 miliardi di dollari pronti per essere investiti in altre acquisizioni da qui al 2023. Secondo molti analisti ed esperti, i prossimi obiettivi nel mirino di Sony potrebbero essere le due compagnie giapponesi Capcom, famosa per le serie Street Fighter e Monster Hunter, e Konami, che nonostante il “basso profilo” degli ultimi anni resta un nome storico e altisonante nel settore.

Nintendo resta all’angolo?

In tutto questo qualcuno potrebbe lecitamente chiedersi se anche Nintendo abbia intenzione di fare acquisizioni importanti a breve. Infatti, anche se sarebbe una forzatura definire la Nintendo di oggi una competitor diretta di Sony e Microsoft, non si può ignorare il fatto che Nintendo Switch è attualmente una delle console più vendute della storia. Nintendo cercherà dunque di seguire la strada tracciata da Sony e Microsoft acquisendo studi di terze parti? Per ora la risposta sembrerebbe negativa. Shuntaro Furukawa, presidente della compagnia di Kyoto, ha infatti dichiarato che “il nostro brand è stato costruito sulla base di prodotti realizzati con dedizione da parte dei nostri dipendenti, avere sotto il nostro controllo un grande numero di persone che non possiedono il DNA Nintendo non sarebbe un vantaggio per la nostra azienda”. Posizione comprensibile se si considera che Nintendo ha già uno sconfinato numero di proprietà intellettuali a cui ricorrere per produrre i propri videogiochi first-party.

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Ambiente, società e tecnologia

La comunicazione divertente e socialmente impattante di Durex: intervista a Nicolò Scala

Quante volte ti è capitato di leggere divertito i contenuti sui social di Durex?

Il real time marketing, tecnica di comunicazione che sfrutta gli eventi del momento e spesso utilizzata dai brand per personalizzare i propri contenuti, è diventata una delle strategie per la quale Durex è maggiormente conosciuta, ma non l’unica.

In realtà questo brand che negli anni ha conquistato sempre più utenti e anche consumatori, non si limita solo a utilizzare queste tecniche, ma sforna costantemente progetti innovativi e originali per aumentare la propria brand awarness, raggiungere sempre più persone e dare un impatto positivo diffondendo messaggi importanti.

Per scoprire gli interessanti processi dietro alla comunicazione e affermazione di questo brand nel panorama del mercato italiano, abbiamo intervistato proprio chi vi lavora dietro le quinte: stiamo parlando di Nicolò Scala, marketing manager di Durex Italia, che ci ha raccontato curiosità e aneddoti del suo percorso, di come l’azienda si è mossa negli ultimi tempi e di qualche nuovo progetto.

 

Nicolò, per iniziare, raccontaci un po’ il tuo background e come ti sei appassionato al mondo del marketing.

Già ai tempi del liceo ero una persona estremamente curiosa: tutto ciò che era innovazione coglieva la mia attenzione e interesse. A quei tempi, quando si parlava di comunicazione innovativa, ci si riferiva a strumenti che naturalmente oggi per noi risultano ormai obsoleti, infatti, quando io ero al liceo, in Italia aveva appena iniziato a diffondersi il primo iPhone.

Seguire l’evoluzione dei trend di comunicazione mi ha portato così ad avvicinarmi al mondo del marketing.

Purtroppo, quando si pensa alla comunicazione e al social media marketing viene ancora in mente solamente il post su Instagram, ma dietro a questo c’è molto più lavoro: una strategia di brand definita, una strategia di equity, di prodotto, leve di trade marketing, la parte di ricerca sviluppo e innovazione, ricerche di mercato, e molto altro.

Quindi, si tratta veramente di un mondo infinito, anche se per me la comunicazione rimane sempre la parte più dilettevole e stimolante che ci sia nel marketing.

A livello di percorso accademico, ho studiato economia in triennale a Milano all’Università Bocconi, ho proseguito con una specialistica in marketing management con didattica in inglese con un double degree in international management alla Queens University in Canada.

 

Come descriveresti la Comunicazione di Durex? Quali sono gli ingredienti che la rendono così efficace?

A noi piace chiamare il tono di voce di Durex “playfully provocative”, giocosamente provocante.

La comunicazione di Durex è irriverente e divertente e a volte sfrutta il real time marketing, ma l’aspetto centrale che la caratterizza è l’intenzione di trasmettere il messaggio a cuore del brand, ovvero la diffusione di una sessualità sana, libera, protetta e consapevole.

Ovviamente, è importante comunicare i prodotti del brand come i sex toys o i preservativi, ma il messaggio centrale consiste nel donare la possibilità al consumatore di scegliere i prodotti che possano migliorare la sua vita sessuale e garantire a tutti il diritto di avere una sana e sicura sessualità.

 

Quali sono le sfide che Durex deve affrontare oggi, soprattutto in merito alla disinformazione sulla sessualità? Come state cercando di colmare questo gap informativo?

Ti ringrazio della domanda perché mi viene posta spesso ma è ugualmente quella alla quale sono sempre più felice di rispondere.

Oggi, in Italia, l’educazione sessuale non è materia di formazione nella scuola dell’obbligo a nessun livello, dalle elementari al liceo; a livello delle scuole dell’infanzia si dovrebbe parlare più di educazione all’affettività rispetto alla sessualità, chiaramente, però il rispetto che si potrebbe insegnare è alla base della crescita dell’individuo e delle relazioni e questo valore si tradurrà anche in una sessualità sana nel tempo.

Ad oggi, soltanto un giovane sessualmente attivo su due utilizza in preservativo nei rapporti, e sapendo che si tratta di un’età dove non c’è una particolare stabilità di coppia, quella dell’adolescenza, probabilmente non c’è la consapevolezza di quello che possa voler dire utilizzare o meno un preservativo in un rapporto.

Tanti ragazzi sanno che il preservativo è un anticoncezionale ma pochissimi sanno che è l’unico anticoncezionale in grado di prevenire la trasmissione di infezioni sessualmente trasmissibili.

Inoltre, spesso non se ne parla neanche a casa: infatti, secondo uno studio realizzato da Durex, soltanto il 30% dei ragazzi parla con almeno uno dei genitori di un argomento attinente al sesso.

I giovani in realtà vogliono informarsi, ma lo fanno attraverso fonti che hanno a loro disposizione, come gli amici ma soprattutto Internet, che su questo aspetto è un’arma a doppio taglio: da una parte ci sono contenuti di qualità forniti da siti istituzionali oppure siti che danno informazioni qualificate e controllate, ma ci sono anche tante fake news e informazioni poco controllate, e non dobbiamo dare per scontato che un’adolescente sia in grado di discernere cosa sia vero e cosa sia falso.

In più Internet nasconde una grandissima insidia: la pornografia, che purtroppo non ripercorre una visione di una sessualità sana sicura e consapevole, ma genera false aspettative, falsi miti e crea nella mente di chi la guarda una mistificazione della sessualità.

Di fronte a questo panorama una marca come Durex si impegna nel mostrare i valori di una sessualità genuina e lo fa anche attraverso questa comunicazione irriverente dove cerca di prendere l’attenzione con dei messaggi non noiosi e cercando di veicolare messaggi di uguaglianza, inclusione, protezione proprio per cercare di educare le persone rimanendo una voce credibile.

 

Secondo te, Durex può dire di aver costruito una community in questi anni?

“Sì, mi sento di confermarlo anche con qualche dato: la community di Instagram è molto forte, parliamo di un engagement rate oltre il 5% in maniera costante con picchi del 10% nei periodi più intensi dell’anno.

È una community che interagisce tantissimo sia in pubblico che in privato e stimola la conversazione sul sesso.

Durex può addirittura essere definito un lovebrand. diverse persone seguono e interagiscono con il brand seppure non siano consumatori della categoria, e perché seguono Durex come se fosse un amico da avere accanto, perché dà informazione rilevante e di qualità in modo diverso rispetto agli altri”.

 

Come è cambiata Durex in tempo di Lockdown e in che direzione sta procedendo?

Durex è cambiata tantissimo, e più che Durex è cambiata la sessualità: durante il periodo di marzo 2020 fino a giugno 2020, periodo di forte lockdown, c’è stato un crollo di atti sessuali di circa l’80%.

Anche la mascherina è ancora una barriera che incentiva la distanza sociale, quindi si tratta probabilmente di una cosa che rimarrà nel tempo. Ad oggi il mercato non si è del tutto ripreso e faccio riferimento a quelli che sono gli ultimi dati, rispetto ai livelli di pre-pandemia siamo ancora -10% di valore; questa cosa è successa perché alcune persone si allontanate o sono lontane dal mondo del sesso, per ragioni più o meno conosce, o per abitudine o per paura.

Dobbiamo anche pensare che c’è una generazione che sta tardando il primo rapporto, che in Italia era intorno ai 13 anni, ma ora tutta quella fascia di età non ha gli stessi luoghi di aggregazione che aveva prima anche con la didattica a distanza influisce su questo. Più sarà prolungato e ripetuto nel tempo e più inciderà nella sessualità a lungo termine, perchè è come se piano piano si stesse creando un velo divisorio anche tra le persone e incide anche questo sicuramente sulla vita sessuale.

Durex non solo è cambiata ma soprattutto ha cambiato lo stile di comunicazione durante il lockdown, perché non poteva incentivare le persone ad avere rapporti dato che non voleva dare comunicazioni in contrasto con le indicazioni legislative in materia di distanziamento sociale.

 

Ci parli di un progetto particolarmente significativo di Durex?

Il progetto che mi ha toccato di più e dove secondo me il brand ha evoluto un po’ anche lo stile di comunicazione in termini di messaggio e aree tematiche è la creazione della serie tv “Sex Uncut” in collaborazione con Amazon Prime.

Si tratta di una serie tv in 10 episodi che racconta a 360° 10 argomenti radicalmente diversi, che spaziano dal primo rapporto fino a come affrontare l’argomento del sesso con i bambini.

C’è infatti anche una puntata dedicata proprio ai genitori, a come cercare di approcciare il dialogo con i figli. Nelle altre si parla di diversità, inclusione, di coming out, del concetto di gender, piacere sessuale e molto altro.

Quindi, da come si è visto da questo progetto, Durex è un brand che si è evoluto e oggi parla di molti più argomenti attinenti alla sfera sessuale, cercando anche di dare degli strumenti in più ai genitori, agli adulti e ai giovani che si affacciano per la prima volta, per capire questo mondo, in questo caso con un prodotto di alta qualità.

Sono presenti nella serie influencer e ambassador, persone quindi in cui ci si può riconoscere e di cui si ascoltano i consigli, ma per rendere il messaggio veicolato da queste figure è stata fondamentale la presenza di esperti in ambito medico, da una ginecologa, psicologa, psicoterapeuta, andrologo, in modo tale che possano guidare la discussione in maniera corretta ma anche in maniera non noiosa o troppo tecnica con l’aiuto degli ambassador.

Quindi, questa serie tv è il progetto di cui sono stato più innamorato in questi anni, è quello che ho seguito anche più da vicino dato che sono stato presente sul set per quattro giorni dalla mattina alla sera ed è stato secondo me un bellissimo progetto in cui anche Amazon che ha dei valori sulla diversity & inclusion molto vicini a Durex ha deciso di sposare assieme a noi perché va finalmente a raccontare in maniera autorevole ma non pesante quello che è un argomento non semplice.

A livello di numeri, ad esempio, la prima puntata è stata vista in organico da oltre 400.000 persone, quindi numeri molto importanti.

Un esempio che mi ha toccato particolarmente è quello di un mio collega, genitore, che mi ha raccontato di come non abbia mai affrontato l’argomento sesso con i suoi bambini e di come abbia deciso di mostrare ai suoi figli la puntata dedicata al sesso spiegato ai bambini; quindi, comunque non ha parlato lui stesso di sesso con loro, ma grazie all’utilizzo di quella puntata è riuscito ad affrontare l’argomento, quindi è stato un piccolo passo verso un impatto positivo in un cambiamento sociale e quindi per quello sono particolarmente legato e spero in una seconda stagione.

 

Per concludere, come ci aveva anticipato Nicolò, ecco l’account Tik Tok di Durex che è stato lanciato il 10 febbraio partendo con una collaborazione con il cantante e artista Aiello.

Dopo la collaborazione con Tananai al festival di Sanremo, con la canzone “Sesso Occasionale”, si è passati a un’altra collaborazione importante con un artista molto conosciuto in Italia e che rappresenta ancora una volta il brand sotto una luce differente, con lo scopo di affermare la sua presenza su Tik Tok in maniera più marcata.

 

Siamo sicuri che in futuro verremo ancora stupiti da Durex e non vediamo quindi l’ora di scoprire cos’altro sta preparando per noi!

 

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Ambiente, società e tecnologia

A Torino si studia la guida autonoma (e si sperimenta)

Autobus senza conducente per il trasporto di passeggeri e pendolari e droni postino che sorvolano le nostre città: non è la trama di un film ambientato nel futuro, ma alcuni degli esperimenti innovativi effettuati in questi mesi a Torino, dove due navette a guida autonoma circoleranno nella zona dei presidi ospedalieri lungo un percorso di 5 km. Una prima fase sarà senza passeggeri e servirà a esaminare i mezzi nel traffico reale, dalla raccolta dei dati alla formazione degli operatori di bordo, mentre la fase successiva, in partenza a maggio e con durata cinque mesi, vedrà le navette ospitare persone a. bordo, che potranno prenotare la propria corsa gratuita tramite un’apposita applicazione.

Il test, gestito dal Gruppo Torinese Trasporti nell’ambito del progetto europeo SHOW, è autorizzato da “Sperimentazione Italia”, una deroga normativa per start up, imprese e università per testare progetti innovativi e vede la collaborazione e la cooperazione del Dipartimento per la trasformazione digitale, il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibile.

L’obiettivo, così come dichiarato dai ministri interessati, è infatti quello di sperimentare nuove tecnologie innovative nel settore della mobilità, per porre le basi di uno sviluppo sostenibile nei centri urbani, migliorare la qualità della vita delle persone e delle imprese, ridisegnando e rigenerando le città riducendo al contempo l’impatto sull’ambiente.

 

Gli esperimenti di guida autonoma non toccano solo il trasporto passeggeri, ma si concentrano anche sulla logistica e la consegna delle merci. Ci riferiamo al volo, effettuato sempre nel capoluogo piemontese, di un drone cargo con capacità di carico di 100 kg, che dal centro smistamento di Poste Italiane ha sorvolato una zona ad alta densità abitativa lungo un percorso di circa 7 km.

L’esperimento è servito a controllare la sicurezza di questa tipologia di volo in aree densamente abitate ed è incluso nel programma Sumeri Moderni. Il progetto che vede protagonisti Leonardo, Poste Italiane e la startup FlyingBasket è legato allo sviluppo di droni cargo da far volare in modo autonomo, senza l’ausilio dell’attività umana, ma sfruttando l’intelligenza artificiale. Il traguardo ultimo è la loro implementazione nel settore logistico, così da soddisfare la crescente domanda, scaturita dall’esplosione dell’e-commerce, garantendo flessibilità, minori tempi di consegna e riducendo al tempo stesso traffico e inquinamento.

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Ambiente, società e tecnologia

I Podcast nelle strategie di comunicazione e web marketing per i brand

Secondo i dati forniti da IPSOS Digital Audio Survey 2021, lo scorso novembre le persone che hanno ascoltato podcast sono state 9,3 milioni, un milione in più rispetto al 2020.

È con questo importante dato che Gabriella Bellomo, founder di Podcast Starter, autrice di diversi libri, docente e consulente marketing ha introdotto il suo talk a tema “I Podcast all’interno di una strategia di web marketing per i brand” durante l’ultima giornata del Digital Innovation Days.

Questi dati e la presentazione in sé hanno avuto il compito di dimostrare quanto oggi i podcast siano diventati sempre di più uno strumento fondamentale per le strategie di comunicazione e per lo sviluppo di una brand awarness aziendale.

Durante le giornate del Digital Innovation Days diversi esperti si sono espressi sul tema e hanno raccontato caratteristiche e vantaggi della creazione e utilizzo dei podcast nelle strategie di comunicazione dei brand, così com’era anche accaduto al Web Marketing Festival dello scorso luglio.

 

Perché i podcast sono così importanti?

I podcast aggiungono un ulteriore touchpoint e un’opportunità in più a quello che è il customer journey delle persone. Il podcast diventa infatti un momento di ascolto particolare per l’utente: per vedere un messaggio pubblicitario in tv, un video su Youtube o per scrollare il feed di Instagram o Tik Tok, il consumatore deve avere un’attenzione più dedicata, mentre i momenti di ascolto dei podcast si collegano a dei momenti più liberi della giornata, magari mentre si svolgono altre attività.

Come aveva raccontato anche Mario Moroni durante un’intervista di qualche mese fa, i podcast sono più facili da usufruire rispetto al formato video proprio per questo motivo.

Il podcast è inoltre considerato una tipologia di contenuto “evergreen” che non potrà far altro che aumentare la sua visibilità nel corso del tempo, proprio perché le persone, essendo sempre più impegnate con molte attività da svolgere, riusciranno a dedicare un’attenzione sempre minore ai formati video o che richiedono più attenzione.

 

Come integrare i podcast in una strategia di web makerting?

Per integrare il format del podcast in una strategia di web marketing è fondamentale intraprendere due strade, ovvero l’inbound marketing, anche chiamato marketing attrattivo, oppure la pubblicità.

Nel primo caso, i contenuti vengono creati in maniera specifica per i contenuti audio e soprattutto per la propria audience, al contrario dei contenuti pubblicitari che invece vengono creati per attirare potenziali clienti.

Una prima prospettiva è quella dei branded podcast, che consistono in contenuti seducenti e attrattivi per la propria audience. I punti a favore di questa tipologia di contenuti sono un’esperienza di fruizione attenta, coinvolta, immersiva e sicura.

I Corporate Podcast fanno parte di questa categoria, e si tratta di contenuti audio che possono essere divulgati anche solo all’interno della propria azienda, ma sono molto importanti per creare un interscambio di valore umano tra i propri dipendenti.

 

La seconda prospettiva invece consiste nel dynamic advertising, che in realtà può coesistere con quella dei branded podcast e della pubblicità.

Si tratta di uno spot pubblicitario, costituito da un messaggio registrato e distribuito dinamicamente all’interno dei podcast in target.

Un’altra modalità per integrare questa prospettiva di contenuto audio all’interno di un podcast è l’host read, ovvero l’azione che compie lo speaker del podcast nel momento in cui legge il messaggio pubblicitario, tipicamente della durata di 30-60 secondi, durante la registrazione del suo episodio.

 

Un esempio di una strategia di comunicazione di successo è stato raccontato da Francesca Bolzacchini, Digital Media & Content Manager di L’Oreal Italia, che ha raccontato la strategia usata per il lancio di Voce Viva, la nuova fragranza di Valentino Beauty con protagonista la cantante e attrice di fama mondiale Lady Gaga.

Il brand è riuscito ad esaltare la voce delle donne attraverso un’ulteriore tecnica innovativa, l’audio 8D.

La scelta da non sottovalutare di includere Lady Gaga, che ha una voce potente, vibrante ed è anche un personaggio abbastanza influente su diversi fronti, ha permesso di raggiungere il successo con questa campagna, che tra l’altro ha permesso all’artista di interpretare un brano del suo ultimo album.

Con uno spot visivo molto efficace e una colonna sonora avvolgente, i risultati di questa campagna che ha fatto leva su un contenuto soprattutto audio sono stati molto positivi.

 

 

Perché il podcast è la scelta vincente per fare storytelling?

Durante i Digital Innovation Days si è tenuta inoltre un’interessante tavola rotonda a tema “Podcast vs Video content” con protagonisti Davide Schioppa, founder di Podcastory, Damiano Crognali, giornalista e podcaster e Luca Beni, produttore di podcast e audio editor.

In questa occasione è emersa la domanda “per quale motivo converrebbe scegliere un podcast soprattutto per quanto riguarda l’attività di fare storytelling, ad oggi considerata talmente importante?”

 

Secondo gli ospiti di questo talk, l’obiettivo principale del podcast è proprio quello di raccontare alle persone dei valori: il podcast, secondo Davide Schioppa, è addirittura da considerarsi un vero e proprio superpotere, che aziende considerate supereroi devono essere in grado di sfruttare e utilizzare in modo consapevole ed efficace, dato che da esso derivano sia benefici che responsabilità.

 

Il metodo di comunicazione che un’azienda potrebbe avere attraverso un podcast è quello di sfruttare un rapporto one to one, che nel caso delle pubblicità su altri media come la televisione o i social accade molto poco: il podcast permette infatti che il messaggio, la storia e la comunicazione vengano proprio sussurrati alle persone, ed è questo il principale motivo per il quale questo strumento è considerato così efficace.

 

È anche vero che le numeriche dei podcast non sono le stesse di altri media, motivo per il quale si potrebbe essere poco incentivati a investire in questi contenuti, ma infatti l’obiettivo dell’utilizzo di un podcast in una strategia di web marketing non è quello di vendere di più, ma di essere più convincenti rispetto a un rapporto one versus molti, cercando di trasmettere delle vere emozioni agli ascoltatori.

 

Per spiegarci quanto questo strumento possa essere efficace anche in contesti insoliti e inaspettati, Damiano Crognali ha parlato di un case history di successo, un podcast che si chiama Mozzacast ed è dedicato alla mozzarella di bufala campana! In questo caso un prodotto che per essere percepito al massimo dall’utente dovrebbe fare riscorso ad altri sensi come la vista o il gusto, in questo caso è stato raccontato attraverso una voce umana in una serie di episodi, l’azienda ha quindi cercato di arrivare ai consumatori attraverso l’ascolto.

 

Al giorno d’oggi ci sono ormai tantissime persone a cui piace ascoltare delle belle storie, ecco perché secondo i tre esperti è fondamentale, anche senza avere all’inizio i migliori strumenti tecnici a disposizione, produrre podcast per trasmettere più emozioni.

 

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Ambiente, società e tecnologia

Progetto SABREEN: uno screening ecografico mammario con lo smartphone

Si stima che il cancro al seno colpisca in media 1 donna su 8 e che in Italia il 13% sia costituito da donne di età inferiore ai 40 anni (fonte: I numeri del cancro in Italia 2020), una fascia d’età che non è generalmente inclusa nei programmi di screening. Ma per il cancro al seno una diagnosi precoce assicura percentuali di guarigione elevate ed è qui che entra in gioco SABREEN.

SABREEN è un sistema innovativo che permette alle donne di effettuare in autonomia uno screening ecografico del seno attraverso una sonda connessa allo smartphone. Il suo nome sta per Smart Assistant for BREast screENing e significa letteralmente “assistente intelligente per lo screening al seno”. È stato ideato e brevettato con obbligo di uso umanitario dalla start up siciliana HTLab, fondata da vEyes ONLUS, una realtà nata come progetto di ricerca scientifica no profit e con l’obiettivo di realizzare tecnologie open per persone con disabilità visiva. HTLab, come si legge sul sito di vEyes ONLUS, nasce con l’obiettivo di estendere le competenze dell’ingegneria biomedica, della biomedicina e della bioinformatica a contesti diversi da quelli della vista. Il primo progetto sviluppato da HTLAB è stato proprio SABREEN.

Ma come funziona SABREEN? Attraverso una sonda lineare connessa a uno smartphone Android, la donna può eseguire un’ecografia mammaria che è in grado di rilevare la presenza di eventuali masse sospette grazie a un sistema di intelligenza artificiale, che ricostruisce un modello 3D del seno dalle immagini bidimensionali dell’ecografia. Per semplificare e rendere affidabile l’esame, la sonda è stata dotata di sensori che guidano la donna nel movimento, eliminando le scansioni che non sono svolte correttamente. Una volta terminata l’ecografia SABREEN conferma l’avvenuta esecuzione corretta, ma non fornisce alcuna valutazione clinica delle immagini. In presenza di masse sospette SABREEN invia una segnalazione a un centro senologico accreditato per le valutazioni cliniche necessarie e la convocazione della paziente per una visita. SABREEN ricorda attraverso una notifica anche quando è il momento di eseguire l’esame, calcolando tempi e giorni ottimali.

Da marzo 2021 è iniziata la seconda fase di sperimentazione che coinvolge donne volontarie di età compresa tra i 18 anni e i 40 d’età. Questa sperimentazione è necessaria affinché sia possibile una validazione clinica del progetto che consentirà di avere uno strumento concreto per una diagnosi precoce del cancro al seno nelle giovani donne.

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Ambiente, società e tecnologia

La tutela ambientale nella Costituzione: vediamo cosa lo ha reso possibile

Lo scorso 8 febbraio la Camera dei deputati ha approvato, in seconda lettura, il disegno di legge costituzionale che introduce delle modifiche negli articoli 9 e 41 permettendo l’inserimento della tutela dell’ambiente all’interno della legge fondamentale dello stato. Questo non significa che prima di allora il bene ambientale non godesse di alcuna tutela ma semplicemente che non gli era mai stata riconosciuta una tale importanza “individuale” e che spesso la sua tutela era subordinata a quella di qualche altro interesse.

La nozione di ambiente

Il senso comune promuove come definizione di ambiente quella di spazio più o meno circoscritto connotato da una certa omogeneità di fattori, siano essi chimico-fisici (temperatura, illuminazione, presenza di sali nell’acqua e nel terreno, ecc.) o biologici (presenza di organismi). Definizione stando alla quale appare difficile trovare il punto di incontro tra il concetto di ambiente e il mondo giuridico.

Massimo Severo Giannini, un importante giurista italiano, nel suo articolo “Ambiente: saggio sui diversi aspetti giuridici” del 1973 affermava che l’ambiente non era una nozione giuridica, piuttosto si configurava come la somma di una pluralità di profili giuridicamente rilevanti. D’altro canto anche l’enciclopedia online Treccani scrive che “Il termine ambiente è utilizzato in senso promiscuo dal legislatore, per denotare tanto la realtà naturale quanto gli ambienti di vita e di lavoro. Nonostante, infatti, l’esistenza nell’ordinamento giuridico italiano di una molteplicità di leggi inerenti alla tutela ambientale, non è possibile individuare alcuna definizione normativa del concetto di ambiente.”

A cinquant’anni di distanza, il concetto di ambiente è passato attraverso un’evoluzione di rilievo che lo ha portato a essere riconosciuto come diritto. È stato fondamentale, a tal fine, riconoscere l’ambiente come un insieme di fattori e condizioni tra loro collegati che creano un equilibrio che permette la vita degli esseri viventi e, poiché esistono una serie di comportamenti dannosi che ne alternano l’equilibrio, si è reso necessario introdurre alcuni strumenti a tutela del sistema stesso. In termini giuridici si dice che l’ambiente è divenuto oggetto di situazioni giuridiche soggettive e, dunque, suscettibile di protezione giuridica.

La nascita del diritto ambientale

L’affermazione del diritto ambientale, come avviene anche per altre tipologie di diritti, è stata preceduta da una serie di manifestazioni di interesse e di bisogni da parte di una componente rilevante delle società. Questo ha permesso la produzione di una normazione che riconoscesse e che dunque tutelasse il bene giuridico in oggetto nei vari casi.

In Italia, lo scoglio più grande da superare è stato il fatto che gli scienziati del diritto, ma anche i legislatori e la giurisprudenza, hanno continuato, per lungo tempo, a non concepire l’ambiente come un bene giuridico unitario e rilevante in sé per sé ma, un po’ come nella lettura data da Giannini, come una somma di profili rilevanti solo nel momento in cui questi si intersecavano con altri interessi giuridicamente protetti.

Ad esempio le bellezze naturali che hanno acquisito rilevanza nell’ambito della tutela del patrimonio storico-culturale del nostro paese o la pulizia delle acque e del suolo che hanno trovato tutela in occasione della protezione della salute individuale e pubblica. In quest’ottica la lotta all’inquinamento è avvenuta attraverso due fonti del diritto: il T.U. n. 1265/1934 sulle emissioni delle industrie insalubri e attraverso T.U. 366/1941 sullo smaltimento dei rifiuti. Invece, la legge n. 1497/1939 ha coadiuvato la tutela dell’ambiente attraverso la protezione delle bellezze naturali che all’epoca erano sotto la giurisdizione del Ministero dell’Educazione. Da sottolineare è che, in entrambi i casi, le fonti del diritto citate erano state pensate e promulgate al fine di tutelare altri interessi e che solo secondariamente ne risultasse tutelato anche l’ambiente.

Un importante traguardo è rappresentato dalla Legge n. 349/1986 con cui viene riconosciuto e istituito il Ministero dell’ambiente. Per la prima volta nella storia italiana, è stata fornita all’interesse una struttura normativa e amministrativa che congiuntamente potesse lavorare a tutela dell’ambiente. Tuttavia questa si presenta come una vittoria mutilata, infatti, nonostante l’introduzione del ministero dedicato, per lungo tempo non è mai venuta meno la visione antropocentrica, come può constatarsi nell’Art. 1, comma 2, “È compito del Ministero assicurare, in un quadro organico, la promozione, la conservazione ed il recupero delle condizioni ambientali conformi agli interessi fondamentali della collettività ed alla qualità della vita, nonché la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale e la difesa delle risorse naturali dall’inquinamento”.

Un ultimo grande passo per la tutela dell’ambiente è stato fatto con il riordino e la raccolta delle norme in materia ambientale avvenuto, per la prima volta, nel 2006, attraverso il D.lgs. n. 152/2006, noto come Codice dell’Ambiente o, più correttamente, Testo Unico dell’Ambiente (TUA). Sebbene la dicitura “Codice dell’ambiente” sia quella di utilizzo più frequente, in termini giuridici non risulta essere appropriata in quanto il TUA: non contiene una parte generale (un’elencazione di principi è stata poi inserita dal decreto correttivo n. 4/2008), non rielabora la materia in modo sistematico, armonizzando le sue varie parti, di modo da risultare principalmente una somma di interventi normativi autonomi e, infine, non ha carattere universale, in quanto alcune tematiche della tutela ambientale restano, ancora oggi, fuori dal “codice”.

Tutela ambientale in Costituzione: cosa cambia adesso?

L’ingresso della tutela ambientale nella legge fondamentale dello Stato fornisce la possibilità di dichiarare anticostituzionali tutte quelle leggi che violino tale principio oltre che favorire la proliferazione di norme a tutela di vari aspetti ricadenti nella sfera ambientale.

Anche se, come noto, nelle Corti non c’è possibilità di estendere l’efficacia dei principi di tutela ambientale anche al tempo precedente a quello del suo ingresso in Costituzione (retroattività), è possibile che le modifiche agli articoli negli articoli 9 e 41 incidano, anche solo indirettamente, sulle loro decisioni circa una serie di processi già avviati. Un altro campo di applicazione della nuova tutela ambientale potrebbe essere la legittimazione delle richieste di asilo avanzate dai migranti climatici che, come già visto precedentemente, per ora in Italia non possono godere di alcuna protezione normativa.

Infine, è necessario sottolineare che il riconoscimento della tutela ambientale e la sua inclusione nella Costituzione non sarebbe mai stato possibile senza la costante e decisa azione delle associazioni ambientaliste e da una serie di sentenze pronunciate dalle Corti di Cassazione e costituzionale.

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Economia, StartUp e Fintech

Turismo spaziale: la fantascienza diventa realtà!

Solo sessant’anni fa abbiamo mandato la prima persona nello spazio. Solo otto anni dopo abbiamo camminato sulla luna. Ora, da oltre vent’anni, ricchissimi pionieri si sono cimentati con la frontiera del turismo spaziale.

Oggi questa esperienza elitaria sta diventando sempre più accessibile al turismo di massa.

 

Il 2021 si è concluso, posizionandosi come l’anno che ha rivoluzionato il turismo spaziale.

Sono stati infatti compiuti enormi passi avanti da numerose agenzie spaziali private.

 

Il prototipo Starship SN-15 di SpaceX ha compiuto con successo un atterraggio, con controllo aerodinamico attivo. È il primo razzo al mondo in grado di atterrare a comando e di essere riutilizzato dopo il lancio.

Questa tecnologia è stata subito impiegata per i rifornimenti alla ISS, presto verrà utilizzata per voli verso la luna e verso Marte.

Si sta pensando di adoperarla anche per raggiungere città dall’altra parte del pianeta in meno di mezz’ora di volo.

 

Quando si parla di turismo spaziale, generalmente ci si riferisce a tre modalità di volo molto diverse: parabolico, suborbitale e orbitale.

 

 

Volo parabolico

 

Da cinquant’anni i voli parabolici ci consentono di sperimentare qualche secondo di assenza di gravità. In realtà non sono veri e propri voli spaziali, perché di fatto volano alla stessa quota di un aereo di linea.

L’aeroplano compie 30/40 parabole (prima va su e poi torna giù) durante il volo, all’apice di ogni parabola tutto ciò che è al suo interno viene sottoposto a circa 20 secondi di microgravità. Ogni volo permette quindi di fluttuare complessivamente per oltre dieci minuti.

Prima e dopo il culmine della curva si sperimentano alcuni secondi di ipergravità, che sottopongono il nostro corpo fino a 1,8 g.

Oggi un volo parabolico turistico ha un costo molto contenuto, si aggira tra i 3000 e i 5000 euro a persona. Ci sono decine di agenzie spaziali, sia pubbliche che private, che forniscono questo servizio.

 

 

Volo suborbitale

 

La SpaceShipTwo, ovvero lo spazioplano sub-orbitale della Virgin Galactic, ha compiuto il suo primo volo turistico sub-orbitale. Portando quattro persone a 85 Km sopra il livello del mare. Questi voli permettono di ammirare la terra dallo spazio e di sperimentare qualche minuto continuato di assenza di gravità, prima del rientro.

È già possibile acquistare i biglietti dei prossimi voli, al costo di 450’000 $ l’uno. Un’esperienza di pochi minuti, ma che ti porta letteralmente fuori dal mondo.

 

A pochi giorni di distanza, l’agenzia spaziale privata Blue Origin ha effettuato un volo simile, portando quattro civili a 106 Km dalla superficie terrestre. Non è l’unico lancio di Blue Origin del 2021, ne ha effettuati poi altri due sempre con successo. La particolarità di questi voli consiste in un razzo riutilizzabile con controllo attivo della discesa che porta la capsula con l’equipaggio in quota, per poi lasciarla atterrare in autonomia grazie a dei paracadute.

 

 

Volo orbitale e ISS

 

Sempre SpaceX ha raggiunto un nuovo gradino nella conquista dello spazio, portando un astronauta e tre civili, senza un addestramento specifico, a 500 Km dalla terra (la stazione spaziale si trova a 400 Km dalla terra).

I quattro pionieri hanno passato tre giorni nello spazio (senza appoggiarsi alla ISS), all’interno della futuristica e panoramica navicella spaziale Crew Dragon Resilience, per poi ammarare in completa sicurezza.

 

Dal 2001 al 2021 ci sono stati solo sette voli turistici per raggiungere la ISS (International Space Station), con un soggiorno medio di una settimana. Utilizzavano ancora navicelle Soyuz al costo di diverse decine di milioni di dollari a persona.

 

 

Stazioni spaziali

 

Sempre nel 2021, un troupe cinematografica di tre persone ha raggiunto la stazione spaziale internazionale. Hanno usato la navicella spaziale Sojuz MS-19, con l’aiuto dell’agenzia spaziale russa per raggiungere la stazione e rientrare poi sulla terra.

Il produttore e regista Klim Shipenko, l’attrice Julija Peresil’d, e il cosmonauta Oleg Novitskiy nel ruolo di se stesso, hanno trascorso 12 giorni in orbita per creare il primo film girato e diretto nello spazio. “The challenge” uscirà quest’anno. Shipenko ha poi detto di essere pronto per girare film sulla Luna e su Marte.

 

La stazione spaziale internazionale è operativa dal 2000 e lo rimarrà almeno fino al 2024. Successivamente verrà probabilmente privatizzata prima di essere deorbitata entro il 2030.

La Russia ha dichiarato l’intenzione di voler scollegare i propri moduli dal resto della ISS, per continuare ad avere una piccola stazione spaziale non privata a cui appoggiarsi.

Numerose stazioni spaziali private entreranno presto in orbita.

 

Il 30 marzo 2022 è previsto il decollo della missione Ax-1 della Axiom Space. L’equipaggio formato da un astronauta e tre clienti paganti raggiungerà la ISS grazie ad un razzo di SpaceX e vi soggiornerà per sette notti. Il costo del biglietto è di 55 milioni di dollari. Il soggiorno non sarà solamente turistico, svolgeranno infatti 25 esperimenti scientifici in condizioni di microgravità.

 

L’agenzia spaziale privata Axiom Space nasce con l’idea di lanciare in orbita la prima stazione spaziale privata della storia. Stanno attualmente costruendo la Axiom Hub One, il primo modulo della stazione, che verrà lanciato in orbita e diventerà operativo entro la fine del 2024 in collaborazione con la Nasa. Sono già previsti altri tre moduli che andranno ad ampliare la stazione, sono: Axiom Hub Two, Axiom Lab e Axiom Power Tower.

 

Blue Origin e Sierra Space (e altre importanti aziende) stanno collaborando per costruire Orbital Reef, una stazione spaziale privata per un uso misto. La stazione andrà in orbita, a 500 Km sul livello del mare, prima della fine della decade. Sarà un vera rivoluzione in ambito spaziale. È stata pensata sia per ospitare turisti all’interno di moduli panoramici costruiti ad hoc, sia per svolgere ricerca nello spazio. Svolgerà contemporaneamente anche ruoli commerciali e sarà inoltre possibile comprare degli indirizzi fisici nello spazio per la sede della propria azienda.

 

Se tutto questo non è abbastanza fantascientifico, facciamo la conoscenza di Orbital Assembly Corporation: un’azienda che sta sviluppando un nuovo modo di costruire strutture artificiali nello spazio. È previsto per il 2023 il lancio in orbita bassa, grazie a SpaceX, di un prototipo in scala ridotta del loro pionieristico “Gravity ring”. Un gigantesco anello che costituirà lo scheletro della struttura abitabile della futura stazione spaziale Voyager station, il primo hotel spaziale di lusso.Il Gravity ring verrà spedito nello spazio smontato (tipo mobile Ikea) e una volta in orbita si automonterà in una manciata di minuti.

La Voyager non ha nulla in comune con le stazioni spaziali convenzionali e nulla da invidiare. Lusso, gravità artificiale e tanto spazio abitabile. Queste le peculiarità che la caratterizzano, infatti la rotazione del Gravity ring genera un’accelerazione centrifuga che emula la gravità terrestre. Ci saranno lussuosissime suite, un ristorante, un bar e una palestra. Il solo spazio abitabile potrebbe contenere 11 ISS. Saranno addirittura presenti dei mezzi di trasporto per persone e materiali; saranno inoltre presenti 44 scialuppe spaziali per atterraggi automatici in caso d’emergenza.

 

 

To the Moon and beyond

 

Nel 2023 l’imprenditore giapponese Yusaku Meazawa e altre 8 persone, scelte tra oltre un milione di candidature spontanee, diventeranno l’equipaggio di dearMoon.

Sarà la prima missione spaziale lunare ad aver l’equipaggio composto da civili (senza addestramento). Verranno utilizzate le tute spaziali e un aerodina riutilizzabile di SpaceX.

Il viaggio durerà cinque giorni, impiegherà un paio di giorni per avvicinarsi alla luna e un altro paio per il rientro. La navicella non allunerà, ma sfrutterà l’effetto fionda per girare intorno alla luna e rientrare nell’orbita terrestre.

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Entertainment, videogame e contenuti

Pokémon: cronaca di un successo decennale

Con ben 110 miliardi di dollari incassati dal 1996 a oggi, Pokémon è il franchise mediatico di maggior successo della storia. Il dato potrebbe stupire, considerando che nella classifica rientrano marchi come Topolino e Winnie The Pooh, ma solo fino ad un certo punto: d’altronde chi non conosce almeno il nome di un Pokémon? Pikachu è, ormai da anni, considerato da molti il “Topolino giapponese”. Ma come è nata la mania dei mostriciattoli tascabili negli anni ’90 e come ha ritrovato nuova linfa nell’ultimo decennio? In questo articolo cercheremo di esaminare tutta la storia del brand, dalle origini ai giorni nostri.

 

Insetti e sale giochi: le origini

 

Il brand Pokémon nacque dalle menti di Satoshi Tajiri, un uomo giapponese con la passione per gli insetti, e del suo amico Ken Sugimuri, illustratore che diede vita alla maggior parte dei design delle prime creature tascabili. I due si conobbero in una sala giochi nel 1982 e fondarono la rivista di videogiochi “Game Freak”. Nome, quest’ultimo, che verrò riutilizzato sette anni più tardi da Tajiri per la sua software house.

Tajiri vide per la prima volta un Game Boy nel 1991 e, notando il cavo Game Link (NDR, accessorio necessario per consentire il gioco multiplayer tra due Game Boy), immaginò degli insetti passare da una console all’altra. Così nacque l’idea dei mostriciattoli tascabili e Game Freak si dedicò completamente allo sviluppo dei primi due storici titoli della saga – Pokémon Rosso e Pokémon Verde – per i sei anni successivi.

 

Il successo tra gli anni ’90 e i primi anni 2000

 

Nonostante le iniziali perplessità della publisher Nintendo, Pokémon Rosso e Verde furono pubblicati in Giappone il 27 febbraio 1996 riscuotendo un discreto successo. Per quanto possa sembrare assurdo, infatti, le vendite dei due titoli per Game Boy ebbero un vero e proprio boom quando fu resa nota l’esistenza nei giochi del Pokémon Mew, ottenibile solamente attraverso un concorso della celebre rivista giapponese per ragazzi Coro Coro. Questo concorso ebbe un enorme successo e contribuì a far conoscere i Pokémon nel Paese del Sol Levante. Determinante fu anche la scelta di distribuire il gioco in due versioni parallele – Rosso e Verde per l’appunto – con lo scopo di invogliare i giocatori a incontrarsi e scambiarsi i Pokémon non ottenibili nella propria versione tramite Game Link.

Con l’aumento vertiginoso delle vendite dovute al concorso, Game Freak decise di pubblicare subito Pokémon Blu, una versione leggermente corretta dei titoli originali. Quest’ultima versione è, poi, quella che è stata pubblicata in Nord America nel settembre 1998 e in Europa nell’ottobre 1999, con i titoli di Pokémon Rosso e Pokémon Blu.

 

La serie principale: come funzionano i giochi Pokémon?

 

Ma facciamo un passo indietro, come funzionano i giochi Pokémon della saga principale? Essenzialmente si tratta di una serie di giochi di ruolo in cui il giocatore impersonifica un “allenatore di Pokémon” con lo scopo di diventare il Campione (sconfiggendo i vari personaggi che dovrà affrontare nel corso dell’avventura) e di collezionare tutte le creature tascabili. Nonostante non fossero il “core” dell’idea originale di Tajiri, le lotte a turni tra Pokémon hanno, vista la loro stratificazione strategica, originato un vivace ambiente competitivo che ha portato, nel 2004, alla nascita della prima Pokémon World Championships. Competizione che ha visto, nel 2021, trionfare l’Italia con la vittoria di Leonardo Bonanomi.

Questa struttura doppia – lotte e collezionismo – è rimasta, con le dovute evoluzioni, essenzialmente intatta fino ad oggi. Tant’è che chiunque abbia giocato a un titolo Pokémon negli anni ’90 difficilmente avrà problemi ad ambientarsi in una delle ultime iterazioni del franchise. Questo rispetto verso i fan storici, forse, è un’altra delle chiavi del duraturo successo dei Pokémon.

 

Variare è la regola, gli spin-off

 

Nonostante i giochi della serie principale siano sempre stati i più venduti (basti pensare che il recente Pokémon Legends Arceus ha già surclassato le vendite dello spin-off non free-to-play di maggiore successo, Pokémon Stadium del 1999), The Pokémon Company, la compagnia che gestisce tutto ciò che porta il marchio Pokémon dal 1998, ha sempre distribuito anche videogiochi che si discostano dalle dinamiche classiche dei giochi Pokémon di cui abbiamo parlato nel precedente paragrafo. Tra questi spin-off, senza dubbio, quello che ha avuto più visibilità, anche sui mass media, è Pokémon GO. Quest’ultimo, è disponibile come free-to-play per dispositivi mobile dal 2016 e, anche grazie ai suoi continui aggiornamenti, è riuscito a superare il miliardo di download in tutto il mondo. Nonostante l’attenzione del pubblico generalista sia, come è naturale dopo sei anni, scemata, Pokémon GO può ancora contare su un gran numero di giocatori attivi. Tant’è che il 2020 e il 2021 sono stati gli anni più remunerativi per Niantic, casa sviluppatrice del gioco, e The Pokémon Company, con rispettivamente 917 e 904 milioni di dollari incassati.

Tra gli spin-off, merita menzione anche il recente Pokémon Unite, disponibile, anch’esso come free-to-play, per Nintendo Switch e smartphone dalla scorsa estate. Unite è una rivisitazione in salsa Pokémon dei MOBA come League of Legends e sta già riscuotendo un notevole successo, soprattutto tra i giocatori più competitivi e dediti agli eSport. In questi giorni, infatti, si sono appena tenuti i primi campionati ufficiali regionali che porteranno al mondiale di Londra a fine anno.

 

Pokèmon: il Re Mida del merchandise

 

Nonostante Pokémon nasca come videogioco, se dovessimo guardare un ipotetico bilancio dei ventisei anni di vita del brand, la voce più remunerativa, con i suoi 82 miliardi di dollari, risulterebbe essere il merchandise. D’altronde quando hai più di un migliaio di mostriciattoli e decine di personaggi resi celebri dalla seguitissima (dai più piccoli) serie anime di cui vendere peluche, action-figure e giocattoli, perché non approfittarne? Per non parlare, poi, dell’immenso successo che ha ottenuto il gioco di carte collezionabili Pokémon. Fenomeno letteralmente esploso, soprattutto dal punto di vista collezionistico, nel corso degli ultimi due anni. Soprattutto le prime espansioni del gioco hanno raggiunto valori altissimi, come successo ai box del primo set che attualmente hanno un valore medio che oscilla attorno agli 11000 euro.

 

Insomma, Pokémon ha dimostrato, nel suo quarto di secolo d’esistenza, di avere tantissime frecce al suo arco, dimostrando di sapersi innovare e di puntare a più mercati contemporaneamente. Difficilmente – fortuna aggiungerei io – ce ne “libereremo” nei prossimi anni, e chissà che il brand non possa trovare nuova linfa grazie al metaverso e alle nuove tecnologie di cui vi parliamo spesso qui su iWrite.

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Ambiente, società e tecnologia

Festeggiamenti sostenibili: tra coriandoli e fuochi d’artificio a misura di natura

La settimana di Carnevale, tra le numerose feste che si svolgono durante l’anno in ogni parte del mondo, è forse quella che maggiormente richiama all’allegria e al divertimento; tuttavia, considerando gli effetti negativi che ha sull’ecosistema, la voglia di divertirsi viene meno.

L’eccessiva quantità di coriandoli e altri prodotti soprattutto di materiale plastico lanciati in aria e sparsi in giro anche per diverse settimane rappresentano, infatti, un enorme pericolo per l’ambiente e gli animali.

Se tuttavia risulta difficile immaginare il Carnevale senza i tradizionali coriandoli colorati, dovremmo chiederci se sia possibile continuare a festeggiare senza danneggiare la natura. Con la proposta che arriva dalla Germania sembra che la cosa si possa fare.

 

La Saatgut Konfetti, startup tedesca nata nel 2019 dall’idea di tre giovani studenti dell’Accademia di Kassel ha realizzato dei coriandoli bio, compostabili e contenenti i semi di 23 specie di piante selvatiche con l’aggiunta di amido e coloranti naturali ed ecologici. Essendo germinatori leggeri, i semi non hanno bisogno di essere interrati e sono stati progettati con lo scopo di fornire casa e cibo per api, insetti e piccoli animali.

Sebbene al momento le piante siano autoctone e quindi utilizzabili solamente per lo specifico territorio tedesco, la startup sta lavorando per rendere la produzione maggiormente economica e accessibile per diffondere il prodotto in molte altre parti del pianeta. L’obiettivo è contribuire alla conservazione, crescita e consapevolezza dell’importanza della biodiversità attraverso l’uso educativo di beni di consumo, creando un connubio tra divertimento e tutela ambientale.

 

Sempre in tema di festeggiamenti sostenibili, il prossimo giugno a Bilbao, in occasione del WellBeing Summit, verrà presentata SPARK, performance visiva ecosostenibile ideata dallo Studio Roosegarde. Costituita da migliaia di scintille di luce, utilizzando materiale biodegradabile, che muovendosi nel vento formano una nuvola di 50x30x50 metri, quest’opera d’arte paesaggistica vuole porsi come alternativa sostenibile ai tradizionali fuochi pirotecnici inquinanti e spesso vietati. Scopo dello studio è aggiornare in chiave eco le tante celebrazioni locali e internazionali (Capodanno, Olimpiadi, feste comunali, ecc.), che se da un lato consentono alle comunità di riunirsi e festeggiare insieme aumentando il senso di collettività, al contempo provocano troppo spesso notevoli danni e conseguenze irreversibili per il contesto ambientale dell’intero pianeta.

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Ambiente, società e tecnologia

Come sta andando per Meta

L’impresa statunitense che conoscevamo come Facebook, Inc ha cambiato nome il 28 ottobre 2021 in Meta Platforms, Inc, nota anche semplicemente come Meta. A distanza di circa 5 mesi da questo importante cambiamento vogliamo approfondire come stia andando per questa famosa azienda.

 

 

Facebook, Instagram e WhatsApp

Meta è proprietaria di tre tra le più note piattaforme di social networking: Facebook, Instagram e WhatsApp.

We Are Social ha pubblicato anche quest’anno il nuovissimo report sullo stato dell’arte del web nel mondo, Digital 2022, in cui ci mostra i dati del mondo digitale. Questo report passa in rassegna tutti i dati legati alla nostra vita online che dimostrano quanto il mondo sia ancora più interconnesso durante la pandemia.

Proprio grazie a quanto analizzato nel Digital 2022 possiamo capire quanta strada abbiano fatto le tre piattaforme di social networking di Meta. Partendo dalla classifica delle query più cercate su Google tra il 1 gennaio 2021 e dicembre 2021, vediamo rispettivamente Facebook, Instagram e WhatsApp al secondo, all’undicesimo e al settimo posto. Dato che nel report viene qui fatta la distinzione tra WhatsApp e WhatsApp web, la versione desktop della famosa app, si segnala che nel caso di WhatsApp web si scende al nono posto.

In un’altra classifica il focus si sposta sulla percentuale di utenti che preferisce una determinata piattaforma su un campione che va dai 16 ai 64 anni.

Al primo posto abbiamo WhatsApp con il 15.7%, al secondo posto Instagram con il 14.8% e infine al terzo posto Facebook con il 14.5%. In questo caso abbiamo tutte e tre le app di Meta sul podio a denotare un chiaro apprezzamento da parte del pubblico online.

 

 

Nuovi problemi di privacy per Mark Zuckerberg

Negli anni Zuckerberg si è spesso difeso dalle accuse europee di profilazione dei dati dei suoi utenti. Recentemente sia Instagram sia Facebook sono sotto il mirino in quanto l’Europa sembrerebbe contrastare l’utilizzo dei sever statunitensi per il trattamento dei dati degli utenti europei. A questo proposito, come riportano varie testate giornalistiche, Mark Zuckerberg sembra aver affermato la volontà di poter chiudere Facebook e Instagram in Europa.

Tuttavia questa notizia non pare avere un effettivo fondamento, infatti il Sole 24 ore in questo articolo afferma che il tutto potrebbe essere nato da un’interpretazione superficiale del documento inviato alla SEC: la Securities and Exchange Commission (Commissione per i Titoli e gli Scambi).

La frase in questione é la seguente: “non saremo più in grado di offrire alcuni dei nostri prodotti e servizi più importanti, compresi Facebook e Instagram, in Europa, fatto che influirebbe materialmente e negativamente sulla nostra attività, sulla nostra condizione finanziaria e sui risultati delle nostre operazioni”. Come riporta sempre il Sole 24, Meta ha smentito quanto è stato interpretato dai giornali, affermando di non avere intenzione di ritirarsi dal mercato europeo.

 

 

Il Metaverso sembra ancora lontano e pericoloso

Il Metaverso, come abbiamo appresso, è una piattaforma social che combina l’AR (realtà aumentata) e VR (realtà virtuale) per immergere l’utente in un modo virtuale in cui può interagire con altri avatar. La parte VR l’abbiamo con il recente casco virtuale “Quest 2” mentre la parte AR l’abbiamo con “Spark AR” che permette di creare vari effetti da utilizzare durante le chiamate oppure creare e pubblicare nuovi filtri su Instagram. Detto ciò purtroppo ancora qualcosa non funziona infatti a livello economico il casco virtuale non è accessibile per tutti, quindi non è possibile ancora parlare di un vasto pubblico per questa nuova piattaforma. Inoltre gli ultimi eventi mostrano che per quanto il Metaverso sia un luogo nuovo presenta ancora problemi vecchi. Quello che è emerso di più tratta delle molestie in piattaforma. Infatti come riporta il Fatto Quotidiano nel suo articolo, un utente una volta entrato nel Metaverso ha subito molestie da parte di un gruppo a distanza da 1 minuto dal suo ingresso. Tutto questo dimostra che c’è ancora molto lavoro da fare sul Metaverso per renderlo più sicuro e accessibile.

 

In conclusione Meta sembra procedere bene in quanto tra le app social più scelte, come abbiamo visto, ci sono sempre le tre note piattaforme social di sua proprietà. Il dubbio rimane invece sul loro futuro, dati altri possibili problemi di privacy, per non parlare di cosa comporterà il continuo sviluppo del Metaverso. Vedremo cosa escogiterà Meta per rimanere in vetta.

iBicocca