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Ambiente, società e tecnologia

L’agrivoltaico: una soluzione possibile per la transizione energetica (e non solo)

La crisi climatica che stiamo affrontando, il consumo di suolo e l’attuale crisi energetica comportano azioni non solo di adattamento ma anche di mitigazione per ridurre il nostro impatto sulla Terra. Nei dibattiti pubblici e non, si parla di transizione ecologica, energie rinnovabili e nucleare ma anche di agrivoltaico (o agrovoltaico), che è l’unione della parola agricoltura e fotovoltaico. L’agrivoltaico è un sistema progettato in modo che i pannelli fotovoltaici siano installati sui terreni destinati all’agricoltura mantenendo una certa distanza da terra, consentendo così la coltivazione. L’agrivoltaico quindi, per come è pensato, può essere uno strumento utile per contribuire alla risoluzione delle sfide globali.

Quando è nato l’agrivoltaico e come funziona

Le prime idee di un sistema agrivoltaico sono nate negli anni Ottanta. Allora la produzione di pannelli fotovoltaici era molto costosa e l’efficienza poco elevata e l’agrivoltaico solo teorizzato. Con il progresso della scienza, però, oggi i pannelli solari sono più convenienti ed efficienti, portando alla messa in pratica di questa tecnologia.

In un sistema agrivoltaico lo schema spaziale dei moduli (distanza reciproca, densità rispetto all’unità di suolo, altezza da terra) è progettato per lasciare libero il giusto spazio di terreno per le attività agricole, consentendo così di declinare aspetti ambientali, energetici e paesaggistici in una sola volta (fonte: ENEA Channel).

Questo tipo di installazione, rispetto ai pannelli fotovoltaici tradizionali, consente di risparmiare quantità di terra, non incrementando il consumo di suolo non urbanizzato. Damiano Di Simine, Responsabile Scientifico di Legambiente Lombardia nel report Agrivoltaico: le sfide per un’Italia agricola e solare sottolinea come i terreni privi di utilizzo non siano infatti “terreni abbandonati” ma contribuiscano ecologicamente al carbon storage e come rifugio per impollinatori e animali.

Il legame tra questi aspetti consente anche di approcciarsi a uno sviluppo in linea con molti degli SDGs, tenendo conto del paesaggio, elemento fondamentale per il nostro Paese, che ha il maggior numero di Patrimoni Unesco. Alessandra Scognamiglio, ricercatrice presso ENEA e coordinatrice della task force del progetto Agrivoltaico Sostenibile, ritiene infatti che l’agrivoltaico non sia solamente una questione tecnica ma anche un fatto di cultura perché i sistemi sono progettati in funzione di qualità paesaggistica e il paesaggio è un modo in cui la società si rappresenta.

 

Quali sono i vantaggi per l’agricoltura e l’economia

Nel 2018, nell’ambito del convegno Produrre energia per l’agricoltura 4.0, sono stati presentati i risultati di una ricerca condotta nei sei anni precedenti dal team di Stefano Amaducci del dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Attraverso un software di simulazione, utilizzando dati atmosferici di un’area della Valle del Po negli ultimi 40 anni, hanno osservato che, con l’utilizzo del sistema Agrovoltaico®, la produzione delle coltivazioni sotto i pannelli solari non diminuiva, ma anzi ne comportava un aumento dovuto a una riduzione della radiazione sul terreno. Una radiazione minore, infatti, comporta una temperatura media del suolo più bassa e meno evaporazione dell’acqua, garantendo così un ambiente più favorevole per la crescita delle coltivazioni.

Da un’altra ricerca del team di Amaducci per analizzare sul piano ambientale ed economico il sistema Agrovoltaico®, emerge che i sistemi agrivoltaici, analogamente ai classici pannelli fotovoltaici installati a terra, permettono performance migliori rispetto agli altri sistemi energetici per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, a parte per il consumo di metalli e minerali. L’unica eccezione riguarda l’energia eolica: ha la performance migliore ma nella Valle del Po non c’è abbastanza vento per poterla sfruttare. Per quanto riguarda invece l’aspetto economico, il risultato è analogo a quello dei pannelli fotovoltaici classici con il solo minore uso di suolo.

 

L’agrivoltaico nel PNRR

All’interno del PNRR, il Governo ha stanziato 1,5 miliardi di euro per lo sviluppo del progetto Parco Agrisolare. L’obiettivo dell’investimento è ridurre i consumi energetici del settore agroalimentare, installando “pannelli fotovoltaici senza consumo di suolo pari a 4,3 milioni di metri quadrati, con una potenza di circa 0,43 GW e realizzando contestualmente una riqualificazione delle strutture produttive oggetto di intervento” (fonte: PNRR). L’investimento, quindi, non include direttamente i terreni agricoli, ma coinvolge gli edifici agricoli. Il decreto ministeriale del 25 marzo 2022 del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha fornito le linee guida per l’avvio del progetto Parco Agrisolare.

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Ambiente, società e tecnologia

Elon Musk ha acquistato Twitter: come è successo?

Lo scorso 26 aprile, dopo una serie di controversie, il miliardario Elon Musk, proprietario di Tesla e Space X, è riuscito ad acquistare Twitter per un valore pari a circa 54,20 dollari per azione, corrispondenti a circa 44 miliardi di dollari.

 

Lo scorso 26 aprile, dopo una serie di controversie, il miliardario Elon Musk, proprietario di Tesla e Space X, è riuscito ad acquistare Twitter per un valore pari a circa 54,20 dollari per azione, corrispondenti a circa 44 miliardi di dollari.

 

Nelle ultime settimane le parti coinvolte sono state protagoniste di diversi dibattiti e vari disaccordi, tanto che pochi si aspettavano che Twitter avrebbe veramente ceduto alla proposta di Musk.

Anche se leggendo diversi titoli di testate giornalistiche sembrerebbe che la questione si sia conclusa con la vittoria di Elon Musk, la verità è che prima di poter considerare l’accordo ufficialmente concluso c’è parecchia strada da fare; entrambi, infatti, potrebbero ancora rifiutarsi di portare avanti il processo di acquisizione da parte di Elon Musk, per qualsiasi ragione. L’unico vincolo è rappresentato una clausola corrispondente a una penale da pagare in caso di mancata conclusione dell’accordo pari a 1 miliardo di dollari (cifra alquanto ridotta rispetto a quella offerta dall’imprenditore per acquistare Twitter).

 

Ma per quale motivo Elon Musk ha voluto fortemente acquistare Twitter e diventarne così suo proprietario? Le ragioni di tale obiettivo non sono affatto un segreto, lo stesso Musk in passato ha più volte mostrato il suo interesse e apprezzamento nei confronti della piattaforma di cui però, secondo lui, i dirigenti non avrebbero saputo sfruttare il prezioso potenziale.

Il problema principale secondo il CEO di Tesla sarebbe stato infatti la mancanza di libertà di espressione degli utenti e l’impossibilità di utilizzare l’algoritmo segreto a proprio piacimento.

Inoltre, Twitter è sempre stata considerata la piattaforma più importante per la comunicazione di informazioni e di conseguenza uno strumento molto potente, tanto che è utilizzata ogni giorno da persone molto influenti, come giornalisti, politici, attivisti e soprattutto da molti leader e presidenti di diversi Stati.

 

Cosa è accaduto nelle scorse settimane

 

Partendo con ordine, il rapporto del miliardario con la piattaforma è sempre stato abbastanza altalenante, tanto che alcuni in passato avevano addirittura sospettato che volesse aprire un’altra piattaforma parallela a Twitter, ma con maggiore libertà di espressione garantita.

Ciò che è certo è che Elon Musk è sempre stato un utente particolarmente attivo su Twitter, sul quale ha sempre condiviso attraverso i suoi tweet messaggi di qualsiasi tipo, da ironici e provocatori su eventi di attualità a informativi sulle proprie attività con l’obiettivo di instaurare un rapporto più personale e diretto con i suoi circa 81 milioni di follower.

Soprattutto i messaggi ironici non sono mai mancati:

Il primo step di questa complessa vicenda è stata l’acquisizione da parte di Elon Musk, qualche settimana fa, di quasi il 10% delle azioni di Twitter, che l’hanno reso così l’azionista più importante della piattaforma, situazione che aveva già destato qualche sospetto.

La notizia ufficiale dell’intenzione di Musk non si è fatta troppo attendere, dato che qualche giorno dopo ha proposto ufficialmente a Twitter una cifra pari a quella che alla fine è stata accettata lo scorso 26 aprile per diventarne suo proprietario.

La risposta di Twitter alla proposta di Musk non era stata in realtà positiva, soprattutto il Consiglio di Amministrazione aveva provveduto prontamente ad agire di conseguenza applicando una serie di nuove regole che avrebbero impedito in qualsiasi modo a chiunque, in quel caso soprattutto ad Elon Musk, non solo di diventare proprietario della piattaforma, ma anche di avere un ruolo decisivo nel processo decisionale della società in quanto maggiore detentore di azioni.

 

Le regole “straordinarie” approvate dal Consiglio di Amministrazione verso la fine di aprile 2022 avevano come concetto di base la così detta pillola avvelenata, uno strumento che a volte viene utilizzato da società quotate in borsa per non permettere ai suoi azionisti di acquistare azioni sul mercato per prenderne il controllo senza l’approvazione del Consiglio stesso.

In questo modo, era sembrato all’esterno che Twitter volesse impedire in qualsiasi modo che Elon Musk comprasse l’azienda, cosa che però alla fine sappiamo non sia accaduta.

 

Infine, in questi giorni, la conferma dell’accordo tra le due parti è arrivata e in maniera abbastanza inaspettata, Elon Musk sarebbe veramente arrivato a un accordo con Twitter.

 

Le (ex) norme di Twitter e la libertà di espressione

 

In passato anche su iWrite in questo articolo ci eravamo posti il problema in merito alla libertà di espressione che i social network, e in particolare Twitter, promettono di garantire ai propri utenti e il contrasto con le regole e le linee guide che inevitabilmente sono necessarie al sicuro e corretto funzionamento delle stesse.

 

Il 9 gennaio 2021, Donald Trump era stato ufficialmente bannato da Twitter, tra l’altro principale strumento di comunicazione con il pubblico dell’ex Presidente, in quanto non aveva rispettato termini e condizioni stabilite dalla piattaforma. Già in quella occasione molte persone, Elon Musk incluso, si erano poste il problema della libertà di espressione in quanto, secondo molti, limitata in quel contesto, ma soprattutto, limitata da Twitter che non è altro che un’azienda privata che in quel caso ha deciso di occultare un personaggio molto importante nel panorama politico internazionale.

 

È necessario però ricordare che Twitter, come qualsiasi altro social network, presenta una serie di norme che hanno sempre garantito sicurezza, privacy e autenticità ai suoi utenti; queste linee guida rappresentano il risultato di un attento studio e di una serie di ricerche su attitudini e tendenze degli utenti online, che sono state scoperte attraverso la raccolta dei feedback dei membri dell’azienda in tutti i paesi in cui opera Twitter, in modo tale da riuscire ad adattare le proprie regole ai diversi contesti culturali.

 

L’allora CEO e fondatore di Twitter, Jack Dorsey, aveva dichiarato in merito alla questione di Trump: “Twitter è soltanto una piccola parte della conversazione più ampia che avviene su internet. Se qualcuno non è d’accordo con le nostre regole, può semplicemente andare su un altro servizio online”.

Questa dichiarazione spiegava che la piattaforma privata garantiva un servizio a utenti e follower che sceglievano di farne parte, motivo per il quale era necessario seguire determinate norme di comportamento per potervi avere accesso, che tra l’altro erano differenti e meno limitanti per personaggi politici e particolarmente influenti come lo era Donald Trump.

Con Elon Musk lo scenario futuro in merito alle regole e alle norme di comportamento sarà notevolmente differente a quello che abbiamo sempre conosciuto…

 

Sviluppi futuri

 

Molti si stanno chiedendo che cosa accadrà d’ora in poi dato che Elon Musk è sempre più vicino a diventare veramente il proprietario di Twitter; la tanto ricercata libertà di espressione sarà veramente tale o subirebbe i filtri di un personaggio non indifferente che non ha mai nascosto le sue idee e linee di pensiero?

 

Qualche giorno fa Elon Musk, sul suo personale account Twitter, ha condiviso un messaggio che descrive alla perfezione le sue future intenzioni nell’attività decisionale che gli spetterebbe nella gestione della piattaforma:

 

 

 

Secondo Musk, Twitter sarebbe la piazza digitale nella quale questioni importanti per il futuro dell’umanità sono dibattute ogni giorno, mentre per lui la libertà di parola è l’ancora di una democrazia funzionante.

Per rendere Twitter migliore di sempre, Elon Musk intende non nascondere più gli algoritmi della piattaforma, che Twitter ha sempre tenuti segreti per ovvie ragioni, ovvero per evitare che venissero copiati o manipolati a proprio favore dagli utenti, in modo tale che nessuno avesse potuto decidere che peso dare al proprio tweet rispetto agli altri e che la decisione spettasse a un algoritmo creato e gestito dai suoi proprietari.

 

La piattaforma, secondo Musk, dovrebbe invece essere “gestita” da tutti, con lo scopo di incrementare la fiducia degli utenti, contrastare i bot spam e dare spazio solamente a pensieri umani.

Rimane comunque il rischio che non vengano garantiti due dei tre pilastri fondamentali che Twitter in passato ha cercato di promuovere attraverso il suo regolamento e le linee guida, quali sicurezza e privacy.

Inoltre, ci sarebbe anche l’idea di permettere a tutti gli account che in passato sono stati “bannati”, ovvero privati del proprio account, da Twitter di ritornare a farne parte, proprio perché Musk è convinto che togliere la libertà di parola a qualsiasi utente sia sbagliato oltre che contrario alla legge.

Nonostante ciò, sempre secondo Elon Musk, solamente adottando queste nuove azioni lui stesso, l’azienda e gli utenti potrebbero sbloccare insieme l’enorme potenziale di Twitter.

 

La situazione è ancora abbastanza incerta e ogni giorno ci troviamo di fronte a nuovi inaspettati sviluppi, l’esempio è proprio il fatto che Elon Musk alla fine sia riuscito a fare qualcosa che a molti sembrava impossibile. Ma ormai, c’è ancora qualcosa di veramente impossibile per Elon Musk?

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Economia, StartUp e Fintech

UAF: arriva il nipote on demand

UAF (U are family) è una piattaforma digitale nata a Milano nella primavera del 2022 con lo scopo di mettere in collegamento anziani e giovani per far passare del tempo loro insieme, e rendere più piacevole la vita di chi è vittima di solitudine.

 

Gli ideatori sono Matteo Fiammetta, nanotecnologo, e Cecilia Rossi, designer e costumista, entrambi 29enni ed ex alumni Polimi. Amici dalle elementari con percorsi di studio agli antipodi si sono ritrovati durante il primo lockdown del 2020: condividendo pensieri e dubbi professionali scatenati dalla crisi pandemica hanno deciso di dar vita ad un progetto d’impatto sociale identificando la marginalizzazione degli anziani come il nemico da combattere.

 

Attraverso un lavoro certosino fatto di circa 2000 interviste e di studio psicologico per creare profili di compatibilità, Matteo e Cecilia hanno prodotto un algoritmo capace di accoppiare gli utenti che si iscrivono a UAF. La piattaforma è fruibile via web e, per i meno tecnologici, anche attraverso numero di telefono (3519289518).

Anziani e giovani si iscrivono, i primi per trovare compagnia (reale o virtuale) e condivisione, i secondi per beneficiare di un punto di vista differente sul mondo offrendo degli slot settimanali di disponibilità oraria.

 

Non si tratta però di volontariato: i nipoti “on demand” (definiti così anche sul sito della startup) vengono retribuiti grazie al legame creato da UAF con case farmaceutiche, home care company, welfare aziendali e partner assicurativi. Infatti il trend di offerta di benefit “E-S-G” (“environment-social-governance”) è in continua crescita e vengono rese disponibili sempre più risorse per la cura e l’assistenza morale delle persone anziane.

 

Attualmente la community è attiva su Milano ma conta di espandersi trovando finanziatori e utenti in Italia e all’estero.

 

Nel contesto dell’ormai noto progressivo invecchiamento della popolazione UAF è una tra le prime realtà a considerare l’incontro tra fasce d’età profondamente diverse come una vera risorsa per la società e si avvia a modificare l’impatto delle startup sul “longevity shock” preannunciato ormai un decennio fa dal Fondo Monetario Internazionale.

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Ambiente, società e tecnologia

The Sign Dance: balla la rivoluzione

Fino allo scorso maggio la lingua italiana dei segni (LIS) non era ancora riconosciuta ufficialmente dallo stato italiano, nonostante l’Assemblea delle Nazioni Unite abbia approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità nel dicembre 2006 e la sua ratifica, in Italia, sia arrivata nel 2009. Le cose sono cambiate lo scorso maggio con l’approvazione, da parte della Camera, dell’articolo 34-ter del decreto Sostegni. Da quel momento in poi ne è stata sancita l’accessibilità e la promozione.

E se parliamo della promozione di questo linguaggio non possiamo che pensare a The Sign Dance, account social che in pochissime settimane ha acquisito un’enorme popolarità. Oggi abbiamo il piacere di poter intervistare Giulia Ricciardi, responsabile del progetto.

 

Come è nata l’idea di aprire i canali di The Sign Dance? E come mai avete scelto proprio due social che fanno del suono un loro punto di forza?

Abbiamo già collaborato in passato con l’Ente Nazionale Sordi ed eravamo già rimasti incantati dall’espressività e dalla magia dei movimenti. Ai tempi però TikTok ancora non esisteva. Con la nascita del social ci sono apparse subito chiare le similitudini. Due modi di comunicare che hanno tanto in comune. Abbiamo quindi deciso di fonderli.

Il fatto che i due social (più TikTok che Instagram) non fossero fruibili audio off in questo caso più che un limite è stato un abilitatore: grazie a the sign dance e ai suoi contenuti ora non c’è differenza di fruizione tra un sordo e un udente.

 

Per chi ancora non conoscesse The Sign Dance ti va di dirci come funziona?

L’idea è molto semplice. Trasformare i balletti di TikTok in tutorial della lingua dei segni italiana.

Abbiamo scelto delle frasi utili nella vita di tutti i giorni dalle canzoni più famose italiane. Ad esempio abbiamo utilizzato espressioni come: “come stai?” di Vasco Rossi, “ti amo” di Noemi, “buonasera signori e signore” dei Maneskin e così via e li abbiamo trasformati i balletti. Le persone replicando i balletti potranno imparare i rudimenti della LIS. Volevamo creare una specie di frasario con le locuzioni più importanti per aprire la comunicazione.

 

Vi aspettavate tutto questo successo e tutto questo coinvolgimento?

Abbiamo amato da subito questa idea ma non potevamo immaginare che così tante persone, artisti, influencer e testate la amassero quanto noi! Il progetto è un continuo work in progress, sempre più artisti sono entusiasti di partecipare è sempre più persone duettano con il nostro canale.

Se ancora non l’avete fatto seguiteci e duettate con noi! Sia su TikTok che su Instagram siamo @thesigndance.

 

Avete già idea di come continuare a implementare questo progetto?

Le frasi da poter imparare sono potenzialmente infinite! E tantissime collaborazioni sono in arrivo.

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Entertainment, videogame e contenuti

La divulgazione scientifica in Italia tra tradizione e innovazione: il caso di SuperQuark+

Parlare di scienza non è semplice, a maggior ragione in un ecosistema comunicativo dove si sono accelerati i processi di fruizione del contenuto: come si può approfondire discipline come la medicina, la geologia o l’astronomia, quando si è abituati a guardare video da 30”?

Eppure, se si scava più a fondo, si scopre che l’interesse anche fra i più giovani c’è: ad esempio, su Instagram gli hashtag #divulgazione e #divulgazionescientifica sono rispettivamente citati 115 mila e 66 mila volte, mentre su TikTok hanno ottenuto rispettivamente 41,3 milioni e 10,5 milioni di visualizzazioni.

Non solo: come racconta l’osservatorio di etnografia digitale BeUnsocial, sono molti i casi di YouTuber scienziati, che sui propri canali scelgono parlare di temi altamente complessi, con risultati di tutto rispetto.

Come intercettare quindi un pubblico sempre più elastico e poco fidelizzato, ormai abituato a reperire online ciò che fino a pochi anni fa era tradizionalmente legato ai cosiddetti old media?

I tentativi sono stati diversi. Uno dei più interessanti è quello fatto da un’istituzione della tv italiana, SuperQuark, il format ideato da Piero Angela e che sta progressivamente riacquistando molti consensi, anche dai più giovani.

Nel 2019 la redazione del programma ha introdotto per RayPlay SuperQuark+, uno “spinoff” di SuperQuark rivolto al pubblico dove lo storico conduttore è affiancato a turno da cinque divulgatori: Davide Coero Borga (laureato in filosofia della scienza), Giuliana Galati (dottore di ricerca in fisica delle particelle), Luca Perri (dottore di ricerca in fisica e astrofisica), Edwige Pezzulli (dottore di ricerca in astrofisica) e Ruggero Rollini (laureato in chimica): un incontro insomma fra una voce “classica” e una più “innovativa”, che punta a creare un mix attrattivo anche per chi ormai non concepisce più di guardare i documentari in prima serata.

Il programma, reperibile in esclusiva in streaming sulla piattaforma della rete di stato, punta a intercettare l’interesse verso le scienze, parlando però un linguaggio più fresco e coinvolgente.

Pe farci spiegare come si possa lavorare a una divulgazione scientifica che sia più innovativa e cammini nel solco della tradizione abbiamo intervistato Paolo Magliocco, giornalista e autore televisivo in RAI dove si occupa di SuperQuark e SuperQuark+.

 

Come è nata l’idea di Superquark+?

È un’idea maturata poco alla volta: a Piero Angela è stato proposto di creare una versione sul web di Superquark per rafforzare RaiPlay. La strategia della Rai era creare un prodotto dedicato esclusivamente al web. Piero Angela mi ha chiesto in particolare di seguire l’elaborazione del progetto ed è nata l’idea di coinvolgere dei divulgatori più giovani rispetto alla squadra storica di Superquark e di cambiare un po’ il formato: non fare più soltanto il magazine con i servizi all’interno, ma costruire delle puntate monotematiche o addirittura, come è stato nell’ultima edizione, una serie monotematica.

Quali sono le differenze nella scrittura di un programma web rispetto a quello televisivo?

Per noi non ci sono state grandi differenze nella scrittura del programma, anche perché abbiamo mantenuto uno stile simile a quello di Superquark che ci ha permesso di mantenere il pubblico affezionato e contemporaneamente trovare un pubblico nuovo che difficilmente guarda la TV tradizionale.
La breve durata dei singoli video di SuperQuark+ costringe a focalizzarsi su un numero minore di informazioni, centrando immediatamente l’obiettivo, al contrario di un servizio televisivo che in sei-sette minuti permette di avere una premessa, uno svolgimento e una conclusione.
Rispetto al prodotto televisivo che è un magazine e dunque strettamente collegato con l’attualità, per Superquark+ abbiamo deciso di non partire dalle scoperte più recenti, ma di concentrarci su un campo più ampio che permettesse alle puntate di rimanere attuali per un periodo di tempo più lungo.
Per quanto riguarda invece la regia invece bisogna concepire le riprese da un punto di vista diverso, perché bisogno tener conto che il programma sarà visualizzato da uno schermo più piccolo.

Quali saranno i cambiamenti della divulgazione scientifica sul web, a tuo parere?

Per molto tempo non è stato chiaro quale direzione avrebbe preso il web, sono state tentate molte strade diverse e si è avuto molto spazio per sperimentare.
Per il futuro è difficile dirlo, il web evolve molto velocemente e in direzioni diverse. C’è spazio per la sperimentazione: per esempio SuperQuark+ è passato da avere in ogni stagione puntate su argomenti diverse collegate da un fil rouge ad avere una stagione monotematica sull’amore, argomento che raggiunge un pubblico trasversale.
Secondo me, una tendenza di cui bisognerà tenere conto è la propensione del pubblico a rimanere connesso sempre più a lungo: non c’è più solo una fruizione compulsiva alla fermata della metropolitana, ma il web sta ormai divenendo un’abitudine, basti pensare alla durata delle puntate dei podcast scientifici (generalmente da trenta a sessanta minuti, ndr.) e che sono molto seguiti.

Se siete curiosi di scoprire come sia SuperQuark+, tutte le stagioni sono disponibili sui RaiPlay.

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Ambiente, società e tecnologia

Data Pro Quo: dati personali in cambio di snack

Shackleton, azienda di comunicazione e creazione di contenuti, con sede a Barcellona, in collaborazione con un team di innovazione della Accenture Interactive (di cui la società fa parte  dal 2019) e di Evoca group (azienda leader nel settore delle vending machine) ha ideato e prodotto il primo distributore automatico (di snack e bevande) che non accetta nessuna valuta per i pagamenti. Solo dati personali.

 

L’unica differenza rispetto alle classiche macchinette che siamo abituati a vedere in università, in ufficio o in metropolitana sta nel metodo di pagamento. Non è infatti possibile pagare con monete, banconote o con pagamenti elettronici. Il dispositivo è dotato solamente di un touch screen per raccogliere dati personali che l’utente inserisce in cambio dei prodotti.

 

“Puoi comprare un frullato (o una bottiglia) con il tuo indirizzo email, uno snack con due domande riguardanti il proprio lavoro e pure un paio di airpods compilando un questionario.” recita la presentazione del prodotto sul loro sito web.

Il distributore è attrezzato con 55 diversi prodotti suddivisi in 3 fasce di prezzo, per ognuna delle quali raccoglie informazioni diverse. Le domande poste sono studiate per ricavare informazioni utili e possono essere personalizzate anche in base al cliente stesso.

 

Il primo esemplare è stato installato nell’Accenture’s Digital Hub di Madrid, nel maggio 2021.

In meno di 24 ore la notizia aveva già fatto il giro del mondo. Oggi l’azienda continua a ricevere richieste per l’installazione del prodotto in vari contesti lavorativi. Questo servizio/prodotto si rivolge infatti ad ambienti B2B.

 

“Mentre tutti gli esperti stanno teorizzando che i dati saranno la nuova valuta, Shackelton, l’ha effettivamente messo in pratica con Data Pro Quo, il primo distributore automatico dove i prodotti vengono pagati con i dati.”

Afferma Shackelton sostenendo che il nuovo paradigma aziendale non consista più nella produzione di prodotti, bensì nella raccolta di dati.

 

Dovremmo preoccuparci di questa tecnologia, dato che viene utilizzata dalle aziende per monitorare le abitudini dei loro dipendenti? Per rispondere dobbiamo prima considerare che ogni sito internet (social e sistemi operativi dei nostri telefoni compresi) che visitiamo monitora e conserva un’infinità di dati personali che ci riguardano, arrivando addirittura a contare quanti millisecondi ci soffermiamo su ogni singolo componente della pagina e anche quali altri siti visitiamo dopo. In casi estremi vengono addirittura attivate telecamera e microfono, a nostra insaputa, per monitorare le nostre reazioni ai vari contenuti. Ci sono innumerevoli aziende che hanno costruito siti web o servizi di sharing mobility (bici, monopattini, scooter e auto) preventivando di andare in perdita a vita solo per poter raccogliere dati e successivamente venderli ricavandone un profitto immenso. Ecco quanto valgono i nostri dati. Quindi tornando alla domanda, dovremmo preoccuparci? Sì dovremmo, non di Data Pro Quo nello specifico, ma nel cedere i nostri dati inconsapevolmente tutti i giorni. Data Pro Quo è forse l’unico servizio che raccoglie dati e lo comunica esplicitamente.

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Ambiente, società e tecnologia

Inquinamento digitale: l’impatto della nostra vita online sull’ambiente

Quando si parla di inquinamento e riscaldamento globale tendiamo a considerare, soprattutto, gli effetti che i mezzi di trasporti e le industrie hanno su di essi, dimenticando, invece, quelli che sono gli impatti sul pianeta causati dalle nostre attività online.

Il digitale, ormai parte integrante della quotidianità privata e lavorativa di ognuno, se da un lato ha contribuito al progresso odierno e a superare alcuni disagi, per esempio durante la pandemia, dall’altro ha comunque avuto importanti ripercussioni sui consumi, in particolare quelli di energia elettrica. L’elettricità, infatti, è una risorsa necessaria per la produzione di dispositivi tecnologici e il funzionamento dei server e, al tempo stesso, utile a data center e cloud per acquisire, elaborare e immagazzinare dati, così come per permettere alla rete di arrivare in tutto il pianeta. Tuttavia, se non prodotta da fonti rinnovabili, questa è causa di ingenti emissioni di Co2 nell’atmosfera. Dunque, possiamo parlare, in questo caso, di inquinamento digitale, ossia la diffusione di anidride carbonica derivante dalla produzione, lo smaltimento e l’utilizzo di componenti del settore dell’informazione e della comunicazione tecnologica.

Gli studi e le ricerche condotte finora, pur non essendo ancora così numerose e presentando, talvolta, dati e misurazioni in contrasto tra loro (si pensi al 4% di emissioni prodotte dal digitale dichiarato dallo studio francese The Shift Project, in netta differenza con i valori stimati tra l’1,8 e il 2,8% apparsi all’interno di un articolo della rivista scientifica The Patterns), hanno comunque messo in evidenza come il fenomeno dell’inquinamento digitale sia destinato ad aumentare e che, qualora si considerasse Internet come uno stato nazionale, questi sarebbe tra i paesi più inquinanti del mondo.

I grandi colossi dell’informatica hanno già dichiarato di investire e promuovere iniziative volte a efficientare e rendere sempre più green la loro produzione di energia elettrica. Per creare una maggiore consapevolezza sul tema anche a livello individuale sono stati realizzati alcuni strumenti utili, come la demo gratuita Karma Metrix, ideata dalla società di digital marketing AvantGrade, utile per consentire all’utente di misurare la quantità di Co2 prodotta dai siti web. Inoltre, alcuni enti come la Fondazione per la Sostenibilità Digitale ed Enel hanno anche stilato dei decaloghi di sostenibilità digitale, un insieme di regole (pulizia delle mail, come utilizzare i dispositivi a fine vita, uso consapevole delle pagine web, ecc.) che i singoli utenti potrebbero rispettare per rendere la propria vita digitale il più sostenibile possibile.

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Ambiente, società e tecnologia

Come può l’innovazione digitale cambiare il settore dell’allevamento?

L’innovazione digitale raggiunge anche i settori che consideriamo più tradizionali e meno votati all’alta tecnologia. È il caso dell’allevamento: sono molti gli esempi di prodotti e servizi progettati dalle aziende e sostenuti dalla ricerca scientifica pensati per rispondere all’esigenza della sostenibilità e alla necessità di garantire la salute umana e animale.

Secondo quanto riportato dal sito ourworldindata.org, la produzione di alimenti di origine animale è aumentata significativamente nel ultimi cinquant’anni (di tre volte quella della carne, di due volte quella del latte). Inoltre, il loro consumo tende ad aumentare in modo direttamente proporzionale alla ricchezza dei consumatori. Se da una parte sentiamo parlare dell’esigenza di ridurne la quantità presente nella dieta, dall’altra è comunque necessario portare innovazione all’interno di un settore che oggi ha un ruolo chiave, ma che ha un grande impatto sul pianeta.

“One Health”: che cosa significa e come può guidare l’innovazione?

L’innovazione digitale, oltre ad essere fondamentale per rendere più efficienti i processi produttivi, sarà determinante per raggiungere il principio che viene definito “One Health”. Sostenuto da organizzazioni come FAO e OMS, mostra perché non si possa considerare obiettivi separati la salute umana, animale e ambientale: dato che sono interdipendenti, una salute unica può essere raggiunta solo grazie ad un approccio interdisciplinare. Trascurare la salute animale significa quindi privarsi di uno dei tre fondamenti. L’innovazione digitale, con la sua trasversalità e la sua applicabilità a problemi molto diversi può quindi diventare una risorsa preziosa per raggiungere la salute globale ed essere alleata di tutte le discipline che già se ne occupano, come, per esempio, la medicina e le scienze ambientali.

Tecnologia contro lo spreco e per la sicurezza alimentare con il progetto MOLOKO

Essere in grado di rilevare un problema in un prodotto alimentare all’inizio della filiera, in modo rapido ed economico, meglio ancora se automaticamente, può rivelarsi molto vantaggioso. Se un’anomalia viene trovata troppo tardi, si rischia di perdere interi lotti, anche se con i giusti strumenti si sarebbe potuto evitare lo spreco di risorse.

Il progetto MOLOKO, partito a giugno 2018, ha partecipato a fine marzo 2022 al Lopec, evento internazionale dedicato al mondo dell’elettronica stampata e propone una possibile soluzione a questo problema nel mondo della produzione del latte vaccino. Si tratta di un biosensore direttamente installabile all’interno delle mungitrici ed in grado di rilevare in autonomia e in continuazione diverse sostanze presenti oltre le soglie di sicurezza stabilite. Il sensore non è ancora stato commercializzato su larga scala, ma i risultati raccolti fino ad ora indicano che potrebbe essere uno strumento valido anche per individuare patologie nei singoli animali e intervenire tempestivamente.

Ridurre le emissioni di metano: il progetto della startup Zelp

Il gas metano è un gas determinante per il riscaldamento climatico: secondo quanto riportato dalla IAE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel suo report del 2020, una tonnellata di metano ha lo stesso potere climalterante (cioè di essere un agente responsabile di un cambiamento nel clima) di una quantità di anidride carbonica compresa tra le 28 e le 36 tonnellate. Inoltre, se consideriamo le emissioni di metano dovute alle attività umane, un quarto di esse proviene dal settore agricolo: una parte significativa è causata dalla cosiddetta “fermentazione enterica” dei bovini.

C’è una startup londinese, Zelp, che propone un’imbracatura da far indossare ai bovini in corrispondenza del collo e della bocca (qui potete vederne un’immagine). Ha diversi dispositivi integrati, tra cui uno strumento che trasforma il metano emesso dalla bocca e dalle narici in anidride carbonica e vapore acqueo e che riesce a utilizzare l’energia prodotta dalla trasformazione per funzionare più a lungo, un sensore in grado di registrare ed elaborare, grazie all’intelligenza artificiale, grandi quantità di dati sull’animale che lo indossa, e un’app che permette agli allevatori di esserne sempre aggiornati. Attualmente questa tecnologia è in fase di test: ci si aspetta che possa garantire il benessere animale e che non contenga parti difficilmente riciclabili.

Questi progetti fanno parte di un insieme molto più grande di piccole soluzioni innovative per il settore dell’allevamento e che contribuiscono al benessere di persone, ambiente e animali. Non dobbiamo scordare che nessuna di queste tecnologie è completa e definitiva: nel caso di Zelp, il suo prodotto non potrà da solo risolvere il problema delle emissioni degli allevamenti, che bisogna cercare di ridurre servendosi anche di altre strategie. Ogni piccola soluzione deve essere integrata a moltissime altre se si desidera raggiungere la sostenibilità

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Entertainment, videogame e contenuti

Academy Awards: un declino inevitabile?

Gli Academy Awards – meglio noti come gli Oscar – sono da sempre un evento con un prestigio e una rilevanza internazionale, eppure, da qualche anno sembrano aver perso il loro appeal. Se sommiamo gli spettatori dell’evento degli ultimi due anni, infatti, si raggiunge a stento la metà degli spettatori che seguivano lo show in un anno qualsiasi del primo decennio di questo secolo. A cosa è dovuta questa perdita di interesse verso l’evento live? Cosa sta cercando di fare l’Academy per riconquistare pubblico e attirare gli spettatori più giovani? Ne parliamo in questo articolo.

Come sono andati gli ultimi anni?

Gli Oscar, oltre ad essere il premio più prestigioso in ambito cinematografico, sono anche il più antico e la prima edizione dell’evento risale al 16 maggio 1929, con una piccola cerimonia durata circa 5 minuti e a cui assistettero 250 spettatori. Negli anni, le iconiche statuine d’oro con cui vengono premiati film, attori, registri e altri artisti da ormai 93 anni sono diventate un simbolo riconoscibile anche da chi non segue il mondo del cinema. Per questo parlare di “declino” in senso stretto potrebbe risultare un po’ fuorviante. Gli Oscar, infatti, mantengono tutt’ora la loro massima importanza nel settore. Ciò nonostante gli andamenti degli ascolti negli ultimi anni parlano chiaro.

 

grafico statista

Come si può facilmente vedere dal grafico di Statista, dal 2014 in poi è iniziata una lenta dispersione degli spettatori che sono scesi da quasi 44 milioni a circa 10 milioni nel 2021. Certo, quest’anno abbiamo visto una crescita di più del 50% rispetto allo scorso che, probabilmente, è stata in parte dovuta all’ormai tristemente famoso schiaffo di Will Smith. Certo è, però che 15 milioni di spettatori restano una miseria per un evento storico ed internazionale come gli Academy Awards. Per capire meglio quanto questo numero sia basso, basti considerare che la finale del Festival di Sanremo 2022 (evento in lingua italiana e per questo, checché se ne dica, con meno appeal internazionale) è stata seguita da più di 13 milioni di telespettatori. Ma a cosa può essere dovuto questa perdita di interesse?

Le critiche all’Academy

Senza considerare che l’audience televisiva sta diminuendo in generale a favore del web, questa perdita di pubblico può essere stata dovuta alle diverse critiche che hanno colpito l’Academy negli ultimi anni. Gli organizzatori degli Oscar sono stati, infatti, spesso accusati di prediligere la valorizzazione di argomenti percepiti come politici, quali la diversità e l’uguaglianza, all’effettiva qualità del film premiato. Lo show in sé è stato, inoltre, spesso criticato per l’eccessiva lunghezza, la lentezza del ritmo, la pochezza di contenuti di intrattenimento e, più in generale, per essere poco “giovanile”. Spesso, inoltre, vengono celebrati agli Oscar film che hanno poco appeal verso il pubblico generalista e che, quindi, rendono la premiazione poco interessante e coinvolgente.

Oscar 2022: salvare il salvabile?

Nell’ultima edizione, dopo i disastrosi dati d’ascolto del 2021 (probabilmente causati anche dalla Pandemia), l’Academy ha tentato di “ringiovanire” lo show presentando diverse novità. Innanzitutto, dopo tre edizioni prive di conduzione, si è deciso di affidare la presentazione degli Oscar a un cast tutto femminile affiancate da nomi storici dell’industria televisivo-cinematografica per tutta la serata. Per rendere più veloci i tempi, si è scelto di tagliare dalla diretta televisiva la premiazione di 8 delle categorie meno seguite (miglior cortometraggio documentario, miglior montaggio, miglior trucco e acconciatura, miglior scenografia, miglior cortometraggio d’animazione, miglior cortometraggio, miglior sonoro), mostrandone solo delle brevi clip dell’assegnazione dei premi. È stato, infine, introdotto il premio al film “fan favorite” per aumentare le interazioni con il pubblico giovane online. Per questa categoria, infatti, è stato possibile votare via Twitter il proprio film preferito tra dieci candidati.

Queste mosse hanno funzionato? . Se da un lato l’Oscar al film preferito del pubblico ha generato dibattito online e interazione tra gli utenti, c’è anche da dire che, di fatto, la questione si è risolta in una lotta tra fan-base e che , per qualche giorno, ha messo in ridicolo l’iniziativa quando Cenerentola di Key Cannon (non certo un “filmone”) risultò essere in testa al sondaggio. Pure la decisione di tagliare dalla cerimonia la premiazione di 8 categorie non sembra aver avuto particolarmente senso dato che l’evento ha finito, comunque, per sforare le tre ore previste. Alla luce di tutto ciò, pare, davvero, che il buzz creato attorno all’eccessiva reazione di Will Smith possa essere l’unica spiegazione per la migliore performance d’ascolti rispetto lo scorso anno. Edizione del 2021 che, è bene notarlo, si svolse, tra l’altro, in versione ridotta e ridimensionata a causa del covid.

Insomma, sembrerebbe che l’Academy dovrà prendere scelte decisamente più radicali e innovative per tornare ai fasti di un tempo, gli Oscar riusciranno a risollevarsi?

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Economia, StartUp e Fintech

Impennate e picchi: da cosa dipende il prezzo del petrolio?

A più di un mese dall’inizio del conflitto che ha interessato il vicino Oriente sono state diverse le conseguenze a cui il vecchio continente è andato incontro, tra queste c’è sicuramente l’aumento del costo delle fonti energetiche. Le risorse come gli olii, il gas e affini sono dei beni peculiari e la loro particolarità si riflette anche e soprattutto nel modo in cui si determina il loro prezzo. Come per tutti i beni, anche per questi una parte del prezzo viene determinata dal mercato ma, diversamente da quanto avviene per gli altri, per queste fonti energetiche, dette fonti stock in quanto sono risorse esauribili, un’altra parte dipende dalla natura stessa di questi fattori produttivi e dalla situazione di scarsità che li caratterizza.

 

Fonti stock

In virtù di quanto detto finora, nelle previsioni a lungo termine si è costretti a tenere conto che le fonti stock hanno una certa rarità fisica e questo si riflette non solo sul prezzo che gli si attribuisce oggi ma anche sul prezzo da attribuire loro nel futuro. Questa è una delle ragioni, ma non la sola, che caratterizza il processo di pricing nelle fonti stock rispetto ai comuni beni privati.

Gli economisti, nel corso del tempo, hanno convenuto sul fatto che il prezzo finale delle fonti stock sia determinato, in maniera prioritaria ma non del tutto esclusiva, sulla base dei seguenti elementi:

  • Costo tecnico di produzione
  • Rendita differenziale
  • Rendita di monopolio
  • Rendita di scarsità

Le voci di prezzo

Il costo tecnico di produzione è quello che caratterizza tutti i beni e ricomprende al suo interno alcune voci come i costi dipendenti dalle condizioni geologiche del terreno, dalla allocazione geografica e dalla tecnologia disponibile per il lavoro.  Si fanno rientrare all’interno del costo tecnico anche il tasso di profitto normale ossia quel profitto minimo che il produttore avrebbe guadagnato se invece che investire i suoi capitali sull’estrazione del petrolio li avesse collocati in titoli di stato.

Il concetto di rendita differenziale affonda le sue radici nella storia. Fu teorizzato per la prima volta nel 1777 dallo scozzese James Anderson ma raggiunse l’auge, nel 1815, con Ricardo che all’interno di “Essay on the influence of a low price of corn on the profits of stock” lo applicava alla rendita dei campi agricoli. La portata dei suoi studi in materia la si può intuire dal fatto che, ancora oggi, questo tipo di rendita viene anche ricordata come rendita ricardiana. Infatti, secondo l’economista britannico il prezzo dei beni sul mercato veniva fissato dal terreno definito marginale ossia quel terreno che risultava essere peggiore in termini di comodità e/o fertilità. Chi possedeva tali terreni otteneva dalla vendita dei beni una rendita nulla invece tutti coloro che possedevano terreni più comodi o più fertili erano in grado di accaparrarsi “qualche soldo” in più di quelli spesi per la produzione dei beni. Era questa rendita positiva a essere definita rendita differenziale.

Invece, con rendita di monopolio si intende il margine di extra-profitto che va al produttore quando si è in una situazione in cui il mercato non è perfettamente concorrenziale. In pratica, chi possiede una grande quantità di risorsa esauribile trova conveniente non immetterla tutta insieme sul mercato anche se questa possibilità gli permetterebbe di sbaragliare tutta la concorrenza. È molto più conveniente produrre un po’ meno affinché rientrino sul mercato alcuni “campi marginali”: è proprio l’entrata sul mercato di produttori con costi più alti che assicura al primo, che avrebbe potuto esercitare un regime di monopolio, un guadagno maggiore.

La rendita di scarsità, come suggerisce il nome, è quella che si genera quando l’offerta non è adeguata a coprire la domanda presente sul mercato. È proprio la percezione della scarsità della risorsa a permettere l’aumento dei prezzi e nel campo petrolifero questo si traduce nella generazione di una rendita che potrà poi essere investita nelle attività di esplorazione. Quando la domanda tornerà a allinearsi all’offerta questo tipo di rendita tenderà a essere annullata riportando la situazione a un equilibrio simile a quello della situazione iniziale.

 

Cosa accade realmente nel mercato delle fonti non rinnovabili?

Finora è stata fatta un’analisi delle “voci di prezzo” ma è possibile riassumere quello che vediamo all’interno del mercato delle fonti non rinnovabili attraverso la compenetrazione di due fenomeni.

Il primo è proprio la determinazione del prezzo della risorsa a partire dall’incontro della domanda e dell’offerta. Infatti, quando la domanda è più alta rispetto all’offerta si registrano i picchi di prezzo riconducibili alla limitata disponibilità della risorsa; quando invece, si è in una situazione in cui la domanda è più bassa rispetto alla offerta quella che si registra è una diminuzione del prezzo. Ad esempio, durante la pandemia, in Europa, sono state moltissime le attività che sono state costrette ad arrestare la loro produzione questo ha generato una vera e propria improvvisa abbondanza delle fonti fossili all’interno del mercato che ha determinato un importante crollo dei prezzi. Un caso antipodale è quello che ha fatto seguito al conflitto russo-ucraino che ha fatto percepire scarse, soprattutto all’Europa, le risorse stock e questo ha decretato un sensibile aumento del prezzo che poi ha avuto come ripercussione una lievitazione del costo derivati delle stesse.

Il secondo fenomeno che ha un ruolo importante nella determinazione del prezzo è lievemente più complicato anche se è molto più materiale: si tratta del legame tra il prezzo della risorsa e i cicli di investimento nella sua esplorazione. Ad esempio è stato dimostrato che il prezzo del petrolio dipende dai cicli di investimento dai quali si distacca con un certo ritardo.

Quanto illustrato finora è il frutto, o meglio la sintesi, di alcune delle più importanti teorie economiche degli ultimi secoli. Come sempre le teorie economiche sono crasi di etica, diritto, filosofia e storia per questo non devono essere elevate al ruolo di assiomi ma possono essere viste come spiegazioni postume ai fenomeni all’interno dei quali l’uomo è immerso. Sebbene quelle attuali sembrerebbero spiegare, almeno in parte, i fatti a cui si assiste c’è sempre da tener conto che gli ultimi anni sono stati teatro di grandi sconvolgimenti. Non è detto che queste teorie “funzionino” ancora a lungo e a breve potrebbe giungere il momento di farne delle nuove.

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Economia, StartUp e Fintech

Come Lugano sta diventando un hub per le criptovalute

Il 3 marzo si è tenuta a Lugano la conferenza “Plan B”, guidata dal sindaco Michele Foletti e volta a presentare il nuovo piano di integrazione a livello cittadino dei servizi blockchain. Il progetto è in collaborazione con Tether, una piattaforma basata sul registro distribuito, la cui criptovaluta associata è una stablecoin ancorata al dollaro.

Nel concreto, la partnership è finalizzata a mettere a disposizione dei cittadini l’utilizzo delle criptovalute nel quadro di diversi servizi pubblici: si andrà a creare una sinergia tra la società e l’amministrazione cittadina per adattare questa tecnologia alla vita quotidiana, rendendo dapprima possibile il pagamento di tasse e imposte e successivamente di beni e servizi; in questo modo, monete come Bitcoin e Tether potranno diventare valute a corso legale.

A supporto dei servizi previsti verrà introdotto il Lighting network, lo strumento complementare alla blockchain per rendere Bitcoin scalabile e mantenere le transazioni veloci e convenienti: infatti, data l’enorme crescita di questo mercato, è aumentato il rischio che in un dato momento il numero delle richieste di conferma delle transazioni vada a superare quelle effettivamente confermate dai miner, andando a rallentare il processo; con questo nuovo sistema non sussiste il problema di scalabilità della criptovaluta.

Oltre a ciò, la collaborazione si spinge oltre, avendo infatti l’obiettivo di rendere la città un vero e proprio polo tecnologico che possa attirare nuove idee, startup e investimenti nel settore, mantenendo una costante attenzione all’ambiente attraverso l’utilizzo di risorse energetiche ecosostenibili per l’attività di mining. Inoltre, Tether lavorerà con istituti di ricerca e ambienti accademici alla creazione di nuovi percorsi di istruzione, al fine di risolvere lo skill mismatch tra domanda e offerta lavorativa.

Questa non è la prima iniziativa della città svizzera, ma soltanto una parte di un percorso di digitalizzazione intrapreso nell’ultimo periodo con il lancio della blockchain comunale e della relativa criptovaluta, i LVGA Points: si va quindi a creare un percorso di crescita efficace, che coinvolge sia il settore pubblico che il privato. Il prossimo passo di questo progetto è già stato annunciato: il “Bitcoin World Forum”, l’evento che si terrà ad ottobre e tratterà temi emergenti, dando spazio a nuove occasioni di dialogo e confronto.

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Ambiente, società e tecnologia

Quando la fabbrica diventa “predittiva”: intervista a Chiara Tacco, Head of Growth di MIPU

“Prevenire è meglio che curare”, recita il noto proverbio. Se non fosse vero solamente per le persone, ma anche per la gestione di una fabbrica? Oggi più che mai siamo informati su quanto la sostenibilità dell’industria in tutti i suoi aspetti sia fondamentale a livello economico, sociale e ambientale. Sappiamo anche che la digitalizzazione si sta rivelando, in moltissimi settori, una valida alleata della sostenibilità: come possono quindi essere uniti questi due mondi?

Per approfondire il valore dell’innovazione digitale e soprattutto delle tecnologie predittive  e dell’intelligenza artficiale applicate al mondo della produzione industriale (e non solo) abbiamo intervistato Chiara Tacco, Head of Growth presso MIPU.

 

Qual è il Suo ruolo all’interno di MIPU?

Sono Head of Growth di MIPU: sono responsabile commerciale e marketing. Inoltre svolgo presso i nostri clienti il ruolo di digital transformation advisor, cioè mi occupo dell’impostazione dei piani di trasformazione derivanti dall’applicazione della nostra tecnologia.

La nostra redazione aveva avuto l’opportunità di conoscervi ai Digital Innovation Days del 2021: allora era emerso il concetto di “fabbrica predittiva” come obiettivo principale dell’azienda. Che cosa significa e quali tecnologie mettete in campo per raggiungerla?

MIPU è un “predictive hub”: la nostra visione consiste nello sfruttare appieno le potenzialità derivanti dalle tecniche predittive e dall’intelligenza artificiale per supportare l’attività delle aziende e delle città. Quando parliamo di fabbrica predittiva, parliamo di una fabbrica che ha la possibilità di conoscere con cinque o sei mesi di anticipo eventuali guasti meccanici o elettrici all’interno dei propri macchinari, riuscendo a ottimizzare le risorse in campo e quindi a migliorare l’attività delle persone e l’utilizzo delle risorse.

A livello tecnologico, abbiamo una piattaforma proprietaria, Rebecca, strutturata a livello architetturale con un primo layer di IoT (“Internet of things”) dove andiamo a raccogliere tutti i dati provenienti dalle macchine. Questo si interfaccia con un secondo layer di intelligenza artificiale, basata su cinque ambiti principali: uno dedicato alla manutenzione predittiva, uno legato alla gestione della parte di produzione, uno alla logistica, uno alla qualità del prodotto e un ultimo legato al consumo dei componenti. Questi ambiti di intelligenza artificiale permettono all’azienda di monitorare lo stato di salute dei propri asset , cioè dei macchinari e dei loro componenti, e i consumi energetici.

 

Ci sono settori specifici che possono beneficiare delle tecnologie predittive o possono essere trasversali rispetto a vari tipi di industrie?

Siamo completamente cross industry: possiamo applicare e abbiamo applicato le nostre tecnologie in tipi di industrie molto diversi. Dall’Oil&Gas all’energia, dalla parte di machinery al settore pharma e al fashion, abbiamo esempi di applicazione vari e molteplici, perché l’intelligenza artificiale e le tecniche predittive di campo possono essere applicate ovunque. Le applicazione specifiche possono andare dalla previsione di onde di piena all’interno di bacini idroelettrici alla manutenzione predittiva di componenti che compongono la linea di produzione di una fabbrica, che può essere un’acciaieria così come una fabbrica alimentare.

Avete notato un cambiamento nella sensibilità dei vostri clienti e del pubblico in generale nei confronti dell’innovazione digitale? Pensa che MIPU abbia contribuito al cambiamento?

Faccio un passo indietro: MIPU non è un acronimo, ma si tratta dell’unione di due parole giapponesi che significano “guardare oltre gli orizzonti”. Quando Giulia Baccarin, CEO attuale e founder di MIPU, ha iniziato nel 2008 a parlare di fabbrica predittiva e tecniche predittive, si trattava di un approccio veramente pionieristico, soprattutto per quanto riguarda l’Italia.

Ciò che abbiamo portato avanti è un progetto di sensibilizzazione grazie ai corsi della nostra scuola di fabbrica predittiva, per portare una sensibilità e un linguaggio comune tra i nostri clienti. Contestualmente  abbiamo visto negli ultimi anni una crescita dell’interesse sempre maggiore verso i temi dell’intelligenza artificiale (ormai una parola molto utilizzata, a volte anche a sproposito); sicuramente c’è stata un’evoluzione nel livello di consapevolezza delle persone e delle aziende, parzialmente portata anche da noi nel caso di queste ultime. In parte ciò è sicuramente dovuto anche all’evoluzione tecnologica complessiva e da quello che viviamo tutti i giorni tramite gli strumenti  che utilizziamo.

Attualmente  vediamo che in Italia la ricerca e l’applicazione di queste tecniche sono sempre più richieste. Ha avuto un impatto in questo senso anche la pandemia: tecniche di intelligenza artificiale che permettono di prevedere l’evoluzione di uno scenario si sono rivelate utili per esempio nella gestione degli assembramenti, nel controllo dell’affollamento negli uffici e molto altro.

Quale direzione prenderà MIPU? Ci sono delle esigenze a livello di innovazione digitale che riscontrate e a cui state cercando di dare una risposta?

MIPU vive sempre nell’ottica dell’evoluzione e del miglioramento delle sue soluzioni. L’ambizione che abbiamo è quella di creare delle fabbriche connesse, sostenibili , così come delle città: dalla fine dell’anno scorso all’inizio di quest’anno abbiamo creato il filone di “smart cities”, ovvero l’applicazione di tutta la nostra esperienza di fabbrica a livello di città, per cercare di avere un impatto positivo sulla vita sia delle persone, sia soprattutto sull’ambiente. La nostra  modalità di gestione e di sviluppo del prodotto comprende anche l’implementazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile dati dagli SDG’s. Per esempio, stiamo lavorando molto sul problema dell’acqua: sviluppiamo intelligenze artificiali che possano migliorare  l’utilizzo di questa risorsa scarsa, sia all’interno dell’ambito industriale, sia all’interno della pubblica amministrazione.

Le tecniche predittive quindi, come ci ha spiegato Chiara Tacco, possono uscire dalla fabbrica e innovare altri settori. Non ci resta che aspettare per osservare quali ambiti verranno coinvolti da questo tipo di innovazione digitale e per scoprire quali cambiamenti porterà non solo all’industria, ma anche alla nostra vita quotidiana.

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