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Economia, StartUp e Fintech

Perché regalare sconti in cambio di follower non è una grande strategia sul lungo periodo

Gli sconti sono una pratica ampiamente utilizzata da aziende operanti in svariati settori, al fine di convogliare l’attenzione del consumatore sull’offerta. Questi vengono in genere affiancati ad una scadenza, in modo tale da creare una sensazione di urgenza: in questo modo, maggiori saranno le probabilità di migliorare la brand awareness nel primo periodo. Nonostante ciò, non è detto che questa strategia porti dei vantaggi consistenti in futuro: in quest’ottica, si può considerare il caso studio di About You, un e-commerce attivo nel settore della moda che ha proposto una sfida al suo pubblico, dando la possibilità di ricevere sconti del 50% sull’acquisto dei prodotti dell’azienda se il profilo Instagram avesse ottenuto 250 mila follower entro il 6 maggio. L’obiettivo è stato ampiamente raggiunto e l’offerta è stata resa disponibile fino all’8 maggio.

In generale, i vantaggi di un’iniziativa di questo tipo sono evidenti: prima di tutto si ha una forte crescita di lead, ossia di persone interessate ad acquistare i prodotti del brand; questo avviene grazie al passaparola, che fa leva su una tecnica molto comune denominata “Buzz marketing”. In seguito, è molto probabile che la maggior parte dei lead diventino clienti a tutti gli effetti, se la promozione e la sua comunicazione vengono strutturate in maniera chiara ed efficace; gli svantaggi, al contrario, si presentano nel momento in cui questi elementi vengono meno, nello specifico se non si studia una strategia di lungo periodo da implementare successivamente. Il problema di fondo si pone quando il brand non mira a rafforzare il rapporto con il suo pubblico, ma ha l’unico obiettivo di aumentare le vendite: allargando la propria audience aumenta anche quella parte di utenza definita “cold”, non legata particolarmente alla marca, che dopo questa iniziativa si ripresenterà soltanto nel momento in cui verranno offerti nuovi sconti. Campagne di questo tipo non comunicano nessun elemento inerente alla storia e ai valori del brand: dato che non si punta a differenziarsi, quando l’offerta termina gli acquirenti non avranno alcun motivo per non comprare anche dai competitor.

Prendendo come riferimento il caso About You, si può notare come questo esempio segua perfettamente le affermazioni dette in precedenza. L’obiettivo dei follower è stato raggiunto con largo anticipo, attraverso grossi investimenti in una pubblicità a volte quasi invadente. I problemi di questa campagna, tuttavia, si mostrano prima di tutto nella mancata costruzione di una relazione solida tra azienda e cliente: le dimensioni degli sconti proposti, in questo senso, rischiano di minare la fiducia dell’acquirente verso la qualità e la validità dell’acquisto. Inoltre, sotto ai post di promozione della campagna il tenore dei commenti rimanda ad alcuni timori legati a malfunzionamenti e ritardi nella conferma dell’ordine. Da considerare poi la mancanza di risposta alle domande degli utenti stessi: oltre ad alimentare la sfiducia verso questa operazione, si va a sviluppare una comunicazione unidirezionale che non giova al rafforzamento della brand identity.

Si può quindi dire che gli sconti siano una buona pratica da utilizzare per coinvolgere prospect e portarli a conoscenza dell’offerta e, in generale, dell’azienda. Questa strategia, se viene però strutturata come nel caso esaminato, non porta risultati importanti nel lungo periodo: è fondamentale mettere al centro la customer care e valorizzare la relazione con ogni singolo acquirente, anche sui social, dove un commento può essere visibile per sempre a tutti e avere delle ripercussioni sull’impresa. Inoltre, bisogna anche considerare la brand reputation, intesa come l’immagine che il pubblico ha del brand: la via migliore è quella di sviluppare uno scambio bilaterale, dove al messaggio inviato dall’azienda si considera il feedback dell’utente, in modo tale da far sentire quest’ultimo valorizzato e rispettato.

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Compra ora, paga dopo: una nuova modalità di pagamento

Il “Buy Now Pay Later” è una modalità di pagamento a rate per servizi di e-commerce rivolta a imprese e consumatori, alla ricerca di opportunità di crescita economica e di un servizio alla clientela comodo e semplice. Questa formula, entrata da anni nel mercato internazionale, ha raggiunto l’apice della sua crescita soltanto nel periodo della pandemia, date le più stringenti condizioni economiche che gravano sui consumatori. Secondo un’analisi dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano, esistono più di 130 società al mondo che offrono un servizio Buy Now Pay Later come intermediarie; inoltre, il 90% di queste sono nate negli ultimi otto anni, a dimostrazione di come questo fenomeno in crescita sia già presente da molto prima del 2020. Attraverso questo sistema l’utente ha la possibilità di acquistare dal sito ed effettuare il pagamento successivamente: in questo modo i consumatori hanno a loro vantaggio un sistema di pagamento più sostenibile, mentre le imprese hanno la prospettiva di un miglior tasso di conversione e di una maggiore fidelizzazione, riducendo l’abbandono dei prodotti inseriti nel carrello. Il servizio è completamente gratuito per i compratori, essendo totalmente a carico delle aziende che decidono di farne uso.

La forma principale è quella online, attraverso la quale aziende come Klarna e Paypal propongono il pagamento in tre rate senza interessi; anche Amazon offre ai consumatori la possibilità di accedere ad un pagamento dilazionato con rate di durata e interessi variabili. Esistono inoltre imprese come Scalapay che propongono anche l’acquisto all’interno dei negozi, attraverso l’utilizzo di codici a barre o QR code. Altre realtà come Soisy propongono un sistema Peer to Peer Lending di prestiti tra privati: i finanziatori anticipano la somma dovuta agli e-commerce e gli acquirenti, in seguito, restituiranno la quota a rate di capitale con gli interessi agli investitori.

Questo strumento deriva dal più longevo credito al consumo, ossia un finanziamento ottenuto da istituti bancari e di credito e anch’esso a breve termine: tuttavia, per poter usufruire di questo servizio è necessario presentare delle garanzie che dimostrino la possibilità per il cliente di sostenere il pagamento. A differenza del sistema a rate tradizionale, il “Compra Ora Paga Dopo” non coinvolge istituti di finanziamento e viene applicato sugli acquisti a breve termine e per importi contenuti, relativamente a categorie di spesa specifiche: dai prodotti per la casa all’abbigliamento, fino ai viaggi e all’intrattenimento.

Le previsioni future indicano che il trend che segue l’applicazione del “Buy Now, Pay Later” sarà in crescita, data l’introduzione di nuove applicazioni e l’adozione da parte di aziende di altri settori. Rimane però da definire con maggior chiarezza il quadro normativo in merito alle regole e alle autorizzazioni che gli erogatori che adotteranno il “Compra ora, Paga dopo” devono possedere: in quest’ottica, infatti, è necessaria una maggior tutela del consumatore da campagne aggressive di marketing e dal rischio di insolvenza a cui è soggetto quest’ultimo. Va considerata, inoltre, la difficoltà a ricevere un rimborso in caso di malfunzionamenti o problemi relativi alla consegna del prodotto, dovendo necessariamente rivolgersi sia al venditore che alla società che offre questo tipo di soluzione.

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UAF: arriva il nipote on demand

UAF (U are family) è una piattaforma digitale nata a Milano nella primavera del 2022 con lo scopo di mettere in collegamento anziani e giovani per far passare del tempo loro insieme, e rendere più piacevole la vita di chi è vittima di solitudine.

 

Gli ideatori sono Matteo Fiammetta, nanotecnologo, e Cecilia Rossi, designer e costumista, entrambi 29enni ed ex alumni Polimi. Amici dalle elementari con percorsi di studio agli antipodi si sono ritrovati durante il primo lockdown del 2020: condividendo pensieri e dubbi professionali scatenati dalla crisi pandemica hanno deciso di dar vita ad un progetto d’impatto sociale identificando la marginalizzazione degli anziani come il nemico da combattere.

 

Attraverso un lavoro certosino fatto di circa 2000 interviste e di studio psicologico per creare profili di compatibilità, Matteo e Cecilia hanno prodotto un algoritmo capace di accoppiare gli utenti che si iscrivono a UAF. La piattaforma è fruibile via web e, per i meno tecnologici, anche attraverso numero di telefono (3519289518).

Anziani e giovani si iscrivono, i primi per trovare compagnia (reale o virtuale) e condivisione, i secondi per beneficiare di un punto di vista differente sul mondo offrendo degli slot settimanali di disponibilità oraria.

 

Non si tratta però di volontariato: i nipoti “on demand” (definiti così anche sul sito della startup) vengono retribuiti grazie al legame creato da UAF con case farmaceutiche, home care company, welfare aziendali e partner assicurativi. Infatti il trend di offerta di benefit “E-S-G” (“environment-social-governance”) è in continua crescita e vengono rese disponibili sempre più risorse per la cura e l’assistenza morale delle persone anziane.

 

Attualmente la community è attiva su Milano ma conta di espandersi trovando finanziatori e utenti in Italia e all’estero.

 

Nel contesto dell’ormai noto progressivo invecchiamento della popolazione UAF è una tra le prime realtà a considerare l’incontro tra fasce d’età profondamente diverse come una vera risorsa per la società e si avvia a modificare l’impatto delle startup sul “longevity shock” preannunciato ormai un decennio fa dal Fondo Monetario Internazionale.

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Impennate e picchi: da cosa dipende il prezzo del petrolio?

A più di un mese dall’inizio del conflitto che ha interessato il vicino Oriente sono state diverse le conseguenze a cui il vecchio continente è andato incontro, tra queste c’è sicuramente l’aumento del costo delle fonti energetiche. Le risorse come gli olii, il gas e affini sono dei beni peculiari e la loro particolarità si riflette anche e soprattutto nel modo in cui si determina il loro prezzo. Come per tutti i beni, anche per questi una parte del prezzo viene determinata dal mercato ma, diversamente da quanto avviene per gli altri, per queste fonti energetiche, dette fonti stock in quanto sono risorse esauribili, un’altra parte dipende dalla natura stessa di questi fattori produttivi e dalla situazione di scarsità che li caratterizza.

 

Fonti stock

In virtù di quanto detto finora, nelle previsioni a lungo termine si è costretti a tenere conto che le fonti stock hanno una certa rarità fisica e questo si riflette non solo sul prezzo che gli si attribuisce oggi ma anche sul prezzo da attribuire loro nel futuro. Questa è una delle ragioni, ma non la sola, che caratterizza il processo di pricing nelle fonti stock rispetto ai comuni beni privati.

Gli economisti, nel corso del tempo, hanno convenuto sul fatto che il prezzo finale delle fonti stock sia determinato, in maniera prioritaria ma non del tutto esclusiva, sulla base dei seguenti elementi:

  • Costo tecnico di produzione
  • Rendita differenziale
  • Rendita di monopolio
  • Rendita di scarsità

Le voci di prezzo

Il costo tecnico di produzione è quello che caratterizza tutti i beni e ricomprende al suo interno alcune voci come i costi dipendenti dalle condizioni geologiche del terreno, dalla allocazione geografica e dalla tecnologia disponibile per il lavoro.  Si fanno rientrare all’interno del costo tecnico anche il tasso di profitto normale ossia quel profitto minimo che il produttore avrebbe guadagnato se invece che investire i suoi capitali sull’estrazione del petrolio li avesse collocati in titoli di stato.

Il concetto di rendita differenziale affonda le sue radici nella storia. Fu teorizzato per la prima volta nel 1777 dallo scozzese James Anderson ma raggiunse l’auge, nel 1815, con Ricardo che all’interno di “Essay on the influence of a low price of corn on the profits of stock” lo applicava alla rendita dei campi agricoli. La portata dei suoi studi in materia la si può intuire dal fatto che, ancora oggi, questo tipo di rendita viene anche ricordata come rendita ricardiana. Infatti, secondo l’economista britannico il prezzo dei beni sul mercato veniva fissato dal terreno definito marginale ossia quel terreno che risultava essere peggiore in termini di comodità e/o fertilità. Chi possedeva tali terreni otteneva dalla vendita dei beni una rendita nulla invece tutti coloro che possedevano terreni più comodi o più fertili erano in grado di accaparrarsi “qualche soldo” in più di quelli spesi per la produzione dei beni. Era questa rendita positiva a essere definita rendita differenziale.

Invece, con rendita di monopolio si intende il margine di extra-profitto che va al produttore quando si è in una situazione in cui il mercato non è perfettamente concorrenziale. In pratica, chi possiede una grande quantità di risorsa esauribile trova conveniente non immetterla tutta insieme sul mercato anche se questa possibilità gli permetterebbe di sbaragliare tutta la concorrenza. È molto più conveniente produrre un po’ meno affinché rientrino sul mercato alcuni “campi marginali”: è proprio l’entrata sul mercato di produttori con costi più alti che assicura al primo, che avrebbe potuto esercitare un regime di monopolio, un guadagno maggiore.

La rendita di scarsità, come suggerisce il nome, è quella che si genera quando l’offerta non è adeguata a coprire la domanda presente sul mercato. È proprio la percezione della scarsità della risorsa a permettere l’aumento dei prezzi e nel campo petrolifero questo si traduce nella generazione di una rendita che potrà poi essere investita nelle attività di esplorazione. Quando la domanda tornerà a allinearsi all’offerta questo tipo di rendita tenderà a essere annullata riportando la situazione a un equilibrio simile a quello della situazione iniziale.

 

Cosa accade realmente nel mercato delle fonti non rinnovabili?

Finora è stata fatta un’analisi delle “voci di prezzo” ma è possibile riassumere quello che vediamo all’interno del mercato delle fonti non rinnovabili attraverso la compenetrazione di due fenomeni.

Il primo è proprio la determinazione del prezzo della risorsa a partire dall’incontro della domanda e dell’offerta. Infatti, quando la domanda è più alta rispetto all’offerta si registrano i picchi di prezzo riconducibili alla limitata disponibilità della risorsa; quando invece, si è in una situazione in cui la domanda è più bassa rispetto alla offerta quella che si registra è una diminuzione del prezzo. Ad esempio, durante la pandemia, in Europa, sono state moltissime le attività che sono state costrette ad arrestare la loro produzione questo ha generato una vera e propria improvvisa abbondanza delle fonti fossili all’interno del mercato che ha determinato un importante crollo dei prezzi. Un caso antipodale è quello che ha fatto seguito al conflitto russo-ucraino che ha fatto percepire scarse, soprattutto all’Europa, le risorse stock e questo ha decretato un sensibile aumento del prezzo che poi ha avuto come ripercussione una lievitazione del costo derivati delle stesse.

Il secondo fenomeno che ha un ruolo importante nella determinazione del prezzo è lievemente più complicato anche se è molto più materiale: si tratta del legame tra il prezzo della risorsa e i cicli di investimento nella sua esplorazione. Ad esempio è stato dimostrato che il prezzo del petrolio dipende dai cicli di investimento dai quali si distacca con un certo ritardo.

Quanto illustrato finora è il frutto, o meglio la sintesi, di alcune delle più importanti teorie economiche degli ultimi secoli. Come sempre le teorie economiche sono crasi di etica, diritto, filosofia e storia per questo non devono essere elevate al ruolo di assiomi ma possono essere viste come spiegazioni postume ai fenomeni all’interno dei quali l’uomo è immerso. Sebbene quelle attuali sembrerebbero spiegare, almeno in parte, i fatti a cui si assiste c’è sempre da tener conto che gli ultimi anni sono stati teatro di grandi sconvolgimenti. Non è detto che queste teorie “funzionino” ancora a lungo e a breve potrebbe giungere il momento di farne delle nuove.

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Come Lugano sta diventando un hub per le criptovalute

Il 3 marzo si è tenuta a Lugano la conferenza “Plan B”, guidata dal sindaco Michele Foletti e volta a presentare il nuovo piano di integrazione a livello cittadino dei servizi blockchain. Il progetto è in collaborazione con Tether, una piattaforma basata sul registro distribuito, la cui criptovaluta associata è una stablecoin ancorata al dollaro.

Nel concreto, la partnership è finalizzata a mettere a disposizione dei cittadini l’utilizzo delle criptovalute nel quadro di diversi servizi pubblici: si andrà a creare una sinergia tra la società e l’amministrazione cittadina per adattare questa tecnologia alla vita quotidiana, rendendo dapprima possibile il pagamento di tasse e imposte e successivamente di beni e servizi; in questo modo, monete come Bitcoin e Tether potranno diventare valute a corso legale.

A supporto dei servizi previsti verrà introdotto il Lighting network, lo strumento complementare alla blockchain per rendere Bitcoin scalabile e mantenere le transazioni veloci e convenienti: infatti, data l’enorme crescita di questo mercato, è aumentato il rischio che in un dato momento il numero delle richieste di conferma delle transazioni vada a superare quelle effettivamente confermate dai miner, andando a rallentare il processo; con questo nuovo sistema non sussiste il problema di scalabilità della criptovaluta.

Oltre a ciò, la collaborazione si spinge oltre, avendo infatti l’obiettivo di rendere la città un vero e proprio polo tecnologico che possa attirare nuove idee, startup e investimenti nel settore, mantenendo una costante attenzione all’ambiente attraverso l’utilizzo di risorse energetiche ecosostenibili per l’attività di mining. Inoltre, Tether lavorerà con istituti di ricerca e ambienti accademici alla creazione di nuovi percorsi di istruzione, al fine di risolvere lo skill mismatch tra domanda e offerta lavorativa.

Questa non è la prima iniziativa della città svizzera, ma soltanto una parte di un percorso di digitalizzazione intrapreso nell’ultimo periodo con il lancio della blockchain comunale e della relativa criptovaluta, i LVGA Points: si va quindi a creare un percorso di crescita efficace, che coinvolge sia il settore pubblico che il privato. Il prossimo passo di questo progetto è già stato annunciato: il “Bitcoin World Forum”, l’evento che si terrà ad ottobre e tratterà temi emergenti, dando spazio a nuove occasioni di dialogo e confronto.

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Sostenibilità in azienda: il caso Treedom

Intorno al tema della sostenibilità si è aperto negli ultimi anni un dibattito sempre più intenso, che ha inevitabilmente influito sul modo di fare impresa.

Abbiamo intervistato Anna Ciattini, Head of Corporate Marketing di Treedom, per capire come si sia evoluto negli anni il punto di vista delle aziende nei confronti di questo tema, in un’ottica sia italiana che globale.

Treedom è una realtà ampiamente consolidata, che si è posta come leader di un cambiamento sostanziale all’interno del mondo aziendale, non solo dal punto di vista ambientale.

 

Anna, dopo la tua esperienza universitaria e di redazione, ti sei avvicinata al mondo della green economy. Cosa ti ha spinto a compiere questa scelta?

 

“La mia storia in Treedom è iniziata nel 2014: questo è il mio ottavo anno all’interno di questa realtà. Ho intrapreso questa esperienza professionale all’età di 22 anni, dopo essermi laureata in Scienze Politiche con una tesi all’epoca innovativa, poi diventata una tematica abbastanza conosciuta: l’impact investing. Il mio interesse progressivamente si spostò dalla parte politica a quella economica, mantenendo l’attenzione sulla capacità di generare un impatto sociale o ambientale; in parallelo ero entrata a far parte del Movimento per la Decrescita Felice: benché in seguito siano cambiate le mie visioni, all’epoca ero ispirata dal fatto che il cosiddetto benessere non si misurasse semplicemente dal PIL, ma anche da altri parametri necessari ed essenziali e che lo sviluppo della società non dovesse muoversi verso una crescita spasmodica ma una decrescita, recuperando degli elementi appartenenti al passato. Sono entrata in Treedom con la volontà di iniziare a investire sul mio futuro, pensando di continuare a studiare per poi intraprendere un’esperienza all’estero: dopo aver inviato numerose candidature sono entrata in contatto con questa realtà grazie alla mia tesi, essendo all’epoca un elemento di interesse per la sua innovatività e presumendo che la società potesse essere destinatario di quella tipologia di investimenti. Da quel momento non ho più continuato a studiare, preferendo lavorare direttamente sul campo: ho ricoperto diverse posizioni, occupandomi all’inizio sia della customer care che della parte commerciale, dato che inizialmente le dimensioni dell’organizzazione erano più ristrette; da due anni, inoltre, sono responsabile B2B marketing. Oltre a ciò, da qualche anno sono diventata socia: un modo efficace per connettere, motivare i dipendenti e farli sentire parte di un gruppo coeso e unitario.

 

Possiamo dire quindi che la tua crescita, professionale e umana, è stata parallela a quella di Treedom. Dato che sei coinvolta da anni in queste dinamiche, avrai notato come nell’ultimo decennio il dibattito sulla sostenibilità si sia fatto sempre più intenso, sia a livello sociale che istituzionale. Per quanto riguarda l’ambiente aziendale, com’è cambiata negli anni la percezione sul tema, anche dal punto di vista comunicativo?

 

“A livello internazionale, è stato adottato un approccio variegato rispetto a questo tema. Nel 2014, quando ho iniziato a lavorare a contatto diretto con le aziende, Treedom non aveva ancora la notorietà che ha oggi: all’epoca il nostro lavoro coinvolgeva in misura minore quel target che oggi identifichiamo come le nostre buyers personas. Il tema della sostenibilità era molto meno sentito: lo snodo fondamentale di questo cambiamento si è verificato negli ultimi tre anni, a partire dal periodo antecedente alla pandemia. Ad oggi la sostenibilità è diventata un elemento strategico del managment, per acquisire competitività e credibilità sul mercato. D’altra parte, la comunicazione odierna ha assunto una rilevanza differente rispetto a quella usata in passato: parole come “green marketing” e “green branding” inizialmente non avevano il peso che hanno oggi, dato che possono essere viste, soprattutto all’estero, in un’accezione negativa. La comunicazione, perciò, dev’essere finalizzata a dimostrare che le azioni dell’impresa generano un reale impatto a livello ambientale. Nel concreto s’intende investimenti in sostenibilità che comprendano l’intera filiera produttiva, trasmettendo ai dipendenti la filosofia dell’azienda e permettendo loro di sentirsi ambassador di un vero e proprio cambiamento di rotta. Per quanto riguarda Treedom, l’obiettivo è porsi come uno strumento che permetta di realizzare un impatto sul pianeta in termini sia di persone che di ambiente, nonché di agire come amplificatore di un percorso sostenibile che le persone hanno già intrapreso. Utilizziamo una serie di strumenti, anche comunicativi, che permettono di raccontare la nostra attività al meglio: foto, contenuti di testo, video che possono essere utilizzati da persone e aziende per comunicare il fatto di aver piantato alberi con la nostra azienda.”

 

La sostenibilità si è sviluppata negli anni in tre dimensioni differenti: ambientale, sociale ed economica. Per quanto riguarda Treedom, come siete riusciti a coniugare questi aspetti nelle attività aziendali? Come li applicate nella vostra quotidianità?

 

“Un primo esempio è la scelta dei nostri uffici, coerente con la natura e l’identità della nostra azienda. Ci siamo sempre concentrati sulle modalità di gestione delle relazioni e sul garantire la crescita personale dei nostri collaboratori, cercando di permettere loro di lavorare con la massima flessibilità di luogo e orario lavorativo. Ad esempio, abbiamo introdotto da tempo lo smart working, di cui oggi vi è un maggiore incentivo; supportiamo inoltre la partecipazione a numerosi corsi di formazione, per rendere partecipi alla filosofia aziendale e integrare le culture di persone provenienti da Paesi diversi, cercando anche di favorire l’aggregazione attraverso la creazione di luoghi ed eventi, appositamente previsti al di fuori dell’orario di lavoro. Esiste anche un team che si occupa di proporre le soluzioni più sostenibili da implementare all’interno dell’azienda. Inoltre, per quanto riguarda gli incontri con i clienti cerchiamo di minimizzare gli spostamenti: la situazione dovuta alla pandemia ci ha poi dato la possibilità di trasformare questa pratica in un virtuosismo. Per quanto riguarda i nostri progetti, essi sono sviluppati sulla realizzazione di un duplice impatto, sociale e ambientale: grazie a questo riusciamo a concorrere allo sviluppo di 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Dal punto di vista dell’inclusione di genere, valorizziamo la componente femminile, la quale è molto attiva all’interno di tali progetti: spesso sono le donne che gestiscono i vivai, lavorano agli innesti delle piante o gestiscono porzioni di terreno. Inoltre, le ONG locali creano un ponte di contatto tra noi e i contadini, rendendo questi ultimi gli stessi beneficiari del progetto.”

 

Partendo da questi presupposti, quali fattori vi hanno permesso di diventare una scale-up affermata nel settore e ottenere collaborazioni con partner internazionali?

 

“Prima di tutto considero il fatto di essere partiti prima di altre realtà, affermatesi negli ultimi anni in contemporanea a Greta Thunberg, la COP26 e i movimenti giovanili, che hanno portato alla luce l’importanza di investire sull’ambiente: il tempismo per noi è stato determinante. Inoltre, come già citato in precedenza, la capacità di realizzare un impatto socio-ambientale: la coniugazione di questi due aspetti ha permesso di raggiungere più persone attraverso la sensibilizzazione sull’ambiente. Si può aggiungere inoltre una profonda sinergia con il digitale, che pone Treedom non solo come e-commerce di alberi, ma anche come una piattaforma che attira e coinvolge nel tempo, grazie alla pratica di fotografare e geolocalizzare gli alberi stessi. Importante è stato anche il dualismo B2B e B2C: il B2B è stato, soprattutto all’inizio, un grande motore per ottenere investimenti più consistenti. Decisivi per ottenere delle vendite sono una buona rete commerciale, un prodotto che funziona e un messaggio credibile; il B2C arriva successivamente, dato che il consumatore necessita di più tempo per familiarizzare con il prodotto. Il nostro non è un prodotto fine a sé stesso, al contrario ha una durata prolungata grazie ai continui aggiornamenti che condividiamo in bacheca, garantendo perciò unicità e trasparenza. Fondamentale per raggiungere la scalabilità sono stati gli investitori, che hanno creduto nella nostra idea innovativa soprattutto in ottica di internazionalizzazione, dato che fino a quel momento l’azienda si era mantenuta soltanto grazie alla vendita del proprio prodotto. Un altro punto di forza sono le persone: all’interno di questa realtà ho avuto modo di entrare in contatto con colleghi che hanno sposato a pieno questo progetto, che non viene percepito come un lavoro normale; chi lavora in Treedom, infatti, si pone davvero l’obiettivo di piantare un milione di alberi, divertirsi nel mentre e offrire un prodotto digitale per persone e aziende. La vera fortuna per noi è stata quella di incontrare persone che vivono il nostro non come un lavoro ma come una missione e di trovare non un semplice gruppo ma una famiglia.”

 

In ottica futura, quali scenari vi aspettate per l’azienda? Vi dedicherete a nuovi progetti locali?

 

“L’obiettivo primario è quello di diventare il miglior piantatore di alberi sul mercato, attraverso un’espansione globale che coinvolga persone e imprese: puntiamo a essere un player di riferimento in Europa e nel mondo, orientandoci verso le aree degli Stati Uniti e di Singapore. Per diventare un brand internazionale siamo focalizzati sull’attività di piantagione, ricevendo in parallelo consulenza e supporto dal punto di vista delle metodologie di realizzazione dei progetti, al fine di contribuire al meglio ai Sustainable Development Goals e migliorare il nostro approccio operativo. Cercheremo quindi di coinvolgere un numero maggiore di persone con cui instaurare delle relazioni di lungo periodo, in modo da permettere la loro partecipazione ai nostri progetti futuri.”

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Turismo spaziale: la fantascienza diventa realtà!

Solo sessant’anni fa abbiamo mandato la prima persona nello spazio. Solo otto anni dopo abbiamo camminato sulla luna. Ora, da oltre vent’anni, ricchissimi pionieri si sono cimentati con la frontiera del turismo spaziale.

Oggi questa esperienza elitaria sta diventando sempre più accessibile al turismo di massa.

 

Il 2021 si è concluso, posizionandosi come l’anno che ha rivoluzionato il turismo spaziale.

Sono stati infatti compiuti enormi passi avanti da numerose agenzie spaziali private.

 

Il prototipo Starship SN-15 di SpaceX ha compiuto con successo un atterraggio, con controllo aerodinamico attivo. È il primo razzo al mondo in grado di atterrare a comando e di essere riutilizzato dopo il lancio.

Questa tecnologia è stata subito impiegata per i rifornimenti alla ISS, presto verrà utilizzata per voli verso la luna e verso Marte.

Si sta pensando di adoperarla anche per raggiungere città dall’altra parte del pianeta in meno di mezz’ora di volo.

 

Quando si parla di turismo spaziale, generalmente ci si riferisce a tre modalità di volo molto diverse: parabolico, suborbitale e orbitale.

 

 

Volo parabolico

 

Da cinquant’anni i voli parabolici ci consentono di sperimentare qualche secondo di assenza di gravità. In realtà non sono veri e propri voli spaziali, perché di fatto volano alla stessa quota di un aereo di linea.

L’aeroplano compie 30/40 parabole (prima va su e poi torna giù) durante il volo, all’apice di ogni parabola tutto ciò che è al suo interno viene sottoposto a circa 20 secondi di microgravità. Ogni volo permette quindi di fluttuare complessivamente per oltre dieci minuti.

Prima e dopo il culmine della curva si sperimentano alcuni secondi di ipergravità, che sottopongono il nostro corpo fino a 1,8 g.

Oggi un volo parabolico turistico ha un costo molto contenuto, si aggira tra i 3000 e i 5000 euro a persona. Ci sono decine di agenzie spaziali, sia pubbliche che private, che forniscono questo servizio.

 

 

Volo suborbitale

 

La SpaceShipTwo, ovvero lo spazioplano sub-orbitale della Virgin Galactic, ha compiuto il suo primo volo turistico sub-orbitale. Portando quattro persone a 85 Km sopra il livello del mare. Questi voli permettono di ammirare la terra dallo spazio e di sperimentare qualche minuto continuato di assenza di gravità, prima del rientro.

È già possibile acquistare i biglietti dei prossimi voli, al costo di 450’000 $ l’uno. Un’esperienza di pochi minuti, ma che ti porta letteralmente fuori dal mondo.

 

A pochi giorni di distanza, l’agenzia spaziale privata Blue Origin ha effettuato un volo simile, portando quattro civili a 106 Km dalla superficie terrestre. Non è l’unico lancio di Blue Origin del 2021, ne ha effettuati poi altri due sempre con successo. La particolarità di questi voli consiste in un razzo riutilizzabile con controllo attivo della discesa che porta la capsula con l’equipaggio in quota, per poi lasciarla atterrare in autonomia grazie a dei paracadute.

 

 

Volo orbitale e ISS

 

Sempre SpaceX ha raggiunto un nuovo gradino nella conquista dello spazio, portando un astronauta e tre civili, senza un addestramento specifico, a 500 Km dalla terra (la stazione spaziale si trova a 400 Km dalla terra).

I quattro pionieri hanno passato tre giorni nello spazio (senza appoggiarsi alla ISS), all’interno della futuristica e panoramica navicella spaziale Crew Dragon Resilience, per poi ammarare in completa sicurezza.

 

Dal 2001 al 2021 ci sono stati solo sette voli turistici per raggiungere la ISS (International Space Station), con un soggiorno medio di una settimana. Utilizzavano ancora navicelle Soyuz al costo di diverse decine di milioni di dollari a persona.

 

 

Stazioni spaziali

 

Sempre nel 2021, un troupe cinematografica di tre persone ha raggiunto la stazione spaziale internazionale. Hanno usato la navicella spaziale Sojuz MS-19, con l’aiuto dell’agenzia spaziale russa per raggiungere la stazione e rientrare poi sulla terra.

Il produttore e regista Klim Shipenko, l’attrice Julija Peresil’d, e il cosmonauta Oleg Novitskiy nel ruolo di se stesso, hanno trascorso 12 giorni in orbita per creare il primo film girato e diretto nello spazio. “The challenge” uscirà quest’anno. Shipenko ha poi detto di essere pronto per girare film sulla Luna e su Marte.

 

La stazione spaziale internazionale è operativa dal 2000 e lo rimarrà almeno fino al 2024. Successivamente verrà probabilmente privatizzata prima di essere deorbitata entro il 2030.

La Russia ha dichiarato l’intenzione di voler scollegare i propri moduli dal resto della ISS, per continuare ad avere una piccola stazione spaziale non privata a cui appoggiarsi.

Numerose stazioni spaziali private entreranno presto in orbita.

 

Il 30 marzo 2022 è previsto il decollo della missione Ax-1 della Axiom Space. L’equipaggio formato da un astronauta e tre clienti paganti raggiungerà la ISS grazie ad un razzo di SpaceX e vi soggiornerà per sette notti. Il costo del biglietto è di 55 milioni di dollari. Il soggiorno non sarà solamente turistico, svolgeranno infatti 25 esperimenti scientifici in condizioni di microgravità.

 

L’agenzia spaziale privata Axiom Space nasce con l’idea di lanciare in orbita la prima stazione spaziale privata della storia. Stanno attualmente costruendo la Axiom Hub One, il primo modulo della stazione, che verrà lanciato in orbita e diventerà operativo entro la fine del 2024 in collaborazione con la Nasa. Sono già previsti altri tre moduli che andranno ad ampliare la stazione, sono: Axiom Hub Two, Axiom Lab e Axiom Power Tower.

 

Blue Origin e Sierra Space (e altre importanti aziende) stanno collaborando per costruire Orbital Reef, una stazione spaziale privata per un uso misto. La stazione andrà in orbita, a 500 Km sul livello del mare, prima della fine della decade. Sarà un vera rivoluzione in ambito spaziale. È stata pensata sia per ospitare turisti all’interno di moduli panoramici costruiti ad hoc, sia per svolgere ricerca nello spazio. Svolgerà contemporaneamente anche ruoli commerciali e sarà inoltre possibile comprare degli indirizzi fisici nello spazio per la sede della propria azienda.

 

Se tutto questo non è abbastanza fantascientifico, facciamo la conoscenza di Orbital Assembly Corporation: un’azienda che sta sviluppando un nuovo modo di costruire strutture artificiali nello spazio. È previsto per il 2023 il lancio in orbita bassa, grazie a SpaceX, di un prototipo in scala ridotta del loro pionieristico “Gravity ring”. Un gigantesco anello che costituirà lo scheletro della struttura abitabile della futura stazione spaziale Voyager station, il primo hotel spaziale di lusso.Il Gravity ring verrà spedito nello spazio smontato (tipo mobile Ikea) e una volta in orbita si automonterà in una manciata di minuti.

La Voyager non ha nulla in comune con le stazioni spaziali convenzionali e nulla da invidiare. Lusso, gravità artificiale e tanto spazio abitabile. Queste le peculiarità che la caratterizzano, infatti la rotazione del Gravity ring genera un’accelerazione centrifuga che emula la gravità terrestre. Ci saranno lussuosissime suite, un ristorante, un bar e una palestra. Il solo spazio abitabile potrebbe contenere 11 ISS. Saranno addirittura presenti dei mezzi di trasporto per persone e materiali; saranno inoltre presenti 44 scialuppe spaziali per atterraggi automatici in caso d’emergenza.

 

 

To the Moon and beyond

 

Nel 2023 l’imprenditore giapponese Yusaku Meazawa e altre 8 persone, scelte tra oltre un milione di candidature spontanee, diventeranno l’equipaggio di dearMoon.

Sarà la prima missione spaziale lunare ad aver l’equipaggio composto da civili (senza addestramento). Verranno utilizzate le tute spaziali e un aerodina riutilizzabile di SpaceX.

Il viaggio durerà cinque giorni, impiegherà un paio di giorni per avvicinarsi alla luna e un altro paio per il rientro. La navicella non allunerà, ma sfrutterà l’effetto fionda per girare intorno alla luna e rientrare nell’orbita terrestre.

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Economia, StartUp e Fintech

Decentraland: il nuovo mondo degli immobili

D’ora in avanti sarà possibile possedere non soltanto immobili reali: infatti, con l’avvento degli NFT, della tecnologia blockchain e del metaverso, si potranno acquistare e detenere anche immobili virtuali, con tutte le implicazioni introdotte da queste nuove tecnologie, che hanno rivoluzionato i concetti di proprietà e sicurezza. Su questi presupposti si basa l’attività svolta da Decentraland, un servizio online nato nel 2015 per la compravendita di immobili virtuali, che permette di acquistare la proprietà di uno o più terreni tramite la criptovaluta concepita appositamente per la piattaforma: i MANA.

Il funzionamento del sistema

A differenza di precedenti sistemi di compravendita online, la piattaforma di Decentraland è sviluppata tramite la blockchain di Ethereum, che utilizza i cosiddetti “smart contract”, strumenti che certificano in modo inequivocabile la proprietà dei terreni (detti LAND): essi vengono stipulati in modo automatico e senza l’intervento di intermediari, assicurando una maggiore privacy e sicurezza delle informazioni che coinvolgono le parti. Ogni terreno senza proprietario è acquistabile allo stesso prezzo, mentre per gli altri terreni è possibile negoziare prezzi differenti, andando a creare un mercato secondario. Tuttavia, ciò che differenzia veramente questo servizio è la libertà d’azione su ciascun terreno, sui quali è possibile dare vita a nuovi contenuti e idee come, ad esempio, videogiochi, eventi e beni da poter rivendere all’interno del gioco.

Una crescita esponenziale: i MANA

Con una capitalizzazione di mercato di più di 4,5 miliardi di euro la criptovaluta usata nella piattaforma ha avuto un enorme incremento di valore nell’ultimo anno: a far crescere il prezzo non è stato soltanto l’acquisto dei LAND, ma anche tutta l’economia creata all’interno del mondo tramite la compravendita di beni e servizi. Le previsioni di prezzo per i prossimi cinque anni sono tutte rialziste: la fiducia è data non solo dalle plusvalenze derivanti dai terreni virtuali, ma anche dalle diverse opportunità di business che gli utenti potranno sfruttare in futuro.

Le collaborazioni di Decentraland

A dimostrazione delle grandi potenzialità di guadagno legate al mercato immobiliare virtuale, varie multinazionali come Samsung, Adidas e Nike si sono mosse sul metaverso, addentrandosi in un ecosistema vivo e in continua evoluzione. Per quanto riguarda Decentraland, Samsung ha aperto una versione digitale del suo store di Manhattan, permettendo agli utenti di accedere, per un periodo limitato, ad attività interattive al fine di ottenere alcuni NFT gratuitamente; si aggiunge, inoltre, la Virtual Metaverse Fashion Week, l’evento che coinvolge brand della moda di portata internazionale che si terrà per la prima volta online, a prova del fatto che questo settore è tra i più coinvolti dalle recenti innovazioni. Anche Tennis Australia ha stretto un accordo con Decentraland per gli Australian Open: verranno ricreati i luoghi più importanti dell’evento e saranno aggiunti contenuti esclusivi e interattivi per gli utenti. È inoltre stato siglato un accordo con lo Stato delle Barbados per la creazione di un’ambasciata nella piattaforma, che permetterà agli utenti di ottenere visti virtuali e passare liberamente da un metaverso ad un altro: questo sviluppo segue le decisioni prese dal governo di El Salvador non troppo tempo fa in merito ai Bitcoin, andando ad alimentare il dibattito sul legame tra politica e tecnologia.

 

Applicazioni future: la realtà virtuale

In un ecosistema dove il confine tra reale e finzione è sempre più labile, nuove tecnologie renderanno l’esperienza nel metaverso più immersiva e coinvolgente: ne è una dimostrazione lo sviluppo della piattaforma in VR (Virtual Reality), che verrà mostrata al pubblico nell’estate di quest’anno. La realtà virtuale è un progetto finanziato dalla DAO di Decentraland, l’organizzazione decentralizzata e autonoma con funzioni amministrative che viene gestita direttamente dagli utenti, la cui volontà è determinante per le decisioni sul futuro della piattaforma.

Un fenomeno molto più ampio

Quella di Decentraland non è una realtà isolata: la fiducia del mercato ha portato alla crescita di altri progetti, tra cui The Sandbox, il principale concorrente, che propone lo stesso tipo di servizi ma con diversa strategia e finanziatori; benché sia qualche passo indietro nello sviluppo rispetto al concorrente, anche questa piattaforma mostra le potenzialità per un largo utilizzo futuro da parte degli utenti.

Il mercato immobiliare nel metaverso è ormai diventato un fenomeno di ampia portata che si trova ancora all’inizio della sua crescita: nello specifico, per le aziende rappresenta un’opportunità per raggiungere un pubblico più ampio, fidelizzare gli utenti e aumentare le vendite, attraverso attività interattive e di intrattenimento, dopo il calo dovuto alla pandemia.

Dal punto di vista degli utenti, invece, vi è la possibilità di accedere ad un mondo vivo e in continua creazione, potendo loro stessi creare ogni genere di contenuto immaginabile ed esprimere la propria volontà su questioni relative alla piattaforma. Tutti questi elementi rendono Decentraland qualcosa di più di un videogioco o di un qualsiasi altro servizio simile precedentemente creato.

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Economia, StartUp e Fintech

Doughnut economics: istruzioni per immaginare una “dolce” era post pandemica

Da qualche anno a questa parte i temi della sostenibilità hanno conquistato le luci della ribalta tanto da permeare completamente le nostre vite e influenzarci anche nelle scelte quotidiane. Una delle tematiche più discusse è senz’altro l’economia circolare. E se la circolarità non bastasse più? Affinché sia possibile, per la nostra specie, continuare ad abitare la terra è necessario un modello che non solo sia circolare ma che si sviluppi all’interno di due limiti: una base sociale e un tetto ambientale. Fortunatamente, questo modello esiste già ed è chiamato: economia della ciambella (“Doughnut economics”).

 

I modelli precedenti

 

Era il 1966, quando fu mossa la prima grande critica agli allora “moderni” modelli di consumo. A puntare il dito contro di essi fu l’economista Kenneth E. Boulding che, nel suo articolo “The Economics of the Coming Spaceship Earth, mostrò come l’economia lineare fosse ormai obsoleta e che per sostenere la crescita di un mondo sempre più volto al consumo sarebbe stato necessario un sistema economico in grado di rigenerarsi da solo garantendo la sua sostenibilità nel lungo e nel lunghissimo periodo.  Da allora, il paradigma di “economia circolare” ridisegnò, almeno idealmente, sia il modo di produrre sia quello di consumare. Eppure la nuova visione continuava a ignorare gli aspetti etici indissolubilmente legati al contesto economico.

Ad accorgersi di ciò prima di tutti gli altri è stata Kate Raworth, economista inglese che lavora per l’Università di Oxford, la quale, dopo decenni passati a studiare e analizzare – quella che lei stessa nel libro “Economia della ciambella” definisce – “una teoria economica frustrante” basata su “strane supposizioni circa il funzionamento del mondo”, ha proposto un nuovo modello che sarà in grado di “raggiungere lo sviluppo senza apportare danni alla Terra”. L’idea di fondo è che l’economia del XXI secolo non possa più essere volta solamente alla crescita ma debba essere capace di garantire la prosperità e per farlo, secondo questa impostazione economica, non basta più apportare qualche modifica ai modelli attuali ma occorre ridisegnarli, perché, per usare le parole di B. Fuller, inventore, architetto, designer, filosofo e scrittore statunitense, “Non puoi cambiare le cose contrastando la realtà esistente. Per cambiare qualcosa prepara un nuovo modello che renda obsoleti quelli esistenti”.

 

L’economia della ciambella

 

Il paradigma che si afferma con la “Doughnut economics”, pur non abbandonando la visione circolare, si sviluppa all’interno di due confini: quello interno relativo alle dimensioni sociali e quello esterno relativo ai limiti ambientali. Tra questi due si estende un’area all’interno della quale lo sviluppo può essere categorizzato come equo e sicuro per l’umanità.

Secondo l’autrice, un’economia, per rimanere all’interno del primo limite, dovrebbe garantire a tutte le persone la disponibilità delle risorse di base (cibo, acqua, assistenza sanitaria ed energia) in modo tale che i diritti umani vengano pienamente rispettati. Lo spazio compreso al di sotto di questo confine è quello in cui si sviluppano le condizioni per la privazione umana e, non a caso, graficamente è rappresentato dal buco della ciambella. Allo stesso tempo, l’economia per essere realmente sostenibile, non dovrebbe mai valicare il confine esterno del grafico, in quanto questa incursione produrrebbe gravi stress ai processi naturali della Terra causando, ad esempio, cambiamento climatico, acidificazione degli oceani e perdita di biodiversità. In pratica, la dimensione ambientale forma un confine esterno, superato il quale si realizzano le condizioni di degrado del Pianeta.

 

Vivere nella ciambella

 

Per quanto ancora poco noto, il concetto dell’economia della ciambella è solo relativamente giovane. Infatti, era la fine del 2011 quando fu presentò per la prima volta alla sede ONU di New York, ma solo nel 2020 questa nuova visione ha conquistato una certa popolarità. La nuova ondata di fama è arrivata grazie al vicesindaco di Amsterdam, Marieke van Doorninck, che ha annunciato che la ripartenza della città dei fiori nel post coronavirus avrebbe avuto “il marchio di una ciambella, cucinata ad Oxford”.

La visione ottimistica della “Doughnut economics” si staglia come un luminoso faro nella notte di questi periodi incerti, già preceduti da anni pieni di noncuranza sociale e ambientale nei quali, a lungo si è creduto, di poter crescere infinitamente in luogo che offre solo risorse limitate. Per quanto siano negative le previsioni per il futuro, esiste fortunatamente ancora la possibilità di lasciarsi guidare da una nuova luce.

Quella attuale è la prima generazione che sembrerebbe aver veramente appreso quanto grande è il danno recato al Pianeta dalla chimera di una crescita illimitata e, se da un lato questo getta i più nello sconforto, dall’altro potrebbe trattarsi un grande privilegio: questa potrebbe essere la prima generazione in grado di attuare una rivoluzione volta a costruire un futuro sostenibile a tutto tondo, o forse, sarebbe meglio dire a ciambella.

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Economia, StartUp e Fintech

Cosa sono veramente gli NFT e come funzionano?

Abbiamo sentito spesso parlare di NFT ultimamente, soprattutto riguardo le opere d’arte virtuale. C’è però molta confusione su questo tema: proviamo a capire meglio di cosa si tratta. NFT è l’acronimo di: Non-Fungible Token (in italiano: gettoni non fungibili). Cosa significa questo?

Iniziamo da token, in informatica, rappresenta una sequenza di simboli che rispetta delle determinate regole. Per fare un esempio pratico: quando inviamo un messaggio in chat, possiamo immaginare l’intero messaggio come un token, ma anche le parole e i caratteri che lo compongono.

Nel mondo blockchain invece, un token, non è altro che un oggetto, in questo caso digitale, che serve ad autenticare qualcosa, tipicamente una persona o un oggetto. Un esempio può essere la carta d’identità di una persona oppure l’etichetta di un prodotto al supermercato che certifica la provenienza dell’alimento.

Ora, cosa significa non fungibili? Sostanzialmente non sono reciprocamente interscambiabili, per cui ogni token è inseparabile dall’oggetto (solitamente digitale) che identifica. Quindi per tornare all’esempio di prima: un mio amico non può utilizzare la mia carta d’identità, perché questo oggetto (la mia carta d’identità) identifica esclusivamente me.

Possiamo quindi definire gli NFT dei certificati di proprietà digitali. È importante comprendere che acquistando un NFT legato a un oggetto digitale, non stiamo acquistando l’oggetto in sé (che sarà quindi potenzialmente accessibile a tutti gli utenti di internet), bensì un certificato (un contratto) digitale che dimostra i diritti sull’oggetto.

Non solo, un NFT può addirittura contenere l’intero contratto di acquisto del suo specifico oggetto. Questo permette di avere il contratto originale sempre consultabile, garantisce inoltre che questo originale che stiamo leggendo non è mai stato modificato, perché è custodito dalla tecnologia blockchain.

Citando AgendaDigitale.euil valore (l’unicità) dell’NFT non poggia davvero sulla tecnologia blockchain, ma sulla fiducia che intercorre fra il venditore e l’acquirente”. Così come quando acquisto un’automobile, il vero valore (l’unicità) del certificato di proprietà dell’auto non risiede nel foglio di carta in sé, ma bensì nella fiducia che ripongo nel venditore e nel sistema che regola questo mondo. La blockchain ci garantisce soltanto che il contratto firmato non può poi essere falsificato.

All’interno dell’NFT è conservato anche un registro dei proprietari, che tiene traccia di tutti i passaggi di mano. Partendo dal creatore stesso, sì scorrono poi tutti i successivi proprietari, fino ad arrivare all’attuale. Questo meccanismo fornisce quindi una prova di autenticità e, al contempo, di proprietà.

Gli NFT permettono anche di frammentare i diritti sull’oggetto, è quindi possibile avere un unico contratto (NFT) che suddivide i diritti di un oggetto tra più proprietari che ne detengono ciascuno una percentuale. E ciascuno di loro può vendere la sua parte o comprarne un’altra, senza dover rivolgersi a tutti i comproprietari.

Attualmente si utilizzano NFT principalmente per oggetti digitali, che possono essere letteralmente qualsiasi cosa. Un’immagine, una canzone, un pezzo di codice, ecc. Insomma, l’unico limite è la fantasia. Però si prestano bene anche con oggetti reali e inizieremo a vederli sempre più spesso. Possono ad esempio essere usati per opere d’arte fisiche, collezioni limitate, per le automobili, prodotti alimentari con provenienza certificata, ecc. Con gli anni, gli NFT potrebbero diventare lo standard per i contratti d’acquisto nella vita di tutti i giorni. Dall’acquisto di una casa, alla spesa al supermercato.

 

Per un computer, questi contratti (o certificati) vengono rappresentati in memoria sotto forma di lunghissime sequenze di zeri e di uno. Questa sequenza viene sintetizzata in un’altra molto più corta, chiamata hash. Viene generata grazie ad una funzione di hashing, riportando la descrizione di Wikipediaè un algoritmo matematico che mappa un messaggio in una stringa binaria (composta da zeri e uno) di dimensione fissa”. Questo hash deriva quindi direttamente dall’oggetto digitale che lo ha prodotto (cioè il contratto contento nell’NFT). Chi lo possiede può facilmente ricostruire l’oggetto originale, mentre è praticamente impossibile per chiunque altro.

Salviamo quindi l’hash con una marca temporale, cioè un servizio che permette di associare data e ora certi ad un documento digitale (e che non può essere contraffatto, ad esempio non può essere postdatato). Infine lo memorizziamo su una delle blockchain che forniscono questo tipo di smart contract.

Gli smart contract sono dei programmi informatici che implementano delle istruzioni condizionali all’interno della blockchain, quindi istruzioni del tipo if / then. In sostanza sono dei processi automatizzati, che all’accadere di un evento eseguono una determinata azione, ad esempio: se ricevono un pagamento, allora rilasciano un servizio.

Per fare un po’ di chiarezza: esistono tante blockchain, che si basano su tecnologie diverse. Originariamente sono nate per lo scambio di criptovaluta, successivamente, prima tra tutte quella di Ethereum, hanno iniziato ad ampliare i servizi offerti, implementando gli smart contract.

Gli NFT resteranno consultabili sulla blockchain su cui sono ospitati finché questa resterà attiva. Dal punto di vista della sicurezza informatica, il mondo blockchain è super efficiente, mentre sul piano energetico questa tecnologia consuma tantissima energia elettrica. Al momento i costi energetici per la sola creazione di un singolo NFT, sulla blockchain di Ethereum, può arrivare a toccare i $100, mentre il costo di trasferimento di un NFT attualmente si aggira intorno ai $40. C’è però da ricordare che la blockchain è una tecnologia molto recente che col tempo migliorerà sensibilmente la sua efficienza. Inoltre, servendosi della blockchain, anche i pagamenti (per l’acquisto e la vendita di NFT) sono resi sicuri e decentralizzati.

 

Siamo abituati a associare gli NFT principalmente alle opere d’arte digitali. In realtà non è sbagliato, si prestano benissimo a questo impiego, però è una visione estremamente limitante delle potenzialità di questo strumento.

Dimentichiamoci per un attimo del mondo dell’arte, per entrare invece in quello della moda. In un futuro relativamente recente, avremo la possibilità di verificare l’originalità (e di mostrarla agli altri) della borsa che abbiamo appena acquistato, e il tutto in un istante grazie ad uno smartphone con una connessione ad internet. Nike è un pioniere in questo settore: oltre a vendere la linea CryptoKicks, cioè un paio di scarpe (reali) con associato un certificato di autenticità basato su NFT, si sta cimentando nella vendita di indumenti virtuali per il metaverso.

Alcuni videogiochi hanno già iniziato a utilizzare NFT per identificare le risorse del gioco (monete, skin, potenziamenti, ecc.). Le risorse possono essere scambiate su mercati di terze parti (esterni al gioco), e dunque senza l’autorizzazione dello sviluppatore del gioco.

Il settore musicale ha già iniziato a vendere grazie agli NFT, sia album in edizione limitata, sia i diritti stessi dei brani. Presto gli NFT sconfineranno anche nel mondo della fotografia e del cinema.

Nel mondo notarile consentirà di risparmiare settimane di visure,visualizzando lo storico dei proprietari di un immobile in pochi secondi.

Sugli scaffali dei supermercati del futuro potremmo trovare un QR code su ogni alimento, che ci indirizzi all’NFT associato. Questo token, potrà contenere informazioni certe su data, ora e luogo di produzione. Ma anche le modalità di allevamento, i pesticidi utilizzati, il tempo di stagionatura e potenzialmente qualsiasi altra informazione.

Nelle industrie gli NFT, oltre ad assicurarci ad esempio che l’automobile che abbiamo comprato sia autentica, ci permetteranno addirittura di verificare che ogni singolo bullone sia anch’esso autentico. Potremmo quindi controllare se il meccanico utilizza davvero ricambi originali.

Per capirne il vero potenziale, dobbiamo renderci conto che gli NFT possono essere usati con tutti quegli oggetti che sono regolamentati da omologazioni e certificazioni. Tipo i sistemi di sicurezza di un aereo o i freni di un’auto. Quindi aggiungeranno un livello di sicurezza in più a tutti quei sistemi a cui affidiamo quotidianamente le nostre vite.

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Economia, StartUp e Fintech

Cosa significa innovare nel settore assicurativo: l’esempio delle start up Pula e Marshmallow

Anche un settore tradizionale come quello delle assicurazioni negli ultimi anni è stato interessato dall’innovazione tecnologica e pure in questo campo l’Intelligenza Artificiale e le altre nuove tecnologie si sono dimostrate forti alleate quando ben sfruttate nelle loro potenzialità. Dopo il termine Fintech, non è raro sentire oggi parlare di Insurtech (l’unione dei termini insurance e technology), che indica proprio le nuove tecnologie applicate alle assicurazioni, in particolare le assicurazioni del ramo danni. La recente emergenza sanitaria inoltre ha dato un ulteriore impulso all’innovazione che è stata particolarmente evidente nel settore finanziario.

Come emerge da un articolo del blog di N26, le nuove società Insurtech hanno un grande vantaggio competitivo che le differenzia dai grandi colossi delle assicurazioni e dai loro tradizionali modelli di business: proprio l’uso di strumenti innovativi. Grazie all’elaborazione di dati reali anziché l’utilizzo di modelli statistici che suddividono la popolazione in ampie categorie, è possibile offrire polizze costruite su misura e più vicine alle caratteristiche dei singoli clienti. Inoltre, le società Insurtech offrono servizi più smart come app per la gestione delle polizze oltre a una maggiore efficienza e tempi burocratici più brevi grazie alla digitalizzazione dei processi.

 

Danni ambientali – L’esempio di Pula

Le nuove opportunità in un settore tradizionale come quello assicurativo hanno aperto le porte a molte nuove attività imprenditoriali che propongono soluzioni e prodotti innovativi; un ambito in cui sono nate diverse start up è quello della copertura dai danni ambientali, considerate le conseguenze che il cambiamento climatico sta provocando ad esempio a molte attività agricole.

In un articolo del Financial Times viene approfondito quello che sono riuscite a fare alcune start up Insurtech per supportare gli imprenditori agricoli nei paesi emergenti, soprattutto i piccoli agricoltori che non possono permettersi di acquistare alcune costose polizze assicurative; la mancanza di copertura dai danni provoca inoltre un ulteriore effetto ossia la riluttanza di agricoltori e allevatori a fare investimenti in nuove tecnologie per la loro attività. Pula è una di queste start up Insurtech: “Utilizza il Machine Learning e i dati storici di clima e produzione per offrire un’assicurazione basata su un indice di resa per area per gli agricoltori” si legge nell’articolo del Financial Times, “Questo tipo di copertura basa i pagamenti sulla rendita media di un’area e in questo modo gli agricoltori ricevono un indennizzo se la rendita media raggiunta in una stagione è minore rispetto alla rendita assicurata”. Pula offre anche altri servizi e prodotti per i quali gli agricoltori assicurati possono beneficiare di migliori condizioni per via della forza contrattuale della start up.

I problemi del cambiamento climatico e della volatilità dei prezzi non riguardano però solo i paesi emergenti ma sempre più anche le economie avanzate con gravi conseguenze, come accadde nel 2015 a Chicago quando la caduta del prezzo del latte mise in ginocchio molte famiglie.

 

Assicurazione auto – La start up Marshmallow

Nel Regno Unito sta avendo molto successo la start up Marshmallow che offre un’assicurazione auto in cui sono compresi molteplici servizi, oltre la presa in carico della compensazione di CO2 delle prime 500 miglia – circa 800 km – per ogni polizza venduta (iniziativa in collaborazione con ClimatePartner).

I fondatori della start up raccontano sul sito come è nata la loro idea: definiscono il settore assicurativo broken (“rotto”) e i sistemi tradizionali “impersonali” e “obsoleti”, i preventivi estremamente costosi. Hanno deciso così di cercare di portare un cambiamento, partendo dall’offrire assicurazioni auto più economiche ma con l’obiettivo ultimo di trasformare l’intera industria. I servizi e prodotti da loro offerti sono più rapidi, con un supporto clienti attivo 24h e sette giorni su sette, gestione delle polizze con app o da sito e soprattutto più giusti rispetto al calcolo dei preventivi e nell’inclusione di una più ampia platea di clienti altrimenti rifiutati da altre compagnie di assicurazione, tutto ciò grazie all’uso della tecnologia e all’analisi dei dati.

 

Il rapporto degli assicuratori con l’Intelligenza Artificiale

La società di revisione e consulenza PwC ha pubblicato i risultati di una sua indagine e di un sondaggio proposto ad alcune aziende statunitensi di assicurazioni che usano l’Intelligenza Artificiale per la loro attività, dal quale sono emerse interessanti evidenze: quasi due società di assicurazioni su tre che ha investito in IA ha riscontrato benefici in termini di soddisfazione dei clienti mentre quasi la metà di queste società dichiara che l’IA ha favorito i processi decisionali. Di seguito gli ambiti in cui gli investimenti in Intelligenza Artificiale hanno avuto profitto:

 

 

Ai primi posti dunque ci sono una miglior esperienza dei clienti e un supporto nel prendere decisioni, ma compaiono anche benefici in termini di innovazione di prodotto e servizio, incremento di produttività o efficienza e riduzione dei costi.

Dall’altro lato non mancano le preoccupazioni di chi usa questa tecnologia per quanto riguarda i rischi di attacchi informatici e la privacy dei clienti, anche se i rischi non sono legati alla tecnologia in sé ma a un problema più ampio ossia la mancanza di competenze tecniche specifiche per una gestione appropriata ed efficiente dell’Intelligenza Artificiale. Inoltre, talvolta permane una certa titubanza nell’introdurre questi strumenti in azienda e anche laddove vengano fatti gli investimenti, mancano strutture organizzative e strategie ben definite.

Ciò che è necessario sono investimenti in formazione continua, oggi più che mai, e sensibilizzazione riguardo ai vantaggi di accogliere l’innovazione e pensare al di fuori degli schemi senza timore.

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Economia, StartUp e Fintech

Investimenti sostenibili e rating ESG

La sostenibilità della finanza viene da tempo studiata e analizzata ma è solo di recente che è diventata argomento frequente di discussione, complice la maggiore attenzione che viene posta sul rispetto dell’ambiente e il raggiungimento di determinati obiettivi di inquinamento entro scadenze fissate a livello globale. Sempre più imprese dichiarano di svolgere attività sostenibili e attente all’ambiente ma non solo, crescono di importanza il rispetto dei diritti dell’uomo, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e l’adozione di criteri etici di gestione aziendale.

 

Come sono legate la finanza e la sostenibilità, e in particolare i criteri ESG dei quali sentiamo spesso parlare?  Innanzitutto, i criteri ESG (Environmental, Social, corporate Governance) permettono di valutare l’impatto a livello ambientale, sociale e di governance di un’attività; tali valutazioni vengono assegnate a titoli, fondi di investimento ed emittenti per misurarne appunto la sostenibilità e permettere agli investitori di poter fare scelte responsabili. Esempi di indicatori ESG possono essere le emissioni di COdi un’azienda per il pilastro “E”, le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro per il pilastro “S” o il numero di donne presenti nel consiglio di amministrazione per il pilastro “G”.

 

A livello nazionale Borsa Italiana ha recentemente annunciato l’avvio del progetto ESGeneration Italy, insieme alla Federazione Banche Assicurazioni e Finanza e il Forum per la Finanza Sostenibile, che ha l’obiettivo di condurre l’Italia in una posizione emergente e in un ruolo attivo all’interno del panorama internazionale della finanza sostenibile. Come riportato sul sito ufficiale tale progetto è ispirato ai principi di promozione dei criteri ESG, di trasparenza e di prospettiva di medio-lungo termine, i medesimi che sono alla base dell’atto costitutivo di un investimento sostenibile e responsabile della finanza italiana firmato da tre associazioni tra cui l’Associazione Bancaria Italiana.

 

Il 18 ottobre 2021 Euronext, il principale mercato finanziario nell’Eurozona, ha dato il via all’indice di borsa MIB ESG che è il primo indice ESG dedicato alle blue-chip italiane (le società con la maggiore capitalizzazione) con l’obiettivo di evidenziare quelle con le migliori prestazioni e quindi con un più alto punteggio (rating ESG). Tale punteggio viene assegnato sulla base di 38 criteri suddivisi in 6 aree principali legate alle responsabilità ambientali, sociali e di governance delle aziende; in particolare ad ogni azienda viene assegnato un punteggio da 1 a 100 che è rivisto ogni tre mesi.

 

Sono sempre più frequenti gli annunci di banche e altre istituzioni finanziarie che invitano a investire in maniera responsabile e scegliere di supportare imprese con alti rating ESG. Amundi, società di gestione del risparmio, ha creato un mini-sito in cui espone il suo piano triennale per diventare 100% ESG e le azioni intraprese per far sì che tutti i loro fondi di investimento abbiano alti rating ESG senza sacrificare i rendimenti finanziari degli stessi. Le due cose non si escludono: come rivela uno studio di Amundi gli investitori che indirizzano i propri risparmi in fondi ESG ottengono rendimenti più alti; la stessa informazione la troviamo in un articolo de il Sole 24 Ore che riporta come l’andamento dei titoli in borsa di società con rating ESG più alto sia maggiormente favorevole, considerando il medio-lungo termine.

 

Il problema risiede piuttosto nella corretta valutazione dell’effettivo rispetto dei criteri ESG da parte delle società, soprattutto dal punto di vista ambientale per via di comunicazioni scorrette ad esempio, che non corrispondono a impegni reali di riduzione dell’inquinamento. Un recente report dell’OCSE inoltre analizza le pratiche di mercato  e i principali problemi di investimenti ESG e transizione climatica, fornendo alcune soluzioni. I problemi evidenziati riguardano la scarsa comparabilità attuale dei diversi sistemi di rating ESG e la qualità dei dati utilizzati per le decisioni di investimento, risolvibile mediante un intervento più ampio e incisivo delle autorità regolatrici; il disallineamento tra il criterio ambientale dei rating ESG e la transizione ecologica, questione che richiede una maggior trasparenza e un maggior dettaglio dei punteggi usati per i rating ESG; infine il report indica la necessità di <<rafforzare l’integrazione dei rischi e delle opportunità della transizione climatica in strutture di mercato e prodotti in modo che migliori l’efficienza del mercato per supportare un’ordinata transizione a basse emissioni di carbonio>>.

È urgente la collaborazione tra paesi e la definizione di precise pratiche comuni per permettere una reale transizione verso la sostenibilità e permettere a tutti di collaborare, perché ognuno con le proprie scelte può fare la differenza.