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Netflix crolla in borsa: come reagirà il colosso dello streaming?

Lo scorso 20 aprile, Netflix ha perso il 35.1% in borsa e ha visto andare in fumo circa 58 milioni di capitalizzazione di mercato. Considerando che, nel corso del primo trimestre di quest’anno, Netflix aveva già perso 200 mila abbonati (il calo atteso per questo secondo trimestre è di 2 milioni), sembrerebbe sia iniziata la fase di declino per la grande N dello streaming. Ma a cosa è stato dovuto questo crollo? E come ha intenzione di reagire il colosso dello streaming? Ne parliamo in questo articolo.

 

Le cause del crollo

Netflix, ufficialmente, ha addotto come causa di questo crollo la perdita di circa 700 mila utenti in Russia dovuta al ritiro della piattaforma dal paese a seguito della guerra in Ucraina. Ma, in realtà, le cause che possono spiegare questa perdita di valore in borsa sono ben altre. In primo luogo, va considerato il fatto che Netflix ha aumentato il prezzo dei suoi abbonamenti nell’ultimo anno  (di 1 euro per l’abbonamento standard e di 2 per il premium) e ciò, specialmente in un momento di crisi economica come questo, avrebbe potuto portare molti utenti a scegliere di rinunciare alla piattaforma. Inoltre, ulteriori aumenti di prezzo sono previsti nei prossimi mesi: in Irlanda e Regno Unito il prezzo è già ulteriormente aumentato di 2 sterline. Bisogna, poi, considerare che negli ultimi anni la concorrenza nel mercato dello streaming si è fatta sempre più forte. Disney+ e Amazon Prime Video offrono servizi che poco hanno da invidiare a Netflix e decisamente più economici (8.99 euro al mese per Disney+ e 36 euro annuali per l’abbonamento Prime di Amazon). L’effetto Pandemia potrebbe aver anche giocato un ruolo non irrilevante: ora che le politiche restrittive stanno pian piano scomparendo, molti utenti iscritti alla piattaforma durante i vari lockdown potrebbero non sentirne più la necessità. Infine, piaga che da sempre affligge Netflix, è la condivisione degli account. Sebbene, infatti, inizialmente il colosso dello streaming avesse scelto di far “buon viso a cattivo gioco” e consentire la pratica, oggi Netflix si ritrova con circa 320 milioni di fruitori di contenuti a fronte di “soli” 222 milioni di iscritti. Un utente su tre sarebbe, quindi, “a scrocco” di altri utenti e risulterebbe non pagante per Netflix.

 

Le prossime mosse di Netflix

Per cercare di risolvere il problema degli utenti non paganti, Netflix sta già sperimentando in Cile, Perù e Costa Rica l’introduzione di un pagamento aggiuntivo di circa 2 euro per accedere al proprio account fuori casa, a far fede dovrebbe essere l’indirizzo IP. Inoltre, Reed Hastings, ad e co-fondatore di Netflix, ha dichiarato che la compagnia ha intenzione di introdurre un abbonamento low cost con pubblicità, come avviene con le piattaforme rivali Hulu e HBO Max che in media propongono circa 6 minuti all’ora di pubblicità a chi sottoscrive l’abbonamento più economico. Dal punto di vista più aziendale, per contenere i costi, purtroppo, Netflix si è vista costretta a tagliare circa 150 posti di lavoro negli Stati Uniti. Per lo stesso motivo diversi contenuti annunciati sono stati cancellati – per lo più nel campo dell’animazione – tra cui la prevista serie animata di Meghan Markle. Resta, inoltre, da vedere quanto la neonata sezione videogame di Netflix influirà sugli abbonati anche se, al momento, non sembrerebbe aver avuto un impatto positivo sugli iscritti.

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La divulgazione scientifica in Italia tra tradizione e innovazione: il caso di SuperQuark+

Parlare di scienza non è semplice, a maggior ragione in un ecosistema comunicativo dove si sono accelerati i processi di fruizione del contenuto: come si può approfondire discipline come la medicina, la geologia o l’astronomia, quando si è abituati a guardare video da 30”?

Eppure, se si scava più a fondo, si scopre che l’interesse anche fra i più giovani c’è: ad esempio, su Instagram gli hashtag #divulgazione e #divulgazionescientifica sono rispettivamente citati 115 mila e 66 mila volte, mentre su TikTok hanno ottenuto rispettivamente 41,3 milioni e 10,5 milioni di visualizzazioni.

Non solo: come racconta l’osservatorio di etnografia digitale BeUnsocial, sono molti i casi di YouTuber scienziati, che sui propri canali scelgono parlare di temi altamente complessi, con risultati di tutto rispetto.

Come intercettare quindi un pubblico sempre più elastico e poco fidelizzato, ormai abituato a reperire online ciò che fino a pochi anni fa era tradizionalmente legato ai cosiddetti old media?

I tentativi sono stati diversi. Uno dei più interessanti è quello fatto da un’istituzione della tv italiana, SuperQuark, il format ideato da Piero Angela e che sta progressivamente riacquistando molti consensi, anche dai più giovani.

Nel 2019 la redazione del programma ha introdotto per RayPlay SuperQuark+, uno “spinoff” di SuperQuark rivolto al pubblico dove lo storico conduttore è affiancato a turno da cinque divulgatori: Davide Coero Borga (laureato in filosofia della scienza), Giuliana Galati (dottore di ricerca in fisica delle particelle), Luca Perri (dottore di ricerca in fisica e astrofisica), Edwige Pezzulli (dottore di ricerca in astrofisica) e Ruggero Rollini (laureato in chimica): un incontro insomma fra una voce “classica” e una più “innovativa”, che punta a creare un mix attrattivo anche per chi ormai non concepisce più di guardare i documentari in prima serata.

Il programma, reperibile in esclusiva in streaming sulla piattaforma della rete di stato, punta a intercettare l’interesse verso le scienze, parlando però un linguaggio più fresco e coinvolgente.

Pe farci spiegare come si possa lavorare a una divulgazione scientifica che sia più innovativa e cammini nel solco della tradizione abbiamo intervistato Paolo Magliocco, giornalista e autore televisivo in RAI dove si occupa di SuperQuark e SuperQuark+.

 

Come è nata l’idea di Superquark+?

È un’idea maturata poco alla volta: a Piero Angela è stato proposto di creare una versione sul web di Superquark per rafforzare RaiPlay. La strategia della Rai era creare un prodotto dedicato esclusivamente al web. Piero Angela mi ha chiesto in particolare di seguire l’elaborazione del progetto ed è nata l’idea di coinvolgere dei divulgatori più giovani rispetto alla squadra storica di Superquark e di cambiare un po’ il formato: non fare più soltanto il magazine con i servizi all’interno, ma costruire delle puntate monotematiche o addirittura, come è stato nell’ultima edizione, una serie monotematica.

Quali sono le differenze nella scrittura di un programma web rispetto a quello televisivo?

Per noi non ci sono state grandi differenze nella scrittura del programma, anche perché abbiamo mantenuto uno stile simile a quello di Superquark che ci ha permesso di mantenere il pubblico affezionato e contemporaneamente trovare un pubblico nuovo che difficilmente guarda la TV tradizionale.
La breve durata dei singoli video di SuperQuark+ costringe a focalizzarsi su un numero minore di informazioni, centrando immediatamente l’obiettivo, al contrario di un servizio televisivo che in sei-sette minuti permette di avere una premessa, uno svolgimento e una conclusione.
Rispetto al prodotto televisivo che è un magazine e dunque strettamente collegato con l’attualità, per Superquark+ abbiamo deciso di non partire dalle scoperte più recenti, ma di concentrarci su un campo più ampio che permettesse alle puntate di rimanere attuali per un periodo di tempo più lungo.
Per quanto riguarda invece la regia invece bisogna concepire le riprese da un punto di vista diverso, perché bisogno tener conto che il programma sarà visualizzato da uno schermo più piccolo.

Quali saranno i cambiamenti della divulgazione scientifica sul web, a tuo parere?

Per molto tempo non è stato chiaro quale direzione avrebbe preso il web, sono state tentate molte strade diverse e si è avuto molto spazio per sperimentare.
Per il futuro è difficile dirlo, il web evolve molto velocemente e in direzioni diverse. C’è spazio per la sperimentazione: per esempio SuperQuark+ è passato da avere in ogni stagione puntate su argomenti diverse collegate da un fil rouge ad avere una stagione monotematica sull’amore, argomento che raggiunge un pubblico trasversale.
Secondo me, una tendenza di cui bisognerà tenere conto è la propensione del pubblico a rimanere connesso sempre più a lungo: non c’è più solo una fruizione compulsiva alla fermata della metropolitana, ma il web sta ormai divenendo un’abitudine, basti pensare alla durata delle puntate dei podcast scientifici (generalmente da trenta a sessanta minuti, ndr.) e che sono molto seguiti.

Se siete curiosi di scoprire come sia SuperQuark+, tutte le stagioni sono disponibili sui RaiPlay.

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Academy Awards: un declino inevitabile?

Gli Academy Awards – meglio noti come gli Oscar – sono da sempre un evento con un prestigio e una rilevanza internazionale, eppure, da qualche anno sembrano aver perso il loro appeal. Se sommiamo gli spettatori dell’evento degli ultimi due anni, infatti, si raggiunge a stento la metà degli spettatori che seguivano lo show in un anno qualsiasi del primo decennio di questo secolo. A cosa è dovuta questa perdita di interesse verso l’evento live? Cosa sta cercando di fare l’Academy per riconquistare pubblico e attirare gli spettatori più giovani? Ne parliamo in questo articolo.

Come sono andati gli ultimi anni?

Gli Oscar, oltre ad essere il premio più prestigioso in ambito cinematografico, sono anche il più antico e la prima edizione dell’evento risale al 16 maggio 1929, con una piccola cerimonia durata circa 5 minuti e a cui assistettero 250 spettatori. Negli anni, le iconiche statuine d’oro con cui vengono premiati film, attori, registri e altri artisti da ormai 93 anni sono diventate un simbolo riconoscibile anche da chi non segue il mondo del cinema. Per questo parlare di “declino” in senso stretto potrebbe risultare un po’ fuorviante. Gli Oscar, infatti, mantengono tutt’ora la loro massima importanza nel settore. Ciò nonostante gli andamenti degli ascolti negli ultimi anni parlano chiaro.

 

grafico statista

Come si può facilmente vedere dal grafico di Statista, dal 2014 in poi è iniziata una lenta dispersione degli spettatori che sono scesi da quasi 44 milioni a circa 10 milioni nel 2021. Certo, quest’anno abbiamo visto una crescita di più del 50% rispetto allo scorso che, probabilmente, è stata in parte dovuta all’ormai tristemente famoso schiaffo di Will Smith. Certo è, però che 15 milioni di spettatori restano una miseria per un evento storico ed internazionale come gli Academy Awards. Per capire meglio quanto questo numero sia basso, basti considerare che la finale del Festival di Sanremo 2022 (evento in lingua italiana e per questo, checché se ne dica, con meno appeal internazionale) è stata seguita da più di 13 milioni di telespettatori. Ma a cosa può essere dovuto questa perdita di interesse?

Le critiche all’Academy

Senza considerare che l’audience televisiva sta diminuendo in generale a favore del web, questa perdita di pubblico può essere stata dovuta alle diverse critiche che hanno colpito l’Academy negli ultimi anni. Gli organizzatori degli Oscar sono stati, infatti, spesso accusati di prediligere la valorizzazione di argomenti percepiti come politici, quali la diversità e l’uguaglianza, all’effettiva qualità del film premiato. Lo show in sé è stato, inoltre, spesso criticato per l’eccessiva lunghezza, la lentezza del ritmo, la pochezza di contenuti di intrattenimento e, più in generale, per essere poco “giovanile”. Spesso, inoltre, vengono celebrati agli Oscar film che hanno poco appeal verso il pubblico generalista e che, quindi, rendono la premiazione poco interessante e coinvolgente.

Oscar 2022: salvare il salvabile?

Nell’ultima edizione, dopo i disastrosi dati d’ascolto del 2021 (probabilmente causati anche dalla Pandemia), l’Academy ha tentato di “ringiovanire” lo show presentando diverse novità. Innanzitutto, dopo tre edizioni prive di conduzione, si è deciso di affidare la presentazione degli Oscar a un cast tutto femminile affiancate da nomi storici dell’industria televisivo-cinematografica per tutta la serata. Per rendere più veloci i tempi, si è scelto di tagliare dalla diretta televisiva la premiazione di 8 delle categorie meno seguite (miglior cortometraggio documentario, miglior montaggio, miglior trucco e acconciatura, miglior scenografia, miglior cortometraggio d’animazione, miglior cortometraggio, miglior sonoro), mostrandone solo delle brevi clip dell’assegnazione dei premi. È stato, infine, introdotto il premio al film “fan favorite” per aumentare le interazioni con il pubblico giovane online. Per questa categoria, infatti, è stato possibile votare via Twitter il proprio film preferito tra dieci candidati.

Queste mosse hanno funzionato? . Se da un lato l’Oscar al film preferito del pubblico ha generato dibattito online e interazione tra gli utenti, c’è anche da dire che, di fatto, la questione si è risolta in una lotta tra fan-base e che , per qualche giorno, ha messo in ridicolo l’iniziativa quando Cenerentola di Key Cannon (non certo un “filmone”) risultò essere in testa al sondaggio. Pure la decisione di tagliare dalla cerimonia la premiazione di 8 categorie non sembra aver avuto particolarmente senso dato che l’evento ha finito, comunque, per sforare le tre ore previste. Alla luce di tutto ciò, pare, davvero, che il buzz creato attorno all’eccessiva reazione di Will Smith possa essere l’unica spiegazione per la migliore performance d’ascolti rispetto lo scorso anno. Edizione del 2021 che, è bene notarlo, si svolse, tra l’altro, in versione ridotta e ridimensionata a causa del covid.

Insomma, sembrerebbe che l’Academy dovrà prendere scelte decisamente più radicali e innovative per tornare ai fasti di un tempo, gli Oscar riusciranno a risollevarsi?

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Microsoft e Sony: le grandi del mercato console si espandono

Negli ultimi mesi, Microsoft e Sony, i due principali player del mercato console, hanno iniziato una “campagna acquisti” che mira ad espandere le line-up di titoli in esclusiva delle due rispettive console competitor, Xbox Series X e PlayStation 5. In particolare, per ora, si parla di “sole” due grandi operazioni ma che, tuttavia, lasciano intravvedere grossi cambiamenti nel mercato, soprattutto tra gli studi medio-grandi.

Microsoft acquista Activision-Blizzard: un affare storico

Il 18 gennaio, con una mossa che ha stupito molti nell’industria videoludica, Microsoft ha acquisito, con un investimento di circa 70 miliardi di dollari, Activision-Blizzard, la terza società di gaming al mondo per vendite dopo Tencent e Sony.

In questo modo, la compagnia di Redmond è entrata in possesso non solo degli enormi studios della compagnia americana ma anche di tutte le sue celebri proprietà intellettuali. Tra i giochi che in un futuro non troppo lontano potrebbero diventare esclusiva Xbox ci sono quelli delle serie Call of Duty, Crash Bandicoot, Warcraft e Overwatch. Senza considerare che Activision-Blizzard aveva già assorbito, a sua volta, King Digital Entertainment, compagnia dietro i successi mobile di Candy Crush Saga e Bubble Witch Saga. Certo, resta il fatto che al momento Microsoft ha affermato di non rendere i giochi Activision-Blizzard sue esclusive console, ma sembra chiaro che la prospettiva di avere un parco titoli dedicato alle sole console Xbox non può che far gola alla compagnia fondata da Bill Gates. Soprattutto ora che punta sempre di più sul suo Game Pass, di cui vi abbiamo brevemente parlato in questo articolo.

Sony rilancia comprando Bungie: è abbastanza?

Poche settimane dopo la mossa di Microsoft, Sony annuncia di aver acquistato lo studio Bungie, autori del celebre sparatutto-RPG online Destiny e dei primi Halo. L’operazione è costata alla compagnia giapponese circa 4 miliardi di dollari e, nonostante Bungie manterrà la sua indipendenza creativa, renderà tutti i futuri titoli dello studio esclusiva PlayStation.

Ovviamente, l’acquisto di una software house come Bungie non può minimamente essere paragonato all’acquisizione di Activision-Blizzard. Tuttavia rende chiaro come Sony non abbia intenzione di restare a guardare e intenda espandere il suo parco titoli acquisendo altri studios. Tant’è che a Sony, pare, risultino ancora altri 10 miliardi di dollari pronti per essere investiti in altre acquisizioni da qui al 2023. Secondo molti analisti ed esperti, i prossimi obiettivi nel mirino di Sony potrebbero essere le due compagnie giapponesi Capcom, famosa per le serie Street Fighter e Monster Hunter, e Konami, che nonostante il “basso profilo” degli ultimi anni resta un nome storico e altisonante nel settore.

Nintendo resta all’angolo?

In tutto questo qualcuno potrebbe lecitamente chiedersi se anche Nintendo abbia intenzione di fare acquisizioni importanti a breve. Infatti, anche se sarebbe una forzatura definire la Nintendo di oggi una competitor diretta di Sony e Microsoft, non si può ignorare il fatto che Nintendo Switch è attualmente una delle console più vendute della storia. Nintendo cercherà dunque di seguire la strada tracciata da Sony e Microsoft acquisendo studi di terze parti? Per ora la risposta sembrerebbe negativa. Shuntaro Furukawa, presidente della compagnia di Kyoto, ha infatti dichiarato che “il nostro brand è stato costruito sulla base di prodotti realizzati con dedizione da parte dei nostri dipendenti, avere sotto il nostro controllo un grande numero di persone che non possiedono il DNA Nintendo non sarebbe un vantaggio per la nostra azienda”. Posizione comprensibile se si considera che Nintendo ha già uno sconfinato numero di proprietà intellettuali a cui ricorrere per produrre i propri videogiochi first-party.

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Pokémon: cronaca di un successo decennale

Con ben 110 miliardi di dollari incassati dal 1996 a oggi, Pokémon è il franchise mediatico di maggior successo della storia. Il dato potrebbe stupire, considerando che nella classifica rientrano marchi come Topolino e Winnie The Pooh, ma solo fino ad un certo punto: d’altronde chi non conosce almeno il nome di un Pokémon? Pikachu è, ormai da anni, considerato da molti il “Topolino giapponese”. Ma come è nata la mania dei mostriciattoli tascabili negli anni ’90 e come ha ritrovato nuova linfa nell’ultimo decennio? In questo articolo cercheremo di esaminare tutta la storia del brand, dalle origini ai giorni nostri.

 

Insetti e sale giochi: le origini

 

Il brand Pokémon nacque dalle menti di Satoshi Tajiri, un uomo giapponese con la passione per gli insetti, e del suo amico Ken Sugimuri, illustratore che diede vita alla maggior parte dei design delle prime creature tascabili. I due si conobbero in una sala giochi nel 1982 e fondarono la rivista di videogiochi “Game Freak”. Nome, quest’ultimo, che verrò riutilizzato sette anni più tardi da Tajiri per la sua software house.

Tajiri vide per la prima volta un Game Boy nel 1991 e, notando il cavo Game Link (NDR, accessorio necessario per consentire il gioco multiplayer tra due Game Boy), immaginò degli insetti passare da una console all’altra. Così nacque l’idea dei mostriciattoli tascabili e Game Freak si dedicò completamente allo sviluppo dei primi due storici titoli della saga – Pokémon Rosso e Pokémon Verde – per i sei anni successivi.

 

Il successo tra gli anni ’90 e i primi anni 2000

 

Nonostante le iniziali perplessità della publisher Nintendo, Pokémon Rosso e Verde furono pubblicati in Giappone il 27 febbraio 1996 riscuotendo un discreto successo. Per quanto possa sembrare assurdo, infatti, le vendite dei due titoli per Game Boy ebbero un vero e proprio boom quando fu resa nota l’esistenza nei giochi del Pokémon Mew, ottenibile solamente attraverso un concorso della celebre rivista giapponese per ragazzi Coro Coro. Questo concorso ebbe un enorme successo e contribuì a far conoscere i Pokémon nel Paese del Sol Levante. Determinante fu anche la scelta di distribuire il gioco in due versioni parallele – Rosso e Verde per l’appunto – con lo scopo di invogliare i giocatori a incontrarsi e scambiarsi i Pokémon non ottenibili nella propria versione tramite Game Link.

Con l’aumento vertiginoso delle vendite dovute al concorso, Game Freak decise di pubblicare subito Pokémon Blu, una versione leggermente corretta dei titoli originali. Quest’ultima versione è, poi, quella che è stata pubblicata in Nord America nel settembre 1998 e in Europa nell’ottobre 1999, con i titoli di Pokémon Rosso e Pokémon Blu.

 

La serie principale: come funzionano i giochi Pokémon?

 

Ma facciamo un passo indietro, come funzionano i giochi Pokémon della saga principale? Essenzialmente si tratta di una serie di giochi di ruolo in cui il giocatore impersonifica un “allenatore di Pokémon” con lo scopo di diventare il Campione (sconfiggendo i vari personaggi che dovrà affrontare nel corso dell’avventura) e di collezionare tutte le creature tascabili. Nonostante non fossero il “core” dell’idea originale di Tajiri, le lotte a turni tra Pokémon hanno, vista la loro stratificazione strategica, originato un vivace ambiente competitivo che ha portato, nel 2004, alla nascita della prima Pokémon World Championships. Competizione che ha visto, nel 2021, trionfare l’Italia con la vittoria di Leonardo Bonanomi.

Questa struttura doppia – lotte e collezionismo – è rimasta, con le dovute evoluzioni, essenzialmente intatta fino ad oggi. Tant’è che chiunque abbia giocato a un titolo Pokémon negli anni ’90 difficilmente avrà problemi ad ambientarsi in una delle ultime iterazioni del franchise. Questo rispetto verso i fan storici, forse, è un’altra delle chiavi del duraturo successo dei Pokémon.

 

Variare è la regola, gli spin-off

 

Nonostante i giochi della serie principale siano sempre stati i più venduti (basti pensare che il recente Pokémon Legends Arceus ha già surclassato le vendite dello spin-off non free-to-play di maggiore successo, Pokémon Stadium del 1999), The Pokémon Company, la compagnia che gestisce tutto ciò che porta il marchio Pokémon dal 1998, ha sempre distribuito anche videogiochi che si discostano dalle dinamiche classiche dei giochi Pokémon di cui abbiamo parlato nel precedente paragrafo. Tra questi spin-off, senza dubbio, quello che ha avuto più visibilità, anche sui mass media, è Pokémon GO. Quest’ultimo, è disponibile come free-to-play per dispositivi mobile dal 2016 e, anche grazie ai suoi continui aggiornamenti, è riuscito a superare il miliardo di download in tutto il mondo. Nonostante l’attenzione del pubblico generalista sia, come è naturale dopo sei anni, scemata, Pokémon GO può ancora contare su un gran numero di giocatori attivi. Tant’è che il 2020 e il 2021 sono stati gli anni più remunerativi per Niantic, casa sviluppatrice del gioco, e The Pokémon Company, con rispettivamente 917 e 904 milioni di dollari incassati.

Tra gli spin-off, merita menzione anche il recente Pokémon Unite, disponibile, anch’esso come free-to-play, per Nintendo Switch e smartphone dalla scorsa estate. Unite è una rivisitazione in salsa Pokémon dei MOBA come League of Legends e sta già riscuotendo un notevole successo, soprattutto tra i giocatori più competitivi e dediti agli eSport. In questi giorni, infatti, si sono appena tenuti i primi campionati ufficiali regionali che porteranno al mondiale di Londra a fine anno.

 

Pokèmon: il Re Mida del merchandise

 

Nonostante Pokémon nasca come videogioco, se dovessimo guardare un ipotetico bilancio dei ventisei anni di vita del brand, la voce più remunerativa, con i suoi 82 miliardi di dollari, risulterebbe essere il merchandise. D’altronde quando hai più di un migliaio di mostriciattoli e decine di personaggi resi celebri dalla seguitissima (dai più piccoli) serie anime di cui vendere peluche, action-figure e giocattoli, perché non approfittarne? Per non parlare, poi, dell’immenso successo che ha ottenuto il gioco di carte collezionabili Pokémon. Fenomeno letteralmente esploso, soprattutto dal punto di vista collezionistico, nel corso degli ultimi due anni. Soprattutto le prime espansioni del gioco hanno raggiunto valori altissimi, come successo ai box del primo set che attualmente hanno un valore medio che oscilla attorno agli 11000 euro.

 

Insomma, Pokémon ha dimostrato, nel suo quarto di secolo d’esistenza, di avere tantissime frecce al suo arco, dimostrando di sapersi innovare e di puntare a più mercati contemporaneamente. Difficilmente – fortuna aggiungerei io – ce ne “libereremo” nei prossimi anni, e chissà che il brand non possa trovare nuova linfa grazie al metaverso e alle nuove tecnologie di cui vi parliamo spesso qui su iWrite.

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Fantasanremo: il lato bello del “pubblico ludibrio” – intervista a Giacomo Piccinini

Durante la scorsa settimana si è tenuto il settantaduesimo Festival di Sanremo. Sembrava un’edizione come le altre fino a che uno dei protagonisti in gara non ha concluso la sua performance al grido di “Fantasanremo”. Per alcuni telespettatori deve essere sembrata la recitazione di una strana formula magica mentre per altri è stato solo l’inizio di un emozionante campionato che ha visto scendere in campo, o meglio sul palco, quasi 500.000 fantasquadre che si sono dimostrate pronte a tutto per conquistare la gloria.

A quasi una settimana dalla conclusione del Festival, la redazione di iBicocca ha intervistato Giacomo Piccinini, uno dei creatori del fantagioco del momento.

Come è nata l’idea?

Fantasanremo nasce da un gruppo di musicisti, tecnici, fonici, insomma lavoratori del mondo dello spettacolo, che già da tempo si riuniva ogni anno per vedere il Festival di Sanremo al bar “Corva da Papalina in una piccola cittadina del fermano, nelle Marche. Più che altro ci piace definirci come “un piccolo ma gioioso manipolo di appassionati del Festivàl” e proprio animati da questa passione nel 2019 abbiamo costituito “la Giuria Microscopica” una commissione che, dopo una serie di attentissimi ascolti dei brani in gara, era chiamata a esprimersi sugli artisti prendendo in considerazione vari aspetti delle esibizioni che spaziavano dall’esibizione canora, all’abbigliamento e ai gesti compiuti sul palco. Nel 2020, abbiamo deciso di tentare un “upgrade” di questo punto di ascolto. Da una costola della Giuria Microscopica nasce la Commissione FIF (Federazione Italiana Fantasanremo) che, per l’appunto, elabora il regolamento del Fantasanremo ossia una specie di fantacalcio a tema Festival. Il primo anno era un gioco riservato ai frequentatori del bar, in tutto avevamo una cinquantina di iscritti, ma l’anno dopo a causa del covid siamo stati costretti a sbarcare sul web. All’epoca ci sembrava un bel segnale vista la difficoltà del momento: volevamo poter continuare a sfidarci tra amici pur rimanendo ciascuno a casa propria. In pochissimo tempo, anche grazie al potere dei social, il Fantasanremo è diventato virale e dalle 50 squadre dell’anno precedente sono diventate 50 mila fino a raggiungere il record nel 2022, anno in cui il numero dei partecipanti è praticamente decuplicato.

 

E per chi non lo conoscesse, puoi dirci un po’ come funziona questo Fantasanremo?

Il meccanismo non è diverso da quello degli altri fantagiochi come ad esempio il fantacalcio. Nel nostro caso i giocatori sono gli artisti in gara all’Ariston e ciascun fantallenatore deve comprare cinque artisti con un budget massimo di 100 Baudi, moneta di fantasia dedicata a Pippo Baudo.  Le azioni svolte dall’artista, durante la performance ma anche durante tutta la settimana della rassegna musicale, fanno guadagnare (bonus) o perdere (malus) punti al fantallenatore che lo ha inserito nella propria rosa. I bonus e i malus possono essere legati sia alla prestazione musicale sia a fatti goliardici che possono accadere dipendentemente o indipendentemente dalla volontà dell’artista. Al termine della rassegna vince il fantallenatore che ha totalizzato più punti.

Vi aspettavate tutto questo coinvolgimento da parte degli artisti, sia giovani che meno giovani?

Sicuramente un po’ di coinvolgimento da parte degli artisti ce lo aspettavamo soprattutto perché già lo scorso anno 25 artisti su 26 avevano nominato il Fantasanremo durante le loro interviste e alcuni come Lo Stato Sociale, Random e Colapesce e Dimartino avevano “recitato” la parola magica direttamente in eurovisione. Quest’anno c’è stata una vera e propria esplosione del fenomeno Fantasanremo e crediamo che almeno in parte la “colpa” sia da attribuire a Gianni Morandi che è stato il primo a nominarci sul palco dell’Ariston dimostrando a tutti che era possibile rompere gli schemi e ironizzare sul festival più importante della musica italiana. Morandi ha davvero “aperto tutte le porte” giustificando e spronando la partecipazione anche da parte dei giovanissimi concorrenti.

 

Quest’anno il Festival ha fatto registrare degli ascolti da record, sentite di aver contribuito in qualche modo al suo re-branding? E come avete reagito alle critiche di chi ha accusato di aver “rovinato” il Festival della canzone italiana?

I dati diffusi confermano la straordinarietà degli ascolti oltre al fatto che, per la prima volta, è stato registrato un enorme coinvolgimento da parte dei social. Merito nostro? Questo lo lasciamo dire agli altri. Intanto però abbiamo chi sta analizzando questi dati così da conoscere, a posteriori, se effettivamente il merito è anche di Fantasanremo. Da parte nostra siamo propensi ad affermare che molto del merito va riconosciuto a Amadeus perché grazie alle sue scelte ha avvicinato i giovani alla rassegna. La sua direzione artistica ha aperto il teatro Ariston a mondi che fino a qualche anno fa erano considerati lontani dal Festival; basti pensare che i giovanissimi sono stati inseriti nella categoria dei “big” e che sono stati coinvolti stili musicali completamente diversi da quelli a cui si era abituati. In questa grande ondata di novità il Fantasanremo potrebbe aver contribuito a rendere virale il Festival, rendendolo ancora più fruibile ai giovani attraverso il coinvolgimento social.
Per quanto riguarda le critiche fortunatamente ne abbiamo lette molto poche e quasi tutte riguardanti l’invasività del Fantasanremo: a nostra “discolpa” possiamo dire che mai ci saremmo aspettati un’adesione così importante da parte degli artisti. È vero, il regolamento in generale è stato piuttosto invasivo ma questo non ha ostacolato in alcun modo lo svolgimento delle serate e anzi, ad un certo punto lo stesso Amadeus è stato al gioco tanto da spingere gli artisti a compiere ogni sorta di goliardia potesse permettere loro di portare a casa un bel bottino di punti. Però ecco, non credo che questo abbia rovinato il clima del Festival, anzi ne sono certo, infatti in conferenza stampa sia Amadeus che il direttore di Rai 1 hanno ribadito che non si stava urtando la sensibilità di qualcuno ma anzi, Fantasanremo ha rappresentato un buon pretesto per rompere gli schemi infrangendo quell’alone di chiusura e serietà che ormai da anni caratterizzavano il festival di Sanremo. Ci dispiace sapere che qualcuno ha trovato poco opportuno il nostro gioco ma abbiamo fatto tesoro della lezione e stiamo lavorando già al prossimo regolamento. Per le future edizioni faremo in modo che il tutto sia molto meno invasivo e anche molto meno dipendente dalla volontà degli artisti. Vorremmo tornare a affidarci al caso e vorremmo che tutto sia molto più criptico così che chi non partecipa al Fantasanremo nemmeno si accorgerà di ciò che sta avvenendo sul palco mentre i fantallenatori potranno “gasarsi ancora di più”.

 

Sappiamo che anche quest’anno state già preparando per il Fantaeurovision, pensate di internazionalizzare questo gioco estendendolo anche a altri paesi?

Sì, in realtà per il Fantaeurovision è già quasi tutto pronto e il sito è già multilingua dallo scorso anno. Infatti, già nel 2021 abbiamo coinvolto diversi paesi e la stessa parola “Fantaeurovision” è stata detta da diversi altri artisti partecipanti tra cui ricordo sicuramente i tedeschi e gli islandesi. Data la “storica” rivalità siamo anche rimasti piacevolmente colpiti dall’enorme partecipazione da parte del pubblico di San Marino. Siamo molto fiduciosi nel coinvolgimento delle altre nazioni anche perché, dati alla mano, il Fantasanremo è stato giocato da tutti i continenti escluso l’Antartide e questo, insieme al fatto che lo ospiteremo in Italia, ci fa sperare in una sempre maggiore visibilità che si tradurrà per tutti in un maggiore divertimento.

 

Avete programmi per il futuro? Pensate di estendere questo modello di “fantasy play” anche ad altri eventi?

Il nostro progetto per il futuro è non avere progetti per il futuro. Per ora posso solo dire che continueremo a giocare a vita al Fantasanremo e al Fantaeurovision. Non ci poniamo limiti ma ci interessa continuare a divertire e a divertirci. Tuttavia, arrivati a questo punto è doveroso tenere conto di quanto del nostro tempo dobbiamo dedicare all’organizzazione della macchina del Fantasanremo: noi siamo musicisti e la nostra grande speranza è quella di tornare a fare anche il nostro lavoro che purtroppo attualmente non possiamo fare regolarmente a causa covid. Quindi tra gli auguri che rivolgiamo a noi stessi c’è anche quello di avere poco tempo per creare altri fantagiochi perché saremo tornati a svolgere a pieno il nostro impiego principale.

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Il lancio della biografia di Will Smith è un bell’esercizio di personal branding

L’uomo dietro il personaggio: da questo principio nasce la campagna di lancio del nuovo libro di Will Smith, una biografia che racconta non solo i suoi successi, ma anche le sue insicurezze, le paure e i traumi del passato.

 

Un libro che non si ferma alla figura dell’uomo sempre allegro, ispirato e carismatico, ma che anzi si spinge oltre, attraverso un percorso introspettivo e di auto-accettazione, che lo porterà ad esporre le sue fragilità, passate e presenti.


Un lancio che è anche una storia: come è stata presentata la biografia

 

Will Smith ha sempre cercato di mostrare quanto fosse in grado di spingersi oltre, di non porsi limiti. E dato che il nuovo libro doveva essere annunciato in maniera originale ed efficace, ha pensato di creare un format diviso in sei episodi, diffuso su YouTube in queste settimane. L’obiettivo dello show: perdere circa nove chili in venti settimane, a cinquantadue anni.

 

Performance, ambizione, delusione, distruzione, trasformazione, amore: questi i temi trattati nei sei episodi. L’attore li sviscera in maniera approfondita, sviluppandoli su un duplice piano: una sfida sia sul piano fisico, con un allenamento e un regime di dieta sempre più estenuante, sia sul piano mentale, con la rievocazione dei ricordi, le difficoltà nella scrittura e il conseguente blocco creativo.

 

Il risultato della sfida

 

Lo show ha preso una piega inaspettata soprattutto per il protagonista; trovandosi al limite delle forze, deve prendere una decisione: continuare fino allo stremo, persistendo nel mostrarsi al pubblico come un eterno vincente, o abbandonare la sfida per concentrarsi a pieno sulla stesura del libro.

La scelta fatta è stata quella migliore per la sua salute mentale: arrendersi alla sfida fisica per lavorare soltanto sul suo equilibrio interiore.

La lezione finale, quindi, è accettare il fallimento se questo risulta essere più benefico per sé stessi, sia per il corpo che per la mente.

 

Ciò che ci restituisce la campagna è una nuova immagine di Will Smith: una persona come le altre, che oltre alle innumerevoli vittorie, ha avuto di fronte anche numerosi periodi bui, da cui non vi è mai uscito del tutto. Aprendosi ad una visione più intima di sé, riesce così ad avvicinare ulteriormente la propria community, mostrandosi spontaneo e autentico come mai prima d’ora.

 

Will Smith, secondo le regole del branding

 

Grazie a questo output di assoluta qualità, è possibile evidenziare i tratti fondamentali dell’attore, che si traducono anche nel suo modo di comunicarsi: rilevanza ed emozione. Da un lato, infatti, Will Smith è riuscito a adattarsi nel corso del tempo abbracciando i cambiamenti e mantenendo l’attenzione su di sé; dall’altro i contenuti distribuiti secondo una logica seriale hanno permesso di sviluppare una forte componente empatica, in grado di fare breccia nella mente del pubblico e fidelizzare tutti coloro che lo conoscono, soprattutto, attraverso la sua filmografia.

 

Semplicità, simpatia e adattamento hanno reso la figura di Will Smith unica nel tempo: elementi di differenziazione che si sono rafforzati nel corso degli anni e hanno trovato maggiore forza in questo show, potenziando ulteriormente il suo personal branding.

Come ci mostra (anche) la sua biografia una cosa è certa: la sua carriera non è ancora al tramonto

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Pink Power o Pink Washing? Capiamolo insieme – Intervista alla ricercatrice, docente e scrittrice Anna Zinola

Anna Zinola è attualmente docente e ricercatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano presso cui ha anche conseguito un in Metodologia. Si occupa di ricerche di mercato dal 1993 ed ha sviluppato nuovi strumenti di ricerca per identificare e interpretare comportamenti, bisogni ed aspirazioni umane. È editorialista del Corriere della Sera e scrittrice di numerosi libri riguardanti ricerca qualitativa e marketing trend. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo il libro “Diverso da chi – l’inclusione come strumento di marketing”, in cui affronta il controverso rapporto tra (pretesa di) inclusività e brand: in un mondo sempre più impegnato ad investire risorse nella promozione di politiche legate alla diversità, il più delle volte in ottica strumentalizzante e parassitaria, è possibile riuscire a distinguere il fake dal real?

In un intervento da lei tenuto al Web Marketing Festival di Rimini, edizione 2021, Zinola spiega come l’inclusione sia una tematica complessa e trasversale alle varie fasi lavorative di un’azienda: dalla selezione del personale allo sviluppo del prodotto, passando per la pubblicità e le strategie di comunicazione, fino al rapporto con il cliente.

Spesso però, la pretesa dell’inclusione si rivela essere un pugno di mosche: dietro a grandi slogan, infografiche arcobaleno e pubblicità travolgenti si celano aziende prive di un reale progetto di integrazione delle categorie discriminate (o semplicemente ignorate dal mondo della produzione). L’inclusività finisce con l’essere ridotta ad una mera strategia di marketing che sfrutta tematiche di interesse pubblico per attirare i consumatori, spacciando per impegno sociale la necessità di ricevere consenso (e denaro).

La pratica del social washing (ovvero il camuffamento delle aziende dietro a determinati valori etici senza un’adesione concreta alle battaglie sponsorizzate) è un’arma a doppio taglio: se da un lato rende accessibili al vasto pubblico importanti tematiche, dall’altro contribuisce a banalizzare le stesse battaglie e a svuotarle del loro significato.

Durante lo speech, Zinola affronta nello specifico la dinamica del pink washing, quel “femminismo di facciata” tanto deleterio quanto disorientante, fatto di frasi motivazionali, sfumature di rosa e poca sostanza. Sono stati analizzati vari casi mediatici che hanno destato particolarmente scalpore in relazione alle linee ideologiche dei diversi brand: dalla scelta di Ellie Goldstein, ragazza con la sindrome di Down testimonial del mascara Obscur di Gucci, alla collezione “Adaptive” di Tommy Hilfiger pensata appositamente per le persone disabili fino al fondotinta ideato da Rihanna in collaborazione con Fenty Beauty, presente in ben 50 sfumature di diverso colore (o 50 sfumature di inclusione?). In questo modo, è stato possibile aprire un dialogo critico e costruttivo su come poter tracciare un confine tra l’effettivo impegno di un brand per una determinata causa e l’adesione disinteressata ed ipocrita al trend del momento al fine di aggiudicarsi il proprio spicchio di notorietà.

Andando oltre le pubblicità, che possono adescare facilmente il consumatore con spot simpatici, travolgenti e al passo con le esigenze sociali del periodo, esistono altri modi per capire se un’azienda sia attivamente coinvolta nel supporto di determinate cause sociali. Come sottolinea Zinola, per tentare di comprendere l’engagement di un brand relativamente all’empowerment femminile è utile ricercare la percentuale di organico femminile all’interno di un’azienda e i numeri delle donne che occupano ruoli apicali, verificare la presenza di eventuali certificazioni di gender equality e notare se il brand condivide pubblicamente obiettivi volti al raggiungimento della parità sostanziale.

Nonostante i buoni propositi delle singole aziende, la strada verso la parità di genere (come ben sappiamo) è ancora lunga. Le donne CEO in Italia sono appena il 6% ed il Gender Pay Gap, cioè la differenza di retribuzione tra uomini e donne a parità di formazione e ruolo occupazionale, è del 5,5% tra i laureati e raggiunge l’8% tra i non laureati.

Abbiamo avuto l’occasione di poter intervistare Anna Zinola al Web Marketing Festival di Rimini, per approfondire con lei il complesso rapporto tra brand ed politiche sociali ed avere un confronto diretto circa il concetto di “marketing inclusivo”.

 
I brand e gli influencer (che li rappresentano) prendono sempre più parte al dibattito pubblico anche grazie alle piattaforme social che semplificano il contatto con l’ascoltatore. Alla luce dei casi mediatici degli ultimi mesi, secondo lei pubblicità e brand possono e/o devono schierarsi in merito a tematiche sociali?

Esiste un movimento che va avanti da anni che si chiama Brand Activism, che tratta proprio di questo: si chiede ai brand di prendere esplicitamente posizione in merito a specifiche battaglie sociali. Quando Donald Trump vinse le elezioni, Nike fece la campagna “Equality has no boundaries” che venne trasmessa proprio quando Trump entrò alla Casa Bianca. Il fatto che poi Kamala Harris diversi anni dopo si congratuli con il neo presidente Biden mentre indossa una tuta col logo dello swoosh ben evidente trasmette un messaggio chiaro: Nike si è schierata. Mi aspetto che un Brand come Nike lo faccia, così come mi aspetterei che Armani, notoriamente omosessuale, si esponesse sul DDL Zan in un periodo di tale sovraesposizione della tematica. Ci troviamo di fronte un brand di moda con un designer omosessuale che non ha mai sbandierato la sua omosessualità ma non l’ha neanche mai nascosta. Viene da chiedersi: da che parte sta?

 
Brand activism e social washing: è possibile, per un consumatore inesperto, distinguere il fake dal real e capire se è presente un effettivo progetto ideologico a monte di un prodotto?

Secondo me, è un po’ come con le persone: un conto sono gli statements (cioè le dichiarazioni), un altro sono i comportamenti. Nel giugno 2020, Instagram si era letteralmente riempito di post a favore del movimento Black Lives Matter (BLM). Moltissimi brand ed aziende si erano esposte riguardo la discriminazione della popolazione nera ma poi, nei fatti, non si attivavano concretamente per combattere queste ingiustizie.  Per esempio, molti brand con infografiche commoventi a supporto del movimento BLM in realtà non avevano dipendenti neri. È inutile il BLM se poi non c’è la rappresentanza effettiva nell’azienda. Il discrimine si fa secondo i comportamenti e cercando di capire se ciò che viene condiviso o promosso si tratta di un’idea, un progetto che va avanti nel tempo, oppure solo di un espediente pretestuoso.

 
Adesso le pongo una domanda un po’ provocatoria. Tirando le somme, alla fine il woke washing (declinato nelle varie accezioni quali il pink washing, green washing, rainbow washing, social washing) è davvero così negativo? Cioè, parlare ed esporsi su tematiche di interesse pubblico, anche se in ottica utilitaristica, può comunque impattare positivamente sulla società, aiutando a rompere la rete di tabù da cui certi argomenti sono circondati oppure si corre solo il rischio di appiattire la tematica e svuotarla dai contenuti?

In realtà, sono d’accordo con la tua osservazione: meglio che se ne parli così che non se ne parli affatto. Non so però quanta consapevolezza poi ci sia da parte del consumatore. È la stessa questione esplosa qualche mese per la visita sponsorizzata da Ferragni agli Uffizi: è sicuramente meglio essere incentivati ad andare agli Uffizi da Chiara Ferragni che non andarci proprio. Il rischio principale che si corre con questo meccanismo alquanto superficiale è però la possibile banalizzazione e svuotamento dei contenuti. Un altro pericoloso difetto di questo meccanismo si verifica anche quando la realtà ideale comunicata attraverso la pubblicità venga percepita come effettivamente esistente, quando non è così. Spesso si veicola l’immagine di un mondo perfetto o migliore che però non riflette le vere dinamiche sociali. Ciò è disorientante e controproducente perché le persone pensano che sia tutto rosa e fiori quando i fatti sono ben altri.

 
Al netto di tutto ciò che abbiamo detto, il marketing può essere veramente inclusivo? Secondo lei, quanto è larga la forbice dell’inclusività?

Se un’azienda è veramente inclusiva non lo si capisce dalla pubblicità ma dal prodotto. È inutile investire in uno spot pseudo-progressista che sceglie come testimonial la modella non conforme se poi chiedere una taglia 44 in un punto vendita dello stesso brand è ancora estrema fonte di disagio – cosa che succede in molte boutique o negozi di marca. È importante cosa si fa, non cosa viene affermato. Se lo fa Paul Gaultier o Vivienne Westwood allora hanno un senso, perché sono marchi davvero alternativi ed inclusivi – non una volta l’anno ma costantemente. Se invece la stessa cosa la fa Prada ma nel momento in cui chiedi una 44 in negozio ti senti inevitabilmente giudicato, allora abbiamo fallito.

Saremo davvero inclusivi quando non avremmo più bisogno di parlarne. L’inclusività sarà un concetto interiorizzato quando testimonial non conformi o spot pubblicitari con canoni diversi dallo standard verranno percepiti come normali: nessuno se ne accorgerà perché non faranno più scalpore.

Nel mio ultimo libro racconto di un episodio molto interessante che mi è accaduto con mia figlia quando aveva 4 anni. Un giorno, diversi anni fa, torna dalla scuola materna e mi dice “La mia amica Stefania è marrone”, ed era vero perché la mamma è cubana. Al che io rispondo “Ma no, tutti i bambini sono uguali”. Lei allora mi guarda in modo interrogativo, come se avessi detto qualcosa di sbagliato o del tutto fuori contesto, ed in realtà era proprio così. L’approccio di mia figlia era veramente inclusivo. Lei mi ha detto semplicemente che era marrone, ha fatto una constatazione genuina, oggettiva e del tutto disinteressata. Se mi avesse detto “Stefania ha i capelli biondi” io le avrei risposto “Certo, è vero” e non che “Tutti i bambini sono uguali”. Il mio era un approccio basato sull’integrazione, in quanto percepivo e comprendevo una differenza e perciò sentivo la necessità di integrarla, mentre quello di mia figlia era uno sguardo puramente inclusivo. Bisogna dire però che ovviamente è anche un fatto culturale perché mia figlia è cresciuta in un contesto multietnico, più aperto di quello delle mia generazione, quindi per lei l’inclusione è un dato di fatto. Ci vuole sicuramente tempo per modificare una forma mentis. Per questo motivo servono le leggi. Senza la legge sulle quote rosa per esempio non ce la faremmo a cambiare e migliorare la condizione femminile. Quando avremo introiettato a livello culturale e sociale la parità di genere, allora non avremo più bisogno di obblighi legislativi a regolarla. Adesso le leggi ci servono, sono uno step. Quando questi meccanismi contro la discriminazione di genere saranno normalizzati, allora le leggi non saranno più necessarie. Ci sono donne competenti quanto uomini o anche di più che però vengono scartate a favore di colleghi maschi solo per il loro sesso. Attenzione però: la legge sulle quote rosa non dice che le aziende devono assumere donne per il semplice fatto di essere utero-munite, ma perché bisogna garantire loro le stesse opportunità lavorative degli uomini con stesse competenze.

 
Le campagne pubblicitarie di Nuvenia ed Idealista: progetto ideologico e grande impegno sociale da un lato, probabile utilitarismo etico dall’altro. Lei cosa ne pensa?

Si tratta indubbiamente di due casi molto diversi. Nuvenia, brand di assorbenti della multinazionale svedese Essity, con la campagna per la visibilità del ciclo mestruale dello scorso anno “BloodNormal” e quella “Viva la Vulva” di quest’anno a favore di una maggior consapevolezza dell’intimità femminile, ha sicuramente scoperchiato il vaso di pandora, rendendo pubblici e fortemente espliciti eventi genuini e naturali come avere le mestruazioni o occuparsi della propria igiene intima, troppo spesso taciuti e stigmatizzati. Ciò ha scatenato reazioni sia in uomini che donne. È chiaro quindi come Nuvenia sia realmente attiva ed impegnata in cause sociali e culturali, di lotta alla discriminazione di genere ed a favore di una società più inclusiva. Al contrario, la pubblicità di Idealista, nota compagnia di compravendita e locazione di immobili, ricorda un vecchio spot gay-friendly di Findus uscito proprio a giugno 2014, nel mese del Pride Month (e non è un caso). I metodi e le circostanze decise dalla Findus però facevano ben intendere l’approccio utilitaristico dell’azienda, che voleva sfruttare la tematica Lgbtq+ per rendere la pubblicità più interessante ed innovativa. Come Findus, anche Idealista sembra approcciarsi alla causa in ottica strumentale. A che pro Idealista ha fatto questo? Per far parlare i sé, come stiamo facendo noi adesso. Idealista ha probabilmente cavalcato l’onda del Pride Month, entrando nell’occhio del ciclone ed attirando attenzione sulla piattaforma. Nuvenia ed Idealista sono due casi molto diversi.

 
Nel suo libro parla della figura del Diversity Manager. Di cosa si tratta esattamente?

Molte aziende hanno questa figura all’interno del loro organico, soprattutto negli USA dove sono più avanti rispetto al tema della diversity, perlomeno a livello cronologico, perché hanno una società secolarmente multietnica. Nel campo della moda, ma anche in industrie quali Apple o Pinterest, si è inserita questa nuova figura lavorativa che ricopre principalmente due ruoli: da un lato si occupa di favorire le pratiche di inclusione attraverso la creazione di team di supporto variegati, mentre dall’altro ha l’obiettivo di evitare che si verifichino episodi di discriminazione, in cui l’inclusione non viene promossa.

Il rapporto tra brand e attivismo è quindi ben più complesso di quello che si può immaginare. In un mondo in cui produttore e consumatore sono sempre più a stretto contatto, distinguere tra realtà e finzione quando si parla di inclusività non è affatto semplice. Per evitare di cadere nella trappola del social washing, come consumatori dobbiamo impegnarci a verificare che le politiche di un’azienda siano veramente in linea con ciò che comunicano attraverso spot pubblicitari e slogan. I brand invece dovrebbero definitivamente capire che i diritti delle persone (come quelli degli animali o relativi all’ambiente) non sono un gioco di marketing: utilizzarli a fini utilitaristici non lascerà niente di concreto alla società (e nemmeno nelle loro tasche).

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Forzare la creatività: intervista a Davide Bertozzi

Copywriter, direttore creativo, formatore e imprenditore, Davide Bertozzi è autore di “Immagini VS Parole” e con le parole e la creatività, ci lavora da sempre. Al Web Marketing Festival è stato presente in qualità di relatore, il suo talk, intitolato: “Forzare la creatività” si è tenuto al mattino, e ne riporteremo il riassunto, al pomeriggio invece l’abbiamo intervistato per scoprire qualcosa in più del suo percorso e non solo.

Davide ha iniziato il discorso parlando di cosa non è la creatività, ovvero la proverbiale lampadina che si accende se si sta lì per un po’ ad aspettare. In realtà è ben altro: non si accende in nessun modo se non si fa niente, e come lui stesso dice: “La creatività è piuttosto un percorso e tra noi e la destinazione ci può essere di tutto, per trovare l’idea creativa bisogna affrontare un po’ di cose e più o meno ci si arriva”.

La creatività dunque è un’anomalia, che spesso le persone e le aziende non colgono, come in un esempio che ci ha portato: dalla home page del sito di un celebre brand italiano, ci sono 23 pulsanti con sopra scritto “scopri di più”, e questa scelta di sicuro non è creativa, bensì, come ha scherzosamente detto Davide, è “la morte della creatività”.

Ma cosa serve dunque per scrivere un testo “anomalo”? Secondo Davide: chiarezza, personalità e rispetto del tono di voce; rispondendo allo stesso tempo a tre domande fondamentali: di cosa scrivo, per chi scrivo e perché ne scrivo.

L’intervento si è concluso con numerosi consigli pratici, il resto è stato raccontato nell’intervista.

 
Davide, il tuo speech s’intitola “Forzare la creatività” e guardando al tuo lavoro, la creatività sembra essere al centro, ma cos’è per te davvero la creatività?

Per me la creatività è un’anomalia, come dicevo stamattina, ma voglio comunque partire dalla definizione classica di creatività, pronunciata dal matematico Henri Poincarè, che noi pubblicitari condividiamo essere la definizione migliore: “la creatività è la capacità di unire elementi già esistenti in modo nuovo e utile”. Ecco, è il nuovo e utile che secondo me rende una cosa creativa: non è nulla che si inventa, al contrario è un’intenzione di far qualcosa di fondamentalmente diverso. La creatività è ovunque, l’importante è impegnarsi, perché se stiamo seduti ad aspettare che si accenda la lampadina e ci venga l’idea, sicuro come l’oro che non ci viene, io dico sempre che la creatività è un percorso progettuale da percorrere: sporcarsi un po’ le mani, fare tentativi e progetti per arrivare poi al risultato finale, che si raggiunge solo dopo molta esperienza e pratica. A me non piace parlare di scrittura creativa perché autodefinirsi creativi è come autodefinirsi belli o intelligenti, dovrebbero dirtelo gli altri. Preferisco invece parlare di scrittura che funziona, è creativa quando funziona perché si possono pure scrivere cose belle, originali e divertenti, ma se queste non vengono comprese correttamente dal pubblico, non vendi, i clienti non sono contenti e quindi la creatività, a quel punto, serve a poco. La creatività poi esiste a più livelli, puoi scrivere creativamente anche un biglietto di auguri, la scrittura creativa non è solo quella che fa ridere, ma è molto di più, e ogni tipo di progetto richiede uno sforzo creativo, per questo non mi sento di dire che la creatività è una: si manifesta in molte forme.

 
Rimanendo sul tuo lavoro, sei un copywriter e direttore creativo, riusciresti a spiegare il ruolo di queste figure in poche parole per chi non ne sa nulla?

Lo spiego come se lo spiegassi ai miei genitori (mia mamma non ha ancora capito cosa faccio davvero), detto in modo brutale; il copywriter è la persona che scrive i testi pubblicitari ovvero i testi che servono a convincere qualcuno a comprare qualcosa, oppure, se l’obiettivo finale non è la conversione alla vendita diretta, può essere mantenere la reputazione del brand per impreziosire la percezione di un marchio, di un prodotto o anche di una persona e si deve sempre scrivere per valorizzare qualcosa. Questo è quello che un copywriter fa, a molti piace mettere le etichette distinguendo web copywriter, SEO copywriter, digital copywriter e via dicendo, ma secondo me sono figure che, usando canali diversi, lavorano sempre con le parole, specializzandosi, ma senza fare nulla di troppo diverso in fondo: per me il copywriter rimane uno, ovvero colui che convince le persone a comprare.

Il ruolo di direttore creativo, invece, arriva dopo un po’ di tempo. Io ho iniziato come copywriter, ho sempre scritto tantissimo e dopo la triennale ho trovato subito lavoro in uno studio grafico e non ho più ripreso a studiare, purtroppo. Dopo due anni ho aperto la partita IVA, perché sono quel tipo di persona che dopo un po’ si annoia e vuole cambiare posto. Ho pensato che se mi fossi staccato da un’unica realtà e avessi iniziato a lavorare con tutti avrei potuto vedere diverse aziende e collaborarci, sulla carta l’idea funzionava, poi c’è voluto molto alla vera attuazione. Collaborando con diverse imprese, mi sono reso conto che in moltissime di queste non vi era la figura del direttore creativo, cosa che in altre agenzie, in luoghi come Londra, è fondamentale avere. In Italia, invece, spesso non ci sono, o ci sono persone che si improvvisano tali, e quindi mi sono messo ad osservarle, notando gli errori e lasciando fare, capendo come avrei potuto farlo meglio. Solo dopo qualche anno, lo confesso, ho iniziato a improvvisarmi direttore creativo: pian piano ho imparato. É un ruolo importante perché, se non c’è qualcuno che guida la barca, la campagna pubblicitaria non viene granché. Inoltre c’è voluto un po’ per imporre questo mio modo di lavorare alle aziende con cui collaboro; spesso finisci per non star troppo simpatico se vuoi che le cose vengano fatte in un certo modo, come ritieni meglio, ma è necessario definire bene gli obiettivi del progetto e il modo di procedere per rendere la campagna efficace e avere il cliente soddisfatto. La differenza tra il ruolo del copywriter e il direttore creativo, è che il primo scrive i testi pubblicitari e a volte inventa l’idea del progetto, mentre il secondo, che può essere un copy o un art director, è quello che deve impostare la squadra, il lavoro e tenere le redini di tutto il progetto. Non sempre è colui a cui viene in mente l’idea, però è colui che indica la strada e che tutti poi devono seguire. Ho scelto questo ruolo perché è di responsabilità e non ho paura di assumermela mettendoci la faccia e andando dal cliente, l’importante è che tu sappia spiegare ogni dettaglio all’azienda con la quale stai lavorando. Mi piace particolarmente quando i progetti, se fatti bene, iniziano e finiscono che tutti sanno quello che fanno, e penso che tutti debbano essere soddisfatti, deve piacere ciò che si fa e se non piace, cerchiamo delle soluzioni assieme perché tutti i componenti del team devono metterci del loro, ponendosi la famosa domanda: “cosa ne penso”, come dicevamo questa mattina, altrimenti il progetto ne risente di qualità.

 
Sei anche un formatore e ti sei occupato di diversi progetti tra cui fondare una tua realtà, qual è l’insegnamento più grande che ti porti a casa ad oggi da tutte queste attività multidisciplinari?

Sento di star imparando un sacco, in primis come formatore: da quando insegno, mi capita almeno tre o quattro volte l’anno di incontrare qualcuno che ne sa più di me, anche se è giovanissimo, risulta molto più ferrato su un argomento e magari ha un talento talmente grande che riesce a scrivere cose che tu arrivi a creare con fatica. Da un lato è preoccupante, ma dall’altro ti incentiva a non metterti mai a sedere, perché secondo me, un problema che ha spesso chi insegna, è di adagiarsi senza aver voglia di mettersi in discussione quando si incontrano persone più in gamba. A me invece queste persone danno la carica giusta per rimanere sul pezzo e anzi, mi piace circondarmi di giovani talentuosi per restare in contatto con loro e continuare ad apprendere e migliorare senza mai pensare di essere arrivato.

Parlando di multidisciplinarietà inoltre, per me è fondamentale per comprendere a fondo le cose: persino nei miei corsi, investo delle ore parlando di tutt’altro che non sia scrittura, ad esempio partendo dalla storia dell’arte e facendo un percorso, si arriva alla fine con una maggiore consapevolezza, perché si è affrontato l’argomento a 360 gradi.

 
Secondo te, la creatività sarà importante nei cosiddetti lavori del futuro? e se sì come?

Sono dell’idea che gli strumenti con cui lavoriamo in comunicazione, riducendo all’osso, sono due: immagini e parole, ed è così da quando l’uomo ha iniziato a scrivere e ad oggi, anche se usiamo tecnologie super avanzate, alla fine utilizziamo sempre queste due per comunicare. Secondo me la creatività serve e servirà sempre, perché è la chiave che ti aiuta a fare meglio le cose al di là del mezzo, lo spunto creativo ti serve per lavorare meglio e le idee creative servono a migliorare quello che si fa.

Per quanto riguarda i lavori del futuro, noto che tutto il processo di automazione comincia a diventare complicato per chi si occupa di scrittura: innanzitutto bisogna scrivere dei testi che verranno letti e pronunciati da delle macchine e queste nuove modalità vanno testate parecchio. Pensa banalmente alla SEO: ciò che vogliamo cercare non lo digitiamo più su Google e fine, a momenti ci parliamo proprio con questi motori di ricerca. Diventa quindi necessario capire quali sono le parole che le persone utilizzano adesso e quali utilizzeranno tra dieci anni, a mio avviso bisogna conoscere e lavorare con i giovani per capirlo. In conclusione, riguardo al futuro, secondo me dovremo saper scrivere parole che verranno pronunciate da una macchina e dovremo essere pronti a dare le risposte a domande fatte con i vocali: essere in grado di incrociare questi tipi di comunicazione non è semplice, ma sarà la sfida per i copywriter dei prossimi 10 anni.

 
Parlando di comunicazione, secondo te perché ad oggi è così importante che un brand, un’azienda, comunichi bene?

É importante perché il marketing di oggi, quello 4.0 che aveva teorizzato Kotler nel suo ultimo libro, non è più il marketing anni ‘80 in cui le persone continuavano a sentirsi ripetere di dover comprare: le persone non vogliono ricevere degli ordini e con i social la distanza tra aziende e persone si è ridotta, entrambi hanno lo stesso valore, dunque persone e aziende devono parlare con lo stesso tono di voce. Le aziende dovrebbero aprirsi alla comunicazione più autentica, e per autentica intendo meno autoreferenziale, comunicando il perché queste persone possono fare cose grandi con i prodotti di quella realtà, ti devo essere utile e non darti degli ordini. Per fare questo serve un tono di voce più umano, più amichevole, più vicino, non deve essere per forza spiritoso, basta una comunicazione più vera, come dicevamo stamattina, cioè l’azienda deve capire esattamente cosa le persone vogliono ascoltare: è più importante ciò che gli altri capiscono rispetto a cosa dici.

 
Hai parlato di comunicazione più umana spiegando cosa significa e come renderla effettivamente tale, ma secondo te adesso in che direzione si sta andando? quale sarà il trend comunicativo da qui ai prossimi anni?

Mi trovo stranamente d’accordo con una frase di Mark Zuckerberg che dice: “secondo me il futuro dei social è privato”, perché se io scrivo ad un brand gigante riguardo al problema che ho con un loro prodotto e loro mi rispondono con una persona e non un robot, per me è una cosa bellissima e quindi le aziende dovrebbero aprirsi ad instaurare un rapporto vero con le singole persone che vogliono chiedere qualcosa, che hanno un problema. Questo significa aprirsi ad una comunicazione privata e non solo inviare numerose newsletter e DEM, basta con la comunicazione di massa, bisognerebbe mandare messaggi privati mirati alle singole persone.

Per quanto riguarda la direzione che sta prendendo la comunicazione, ultimamente c’è stato il fermento del real time marketing, in Italia inizialmente è stato fatto da pochissimi che hanno avuto successo e tutti quelli che sono venuti dopo di loro hanno fallito, semplicemente perché quando copi qualcuno al massimo arrivi secondo. Quando copi, in aggiunta, non riesci a capire fino in fondo il coraggio che loro hanno avuto a fare certe cose molto inusuali: il caso di Taffo, ad esempio, che ha portato la comunicazione social di un’agenzia funebre facendo black humor. Spesso le aziende non hanno il coraggio di intraprendere comunicazioni inusuali perché è lo stesso direttore marketing che blocca tutto pensando che non vada bene, che non sia classico, e io tipicamente rispondo che è quello il motivo per cui funziona. 

 
Hai scritto “Immagini VS Parole”, ci daresti un piccolo assaggio di questo libro? a livello comunicativo, come impattano diversamente queste due forme di comunicazione?

Ti cito la frase con cui inizia il libro: “le immagini sono parole e le parole sono immagini. E questo libro potrebbe anche finire qui”, questo è ciò in cui credo: le immagini e le parole sono la stessa cosa anche se il titolo è ovviamente una provocazione. Parto dal luogo comune secondo il quale un’immagine vale più di mille parole, secondo me non è vero e nel libro non faccio altro che motivare questa mia convinzione. Ti spiego subito perché le immagini sono parole e le parole sono immagini allo stesso tempo, arrivando al succo e saltando tutto il percorso che è il libro: il solo allineare un testo o scegliere un font significa che si sta considerando il testo come immagine; i font servono perché devono dare un aspetto estetico alle parole e già qui, immagini e parole iniziano ad essere la stessa cosa. Dopodiché proseguo e negli ultimi capitoli, parlando del rapporto tra visual e copy in una campagna pubblicitaria, giungo al capitolo dedicato al words hacking dove tipicamente il lettore rimane di stucco quando scrivo qualcosa del tipo: “katana” con la “a” tagliata e a quel punto chiedo: “quella adesso è un’immagine o una parola?”. Non è importante la risposta, è importante che tu abbia capito il concetto e che lo sappia applicare; chiamala immagine, chiamala parola, chiamala come preferisci ciò che conta è che le persone capiscano quello che stai cercando di comunicare.

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We Make Podcast

Durante la seconda giornata del Web Marketing Festival di Rimini, noi iWriters abbiamo avuto modo di coprire la maggior parte delle conferenze dedicate alla dirompente realtà dei podcast.

Con questo articolo, abbiamo intenzione di riportarvi tutto ciò che abbiamo imparato, citando i consigli degli esperti e partendo da dati attendibili.

A quali affidarsi se non a quelli forniti da Spotify, nota azienda a livello globale che permette a questi contenuti di essere conosciuti dagli ascoltatori?

Edu Alonso, che lavora in Spotify, ci ha dimostrato quanto l’industria dei podcast sia in continua crescita e che iniziare a produrne uno è un’opportunità da non perdere per i creatori di contenuti.

L’industria della musica e della radio a livello globale vale oltre 93 miliardi di dollari e negli anni gli ascoltatori americani di podcast sono aumentati mensilmente dell’11%.

L’obiettivo principale di Spotify in merito ai podcast è permettere di sbloccare il potenziale della creatività umana.

 

Misuriamocelo (… il podcast)

Rossella Pivanti, producer di branded podcast (cosa sono? Ne abbiamo parlato qui) ha tenuto un talk dedicato alle metriche corrette da utilizzare per capire se un podcast sta funzionando, sfatando diversi miti.

Andando ad intuito, si potrebbe pensare che, per verificare se si è sulla strada giusta con il proprio podcast, basti controllare il numero di ascoltatori. Tuttavia, ciò si rivelerebbe, quanto meno, ambiguo dato che, come spiega Pivanti, gli ascolti hanno la stessa funzione e la stessa scarsa utilità dei “mi piace” su Facebook. Si tratta, infatti, solamente di una “vanity metric” che poco può dire sull’effettivo successo del proprio podcast e che, per metà degli episodi disponibili sulle varie piattaforme, si aggira attorno a soli 28 ascolti (solo l’1% supererebbe i 3780).

Inoltre, dato che alcune piattaforme contano un ascolto dopo un secondo mentre altre dopo un minuto, si potrebbe essere portati ad abbandonare certe piattaforme in favore di altre basandosi su dati decisamente fallati. Senza contare che, spesso, il “flusso di ascoltatori” è difficile da prevedere e avere un numero di ascolti inferiori alla propria media in un episodio, non necessariamente implica che quella puntata sia, a livello di contenuti e di qualità, inferiore alle altre.

Quindi, quali dati e metriche monitorare per capire se si sta andando nella direzione giusta? Un fattore insolito che Rossella Pivanti consiglia di osservare sono gli artisti preferiti dei propri ascoltatori. Non è un segreto, infatti, che sia più facile fidelizzare utenti con gli stessi gusti degli speaker e questo potrebbe essere un ottimo indicatore da cui partire. 

Ovviamente, è importantissimo osservare la performance e la retention del proprio podcast ovverosia quanti ascoltatori hanno ascoltato il podcast fino in fondo o, almeno, per tre quarti della sua durata.

Logicamente, sia che stiate producendo un podcast per la vostra azienda o per voi stessi, cosa preferiste? Mille ascoltatori sul vostro indicatore della dashboard che ascoltano per soli due minuti o cento che fruiscono tutto l’episodio per intero? 

A livello di numeri, è importante monitorare il numero di follower. Questi utenti sono, infatti, persone che hanno effettivamente interagito con noi manifestando la volontà di ricevere notifiche riguardo al podcast.

Si può, poi, controllare la geolocalizzazione dei propri utenti (dove vivono? Come si muovono? Cosa fanno?), il profilo demografico completo e le piattaforme utilizzate. Tutto ciò per rendere il più possibile mirati i contenuti del proprio podcast e per capire come indicizzarlo al meglio, in modo da raggiungere al meglio possibili ascoltatori interessati.

Quindi, in definitiva, dopo aver misurato, come migliorare il proprio podcast? Secondo Rossella, nonostante non esistano “formule magiche”, il migliore modo rimane puntare sulla qualità, tentare di aumentare il più possibile la retention e lavorare sulla community.

 

Influencer marketing e podcast: benvenuti nel mercato dell’attenzione.

Durante il suo talk, Francesco Tassi, CEO di VOISLAND, una podcast media company, ha discusso la relazione tra influencer marketing e podcasting. Nonostante le attività legate all’influencer marketing siano in crescita sia a livello di numerosità che di remuneratività, la figura dell’influencer sta radicalmente cambiando.

Secondo Tassi, infatti, oggi stiamo andando verso un mercato dell’attenzione in cui accattivare gli utenti è già diventato più importante del messaggio stesso che si vuole comunicare.

Ma quali sono le caratteristiche principali di questo mercato dell’attenzione? Innanzitutto i tempi di ingaggio che si sono molto più allungati. Non si ricerca più un’interazione istantanea ma, piuttosto, una relazione duratura. Dopo di che, i temi dei vari messaggi tendono ad essere più specifici ed indirizzati a nicchie di appassionati. Insomma, meno numeri ma molta più retention.

Per quanto riguarda i canali migliori per instaurare relazioni durature e fruttuose, i favoriti sembrerebbero essere proprio i podcast. Stando al NET Trust index, i prodotti audio sono considerati i più affidabili (i social network sono, invece, in fondo alla classifica). Se ci pensate, spiega Tassi, è naturale che sia così: ormai la possibilità di modificare le fotografie è così diffusa che l’utente medio è diventato diffidente verso ciò che vede online. Diversa è, ovviamente, la situazione per quanto riguarda la voce che difficilmente può essere alterata in maniera non riconoscibile.

La voce e il podcast sono, quindi, due strumenti chiave per avere successo in un mercato di relazione. Questo per tre principali motivi:

  • L’ascolto dei podcast si fa in solitaria e ciò crea una relazione intima che, come conseguenza, crea un rapporto di fiducia tra speaker e ascoltatore
  • Il podcast sta crescendo molto come media, si parla di 8 milioni e mezzo di ascoltatori (un milione e mezzo in più rispetto l’anno scorso)
  • Il podcast consente di presidiare momenti in cui l’attenzione dell’utente non è rivolta verso alcun contenuto digitale (ad esempio mentre si fa la spesa o si cucina)

Il podcast influencer marketing consiste, quindi, nella collaborazione tra podcaster e imprese. Ciò può avvenire attraversocinque approcci differenti. Quest’ultimi, classificati dal meno al più impegnativo ed integrato nell’episodio, sono:

  1. Announcer read: si tratta di un classico spot pre-registrato inserito all’inizio o durante un podcast.
  2. Co-branded/sponsored by: il brand decide di associarsi a un podcast perchè si riconosce nei suoi contenuti e decide di inserire un messaggio in cui spiega le scelte della sponsorizzazione.
  3. Host read: si tratta di un momento all’interno del podcast in cui l’host interpreta, secondo il suo stile, il messaggio pubblicitario del brand. È, quindi, integrato all’interno dello show ed è una forma di sponsorship decisamente efficace
  4. Branded episode: è un episodio brandizzato che viene inserito nella programmazione di un podcast e che viene organizzato ed interpretato dallo speaker.
  5. Branded podcast: sono dei podcast creati dall’azienda con finalità di marketing che, spesso, hanno lo scopo di raccontare la propria storia e i propri valori in maniera attraente ed interessante per gli ascoltatori.

Ovviamente quale di questi approcci scegliere dipende dagli obiettivi e dal budget messo a disposizione dell’azienda, tuttavia resta il fatto che il branded podcast, probabilmente, il più utile nel processo di fidelizzazione degli utenti.

 

La voce come strumento di personal branding: il ritorno alla comunicazione vocale nell’era digitale

Ancora oggi è convinzione comune che i formati video siano molto più coinvolgenti rispetto a quelli audio, questo perché quest’anno i video sembrano essere i mezzi di comunicazione più efficaci. Alessandro Mazzù, podcaster e autore del libro “Brand Me: Il Personal Branding A Modo Mio” ha deciso di introdurre il suo talk a tema “voce come strumento di personal branding” cercando di sfatare questo mito e spiegando quanto invece le storie raccontate in formato audio siano cognitivamente ed emotivamente molto più coinvolgenti.

Un’altra differenza tra le due tipologie di contenuti presi in esame è che il video è in grado di creare familiarità ma non intimità come la voce, soprattutto quando si ascolta l’audio con gli auricolari.

La spiegazione sarebbe perché “ascoltare è un processo di co-creazione più attivo ed è rilevabile sulla pelle dell’ascoltatore”.

Anche se sottovalutata, la voce è uno degli strumenti più importanti a disposizione per chi vuole sfruttarla per la creazione di contenuti audio, proprio perché è in grado di far arrivare il messaggio in maniera più coinvolgente e diretta.

Un altro falso mito è sicuramente quello dell’esistenza di voci brutte: in realtà è sbagliato definirle tali, sarebbe più corretto parlare di voci non educate. L’interpretazione di una parola grazie allo sfruttamento della voce è inoltre fondamentale per dare un determinato senso piuttosto che un altro a un concetto.

Anche i due relatori Ilaria Potenza e Luigi Lupo del podcast “Generazione Covid” hanno parlato dell’importanza della voce, proprio perché l’ascolto della voce dell’autore permette di creare un legame con l’ascoltatore. La voce ha un ruolo più importante perché le immagini video sono spesso alterate con filtri, mentre la voce è più naturale e permette di comprendere lo stato d’animo di chi parla.

Un consiglio importante per chi vorrebbe registrare podcast e considera la propria voce come un ostacolo sarebbe proprio quello di registrarsi e ascoltarsi in modo tale da comprenderla e provare a migliorarla. Questo perché la voce che ascoltiamo noi e quella che invece arriva agli altri sono completamente diverse, essenzialmente perché cambia la modalità in cui l’ascoltiamo.

Ognuno ha un’impronta vocale unica, ed è l’insieme delle caratteristiche della voce di un individuo che ne permettono l’identificazione.

Oggi, la fortuna è che oltre alla voce si hanno a disposizione moltissimi strumenti che ci permettono di diffonderla e farla arrivare a chiunque vogliamo raggiungere.

E qui entra il discorso legato al Personal Branding, che non è altro che “il marketing applicato alla persona”, e nello specifico “fare personal branding significa avere una strategia con la quale far comprendere agli altri chi sei, cosa fai e in cosa sei differente. Insomma, dare una motivazione forte per scegliere te”.

Bisogna raccontare al cliente in che modo ci si differenzia dagli altri, questo prima di pensare al sito web, alla SEO e a molti altri aspetti.

Per concludere con le parole di Alessandro Mazzù, quale strumento migliore del podcast per rappresentare una narrazione in grado di creare intimità con gli ascoltatori e trasferire i suoi valori?

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Entertainment, videogame e contenuti

Carrefour sbarca su Fortnite con una sua isola

La famosa catena di supermercati e ipermercati francese Carrefour, attraverso giornate nazionali e mondiali, ha da sempre dato voce a temi legati alla sostenibilità organizzando eventi per chiunque riguardanti lo spreco ambientale, la corretta alimentazione e la salute.

In particolare, un progetto in cui sono coinvolti da anni è “Act For Food” il cui obiettivo è di offrire ai clienti cibo di qualità e sano, privo di pesticidi e antibiotici, favorire quindi il biologico e assicurare la tracciabilità dei loro prodotti in modo da garantire sicurezza e trasparenza al consumatore.

Oltre ciò ha recentemente lanciato il suo nuovo magazine digitale “Vivi di Gusto” contenente ricette e consigli culinari per favorire una corretta alimentazione sana e responsabile.

 

Carrefour investe in Fortnite

Fortnite è un videogioco di battaglia reale free-to-play che ha riscosso un successo enorme nel 2020 arrivando a toccare 350 milioni di giocatori ed è anche uno dei più seguiti su piattaforme di streaming come ad esempio Twitch. Da qui parte la scelta di Carrefour di voler puntare proprio su Fortnite.

All’interno del videogioco Fortnite è possibile giocare in “modalità creativa” nella quale gli utenti stessi possono creare nuovi giochi e mappe, costruire e condividere la propria isola. Ad ogni mappa è associato un codice grazie al quale è possibile accedervi per poter giocare.

 

“The healty map”

La nuova mappa di Carrefour, creata dal team specializzato MakaMakers, prende il nome di “mappa della salute”. Al suo interno i giocatori hanno l’opportunità di poter entrare in un vero e proprio Carrefour virtuale nel quale sono presenti diversi reparti quali “Fresh Meal” e “Fresh Fruits” nei quali è possibile curarsi solamente mangiando frutta, verdura e pesce al posto che usare i soliti kit medici o posizioni.

Oltre a contenere cibo sano sono presenti anche pannelli solari, camion funzionanti a biometano, un’area di pesca responsabile, frutta e verdura biologiche e un allevamento che punta al rispetto e al benessere degli animali. È un mondo che evoca ad una realtà “del domani” più ecologia e responsabile.

Questa collaborazione insolita ha lo scopo di sensibilizzare più persone possibili su temi riguardanti la salute e il mangiare sano arrivando a toccare anche al mondo dei gamer. Significa proprio un “ritrovare la vita mangiando bene”. La scelta di usare Fortnite come mezzo di comunicazione è data dal fatto che nel 2020 il gioco ha attirato 350 milioni di giocatori ed è anche uno dei più seguiti su piattaforme di streaming come ad esempio Twitch.

 

Come raggiungere il supermercato ecologico?

Le coordinate per poter raggiungere il supermercato sono: “6671-9497-0398”; basterà inserirle nella modalità creativa per provare questa nuova esperienza “healty”.

A fronte di questa nuova novità dal futuro ci si aspetta che campagne come questa possano sensibilizzare sempre di più nuove persone in modo da poter mantenere una qualità ambientale alta e ottimale a lungo termine.

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Entertainment, videogame e contenuti

Streaming video: quale futuro?

Dopo aver analizzato l’intera offerta di piattaforme di streaming disponibili in Italia in uno degli ultimi articoli di iWrite, cerchiamo di spingerci oltre esplorando cosa ci riserva il futuro dello streaming. Dalle nuove forme in cui le varie piattaforme potrebbero evolversi ai trend contenustici, l’argomento è particolarmente ampio e… Imprevedibile. Proviamo, allora, a dare un’occhiata al futuro, per quanto nebuloso, verso cui va il mercato dello streaming.

 

Troppi, troppi abbonamenti

La prima cosa che, senza alcun dubbio, cattura l’attenzione di chi sta cercando di capire quale piattaforma scegliere è l’elevata numerosità di abbonamenti possibili. Di conseguenza risulta chiaro come, per chi non volesse perdersi nulla, la spesa mensile diventa inesorabilmente alta. E, tutto ciò, considerando che il numero di piattaforme disponibili in Italia è circa la metà di quelle presenti nel mercato statunitense (che è l’home-country market di quasi tutti i servizi disponibili a oggi nel nostro Paese).

Di conseguenza, le major, anche con l’obiettivo di puntare alla leadership di prezzo, potrebbero presto optare per una (o più) delle seguenti strategie:

  • Adozione di modelli ad-supported: un’opzione per attrarre nuovi utenti (o per spingerli a fare più di un abbonamento), potrebbe essere adottare un sistema, che è standard già oggi nelle principali piattaforme cinesi e indiane, basato sui classici advertise per abbassare il prezzo dell’abbonamento mensile. Qualcosa di simile, oltre che dalle varie piattaforme asiatiche, è stato adottato negli Stati Uniti da Hulu che consente ai suoi utenti di scegliere tra l’abbonamento da $5.99 con adv e quello da $11.99 senza adv, ovviamente entrambi gli abbonamenti consentiranno l’accesso a tutti i contenuti della piattaforma. Lo stesso sistema è utilizzato anche da CBS All-Access e Peacock, e non mi stupirebbe se, presto, anche qualche big del settore facesse lo stesso.
  • Abbonamenti extra: altre piattaforme, e questa è una prassi che, ormai da qualche mese, sembrerebbe essersi consolidata, hanno optato per dei prezzi decisamente bassi richiesti per l’abbonamento (ricordiamo che Amazon Prime Video è accessibile per soli 36 euro all’anno contro, per esempio, i circa 144 di Netflix) ai quali, però, l’utente può decidere di aggiungere la spesa per abbonamenti “extra” che consentono l’accesso a contenuti non disponibili normalmente sulla piattaforma. È il caso di “Amazon Prime Channels” e della sezione “Accesso VIP” di Disney+. Resta da vedere se questo modello di abbonamenti “a più livelli” prenderà piede e se, magari, anche Netflix deciderà di farne uso per abbassare i suoi prezzi che, a oggi, rimangano i più alti tra le major (nonostante l’amplissimo catalogo possa giustificarli).
  • Bundle: per quanto possa sembrare banale, la disponibilità di pacchetti di abbonamenti a prezzo scontato, e quindi la collaborazione tra piattaforme, potrebbe essere la carta vincente nella partita dello streaming. In Italia, qualcosa del genere è già disponibile: basti pensare al pacchetto “Intrattenimento Plus” che, al prezzo di €19.99da accesso a tutti i contenuti Sky e Netflix.

 

Cinema e streaming: da necessità, virtù

Come è noto, la Pandemia ha reso necessaria, per diversi mesi, la chiusura dei cinema un po’ ovunque nel Mondo. Da ciò è sorta la necessità di trovare, comunque, un modo per distribuire tra il pubblico le pellicole che sarebbero dovute andare in sala nel corso dello scorso anno e, come si può facilmente immaginare, la scelta è ricaduta sulle piattaforme di streaming o, comunque, sugli store digitali. Disney, in particolare, ha adattato la propria piattaforma aggiungendo il già menzionato “Accesso VIP”, tramite il quale, al prezzo di €21.99 al mese, rende visibili in streaming i propri film destinati ai cinema. Servizio che, a quanto sembra, è destinato a rimanere sulla piattaforma anche quando l’epidemia da Covid-19 sarà definitivamente terminata. Alla luce di tutto ciò viene naturale una domanda: il cinema, inteso come luogo fisico di fruizione delle pellicole, sia destinato a scomparire del tutto? Ovviamente, nessuno può rispondere con certezza a questa domanda. Tuttavia, a discapito di quel che si potrebbe pensare, tutto lascia intendere che il cinema sia destinato a sopravvivere: probabilmente i piccoli cinema mono-sala sono destinati, per davvero, a sparire definitivamente (ma questo indipendentemente dalla Pandemia) mentre i multi-sala, probabilmente, rimarranno seppur in forme differenti e… Con proprietari differenti. Da diverso tempo, infatti, sappiamo che sia Netflix che Amazon sono intenzionate ad acquistare sale cinematografiche negli Stati Uniti, possibile che dopo aver conquistato il mercato della distribuzione in streaming, le due major si apprestino a controllare anche quella fisica?

 

Basta! Parliamo di contenuti

Nonostante il predominio delle “serie tradizionali” sia ben lontano dal suo tramonto, è chiaro che molti contenuti differenti stiano sempre più prendendo piede sulle varie piattaforme affiancando i più classici “Breaking Bad” o “Stranger Things”. Analizziamo, quindi, qualcuno di questi trend che, senza alcun dubbio, stanno cambiando e cambieranno i volti di Netflix, Amazon Prime Video e di tutti gli altri siti:

 

Anime, vogliamo più cartoni animati

Nell’ultimo anno i prodotti d’animazione hanno avuto un forte incremento di popolarità, specialmente gli anime. Da fenomeno di nicchia, le produzioni giapponesi hanno saputo conquistare il cuore e l’attenzione di milioni di spettatori e, come giusto che sia, nessuna delle big è rimasta a guardare. Netflix, in particolare, sta dimostrando di credere molto in questo trend. Ha, infatti, rilasciato ed annunciato decine di serie TV d’animazione in stile anime in arrivo sulla propria piattaforma nei prossimi mesi. Da “Shaman King” a “The Seven Deadly Sins” fino a “Devilman: Crybaby”, passando per produzioni originali e lontane dallo standard dell’industria come “Eden” o “Godzilla: Singular Point”, il catalogo Netflix dedicato ai fan dell’animazione è probabilmente il più ampio tra le piattaforme generaliste. Anche Amazon non è rimasta immobile e, sebbene non abbia pubblicato molte produzioni animate originali, ha un amplissimo catalogo anime con alcuni tra i più popolari, come l’Attacco dei Giganti (la cui ultima stagione è stata resa disponibile in piattaforma in simulcast col Giappone) e The Promised Neverland, in esclusiva temporale. Ma, ovviamente, l’animazione di successo non è solamente quella giapponese e prodotti come la spettacolare “Invincible” di Amazon Prime Video o il drammatico “Bojack Horseman” di Netflix lo hanno già dimostrato, tant’è che entrambe le major si apprestano a presentare molte altre produzioni animate realizzate un po’ in tutto il mondo nei prossimi anni.

 

I live-action tratti da manga raccoglieranno il successo dei cine-comics?

Considerando l’immensa popolarità che i cine-comics, come quelli tratti dai fumetti Marvel, hanno ottenuto nell’ultimo decennio, è più che logico che le case produttrici stiano puntando a realizzare film e serie tratte dai manga, i fumetti giapponesi. Ci vorranno diversi anni prima che questo trend diventi palese. Tant’è che, di fatti, l’unica produzione di rilievo disponibile (tra quelle pensate per il pubblico globale), a oggi, è “Alice in Borderland” su Netflix. La serie ha già riscosso un notevole successo ed è stata rinnovata per una seconda stagione, facendo da apripista ai molti “cine-manga” che sono in produzione. Tra questi, le serie tratte dal manga cult degli anni ‘90 “CowBoy Bepop” in arrivo su Netflix a fine anno, e da “One Piece” e “The Promised Neverland”, entrambe senza ancora una data di uscita e prodotte, rispettivamente, da Netflix e Amazon. Questo è solo l’inizio, di materiale a cui attingere ce n’è anche fin troppo e sarebbe assurdo non approfittarne.

 

Spremere i franchise al massimo

Avrete notato che, in nessuno dei due paragrafi precedenti, è stata citata Disney. Questo perché, in realtà, non sembrerebbe che la casa californiana sia interessata a nessuno dei trend sopracitati essendo già piena di proverbiali “galline dalle uova d’oro”. Non è un segreto, infatti, che, fin dal lancio, Disney+ si sia basata sullo “sfruttamento intensivo” dei franchise di proprietà della grande D. A partire, ovviamente, dai più popolari: Marvel e Star Wars. Vi basti pensare che le serie collegate al Marvel Cinematic Universe in arrivo sulla piattaforma entro il 2023, non contando le tre già pubblicate, sono ben undici mentre quelle ambientate nell’universo di Star Wars sono ben otto. Oltre a ciò, come è logico che sia considerando la storia della compagnia, Disney sta investendo anche in serie animate “per bambini” tratte dai film Disney/Pixar più popolari. Tra queste “Monster & Co. La serie – Lavori in corso” in uscita il mese prossimo.

Non che Disney sia l’unica a proporre nuove versioni di franchise popolari, la nostalgia è un’arma di cui nessuno sembrerebbe volersi privare. Netflix, per esempio, sta lavorando a una nuova serie del classico cartone animato di “He-Man & The Masters of the Universe” e ha anche in cantiere diversi prodotti televisivi tratti da videogiochi tra cui quella ispirata al celeberrimo “Resident Evil”. Amazon, invece, ha acquistato, pochi giorni fa, MGM, casa produttrice di franchise come Rocky e James Bond con l’intento di aumentare le sue produzioni esclusive.

Sicuramente nasceranno altri trend nel corso dei prossimi anni, magari nei prossimi mesi, ed altri mi saranno, inevitabilmente, sfuggiti. L’unica cosa che, al momento, possiamo fare è metterci seduti e osservare come cambieranno le piattaforme di streaming e quali contenuti avranno la meglio.